La Vraie Langue Celtique e l’abate Henry Boudet

Una raccolta di antichi esoterici misteri

di Alessandra Micheli

boudetLa Vraie Langue Celtique scritta dall’abate Henry Boudet (Quillan 1837-Axat 1915) è a parere di molti esperti, un’opera estremamente assurda. L’autore, come si è già accennato, propone uno studio ragionato sulla lingua celtica e i suoi collegamenti con la storia locale e i menhir disseminati sulle colline attorno al paese.

La prima stranezza la si trova già sulla copertina. Viene indicato come editore un certo Fancois Pomies con tanto di indirizzo. Il problema è che nel 1886 data della pubblicazione, non c’era nessun Pomies. L’editore suddetto, infatti, aveva cessato l’attività sei anni prima, nel 1880 data nella quale Boudet aveva già consegnato il suo manoscritto.

In realtà, il libro sarà pubblicato da Victor Louis Bonnafous, subentrato a Pomies nella sua stessa sede. Perché Bonnafous pubblica l’opera con il nome di un altro editore tra l’altro scomparso? La tiratura complessiva, sarà di 500 copie, delle quali soltanto 398 saranno vendute; le altre verranno donate alle biblioteche, alle ambasciate e a vari istituti di cultura alici e religiosi, altre saranno regalate ai turisti delle terme. Il parroco aveva interamente finanziato l’edizione rimettendoci parecchio denaro.[1]

Oggi di quelle 398 copie, non rimane quasi traccia. I pochissimi esemplari rimasti alimentano un mercato di edizioni più o meno legali. Gli esemplari donati alle biblioteche pubbliche, sono spariti e in alcuni casi si è giunti addirittura al sabotaggio per impossessarsene. Alla Biblioteque Nationelle di Parigi, qualcuno lo ha preso in lettura con lo scopo i tagliarne le pagine, lasciando soltanto la copertina per ingannare i bibliotecari sostituendolo con il romanzo Le cochon d’or. Rimane la copia depositata presso la biblioteca di Carcassonne che, però, è così in pessimo stato che non viene dato più in lettura. Cosa c’è di così importante in questo testo? Abbiamo accennato come sembra che, Boudet volesse evidenziare la pagina 11 o addirittura le osservazioni preliminari.[2]

L’undicesima pagina della Vraie Langue Celtique,contiene un affermazione foriera di significati interessanti. Proprio in questa pagina che Boudet semina indizi rivelatori, contenuti in particolare in due affermazioni: la prima riguarda la convinzione che un giorno, la lingua sanscrita darà la chiave della lingua celtica, fino a credere che i Celti siano venuti dall’Asia, culla del genere umano. La seconda, sostiene che, mentre gli altri popoli dell’antichità ci hanno lasciato degli scritti, presso i Celti questo non è avvenuto. Per scoprire qualcosa, bisogna studiare i nomi propri di persona ed i luoghi usando il linguaggio dei tectosagi per spiegare i significati dei monumenti megalitici.

Dato che Boudet sembra volerci invitare a cercare qualcosa spingendoci a decifrare i suoi indizi ciò che dobbiamo cercare è il significato nascosto delle informazioni che ci fornisce.  E i due concetti si rivelano molto illuminanti.  Secondo alcune teorie, infatti, i Celti popolo indoeuropeo, arriverebbero proprio dall’Asia[3] e la loro religione e cultura avrebbe punti in comune con l’India. L’Asia era la culla della civiltà. Guarda caso proprio l’Asia è la sede della leggendaria città di Agharti dove si narra, vengano custodite tutte le conoscenze occulte, le leggi divine e i principi della geometria sacra (che tanta importanza riveste proprio nell’Aude) in sostanza il patrimonio culturale di tutta l’umanità. Non solo. Si narra che questa misteriosa città sorga sul principale incornicio delle correnti terrestri o forse è addirittura il centro sacro di questo regno sotterraneo a generare questi fiumi di energie. Queste linee le famose Ley lines, percorrono tutto il pianeta e si diffondono in superficie irraggiate dai megaliti. Proprio i megaliti di cui parla Boudet uniche testimonianze rimaste delle antiche popolazioni che diventerebbero così dei veri e propri manuali di scienze arcane assumendo l’aspetto di antenne o generatori di energie naturali ma dimenticate. I Celti sarebbero i custodi di queste antiche conoscenze scientifiche in cui la geometria sacra rivestiva un’importanza notevole.

