L’Enigma del Giardino dell’Eden

Il Giardino dell’Eden

(c) di Filippo Bardotti, dottore di ricerca in Archeologia, ed autore del recente saggio L’Alba della Civiltà: dall’Indonesia alla Turchia le prove definitive per risolvere il mistero sull’origine della civiltà (Anguana Edizioni 2015)

Fig. 1La Mesopotamia, attraversata da due imponenti fiumi quali il Tigri e l’Eufrate, è stata vista dagli studiosi di tutto il mondo come la culla della prima grande civiltà che la storia ufficiale riconosca: la Civiltà di Sumer, fiorita intorno al 4.000 a.C. Tuttavia, come dimostrato nel mio recente libro “L’Alba della Civiltà: dall’Indonesia alla Turchia le prove definitive per risolvere il mistero sull’origine della civiltà” (Anguana Edizioni 2015), i dati archeologici più recenti provenienti soprattutto dall’Anatolia, una regione della Turchia, obbligano anche i più scettici a considerare seriamente la possibilità che in un remoto e dimenticato passato, intorno al 12.000 a.C., in questi territori visse e prosperò una grandiosa quanto enigmatica civiltà le cui tracce materiali solo ora cominciano ad emergere dalla nebbia del tempo.

Göbekli Tepe

Fu la semplice curiosità che nel 1994 mosse l’archeologo tedesco Klaus Schmidt verso il primo sopralluogo di quella singolare “collina con la pancia” e, certamente, non avrebbe mai potuto immaginare di imbattersi nel più antico tempio di pietra mai costruito dalla razza umana: Göbekli Tepe, una maestosa opera destinata a frantumare le fondamenta della Storia.

Situato nella moderna Turchia, non molto lontano dal confine con la Siria, un breve tragitto dalla città di Urfa conduce ad una collina sovrastante l’altopiano di Harran sulla cui cima si erge il complesso megalitico di Göbekli Tepe, oggetto sin dal 1995 di continue indagini archeologiche che, secondo alcune recenti indagini geognostiche, ne hanno portato alla luce soltanto una minima parte.

Fig. 2Il sito, suddiviso in tre differenti fasi occupazionali e cronologiche, si estende per circa 22 acri e la fase più antica è caratterizzata da quattro distinti circoli di pietre etichettati dagli archeologi come recinti A, B, C e D. Questi presentano un diametro compreso tra i 10-30 metri e sono costituiti da muri in pietre a secco inframezzati da immense colonne di calcare a forma di T finemente lavorate e decorate, dalle dimensioni comprese tra i 2-5,5 metri e con un peso variabile tra le 10-15 tonnellate. Al centro di ogni recinto si innalzano due pilastri disposti parallelamente l’uno all’altro.

Complessivamente la lavorazione dei pilastri è straordinaria, con bordi tagliati e superfici lisce che realizzerebbe un qualunque muratore moderno Secondo il professor Schmidt alcuni pilastri erano direttamente conficcati o appoggiati alla roccia locale, mentre altri erano fissati ad uFig. 3n basamento in cemento. Un megalite non estratto e rimasto incompiuto presenta dimensioni stimate di 7×3 metri e si tratta indubbiamente del più impressionante elemento architettonico del Neolitico antico dell’intera regione.

I numerosi pilatri individuati nel sito presentano delle decorazioni a bassorilievo raffiguranti un vasto campionario di animali, o per usare le parole di Schmidt uno «zoo dell’età della pietra», quali volpi, cinghiali, serpenti, bovini selvatici, muli asiatici e pecore selvatiche, uccelli (gru ed avvoltoi), una gazzella ed antropodi (formiche e/o ragni). Tuttavia non si tratta soltanto di bassorilievi ma anche di sculture a tutto tondo, incluso un carnivoro, forse un leone o un altro felino, che percorre la colonna apparentemente a caccia di un cinghiale scolpito nel rilievo sottostante.

Fig. 4Inoltre alcuni pilastri recano dei simboli, in particolare i due pilastri centrali del recinto D presentano braccia, mani ed alcuni abiti quali cinture e una sorta di perizoma. Inoltre su una delle cinture vi sono in incisioni simili a lettere: una assomiglia ad una H e gli altri ad una U girata di fianco. Gli abitanti di Göbekli Tepe potrebbero aver sviluppato un’antica forma di scrittura ormai perduta? Molto si è discusso, e lo si farà ancora per molto tempo, circa i temi simbolici espressi dalla forma a T e dalle decorazioni dei pilastri di Göbekli Tepe. Sebbene in tal senso non vi siano ancora dati definitivi, Ian Hodder e Lynn Meske, entrambi docenti di archeologia all’Università di Stanford, hanno avanzato due possibilità: 1) fallocentrismo (un’enfasi di peni, sia animali sia umani); 2) un profondo interesse per gli animali selvatici, pericolosi e spaventosi come dimostrerebbero, tra gli altri, la presenza di belve quali cinghiali, leoni e serpenti.

