Le origini del Merletto

Che cos’è il Merletto?
Riapre il museo di Burano

a cura di Mary Falco

La leggenda narra che un giovane marinaio veneziano portò in dono da mari lontani alla sua amata un’alga marina e che lei, volendo conservare per sempre il caro ricordo, ne copiò esattamente i delicati contorni, e i trafori, usando del semplice filo.

Il merletto ad ago nasce a Venezia nella seconda metà del XV sec. tra le nobildonne che esprimevano così la loro creatività; è di quell’epoca, infatti, il primo documento in cui si cita il “punto in aire”. Il ricamo necessita di un disegno su carta, che è appoggiato sulla stoffa e i cui contorni sono passati a punto filza doppio. Inutile dire che questa “orditura”era eseguita a mano, ora si fa a macchina, perché a lavoro ultimato è eliminata. Sul supporto cartaceo s’inizia il lavoro, tendendo il filo tra l’orditura ed eseguendo il punto asola. In seguito si lavorano i collegamenti che legano e riempiono gli spazi tra le forme. Il “Punto Venezia” così chiamato perché ricorda i ponti della città. Si contorna poi il lavoro con il rilievo, cioè un filo più grosso è fissato con minuscoli punti da un filo sottilissimo tutt’intorno ai contorni del disegno. In certi punti del merletto si possono fare degli smerli. Infine si stacca il lavoro, tagliando il filo di ordito tra la carta e la stoffa, si pulisce il merletto dai fili rimasti e se necessario si uniscono i pezzi eseguiti separatamente.

Ci sono varie fasi di lavorazione, che impiegano personale più o meno esperto ed è molto probabile che accanto alle gentildonne ideatrici, trovassero impiego via via esecutrici più modeste, anche perché il disegno può essere composto di più pezzi. Una forte spinta alla sua diffusione fu data dalla dogaressa Morosina Morosini, moglie di Marino Grimani, incoronata dogaressa nel 1597 che, innamoratasi dell’arte del merletto, riuscì ad ottenere la promulgazione di leggi protettive e l’istituzione nel 1595 del primo laboratorio di merlettaie, nel quale trovarono impiego 130 lavoratrici e la cui produzione serviva in parte ad aumentare il corredo personale della dogaressa, in parte per essere inviata in dono alle sue amiche nelle più prestigiose corti d’Europa. Alla sua morte il laboratorio fu chiuso, ma l’arte del merletto continuò a vivere attraverso le mani delle più brave merlettaie.

La richiesta di trine vaporose portò alla trasformazione del merletto ad ago, che abbandonò i grossi rilievi per una leggera rete di fondo, denominata più tardi merletto di Burano, per distinguerlo dal classico merletto di Venezia. Il “Punto Burano”è infatti una rete eseguita con filato sottilissimo che ricorda la rete dei pescatori, mentre l’isola fu uno dei suoi centri di diffusione.

Nel ‘500 e nel primo ‘600 furono pubblicati a Venezia, da parte di famosi incisori, molti modellari, “libri di disegni per merletti” Alla fine del XVI sec. i merletti divennero accessori di moda molto importanti e quindi iniziò una produzione di enormi proporzioni a Burano. Venezia esportava in tutta Europa e aveva commesse anche dal re di Francia Luigi XIV, tanto che per la sua incoronazione sfoggiava un originale e prezioso collare di merletto che faceva spicco sul suo mantello, eseguito da abilissime merlettaie di Burano in due anni di paziente lavoro.

Nell’ultimo quarto del XVIII sec., nel periodo di decadenza politica e di crisi economica, anche il merletto tornò ad essere un’occupazione domestica. L’arte s’era comunque estesa dalle nobildonne che lavoravano ai propri corredi, alle fanciulle allevate nei vari istituti di carità, che con questi lavori si guadagnavano da vivere.