aghartiAgharti, secondo molti esoteristi tra cui Helena Blavataski, sorgerebbe sull’isola del Mar del Gobi dove in tempi remoti erano atterrati i semidei provenienti da Venere, i signori della fiamma, paragonabili ai Tuatha de Danaan, il mitico popolo che portò agli uomini la religione, la scienza, l’agricoltura insomma la civiltà stessa. Inoltre il nome Tuatha è simile a Tiuth dio dell’iperborea (estremo nord), signore della Stella Polare ed e dell’Isola di Thule che secondo il Guenon[4] rappresenta solo un nome diverso per una medesima tradizione. Tutte queste memorie si riferiscono a un unico archetipo quello della città sacra per eccellenza o della patria perduta forse in seguito di un tremendo cataclisma le cui conoscenze vennero salvate da un gruppi di saggi. Conoscenze che si riferivano non tanto alla magia così come volgarmente la si intende, ma all’agricoltura, alla scienza, alla matematica, alla geometria ed all’astronomia. Ricordo di Altlantide forse?

Boudet come si può notare, era tutto tranne un pazzo stravagante, ma era uomo di vasta cultura la cui opera aveva un fine più profondo: inscenare un percorso iniziatico, un pellegrinaggio sacro attraverso le più pure e profonde conoscenze culturali ed esoteriche. Qual è il premio finale? Forse è proprio il Graal quella splendente Verità che trasmuta….

Continuiamo ad analizzare con attenzione la sua opera, poiché solo una lettura minuziosa può evidenziare gli aspetti più intriganti che potrebbero sfuggire ad una lettura superficiale. Inutile dire come questi sono indispensabili per comprendere le finalità del parroco. E’ Boudet stesso che ci mette sulla giusta strada invitando il lettore a decodificare la sua opera trasformando il nonsenso in un’affermazione dotata di significato. Ad esempio a pagina 126, Boudet si vanta di parlare un certo  linguaggio in codice. E come in ogni codice esiste una chiave di lettura. Come trovare la chiave giusta? Innanzitutto armarsi di una solida conoscenza esoterica, alchemica e cabalistica, nonché possedere i fondamenti delle dottrine ermetiche e gnostiche. Ma non solo. Se si consulta l’indice de libro, il terzo capitolo è dedicato alla lingua punica. Boudet stesso sottolinea come la suddetta lingua:

Con i suoi giochi di parole, sapeva creare i nomi propri di persona. I nomi comuni offrono pure delle combinazioni simili e rappresentano con numerosi monosillabi associati, delle frasi intere con un senso rigoroso e preciso.[5]

La lingua punica di cui Boudet parla, non è però quella in uso a Cartagine ma è la traslitterazione di “pun” termine inglese che significa “gioco di parole”. La chiave suggerita è, quindi, di tipo fonetico basata sull’omofonia, cioè il mascheramento di un termine con un altro.[6] Le traduzioni arbitrarie che riempiono il libro, servono per nascondere precise parole francesi che, messe insieme, costituiscono una sorta di secondo testo, probabilmente fondamentale per la ricerca del tesoro.

Secondo il parere di Giorgio Baietti,[7] a pagina 120 a pagina 126, è descritto con precisione un percorso, mascherando ad esempio, le informazioni, con un discorso sui mesi e le stagioni dell’anno. In realtà, sono delineati dei punti precisi del territorio associati ad una specie di codice segreto. Al termine del libro è riportata una cartina molto dettagliata della zona, disegnata dal fratello di Boudet, Edmund. La carta (scala 1:50.000) ha come titolo Rennes Celtique e riporta le indicazioni per individuare i menhir eretti, quelli abbattuti,incise sulle rocce, i dolmen e le croci greche. Quel che più interessa di questa cartina, però, è l’accurata descrizione dei luoghi del presunto Cromlech che Boudet analizza nel libro tra cui Blanchefort, Cardou, Bazel , Cap de L’ Homme, Roko Negro, l’Homme Mort.

Tanta meticolosità, però, non è accompagnata dall’esattezza. Le altezze delle montagne, sono quasi tutte errate e il fatto è strano poiché i fratelli Boudet, avevano a disposizione la Carta dello Stato Maggiore dell’Esercito, da dove potevano copiare comodamente tutti i dati.

