L’architettura prediluviana dell’Antico Egitto

L’Alba della prima Civiltà

di Filippo Bardotti

Secondo la storiografia ufficiale nella Valle del Nilo intorno al 3100 a.C. nacque, con l’avvento della Prima Dinastia faraonica, la civiltà egizia. Tuttavia alcuni ricercatori sono convinti che le tracce più antiche di qImmagine 1uesta magnifica civiltà siano in realtà ascrivibili ad un popolazione tecnologicamente molto avanzata che abitò la fertile ed accogliente Valle del Nilo sin dai tempi più remoti. Come dimostrato nel mio recente libroL’Alba della Civiltà: dall’Indonesia alla Turchia le prove definitive per risolvere il mistero sull’origine della civiltà” (Anguana Edizioni 2015) (Immagine 1), questo antico popolo era presumibilmente guidato con estrema saggezza e giustizia da uomini-dèi, o per meglio dire “dèi viventi”, un élite di sacerdoti-astronomi portatori di Sapere e Conoscenza, e le cui testimonianze materiali solo nel corso degli ultimi decenni stanno gradualmente emergendo dalle sabbie del tempo.

L’Osireion di Abido

Immagine 2Tra gli innumerevoli templi in rovina dell’antico Egitto, l’Osireion si distingue non solo per l’ottimo stato di conservazione ma anche per la squisita fattura dei numerosi rilievi che ornano i suoi torreggianti muri. Situato ad Abido, 12 chilometri ad ovest del corso del Nilo, questo è il tempio è stati ricondotto dagli egittologi a Seti I, sovrano della XIX Dinastia che regnò sull’Egitto dal 1306 al 1290 a.C.

Noto in primo luogo come padre del più conosciuto Ramesse II (1290-1224 a.C.), il faraone dell’Esodo biblico, il suo tempio di Abido era dedicato ad Osiride, il “Signore dell’Eternità”, nei cui nei Testi delle Piramidi si diceva:

«Sei andato via, ma tornerai, hai dormito, ma ti sveglierai, sei morto, ma vivrai…Recati al corso d’acqua, risali la corrente…viaggia intorno ad Abido in questa tua forma di spirito che gli dèi ordinarono ti appartenesse».

Tuttavia per meglio comprendere l’importanza della figura di Osiride è quanto mai opportuno conoscere meglio ripercorrendo le principali tappe del suo mito. Nello specifico l’esposizione più esauriente del mito originario è fornita da Plutarco, storico di origine greca vissuto nel I secolo d.C., e narra che, dopo aver portato i doni della civilizzazione al suo popolo, insegnandogli ogni genere di pratiche utili, abolendo il cannibalismo e i sacrifici umani e dotandolo del primo codice di leggi, Osiride lasciò l’Egitto e viaggiò per il mondo per portare i benefici della civiltà anche alle altre nazioni. Non costrinse mai i barbari che incontrò ad accettare le proprie leggi ma cecò sempre di convincerli con il ragionamento, trasmettendo poi i propri insegnamenti per mezzo di inni e canti. Tuttavia durante la sua assenza 72 uomini della sua corte tramarono contro di lui, campeggiati dal cognato Seth. Al suo ritorno i cospiratori lo invitarono a un banchetto dove misero in palio un magnifico forziere di legno ed oro per quel commensale al cui corpo l’interno si fosse adattato alla perfezione. Osiride non sapeva che il forziere era stato costruito su misura per lui. Perciò, quando gli ospiti cercarono uno alla volta di entrarvi, non ci riuscirono. Osiride, invece, si distese comodamente al suo interno. Ma non fece in tempo ad uscire che i cospiratoti inchiodarono il coperchio e gettarono il forziere nel Nilo. Ma, anziché affondare come previsto, si allontanò rapidamente galleggiando fino a raggiunger il mare.  A questo punto intervenne la dea Iside, moglie di Osiride, che ricorrendo a tutte la arti magiche a sua disposizione, trovò il forziere e lo nascose in un luogo segreto. Ma Seth, il suo malvagio fratello, mentre era a caccia nelle paludi lo trovò, lo aprì e in preda ad una furia selvaggia tagliò il corpo del re in 14 pezzi che sparse tutt’intorno. Ancora una volta Iside partì in soccorso del marito: costruì una piccola barca di papiro ricoperta di canne e si avviò sul Nilo alla ricerca dei resti. Quando li ebbe trovati fece dei potenti incantesimi per riunire le parti smembrate in modo che il corpo riacquistasse la forma primitiva cosicché Iside, assumendo la forma di nibbio, si abbassò sul suo fallo per riceverne il seme. Così fu concepito Horus, che divenne adulto e si vendicò di Seth, soggiogandolo e restaurando il regno terreno del padre. Magicamente le sue azioni consentirono ad Osiride di subire un processo di rinascita astrale per diventare dio dei morti e re dell’oltretomba (Signore del Duat), e da quelle regioni, narra la leggenda, tornando di quando in quando sulla terra nelle sembianze di un uomo mortale. È quindi sulla base si questo mito archetipo che gli egizi elaborarono la tradizione secondo la quale ogni faraone si identificava direttamente nella vita con il dio Horus e nella morte con il dio Osiride e contemporaneamente sempre con Ra, il sole, di cui I Testi delle Piramidi dicono che «Horus ha fatto sì che tu racchiuda tutti gli dèi del tuo abbraccio».