Se le prime erano vere e proprie virtuose dell’ago, negli istituti s’andò diffondendo il più rapido pizzo a fuselli, che era arrivato in Italia verso gli inizi del 1400 probabilmente dalla Magna Grecia e dall’Asia minore, e si sviluppò in molte città, evolvendosi in stili e modelli diversi che ancora oggi caratterizzano le varie lavorazioni come ad esempio: Milano, Genova, Cantù e Venezia, con l’isola di Pellestrina e la vicina Chioggia. Le famosissime “Baruffe chiozzotte” di Goldoni s’aprono per l’appunto su un campo dove le donne, attendendo i mariti pescatori, lavorano a fuselli …  la lavorazione del merletto a fuselli nell’isola di Pellestrina è documentata fin dalla metà del XVI secolo, diventandone un po’ la caratteristica, come il pizzo d’ago era la specializzazione di Burano e va detto che se in città il pizzo è un lusso, nelle isole diventa presto un buon sostegno per la famiglia di fronte all’imprevedibilità del mare!

Questo pizzo è caratterizzato dal sinuoso contorcersi di un nastrino continuo, compatto, a tratti traforato, con elementi floreali stilizzati, simile ad una filigrana: la “bisetta”in gergo. Il nastrino è appoggiato al disegno solo nei punti dove è segnato un occhiolino, negli altri fa da sé, ed è come una treccia di dieci o dodici fili sostenuta nelle rapide voltate da un filo che la costringe internamente, mentre all’esterno si sviluppa dilatandosi secondo la legge naturale. La lavorazione è fitta, tale da copiare il più famoso punto piatto del merletto ad ago, fissata al disegno solo raramente, mentre le barrette a due fili collegavano le volute. Gli elementi decorativi venivano creati senza interrompere la “bisetta”: con alcuni fili del nastrino stesso si delineava il motivo per poi completarlo ritornando indietro e proseguendo la lavorazione del nastrino.

Oggi la tecnica è rimasta pressoché immutata pur con soluzioni e accorgimenti nuovi.

Nel corso del ‘500 si diffuse poi in tutta Europa, contrastando per certi aspetti il più difficile ricamo ad aghi, finché anche la trina a fuselli divenne a poco a poco un segno di distinzione e un simbolo di ricchezza e potere: colletti, polsini, cuffie, fazzoletti e a volte anche interi abiti, venivano eseguiti in pizzo, un ornamento che donava leggerezza anche ai modelli più impegnativi.

In particolare i due libri “Le Pompe” (1557) sono la prima pubblicazione veneziana dedicata esclusivamente ai fuselli e in cui l’autore dimostra buona conoscenza della tecnica, senza dare spiegazioni per l’esecuzione, perché si rivolge verosimilmente a merlettaie esperte.

Il fusello, modesto e timido ma distinto, non ha mai prevalso nell’ago, differenziandosi anche nel prezzo, sempre meno caro perché eseguito con molti fili e perciò ritenuto meno laborioso. C’è un periodo (nel XVII sec.) in cui si sviluppa in bellezza, vaporosità, preziosità e virtuosismo, per eseguire dei collari si adoperano fino a 1500 fuselli, si passa dal semplice bordo per camicie e grembiulini a decorazioni importanti su lenzuola, tende e tovaglie.

Raggiunge l’apice quando diventa simbolo di prestigio sociale, la produzione aumenta e le Fiandre producono manufatti di ottima qualità e in così grande quantità da esportare.

Venezia ha nei confronti dei pizzi un comportamento a dir poco ambiguo: talvolta vengono considerati un lusso superfluo e si limita persino l’importazione del cotone, tanto che le più appassionate imparano a lavorare capelli opportunamente sbiancati, poi quando nelle manifatture reali francesi si lavora il “Punto in aria” (punto tipico del merletto di Burano) sotto la direzione di suor Maria Colbert, nipote del ministro, e per opera di Caterina de Medici e del Ministro Colbert alcune merlettaie di Burano si trasferiscono in Francia ed in pochi anni diventano circa 200 ed esportano la loro arte, ci si accorge d’aver perduto un’importante fonte di reddito e vengono emanate leggi particolarmente severe nei confronti dell’emigrazione, come pure dell’importazione di merletti francesi e  fiamminghi, mentre di nuovo vengono proibiti i pizzi su vestiti e biancheria, senza far distinzione fra quelli prodotti in loco e quelli acquistati … siamo comunque nella seconda metà del XVII secolo ed i merletti a fuselli si difendono bene, sia pure sempre dopo quelli d’ago e fanno invidia al mondo.