Secondo Giorgio Baietti,[8]applicando la lingua punica ai numeri si ottengono i seguenti calcoli:

  • Sebairou 514 (5+1+4=10)
  • Blanchefort 544 (5+4+4=13)
  • Bazel 564 (5+6+4=15)
  • Cardou 796 (7+9+6=22)

Cosa possono significare questi numeri? Proviamo ad aiutarci con la cabala.

Il numero 10 corrisponderebbe alla lettera Yod. Questa rappresenta la creazione, l’essenza delle cose, il divino l’unico che porta ad una crescita verso l’alto. Può indicare potere e possesso.

Il 13 è legato alla lettera Mem che rappresenta il rivelato e il Nascosto, quella parte delle regole celesti, nascoste all’uomo. Inoltre è il simbolo alchemico di trasformazione, legato all’essenza femminile di Dio: ossia il Graal.

Il numero 15 è legato alla lettera Samech. Rappresenta il luogo della presenza divina, sostegno, protezione e memoria. L’anima come il crogiuolo alchemico può trasformare le forze ostili in energie creative, soltanto riconoscendole. Può indicare anche la falsità e il mondo materiale.

Il numero 22 corrisponde alla lettera Tau. Questa rappresenta la Verità e la perfezione, l’uomo vicino agli Dei, la sapienza totale, l’uomo che sa vedere oltre e che non vive più nel mondo umano. E’ la ricompensa finale, la chiave generale di tutto.

Così considerati, questi numeri alludono al processo mediante il quale l’uomo può appropriarsi delle leggi nascoste o di un qualcosa di rivelato che contiene in se la presenza divina o la memoria di una verità perduta? Se così fosse, questa verità è collegata alle leggi divine o in un luogo in cui esse sono conservate, una sorta di tabernacolo dove la presenza di Dio è fonte di Verità, la porta verso la perfezione. Il divino, ossia leggi sacre, comportano una trasformazione, una vera e propria morte iniziatica mediante la quale è possibile l’abbandono del vecchio. Solo così è possibile la rinascita rappresentata perfettamente dal simbolo del Graal (l’elemento femminile, la gnosi). A cosa si muore? Alla materia, alla sua falsità. Solo così, si possono ottenere le chiavi per accedere alla vera ricompensa dell’uomo: l’immortalità. Se si collegano queste scoperte con le considerazioni iniziali, il quadro appare più chiaro. Basta unire i risultati ottenuti dalla cabala con le affermazioni di pagina 11 e delle osservazioni preliminari. Ci si trova di fronte ad una scoperta importante: Boudet intende parlare di alcune conoscenze che permetterebbero un’unione con il divino. Sembra quasi che Boudet alluda a un preciso significato ed utilizzo dei monumenti megalitici e dei luoghi sacri dei Celti. Quella è la loro scrittura, la loro eredità e lì si celano le conoscenze che stiamo cercando. Il numero 22, inoltre, attira l’attenzione poiché compare sempre in tutto ciò che riguarda Rennes. E’ collegato al monte Cardou uno dei punti più significativi del Cromlech che, secondo alcuni, conterrebbe il più grande segreto del mondo: la tomba di Gesù. E’ questa la Verità nascosta? La conoscenza tanto protetta? Forse l’uomo non ha bisogno di essere redento poiché dentro di se contiene già la redenzione come ci ha dimostrato Gesù, l’uomo che è riuscito a diventare Dio? La verità è che l’uomo contiene in se in embrione la divinità assopita e ha bisogno soltanto del potere della gnosi, dell’energia cristica per liberarla?

Nel campo dello Gnosticismo

Ma adesso entriamo in un campo veramente proibito, il campo dello gnosticismo……

Poniamo l’attenzione su un altro elemento: il ricorso al codice. Se Boudet usa un codice, ciò significa che il suo messaggio può essere pericoloso e dirompente. Soltanto se si è in presenza di informazioni esplosive, che pertanto rischiano di mettere in discussione l’assetto sociale, politico e religioso si cerca di proteggerle anzi di nasconderle. Ma è altrettanto importante cercare un modo per tramandarle poiché soltanto le Verità alternative sono un’arma necessaria ed efficace contro il ristagno della civiltà e dell’uomo. Ed ecco, dunque, che si ricorre al codice mezzo idoneo a tramandarle a chi sarà dotato della chiave di interpretazione giusta ossia gli iniziati, i degni e i puri. Non so se appartengo a quella cerchia, probabilmente no, ma proverò ad usare la chiave che ho trovato. Vediamo.

