Il Labirinto e la sua Signora

Un viaggio sopra e sotto la terra

di Daniela D’Amico

Westworld è una serie fantascientifica molto interessante anche perché si presta a varie letture e può essere fruita su diversi livelli. Chi cerca solo l’avventura e l’azione forse resterà deluso ma chi si lascerà guidare dagli indizi, ben distribuiti, come le molliche di pane di Pollicino, farà un viaggio straordinario.

Il viaggio in Westworld, è simboleggiato da un mitico Labirinto che, presto o tardi, tutti i personaggi si ritrovano a cercare, costretti o per scelta volontaria. Nello specifico, questo labirinto assomiglia moltissimo a quello della tribù nativa degli O’odham con l’unica differenza che l’omino stilizzato, invece di stare all’esterno, sta all’interno del Labirinto. L’androide Teddy spiega chiaramente che il Labirinto è un mito dei nativi e così, in effetti, è anche nella realtà. Per gli O’odham, si tratta della sede del dio creatore che ha lasciato andare l’uomo fuori dalla sua casa. Ma il viaggio non è a senso unico. Il viaggio terminerà solo quando l’uomo tornerà al suo interno.

Dunque il viaggio dentro e fuori dal Labirinto è un viaggio circolare, in qualche modo, un itinerario prestabilito le cui tappe corrispondono ai meandri del Labirinto stesso.

Questo viaggio di vita e morte ci riporta indietro nel tempo e ci consegna l’archetipo del Labirinto dall’altra parte del globo, a Creta. Qui troviamo un mito fondante dell’Occidente eppure, ne siamo sicuri, riusciremo a trovare riscontri con il mito del “selvaggio” ovest di oltre oceano.

Il nome stesso di Labirinto è il primo mistero, almeno all’apparenza. La prima spiegazione è che abbia a che fare con il termine Labrys, l’ascia bipenne che a Creta era raffigurata un po’ ovunque e che doveva rappresentare uno strumento importante nei riti religiosi dell’isola.

Allo stesso tempo, la radice della parola richiama Labra, Lauria ovvero caverna, antro. Non per niente, il Labirinto è una costruzione sotterranea per i Cretesi come per gli O’odham. Gli archeologi, spinti dagli storici ateniesi,  identificarono il Labirinto  con la struttura dei grandi palazzi, in particolar modo quello di Cnosso che spicca per la sua complessità. Il palazzo sicuramente doveva presentare più finalità, non solo luogo del potere politico ma anche religioso. Non dimentichiamoci che nel mondo minoico, ma possiamo dire antico in generale, il re incarnava entrambi gli aspetti.

Gli storici ateniesi, o meglio dire gli scrittori di miti, ci hanno lasciato un nome di re, in particolare, Minosse, che è diventato il re per eccellenza dell’isola di Creta. Proprio il suo nome svela la sua funzione sacerdotale dato che significa Beato. Più che un nome proprio doveva trattarsi di un epiteto riservato alla massima carica religiosa e civile e veniva attribuito a tutti coloro che ricoprivano questo ruolo. Il sommo sacerdote utilizzava l’ascia bipenne per colpire a morte le vittime sacrificali, uno strumento chiave per comprendere il significato del Labirinto.

L’ascia bipenne si trova presente nelle culture mediterranee da Creta alla Spagna passando per la Sardegna nuragica ma vive anche nell’Irlanda celtica, nel mondo vichingo e in Africa. Verrà utilizzata come strumento rituale per tutta l’era pagana fino alla fine dell’Impero Romano. In un primo tempo, essa veniva collegata al culto della Dea Madre ed era un simbolo astrale. La doppia ascia rappresentava le corna della dea, identificata con una vacca, una dea lunare le cui falci, calante e crescente, corrispondono alle due asce della bipenne. Tale dea si accompagnava a una divinità maschile, identificato in un toro e simbolo di luce, di sole.