Nel 1665 il “Punto in aria” divenne “Point de France” iniziando così una forte concorrenza al merletto di Burano.

Nonostante ciò il punto di Francia non riuscì mai ad eguagliare quello veneziano. I veneziani avevano fatto del pizzo un’arte, i francesi un’industria.

Come molti altri prodotti francesi, anche i pizzi furono protetti con forti dazi, di modo che l’esportazione dei merletti di Burano verso la Francia ne ebbe un certo danno. Ma anche con i dazi francesi l’arte continuò a prosperare tanto.

Per arginare l’introduzione e vendita di “merli bianchi e neri di seta ad uso di Fiandra”, nel 1758 il merletto viene marchiato con sigillo di fabbrica a garanzia di autenticità (un bollo di piombo con il segno di S. Marco). Per la prima volta una produzione di merletti è regolamentata ed all’inizio del 1700 nel laboratorio veneziano “Ranieri e Gabrieli” trovavano impiego circa 600 operaie, ma gran parte del lavoro è affidata all’attività domestica in casa e negli Istituti.

Succede anche che alla fine del 700 il gusto della moda cambia, l’Inghilterra impone una foggia semplice, ingenuamente pastorale, subito adottato dalla Francia con la Regina  Maria Antonietta e imposto in tutta Europa. Scompaiono jabots, cravatte, maneghetti e balze di merletto, si preferiscono tele, veli e garze. In ogni caso nel 1797 con la fine della repubblica veneta si ebbe anche la fine della produzione del merletto, che divenne un’occupazione prevalentemente domestica. Le vicende storiche internazionali, la caduta della Repubblica, e non solo, le malattie, la pellagra, il vaiolo, il colera, si ripercuotono sulle attività economiche, si estinguono mestieri e professioni ma il merletto, pur languendo, riuscirà a superare questa fase proprio perché è un’attività domestica, non legata all’apprendistato e rinascerà più avanti. Certo nel 1800, le donne non danno importanza alle trine, la loro mente ed il loro cuore seguono le evoluzioni della vita del tempo, con i loro cari, mariti e figli, esuli, votati alla grande impresa nazionale, aspettano il bollettino di guerra, i proclami del popolo e non il “figurino delle mode”.

Con l’avvento delle macchine tessili, durante la Rivoluzione Industriale, il merletto fatto a mano venne quasi completamente abbandonato, per lasciar posto ad altri tipi di trina fatti a macchina e molto meno costosi. L’Inghilterra nel 1810 produce tulle meccanico molto simile a quello fatto a mano, con risparmio di tempo e denaro, la Regina Vittoria si sposa con un pizzo meccanico. Il prodotto a mano cerca di stare al passo con quello meccanico, raggiungendo gli stessi rapidi tempi di esecuzione, mantenendo bassi i costi e riesumando “le tecniche sommarie e più rapide del merletto a tombolo”. Lo scadimento del merletto continuerà fino agli anni settanta, quando la nascita dell’alta moda riproporrà la qualità come prerogativa essenziale di distinzione e di classe.

Nel 1870 arrivano ad una cinquantina le merlettaie nella provincia di Venezia, tutte addette ai fuselli.

L’inverno del 1872 fu molto freddo, e per l’economia di Burano, basata esclusivamente sulla pesca, rappresentò una vera tragedia. Fu allora che grazie all’interessamento della contessa Adriana Marcello e dell’onorevole Paolo Fambri l’arte del merletto ad ago rinacque con lo scopo principale di alleviare in qualche modo le tristi condizioni economiche della popolazione buranella.