Abbiamo accennato che il messaggio di Boudet si potrebbe riferire ad un percorso di redenzione e di rinascita. Ma abbiamo altresì accennato come questo percorso sia proibito e pertanto non appartenga alla via quella ufficiale cattolica. Forse si suggerisce che la redenzione si può trovare anche e non solo fuori dalla chiesa. Approfondiamo. Boudet grazie alle sue teorie linguistiche si spinge persino a reinterpretare i testi della Bibbia tanto che, il tetragramma sacro JHWH, secondo lui, deriverebbe dai pronomi personali inglesi I HE WE YE.

Assurdo.

Ma abbiamo anche affermato che dietro all’assurdità, al nonsenso, esiste una sorta di sotto testo. Cosa ci dice questa affermazione dunque? Forse che l’immagine di Jahvè è una costruzione umana? Che si tratti di un Dio personale? Secondo alcune teorie[9], infatti, la figura di Jahvè deriverebbe da un Dio personale che proteggeva la famiglia di Abramo ed era un dio minore delle tempeste e degli eserciti. Jahvè, colui che è, è un Dio delle forme, un dio forgiato dalle necessità degli uomini che tutela gli aspetti limitanti della materia.  Ciò equivale a dire che rappresentare la divinità è una nostra costruzione mentale. E, infatti, Jahvè, è un dio fin troppo umano, dotato di tutti gli attributi umani quali potere, misericordia, arroganza e ira.

Anche Abele fa la stessa fine. Il nome del figlio di Adamo deriverebbe da to ape, ossia presentare l’immagine e hell inferno. In pratica, il suo nome significherebbe presentare l’immagine dell’inferno. Dopo quest’affermazione apparentemente incomprensibile, Boudet torna a parlare con tono normale, rientrando nei canoni dell’ortodossia cattolica.

Rimane questo strano accenno, un sasso gettato quasi a caso nel tranquillo stagno dell’ortodossia che, però, crea curiosi ed inquietanti movimenti….

Se come molti affermano, Boudet fu un semplice ed innocuo curato di campagna, mentalmente chiuso perché inserire questa traduzione in un contesto che mirerebbe a presentare una teoria storica senza per nulla cercare di intaccare la Santa Madre Chiesa? Perché inserire una frase che palesemente stona con l’apparente ortodossia del discorso? Forse non stona affatto, invece. Dubito fortemente che per sostenere le sue tesi linguistiche fosse indispensabile accennare ad una simile traduzione del nome di Abele. Abele è il prototipo della vittima, del giusto. Inoltre oramai ci è chiaro che dietro ogni frase non importa quando sconnessa o stravagante si celi un significato preciso.  Boudet sa benissimo cosa vuole comunicare, eppure accenna per poi smentire, suggerisce per poi negare. Dire e non dire: non è forse il modo migliore per comunicare una conoscenza proibita?

Chi ha orecchie per intendere intenda. E inserire una frase dissonante, in un discorso innocuo e religiosamente timorato, non è un modo per evidenziare l’affermazione stessa? Ciò è stato deliberatamente fatto per sottolineare ancor di più l’occulto messaggio che si cela nella spiegazione del suo nome. Ed è su di Abele presentato come immagine dell’inferno che si concentra volente o nolente, l’attenzione. Ed è proprio quell’immagine che spezza la logica narrazione dei fatti, fino a trasformare il nostro abituale stato cognitivo, offrendo la possibilità di utilizzare un altro schema mentale per osservare, forse per la prima volta, l’altra faccia della medaglia. Vive lì estraneo al resto dei commenti, ed in quella sua alterità che si trova il suo terribile potere distruttivo. Un’ombra ghignante che offusca la tranquilla armonia del paesaggio……

Credo che quello proposto da Boudet sia un messaggio altamente e deliziosamente eretico, qualcosa che può essere comunicato pertanto solo in modo nascosto. Dietro l’apparente ortodossia di Boudet, così come di Saunniere, vi è una sorta di marchio che appartiene all’anima stessa della Linguadoca: il marchio di Caino. E il marchio di Caino fa parte della tradizione gnostica.

Scrive Filippo Goti:

Colui che si cimenta nello studio dei testi gnostici, si può imbattere in una singolare inversione di ruoli, qualità e attribuzioni che colpiscono in maniera inesorabile, protagonisti, comparse, e divinità dell’antico testamento…l’impressione che il lettore poco accorto potrebbe ricevere è quella di essere dinnanzi ad un qualche gioco di specchi, intento a rovesciare le Verità in cui da sempre crede[10].