Immagine 3Il mito dello smembramento del suo corpo ha fatto sì che si sviluppassero dei culti delle reliquie di Osiride in diversi distretti del paese tra i quali Abydos, Busiris, Menfi e Philae. E proprio ad Abydos spettò il primato di possedere la reliquia forse più importante: la testa del Dio. La reliquia era custodita in un feticcio ligneo dall’aspetto obsoleto: alla sommità di un palo era fissato un contenitore bucherellato dalla forma a campana, in cui giaceva la testa della divinità. Purtroppo tutte le reliquie di Osiride sono andate perdute, così come la sua mitica tomba. È quindi ben evidente il motivo per cui tutti i rilievi presenti all’interno del Tempio di Abidos ricordassero da vicino la figura di Osiride: rilievi raffiguranti il re civilizzatore, sul cui capo vi erano una gran varietà di corone piuttosto elaborate, nel suo ruolo di dio dei morti insediato sul trono e accompagnato da Iside, la sua bella e misteriosa sposa.

Inoltre all’interno del tempio vi erano alcune importanti iscrizioni recanti quali l’elenco dei 120 dèi dell’Antico Egitto congiuntamente ai nomi dei loro principali templi. Altresì era presente l’elenco dei nomi dei 76 faraoni che avevano preceduto l’avvento di Seti I sul trono, iscritti all’interno di cartigli ovali (“Elenco dei re di Abido”). Questa tavola ricopre un arco di tempo di quasi 1600 anni, dal 3.000 a.C. circa al 1.300 a.C., regno di Seti I, ed era una testimonianza eloquente della continuità della tradizione che rappresenta la convinzione, o il ricordo, in un passato molto remoto dell’esistenza di un Primo Tempo governato da dèi e semidei.

Dietro al tempio di Seti I, fu rinvenuta una grande costruzione sotterranea associata sin dai primi documenti scritti ad Osiride e definita dallo storico greco Strabone, che visitò Abido nel I secolo a.C.:

«…una costruzione eccezionale realizzata in massiccia pietra…contenente una sorgente situata a grande profondità, di modo che la si raggiunga scendendo per gallerie dal soffitto a volta costituite da monoliti di eccezionali dimensioni e fattura. Un canale conduce dal grande fiume a quel luogo…».