Il ricordo del periodo d’oro del merletto di Burano era custodito nella memoria di una vecchia signora ottantenne, Vincenza Memo, detta Cencia Scarpariola e fu proprio lei a svelarne i segreti ad una maestra elementare, Anna Bellorio d’Este, che a sua volta li fece apprendere alle sue figlie e ad altre ragazze.

Ritornarono in auge il “Punto in Aria” ed il “Punto rosa” e venne istituita una scuola, tanto che nell’800 il merletto ad ago divenne la principale risorsa per l’isola di Burano.

Grazie al costante interessamento della contessa Adriana Marcello molte nobildonne dell’epoca, tra cui la principessa di Sassonia Weimar, la duchessa di Hamilton, la contessa Bismark, la principessa Metternich, la Regina d’Olanda, e la Regina Margherita, affidarono alla scuola importanti commissioni, tanto che nel 1875 le merlettaie erano più di cento.

Ed i fuselli? Nel 1879 si contano 2708 donne merlettaie così suddivise: 180 a Venezia, 1900 a Pellestrina, 348 a Burano, 50 a Murano, 200 a Chioggia, 30 a Caorle, si risveglia l’interesse per il merletto nell’abbigliamento e nell’arredamento.

Nel 1874 Michelangelo Jesurum e Paulo Fambri affrontano la questione di Pellestrina fondando la Società per la Manifattura Veneziana dei Merletti, devolvendo il 10% del ricavato annuo alle scuole professionali, infatti nel 1877 viene aperta una scuola a Pellestrina e una a Venezia, quest’ultima chiuderà presto per mancanza di allieve, quella di Pellestrina invece darà splendidi risultati. Dopo tre anni è provato che il laboratorio di Pellestrina lavora alla pari della Francia, meglio di Genova e Cantù senza confronto, meglio della Boemia.

Michelangelo Jesurum vuole un rinnovo del merletto, basta al “tutto uguale”, nel 1878 avvia la produzione dei merletti policromi, realizzati a fuselli, con filati di seta dalle delicate colorazioni, che gli varranno la medaglia d’oro a Parigi e l’appellativo di “Michelangelo dei Fuselli”. Il fusello si diffonde anche nelle scuole statali di Venezia che nel 1883 conta 2402 merlettaie (esclusa Burano) di cui 1300 fanciulle di età inferiore ai 14 anni.

Mancano statistiche ufficiali in questo fine secolo, di quante merlettaie ci fossero a Pellestrina, ma certo dovevano essere numerosissime stando alle dichiarazioni rilevate dai registri dei ricoveri ospedalieri tra il 1879 e il 1889.

La trasmissione del merletto comunque viene dalle ultraottantenni alle fanciulle, dalle madri alle figlie, per abitudine, con naturalezza. Nel 1883 in Venezia si contavano più di tremila merlettaie che lavoravano a cottimo.

Il 23 gennaio del 1893 moriva la contessa Adriana Marcello, la quale però prima di morire affidò al figlio, Conte Girolamo Marcello l’incarico di continuare la propria opera.

La produzione della scuola ebbe un continuo crescendo fino al 1915, data in cui cominciò la prima guerra mondiale. Per qualche anno la richiesta dei merletti di Burano subì un rallentamento, ma la ripresa si ebbe ben presto e le commissioni ricominciarono ad essere molte, affidate sia dai più importanti mercati italiani ed esteri, ma anche dal Governo Italiano.

 Dal 1908 le merlettaie di Pellestrina, praticamente abbandonate a se stesse, continuano a lavorare in casa, si organizzano aumentando l’antico mestiere di “vendita merletti ambulante”. Con l’arrivo del fascismo, diffidenti verso qualunque struttura politica, tassate in modo gravoso ed ingiusto, si rinchiudono in se stesse, negando la propria professione definendosi ”casalinghe”, tuttavia continuano nelle proprie case. Quando nel 1923 la Camera di Commercio di Firenze invita il Comune di Pellestrina alla Prima all’Esposizione Nazionale delle Piccole Industrie e dell’Artigianato, Pellestrina rifiuta con la motivazione che si lavora saltuariamente e in poche famiglie e che i pochi lavori vengono acquistati dalla committente “Jesurum”.