Ed è proprio questa l’impressione che si ricava leggendo quel passo di Boudet. Boudet, infatti, non fa altro che citare in modo sfuggente ma deciso, la tradizione gnostica, il modo in cui lo gnostico interpreta la creazione. E lo gnosticismo nella forma del catarismo domina, volente o nolente, la regione dell’Aude.

Per lo gnostico, la creazione non è il dono benigno di un Dio amorevole e saggio, bensì opera di un dio minore, arrogante e cieco: il demiurgo. L’uomo, creatura spirituale, in origine un angelo a forma e somiglianza del vero Dio, viene imprigionato nel corpo materiale da questo demiurgo, geloso di tanta perfezione. Il cosmo è frutto di un atto che, nel tentativo di ribadire il potere del demiurgo, tenta di parodiare la perfezione dell’ordine superiore. Per lo gnostico l’uomo non è padrone della creazione ma prigioniero e schiavo della materia, costretto ad ignorare la sua vera origine. Ed è questo modo di concepire il mondo come prigione che investe i personaggi della Genesi. Le narrazioni celebrative dell’atto creativo diventano, di riflesso, il verbo dell’avversario e chi si ribella al demiurgo (il dio creatore) viene innalzato a simbolo della verità che trionfa. Di conseguenza, i servi di dio, i giusti, diventano servi del male, immagini dell’inferno. Tra i pneumatici (i consapevoli dello spirito) che coraggiosamente si ribellano all’asservimento degli arconti ( i dominatori del mondo materiale), un posto speciale è riservato proprio a Caino, tanto che, da lui prese nome la comunità gnostica del II secolo (i cosiddetti cainiti). Caino e Abele, i figli di Eva e Adamo, tratteggiano i due mondi opposti della materia (Abele) e dello spirito (Caino). Due mondi che, pur interagendo, per la loro natura opposta si combattono e si annullano. La verità, la Gnosi, comporta l’allontanamento dalla carnalità, rappresentata dai sacrifici cruenti, simbolo delle emozioni basse di cui si nutre proprio la materia. Caino si presenta come la natura superiore dell’uomo, quell’angelo incarnato, legato all’armonia dei cicli naturali, visti come mezzo per incorporare e comprendere l’armonia del cosmo stesso quindi di Dio, mentre Abele diventa la natura inferiore, asservita alla materia, a quegli istinti aggressivi e compulsivi che legano sempre più l’uomo impedendogli l’ascesa verso lo spirito. Può lo gnostico accettare come Signore supremo, un’entità che pretende sangue dai suoi seguaci?

Che:

si riconosce in un popolo che, come rito di iniziazione, di appartenenza e di riconoscimento, necessita di sangue versato dall’organo sessuale di un bimbo, incosciente di quanto accade?[11]

Scontro di mondi, scontro tra culture, tra una fondamentalmente semita legata al sacrificio di animali al rito della circoncisione e la presenza di un’altra, legata a riti di diversa elevazione spirituale, estranea ai culti carnali del sangue e del sacrificio. E’ grazie all’omicidio di Caino, visto in chiave simbolica e iniziatica, la natura superiore, quella spirituale, trionfa sulla seconda, quella bassa, materiale, attirandosi però le ire delle potenze arcontiche, quelle che costantemente lavorano affinché l’uomo rimanga legato a questo mondo. Perciò Caino, l’emblema dell’uomo gnostico, nato da quello che, apparentemente appare come una trasgressione alla legge, è diverso fra i suoi simili, poiché trasgredendo la legge del Demiurgo, vive non grazie ai suoi sensi materiali, ma attraverso il marchio della gnosi, il segno di Caino.

Boudet era uno gnostico? Sicuramente da uomo colto quale era, conosceva le dottrine religiose gnostiche, tanto più che queste, lo ripeto, appartenevano di diritto alla terra dell’Aude.

Dato che Boudet fu un ecclesiastico, i suoi indizi vertevano su delicate questioni religiose che potenzialmente minacciavano l’autorità cattolica. Sia l’accenno gnostico, sia la reiterata enfatizzazione della tradizione celtica, mostrano come il messaggio fosse fortemente eretico. Si parla di un deposito di sapienza occulta che aspetta nel Nemeton (bosco sacro) il suo padrone.[12] Nella Vraie Langue Celtique troviamo principalmente due correnti sapienziali: esiste un legame tra le due?