Immagine 4Qualche centinaio di anni dopo la visita di Strabone, quando la religione dell’Antico Egitto fu soppiantata dal nuovo culto cristiano, il limo del Nilo e le sabbie del deserto cominciarono ad accumularsi nell’Osireion, riempiendolo centimetro dopo centimetro, secolo dopo secolo, finché non fu completamente dimenticato sino all’inizio del XX secolo, quando gli archeologi Flinders Petrie e Margaret Murray lo riscoprirono, sebbene fu riportato completamente alla luce solo nel corso delle campagne di scavo condotte  nel 1913-1914 dal professor Naville che, del tutto esterrefatto dalla scoperta, in un intervista rilasciata al Times esclamò:

«Scoprimmo una costruzione gigantesca lunga circa 60 metri e larga 22, eretta con le pietre più enormi che siano mai state viste in Egitto. Lungo i quattro muri di cinta si aprono delle celle, diciassette in tutto, alte quanto un uomo e senza decorazioni di sorta. L’edificio vero e proprio è suddiviso in tre navate, di cui quella centrale è più larga rispetto alle due laterali, da colonnati costituiti da enormi monoliti di granito che sostengono architravi di analoghe proporzioni».

Inoltre Naville commentò alquanto sconcertato un blocco che gli capitò di misurare nell’angolo della navata settentrionale dell’edificio, un monolite dalla lunghezza di oltre 7,5 metri. Ugualmente sorprendente era il fatto che le celle scavate nei muri perimetrali non erano pavimentate ma, come si scoprì, erano piene di sabbie e terra sempre più bagnate:

«Le celle sono collegate da uno stretto aggetto largo tra 60-90 centimetri; anche dalla parte opposta della navata c’è un aggetto, ma niente che assomigli ad un pavimento, e scavando fino ad una profondità di 3,5 metri trovammo delle infiltrazioni d’acqua. Neanche sotto la grande porta c’è un pavimento, e quando era lambita dall’acqua probabilmente si raggiungevano le celle con una piccola barca».

L’edificio si trova a circa 15 metri sotto il livello del tempio di Seti I e vi si accede attraverso una scala che descriveva una curva sud-est che conduce ad una monumentale porta in pietra realizzata con blocchi ciclopici di granito ed arenaria. Superato l’ingresso si accede ad un enorme piattaforma rettangolare in arenaria dalle dimensioni di 2,5×1,20 metri, e alle cui estremità una scala portava ad una profondità di circa 3,5 metri sotto il livello dell’acqua, che formava un’isola rettangolare al cui centro sono state scavate due vasche, una rettangolare e l’altra quadrata  (Immagine 2).

La piattaforma sorreggeva anche i due massicci colonnati menzionati da Naville, ciascuno dei quali consisteva in 5 tozzi monoliti di granito rosa, larghi circa 2,40 metri, alti 3,60 metri e con un peso medio di 100 tonnellate. Sulla cima di queste colonne megalitiche vi erano alcuni aggetti di granito la cui presenza lascia ipotizzare come in origine l’edificio fosse interamente coperto da una serie di lastroni monolitici affiancati e sistemati orizzontalmente.

L’isola di pietra era circondata da un fossato pieno d’acqua largo circa 3 metri e racchiuso da immensi perimetrali larghi circa 6 metri costituiti da grandi blocchi di arenaria rossa disposte come le tessere poligonali di un puzzle. Proprio nell’enorme spessore di questo muro erano ricavate le 17 celle (sei a est, sei a ovest, due a sud e tre a nord). Di fronte alle tre celle settentrionali c’era una lunga camera trasversale, con il soffitto e le pareti di pietra calcarea. Una camera trasversale simile, anch’essa di calcare ma senza più il tetto integro, si trovava immediatamente a sud della grande porta. Infine, l’intera costruzione era circondata da un muro esterno in pietra calcarea che completava così la serie di rettangoli infilati gli uni negli altri, ossia, procedendo dall’esterno verso l’interno: muro, fosso, fossato, plinto (Immagine 3).

