Le “linee” di Nazca e i nuovi geoglifi amazzonici

Mentre si tentano nuove spiegazioni  sul significato di Nazca, dalle zone disboscate dell’Amazzonia affiorano geoglifi mai visti prima, e non sono soli!

di Enrico Galimberti pubblicato sulla rivista X Times febbraio 2011

Nelle ultime settimane circolano in rete articoli dal titolo “Svelato il mistero delle linee di Nazca”. I sottotitoli delle varie fonti sono: “niente ufo, erano una mappa per trovare l’acqua potabile”, “ma quali ufo…”, “niente alieni…” e così via. Il testo è il solito copia-incolla senza alcun tentativo di analisi critica.

Secondo David Johnson di Poughkeepsie, nello Stato di New York, che si occupa di un nuovo progetto di studio delle linee di Nazca, è molto probabile che le linee fossero una specie di segnalazione che serviva per comunicare agli antichi abitanti delle zone dove fossero localizzati i pozzi e gli acquedotti. Il ricercatore spiega come le varie figure geometriche abbiano ognuna un preciso significato: per esempio i cerchi indicherebbero la presenza di sorgenti e le linee i percorsi delle acque sotterranee e così via.

Ho deciso allora di recarmi, virtualmente, sul posto. 

Ci troviamo nel deserto di Nazca, un altopiano arido che si estende per una cinquantina di chilometri tra le città di Nazca e di Palpa, nel Perù meridionale. Sorvolando la zona si vedono al suolo oltre 13.000 linee che vanno a formare più di 800 disegni tra cui figure geometriche e pregevoli raffigurazioni naturalistiche (uccelli, piante, mammiferi…)

Furono realizzate, secondo gli archeologi, in un periodo compreso tra il 300 a.C. e il 500 d.C. e sono state attribuite (per via di indizi archeologici e di ritrovamenti nelle zone vicine) alla cultura Nazca, anche se non vi sono prove certe di tale correlazione.

Furono realizzate in negativo, rimuovendo dal suolo le pietre scure (per via dell’ossido di ferro) e liberando la superficie sottostante più chiara che in tempi ancor precedenti doveva essere, secondo i geologi, parte del letto del fiume Rio Grande di Nazca. E’ in quelle zone infatti che si trova la maggior concentrazione di “geoglifi”, ovvero, disegni sul terreno.

I riflettori si accesero sul mistero di Nazca nel 1927, quando Mejía Xesspe ipotizzò di aver ritrovato le tracce di antiche strade e si cominciarono e sorvolare le zone rendendosi conto che per moltissimo tempo nessuno si era accorto della presenza di quelle figure, vere e proprie opere d’arte.

Le ipotesi fatte fino ad oggi sono molte: quelle ufologiche parlano di “piste di atterraggio” di navi spaziali, le ipotesi astronomiche associano le figure alle costellazioni, le ipotesi antropologiche rimandano a culti religiosi, quelle geologiche si focalizzano sull’acqua. Ed è in quest’ultimo filone di ricerca che si innesta il lavoro di David Johnson, un’ipotesi comunque interessante e che merita attenzione, per quanto il mio parere sul mistero in questione sia ben lungi da essa.

In realtà non è affatto il primo ricercatore che affronta il tema dell’acqua. Il primo studio fu dell’equipe di archeologi Markus Reindel (della “Commissione per le culture non-europee” dell’Istituto Archeologico Tedesco) e Johnny Isla (dell’Istituto Andino di Ricerche Archeologiche). Secondo loro gli abitanti della zona desertica  disegnarono sul suolo le figure che ben conosciamo per fini rituali e propiziatori.

Johnson però si discosta dalla precedente teoria, concentrandosi sulle acque sotterranee più che su quelle in superficie. Nella zona sismica del deserto infatti si sarebbero formati pozzi, sorgenti e corsi d’acqua sotterranei di cui gli antichi dovevano essere a conoscenza e che dovevano essere localizzabili. Nei pressi di alcuni pozzetti, infatti, sono stati ritrovati oggetti votivi.