CromlechIl Cromlech di cui parla Boudet, con il suo potere di trasformazione, assomiglia molto all’Athanor alchemico, capace di separare il pesante dal sottile, lo stesso obiettivo della gnosi. La tradizione interrotta (la lingua vivente) che qualcuno cerca con impegno di riannodare non può riferirsi alle tradizioni gnostiche? In fondo lo gnosticismo ha una genesi molto antica, tanto da poter far risalire le sue origini alle dottrine ermetico-egizie, allo zoroastrismo nonché all’induismo, con la sua convinzione di vivere in un mondo illusorio e pertanto fonte di sofferenza, in quanto offusca la vera conoscenza. Inoltre, come giustamente osservano Mariano Bizzarri e Francesco Scurria[13] sembra che questo Cromlech, sia intimamente legato alla resurrezione in vita.

E’ la rinascita il filo conduttore dell’opera di Boudet, sia che avvenga all’interno di uno spazio sacro (per i Celti un santuario non era necessariamente una ben definita struttura architettonica) sia che avvenga tramite la gnosi. Ed nella Linguadoca, gli spazi sacri abbondano, anzi, secondo Louis Charpentier, il suolo di Francia abbonda di luoghi dotati di strani poteri:

in grado di influenzare la vita degli uomini.[14]

Addirittura essi sarebbero contrassegnati dai monumenti megalitici, considerati i resti di un’antichissima civiltà: quella dei giganti. Era questo il messaggio occulto di Boudet? Era questo il suo progetto più ambizioso tramandare le conoscenze alternative per permettere all’uomo di evolversi? Oppure è tutta una fantasia e Boudet era davvero un innocuo parroco? O era soltanto un nostalgico della monarchia?

Non credo che Boudet fosse uno sciocco o un sempliciotto.  Si mostra, invece, un parroco molto erudito, particolare e spesso assurdo, dotato di una genialità che mal si adatta con la tesi dell’ottusità.. Che poi le sue convinzioni fossero molto forti non lo metto in dubbio. Metto solo in dubbio la natura di queste forti convinzioni. Inoltre credo anche che, la teoria di un Boudet esoterico non escluda a priori un suo coinvolgimento politico. Le teorie più ardite, alternative o anche segrete ben si adattano con il concetto di politica inteso non solo come sistema elettorale e organizzativo dello stato, ma soprattutto con un qualcosa che coinvolge la vita interiore della persona e del cittadino. Sono le idee che trasformano gli uomini che contribuiscono a creare nuove forme di aggregazione politica. Non solo. E’ dal cambiamento della società al suo interno che si rende possibile la sostituzione o la creazione di un nuovo assetto politico. Senza l’emergere di nuove istanze sociali spesso la modifica dell’organizzazione politica non è necessaria. Persino i dittatori e i creatori degli stati autocratici fondano le loro pretese di potere su degli input sociali ( basta pensare la Nazismo e al comunismo).

Henry Boudet fu un esoterico?  Appartenne a movimenti della corrente sotterenea che dava alla linguadoca quel colore particolare e che rese famosa la vicenda di Rennes le chateau?

Note:


[1]      Si stima a 5382 franchi d’oro, la somma pagata anticipatamente per pubblicare il libro.

[2]     La strana numerazione dà come risultato 11, se riconsidera la pagina 2 come la pagina 1 o addirittura 12, come i segni dello zodiaco, le lettere semplici dell’alfabeto ebraico o i merletti della torre Magdala, sottolineando come, la numerologia, rivesta una notevole importanza nell’enigma di Rennes.

[3]      Marc Questin, Tradizione magica dei Celti, Atanor, Roma, trad. Alessandra Pizzari pag 13

[4]     Renè Guenon, Il re del mondo,  Atanor, Francesco Zambon, Roma 1976.

[5]     Boudet, op. cit. pag. 100.

[6]     Lo stesso sistema utilizzato in alcuni testi da Jonathan Swift l’autore dei viaggi di Gulliver.

[7]      Giorgio Baietti, op.cit pag 108-109.

[8]     Vedere Giorgio Baietti op.cit. pag 110

[9]     C. Knigth, R. Lomas, op cit. pag

[10]   Filippo Goti, il caino gnostico, www.fuocosacro.it

[11]    [11]Filippo Goti, op.cit.

[12]   Boudet, op.cit. pag 264

[13]   M. Bizzarri, F. Scurria op.cit.

[14]     Louis Charpentier, i giganti e il mistero delle origini, Età dell’Acquario, Torino 2007, trad. Fiorella Buzzi.