Sebbene Naville nella sua relazione sostenesse come l’Osireion fosse la costruzione più antica mai individuata nella terra d’Egitto, al termine della Prima Guerra Mondiale il sito fu nuovamente oggetto di indagini archeologiche, questa volta condotte dal professor Henry Frankfort, docente di Antichità Preclassiche presso l’Università di Londra, ed anche in questo caso, come già accaduto con le Piramidi ed il complesso della Sfinge, l’individuazione di alcune iscrizioni ed un frammento di terracotta recante la scritta «Seti è al servizio di Osiride», fu sufficiente a considerare l’ipogeo come il cenotafio di Seti I.

Tuttavia, a mio modo di vedere, le prove sono molto fragili, e consentono di ipotizzare come l’azione del padre di Ramesse II si fosse limitata ad un restauro ed ampliamento di una struttura già esistente da molti millenni. D’altra parte una prova a sostegno di quest’ipotesi proviene dalla stessa architettura dell’Osireion che presenta molti elementi comuni con il Tempio della Valle di Chefren ed il Tempio della Sfinge. In questo senso Naville osservò come tale somiglianza «dimostrava che [l’Osireion, il Tempio della Valle di Chefren ed il Tempio della Sfinge] appartenevano alla stessa epoca, quando si costruiva con pietre enormi». Similarità che, secondo West, sono ben evidenti anche sugli enormi blocchi monolitici dell’Osireion che presentano i segni inconfondibili dell’azione erosiva della pioggia a cui potevano essere stati esposti in quantità sufficienti solo nel periodo compreso tra il 12.000-10.000 a.C., il Primo Tempo o Zep Tepi, momento in cui la terra d’Egitto, che oggi è un deserto, era una lussureggiante savana.

Conseguentemente una datazione così precoce dell’edificio invaliderebbe anche il riconoscimento dell’ipogeo quale cenotafio di Seti I. In questa direzione la stessa Margaret Murray rimase sino alla fine dei suoi giorni convinta che l’Osireion:

«Fu eretto per la celebrazione dei misteri di Osiride, e finora è unico tra tutti gli edifici superstiti in Egitto…È chiaramente antico poiché i grandi blocchi con cui è costruito appartengono ad uno stile molto remoto…anche la semplicità della costruzione vera e propria la fa risalire a quell’epoca remota. Le decorazioni da Seti I, il quale ne rivendicò così la costruzione, ma vista la frequenza con la quale i faraoni avocavano a sé le opere dei predecessori apponendovi il proprio nome, questo fatto non ha grande importanza. Sono lo stile dell’edificio, il tipo di muratura, la lavorazione della pietra e non il nome di un re, a datare la costruzione in Egitto».

D’altra parte l’ipotesi della Murray non è assolutamente casuale poiché gli antichi testi raccontano che il sepolcro di Osiride si trovava su un’isola alla quale potevano accedervi solo i sacerdoti del dio. In questo senso è possibile ipotizzare come gli antichi architetti elaborarono un complesso monumentale che doveva ricordare quanto più possibile il luogo della sepoltura della divinità, l’enorme piattaforma di arenaria dalla forma rettangolare circondata da un fossato pieno d’acqua può essere infatti assimilata ad un’isola, e che ricordasse altresì il colle delle origini, la “Collina Primordiale”, che sorse dalle acque del Nun nel giorno della Creazione operata dal dio Atum.

È del tutto evidente che l’architettura egizia nel suo complesso nasconda ancora molti misteri lungi dall’essere svelati. Nello specifico per la costruzione dell’Osireion, al pari di molte altre strutture, sono stati utilizzati giganteschi blocchi monolitici di granito o calcare uniti gli uni agli altri con precisione millimetrica, non lasciando alcun dubbio sulle notevoli competenze scientifiche e tecnologiche in possesso degli antichi architetti che progettarono il maestoso complesso.

Filippo Bardotti

Dottore di Ricerca in Archeologia, da anni si occupa di studi inerenti i molti misteri ed enigmi riguardanti l’origine delle antiche civiltà. Collaboratore delle più importanti riviste di settore quali Archeomisteri e Fenix, ha da poco pubblicato il volume L’Alba della Civiltà: dall’Indonesia alla Turchia le prove definitive per risolvere il mistero sull’origine della Civiltà (Anguana Edizioni 2015)