Le linee di Nazca sarebbero allora una mappa idrogeologica ante litteram. Così, ad esempio, quando si incontra un trapezoide significa che lì vicino esiste (o esisteva) un pozzo; i cerchi sarebbero stati disegnati in prossimità di fontanelle o sorgenti. E così anche le grandi figure degli animali. Il colibrì, ad esempio, una delle immagini più affascinanti, indicava con il suo becco dove si trovava un pozzo.

Ed è qui che il ragionevole dubbio di cui, ahimè sono affetto, ha preso la parola. A che serve spendere tempo ed energie per disegnare una figura di 94 metri di lunghezza e 66 di larghezza per indicare con la piccola punta del becco la presenza di un pozzetto? Se si tratta di linee si potrebbe pensare a sentieri e percorsi e magari ritenerli rappresentazione di una corrente nel sottosuolo. Ma le figure del ragno (45 metri di lunghezza), della scimmia (135 metri), del pellicano (300 metri!)? Il collo del pellicano, sul terreno piano, è un lungo e tortuoso sentiero fatto di anse. Tutti noi sappiamo che la linea retta è il modo più breve per unire due punti nello spazio.

Che Johnson abbia scoperto l’acqua è alquanto improbabile. Di figure enormi disegnate al suolo non ce ne sono solo in Perù. Che dire del Cavallo Bianco di Uffington (3000 anni fa), del Gigante di Cerne Abbas, o del Long Man di Wilmington o ancora dell’uomo di Maree in Australia?

Nazca ci va stretta. Decidiamo allora di continuare il nostro viaggio virtuale, prendendo quota dalle piste nel deserto e salendo fino a poter disporre della Terra come di un grande mappa su cui tracciare le X. Per poter studiare un mistero archeologico e capirne il significato, occorre essere in grado di catalogare i casi simili che molto spesso si trovano in zone del mondo tra loro lontanissime nonché diverse per caratteristiche topografiche e culturali. L’importante, caro Johnson, è vederli e tenerne conto.

Non lontani dal Perù, nella Bolivia occidentale, incontriamo le linee di Sajama, meno famose di quelle di Nazca, ma che formano una rete che copre una zona ben 15 volte più estesa. Il metodo di realizzazione (iniziata 3000 anni fa) è lo stesso utilizzato nel deserto: veniva spostata la vegetazione superficiale e si lasciava affiorare la superficie più chiara delle pietre sottostanti. Ma qual era lo scopo originario e, anche qui, chi le ha originariamente progettate?

Gli archeologi ci possono spiegare il come, ad esempio con la teoria recente secondo cui gli antichi popoli pre-colombiani erano in grado di utilizzare dei rudimentali palloni aerostatici con cui sollevarsi da terra di alcuni metri. Ma non ci sanno dire perché. E a noi quello interessa.

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Mentre mi accingevo a scrivere questo articolo, di ritorno da Firenze dove ho preso parte a un servizio sulla clipeologia per la trasmissione televisiva Mistero, dall’amico Claudio Contorni dell’Associazione Mizar ho ricevuto una segnalazione: da alcune zone disboscate della foresta amazzonica tornano continuamente alla luce decine di figure di grandi dimensioni e molto simili alle linee di Nazca.

Ci troviamo in Rondonia, stato brasiliano collocato all’estremo nord-ovest del paese, confinante con gli stati di Acre, Amazonas, Mato Grosso, e con la frontiera boliviana. E’ una delle zone più fortemente aggredite e stuprate per la sete della nostra Civiltà che ne sfrutta le risorse e ne risucchia le foreste. Dagli anni settanta del secolo scorso, con l’avvio della deforestazione (crimine contro l’umanità N.d.A.), hanno cominciato ad affiorare oltre 300 geoglifi, su una fascia di quasi 500 chilometri quadrati.

In ottobre, durante la costruzione di una strada ne sono stati individuati altri cinque. Anche qui, come in Bolivia, si tratta di forme geometriche che ostentano perfezione in aperta sfida con le asperità del terreno: trapezi, rettangoli, quadrati e cerchi (spesso concentrici), di centinaia di metri per lato. In questo caso sono realizzati anche con fossi profondi fino a due metri.