Ed ecco che, nel nostro percorso, compare un altro personaggio tipico della mitologia cretese, il toro appunto. Colui che vive al centro del Labirinto, sotto forma di Minotauro. La sua storia, così come la conosciamo, è frutto di rielaborazioni posteriori da parte degli Ateniesi che per secoli furono rivali e succubi dei Cretesi e della loro potenza marittima. Così vediamo una principessa cretese sottomettersi a un principe ateniese, tradire la sua patria, la sua famiglia e venire poi abbandonata senza un’apparente spiegazione a missione conclusa. Ma da questa narrazione classica all’era del Labirinto sono passati secoli, popoli e culture si sono succedute nel Mediterraneo, le lingue sono cambiate e così la mente degli uomini. E poi è noto che la storia la scrivono i vincitori…

Torniamo ai nomi. Arianna, la purissima, richiama anch’essa una qualità sacra, molto simile a quella del nome Minosse. Arianna è la signora del Labirinto per eccellenza, colei che guida e salva, colei che possiede il filo per entrare e per uscire. Nell’iconografia, era rappresentata insieme ai serpenti e al toro e indossava sempre una corona.

I serpenti sono animali ctoni, legati al tema della rinascita, della circolarità del tempo e identificati dal loro andamento a spirale, sinuoso, mai rettilineo.

Del toro abbiamo già detto, simbolo astrale, era la controparte maschile della dea. Il simbolo delle corna che ancora adesso sopravvive come forma di scongiuro, richiamava soprattutto l’antichissima immagine del percorso della luna nel cielo. E ricorda Hathor, la dea vacca egizia, dea dalla nascita e della morte, che ogni giorno fagocita il sole per poi restituirlo dodici ore dopo.

Arianna fa parte di questa schiera anche se i Greci l’hanno declassata dal suo ruolo di dea a quello di ingenua principessa. Arianna è la signora che presiede al percorso del Labirinto, come ricorda un’iscrizione trovata proprio a Creta, un viaggio verso il centro e poi di nuovo verso l’uscita. Un viaggio per cui serve la sua guida femminile. Un viaggio che è, allo stesso tempo, nel cielo e sotto terra.

Il Labirinto cretese infatti è situato sotto terra ma ci sono chiari indizi che il suo percorso avesse a che fare con la volta celeste.

Il vero nome del Minotauro, innanzitutto, Asterio, lo stellato. I nomi non sono mai dati a caso nella mitologia anche se a volte è difficile ricostruirne il significato. In questo caso però non ci sono misteri. Dunque Asterio, colui che brilla come una stella, vive al centro del Labirinto, nel ventre della signora e, in teoria, non può uscirne. È l’omino stilizzato degli O’odham, il dio del Labirinto, è il sole che viene rinchiuso nelle profondità delle viscere della terra e poi ne esce, liberato e forte, come Teseo, grazie alla guida di Arianna. Gli Ateniesi ne hanno fatto un mostro. In effetti, tutti i personaggi del mito cretese hanno un’ombra di mostruosità. L’amplesso bestiale di Pasifae con un toro, la condanna di Minosse a divorare con dei serpenti fuoriusciti dal suo corpo le sue amanti, persino il desiderio sfrenato di Fedra per il suo figliastro e la sconsideratezza di Arianna nel fidarsi di uno sconosciuto venuto dal mare. Ma, appunto, gli Ateniesi, dopo secoli di tributi e umiliazioni, secoli in cui dovettero piegarsi al potere di Creta, scrissero queste storie e si vendicarono così dei loro antichi nemici.

I serpenti, il toro, la corona dicevamo.

Secondo il mito, quando Dioniso trova Arianna piangente sulla spiaggia di Nasso, decide di sposarla e le dona un diadema che poi viene trasformato nella costellazione della Corona Boreale. Essa presiede all’eroe addormentato nello Spiral Castle o nell’Isola di Vetro come il re Artù dei Celti. Ed ecco che ritorna il mito solare. Come? Quando il sole sorge nella costellazione del Cancro si ritrova prigioniero di uno spazio di cielo in cui le stelle sono disposte come una fitta spirale, come un Labirinto. Il sole ne rimane prigioniero ed è come morto. Riposa allora in una sede funebre identificata con la mitica Avalon finché la signora del Labirinto non lo risveglierà dal suo sonno  e lo farà uscire di prigione. Così i Celti, non toccati dal revisionismo storico degli Ateniesi, ci restituiscono il significato astrale del Labirinto.

Ma il nostro percorso non si ferma qui.

Nel mito ateniese c’è anche una danza, detta delle gru o del Labirinto. Una danza a spirale che ricorda appunto i meandri del Labirinto e ancora oggi sopravvive nel sirtaki. Arianna non è solo la signora del cielo che libera il sole dalla sua prigione, è anche la signora degli Inferi, colei che presiede ai cicli di nascita e morte individuali e universali. Non è un caso che nella tradizione tantrica il Labirinto è il simbolo del parto, del tortuoso e doloroso percorso del nascituro nel ventre materno.