È nel 1930 che la Scuola Artigiana di Pellestrina regala al Principe del Piemonte alcuni merletti, da qui si riprende, c’è richiesta di merletto per abbigliamento ed arredamento. Il fascismo incoraggia la produzione si fanno mostre, articoli sulle riviste, ma il merletto di Pellestrina ripete se stesso, guardando al passato. Manca lo spirito di esperienze nuove ed emozionanti dell’arte moderna (futurismo, cubismo, surrealismo) forse per l’isolamento reale, Pellestrina rispecchia la mancanza di Guida Artistica riproponendo moduli e stili superati, non tenta di inventare nuovi disegni.

A  Burano invece si continua a guardare con fiducia al futuro e si spera di rilanciare il pizzo d’ago nel mercato della moda. Durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi la scuola attraversò dei periodi buoni, contrapposti ad altri meno prosperi, fino a che nel 1972 fu definitivamente chiusa.

Le signore che oggi conoscono l’arte del merletto ad ago sono molto poche e lavorano nelle proprie abitazioni.

Dal 25 giugno 2011 dopo un radicale intervento di restauro, ristrutturazione, messa a norma dell’intero edificio e riallestimento delle collezioni, riapre al pubblico il Museo del Merletto, situato nello storico palazzetto del Podestà di Torcello, in Piazza Galuppi a Burano, già sede dal 1872 al 1970 della celebre Scuola del Merletto, fondata dalla contessa Andriana Marcello, divenuta museo nel 1981 ed entrata a far parte dei Musei Civici Veneziani nel 1995.

Grazie all’impegno, alla competenza e alla dedizione di più protagonisti interni ed esterni alla Fondazione Musei Civici di Venezia, è stato possibile riproporre il Museo del Merletto in una veste completamente rinnovata, a seguito dei lavori di adeguamento impiantistico, risanamento e riqualificazione, a cura del Servizio Tecnico della Fondazione Musei Civici di Venezia e della Direzione PEL del Comune di Venezia.

L’intento è quello di valorizzare una delle espressioni più alte dell’artigianato artistico locale – quell’arte del merletto così inscindibilmente legata al costume e alla storia culturale della laguna e in particolare all’isola di Burano – e di riscoprire un nobile ed antico mestiere, quasi esclusivamente di matrice femminile, che dall’unione di materiali “poveri” (ago e filo) e mani sapienti, continua a creare veri e propri capolavori.

L’allestimento, di Daniela Ferretti, porta anche all’interno del museo la policromia tipica dell’isola, e, mediante l’impiego di vetrine innovative, appositamente studiate e realizzate per l’occasione, viene offerta al pubblico una completa panoramica delle vicende storiche e artistiche dei merletti veneziani e lagunari dall’origine ai nostri giorni.

La mostra, realizzata per l’inaugurazione, a cura di Doretta Davanzo Poli, presenta oltre centocinquanta esemplari di merletti selezionati tra i più significativi delle collezioni dei Musei Civici Veneziani, ma anche dipinti dei secoli XV-XX, incisioni, disegni, documenti, riviste, tessuti e costumi.

Durante l’orario di apertura del museo sarà possibile vedere all’opera le abili ed instancabili maestre merlettaie, ancor oggi depositarie di un’arte tramandata di generazione in generazione, mentre, in occasione del prossimo anno scolastico, riprenderanno anche le attività didattiche, con laboratori ed iniziative rivolte a scolaresche e famiglie.

La nuova guida del museo, edita da Skira-Marsilio, è a disposizione a partire da lunedì 27 giugno, in tutti i book-shop della Fondazione.