Non si conoscono gli autori, la Civiltà e la cultura che li hanno realizzati e a differenza dei casi precedentemente descritti non vi sono altri reperti o manufatti che possano dare un significato alla loro presenza o indicare un’epoca per la loro progettazione. La foresta amazzonica è indubbio che nasconda moltissimi segreti ancora da scoprire e magari alcune risposte, ma se il costo da pagare è l’abbattimento di un intero ecosistema, è forse meglio che le cose restino per una volta nascoste, nostro malgrado.

Quali possono essere i significati di un progetto che coinvolge gran parte dell’America Latina e molte altre zone del mondo? Quali i collegamenti? Chi utilizza la superficie terrestre come una tabula rasa su cui imprimere messaggi cifrati?

Le ipotesi si susseguono, si accavallano, si escludono ma ce ne sono due che secondo me devono convivere in perfetta non contraddizione: archeoastronomia e paleoastronautica.

Stupisce il fatto che, così come le Piramidi in Egitto, le popolazioni di quei luoghi (alcuni ora disabitati) già pochi secoli dopo la realizzazione dei geoglifi non sapessero dire con esattezza chi li avesse prodotti e perché. I contadini si limitarono soltanto a riutilizzarli per ingraziarsi gli déi e per ottenere da loro fertilità, aiuto e protezione.

Le risposte sono da ricercare proprio nel valore sacrale attribuito ai luoghi del mistero. Per noi che ci occupiamo di Archeologia Misteriosa e Paleo-astronautica, la maggior parte delle tradizioni religiose che tramandano di déi colonizzatori provenienti dal cielo sono collegate agli Esseri che viaggiano nel Cosmo e anche nello “spazio fra gli spazi”, come nel caso dei Maya Galattici, veri e propri viaggiatori infra-dimensionali.

E’ ormai comprovato, anche dalle Università di Archeoastronomia e da scienziati indipendenti, che i siti archeologici sono spesso selezionati in base a orientamenti astronomici calcolati alla perfezione e progettati per poter rispecchiare in Terra l’ordine celeste (“così in cielo così in Terra” N.d.A.). Come le Piramidi in Egitto, secondo Robert Bauval disposte a disegnare l’esatta disposizione delle stelle della costellazione di Orione, di Sirio e della Via Lattea (il Nilo), così il famoso Ragno di Nazca sembrerebbe riproporre la stessa Costellazione. Numerose tradizioni rimandano a Orione, come se attorno ad una di quelle stelle ci fossero le risposte che tanto andiamo cercando su chi sono davvero gli déi e da dove provengano. C’è poi il pellicano, allineato in modo che il becco punti, nei giorni tra il 20 e il 23 giugno, al luogo in cui nasce il sole.

Ricordate il Film Stargate? Il Sole come distintivo del nostro pianeta. Le Stelle come casa degli dèi? E’ costante in tutto il pianeta e in ogni epoca, l’adorazione del Sole e contemporaneamente delle stelle, della Terra e del Cielo, dell’alleanza tra Uomini e Dio. Nell’Enneade di Heliopolis, Cielo (Nut) e Terra (Geb)  erano sempre abbracciati fino a che l’Aria, Shu, intervenne a separarli. Un cordone ombelicale unisce la Terra al Cielo e non credo solo in senso metafisico.

Secondo le tradizioni dell’America Latina gli déi scendevano dal cielo a bordo di canoe volanti, per molti versi simili alle barche egizie del sole, ai Vimana dell’India o agli Scudi Ardenti romani o ancora ai Carri di Fuoco della Bibbia. Le linee di Nazca potrebbero però non essere piste di atterraggio, perché ritengo riduttivo pensare che le tecnologie aliene di Esseri in grado di piegare il tempo e lo spazio superando il limite della materia possano somigliare alle nostre primitive tecnologie di aviazione, necessitando di aeroporti o quant’altro.

Ad ogni modo ritengo che nei geoglifi ci sia la precisa intenzione dei popoli antichi di mandare segnali al cielo, nella convinzione che gli déi possano riconoscere quelle zone e farvi ritorno nel giorno della nuova venuta. E non déi in senso figurato come ritengono gli archeologi.

E forse il messaggio più chiaro sta proprio in una incisione particolare di Nazca, dal nome molto evocativo: l’Astronauta.