Inoltre questo doppio aspetto, astrale e infero, ci ricorda le sorelle Inanna e Ereshkigal del mito babilonese. Sorelle ma anche aspetti diversi di una medesima natura. Inanna, dea della luna, era pura e splendente e, al tempo stesso, dea dell’amore sensuale, necessario a inaugurare il ciclo della vita. Ereshkigal, al contrario, era oscura e misteriosa, dea del seme che scompare nel terreno e ricresce trasformato, dea infera che custodisce il mondo ultraterreno. Questa coppia divina è legata da un vincolo di parentela difficile da districare con Nannar o Sin, il dio del Sole. Ancora una volta luna e sole insieme e, molto probabilmente, almeno al principio, era Nannar a derivare da Inanna. Questo movimento in su e in giù dei due astri nel cielo viene ancora oggi imitato dal movimento delle braccia della madre nel cullare il proprio figlio, nel fargli, appunto, la ninna nanna.

La sorella oscura è sposa del dio toro, guarda caso, finché esso non viene ucciso da Gilgamesh. In seguito dividerà il consorte Dumuzi, dio della vegetazione con Inanna. Un chiaro simbolo del ciclo della natura. Ancora una volta il linguaggio mitico non si fa intrappolare. Nell’antichità non c’era una religione agricola o una astrale, i due aspetti non sono antitetici ma si completano a vicenda.

Non abbiamo ancora investigato su un altro elemento sempre presente nel mito del Labirinto: il filo.

Si tratta dello strumento con cui Arianna aiuta Teseo a sfuggire ai meandri del Labirinto. Il filo ci rimanda ai cosiddetti miti tessili. Senza andare lontano, già nella mitologia greca ne possiamo trovare tre: le Moire, Penelope e Aracne, la donna ragno.

Le Moire erano tre sorelle di età diversa, figlie di Zeus e di Temi, la giustizia, che letteralmente filavano il destino degli uomini dalla nascita alla morte. Le corrispondenti latine erano le Parche che presiedevano alla nascita che dai Romani venivano anche chiamate Fate, cioè coloro che conoscono e dispensano il Fato, il destino ineluttabile.  Nella mitologia norrena esse sono invece le Norne che non solo tessevano il destino degli uomini ma lo sussurravano per mezzo delle rune. Norne infatti significa coloro che sussurrano ed erano rappresentate con delle rune incise sulle unghie. Il destino, infatti, non solo si fila ma si pronuncia a voce come faceva Naith, la dea egizia del telaio, la dea tessitrice delle bende delle mummie ma anche la dea artefice delle armature dei guerrieri. In lei è chiaro quindi il legame fra l’innocente telaio, simbolo delle arti femminili, e la guerra e la morte. Naith distribuisce non tanto la vita, con la sua sapienza, ma accompagna l’uomo verso la conclusione del suo viaggio che abbia lo splendore delle armi di guerra o il grigiore delle bende con cui si avvolgevano i defunti.

Lo stesso legame, meno manifesto, si ritrova nella dea Atena che nacque adulta e armata dalla testa di Zeus (Efesto la liberò con un colpo di bipenne, guarda caso). Atena era anche la dea delle arti femminili e il mito ci spiega che, grazie alla sua abilità al telaio, annientò la sua rivale, Aracne, che si vantava di essere più brava di lei. Più probabilmente Aracne è una versione più antica, ferina, della dea, poi edulcorata dai mitologi greci. Dee ragno si trovano in ogni parte del mondo, non solo in quello mediterraneo. Ancora una volta torniamo nel selvaggio ovest dove la dea ragno degli Hopi faceva da tramite fra gli dei e gli uomini, sussurrando loro il destino che gli era stato assegnato.

Per ultima Penelope. Regina di una minuscola isola in attesa di un marito perennemente assente? O dea consorte di un dio solare che attraversa il cielo infero per poi tornare nel giorno del solstizio infilando con i suoi raggi le dodici costellazioni del cielo superiore? A questo punto, conoscendo meglio il linguaggio del mito e avendo incontrato altre dee che aiutano con il loro filo i partner a ritornare indietro dai tortuosi meandri del Labirinto, la risposta possiamo anche darcela da soli.