Tuttavia l’aspetto sicuramente più intrigante e misterioso sito riguarda la cronologia ed in tal senso, da una disamina superficiale, lo stile dei pilastri e la qualità della lavorazione indurrebbero a collocare la costruzione del complesso entro un periodo compreso tra il 3.000-1.000 a.C. Quanto ci si può sbagliare! Sulla base delle analisi al radiocarbonio condotte sui resti organici di animali e vegetali individuati nella terra utilizzata per coprire di volta in volta le differenti fasi costruttive del sito, la fase più antica (strato III) e monumentale risale al periodo compreso tra il 10.000-9.000 a.C., la fase intermedia (strato II) si colloca intorno all’8.500 a.C. e la fase più recente (strato I) è inquadrabile intorno al 4.000 a.C.

La datazione della fase più antica al 10.000-9.000 a.C. lasciò del tutto perplessi gli archeologi in quanto per la prima volta si era di fronte ad una realtà del tutto differente dagli standard accademici secondo i quali in quell’epoca la razza umana era organizzata in piccole bande nomadi del tutto incapaci di progettare e costruire imponenti complessi megalitici! Altresì era del tutto evidente che per realizzare un complesso simile fosse necessario l’ausilio di architetti in grado di progettare e coordinare i lavori nonché una forza lavoro numerosa in grado di svolgere tutte le fasi costruttive funzionali ad un efficiente funzionamento del cantiere.

Tuttavia, come vedremo, le sorprese non erano finite poiché se da un lato già il recupero dei numerosi pilastri finemente decorati era indice di una cultura sociale e materiale molto elaborata, dall’altro gli scavi archeologici hanno altresì individuato numerosi manufatti la cui realizzazione richiese un’estrema precisione e sofisticatezza. In questo senso, oltre all’utilizzo di materiali deperibili quali legno e fibra per realizzare abiti, strumenti e attrezzi, gli archeologi hanno recuperato numerosi oggetti dalle differenti dimensioni e funzionalità: perline in pietra con fori incredibilmente piccoli, piccoli oggetti circolari simili a bottoni, una lastra di pietra monumentale intatta con apertura rettangolare ed anelli in pietra di grandi dimensioni, finora individuati sinora solo nel sito di Göbekli Tepe e la cui funzione è ancora sconosciuta. In particolare un frammento di bracciale in ossidiana, l’oggetto presenta una forma complessa con un diametro di 10 centimetri ed una lunghezza di 3,3 centimetri, è stato individuato nel sito neolitico di Ankli Höyük, in Anatolia centrale, e fu subito analizzato utilizzando i moderni metodi di analisi ad alta tecnologia.

Fig. 5I risultati scaturiti dalle analisi lasciarono stupefatti i ricercatori poiché «i moderni strumenti di laboratorio hanno rivelato che il braccialetto fu realizzato utilizzando tecniche di produzione altamente specializzate. Le analisi effettuate hanno dimostrato che il manufatto era quasi perfettamente regolare nelle forme: la simmetria della cresta anulare è assolutamente precisa, il più verosimilmente vicina a un centinaio di micrometri. Questo suggerisce che gli artigiani del tempo usarono modelli per controllare la sua forma quando fu realizzato. La finitura superficiale del bracciale (che è molto regolare, simile ad uno specchio) richiedeva l’uso di tecniche di lucidatura complesse, in grado di ottenere una scala nanometrica di qualità della superficie degna delle lenti dei telescopi odierni». Quindi gli scienziati non parlano di centimetri ma addirittura di micrometri e nanometri, unità di misura estremamente difficili da ottenere anche utilizzando le più moderne tecnologie! A questo punto è del tutto evidente come la popolazione residente in quest’area possedesse tutte le più avanzate conoscenze tecnologiche necessarie non solo alla costruzione del monumentale tempio megalitico, ma anche nella realizzazione di manufatti in pietra che solo decine di millenni dopo sarebbe stato possibile riproporre.

Dunque la società che costruì il complesso megalitico di Göbekli Tepe era sufficientemente evoluta da possedere una ricca tradizione orale che comprendeva mitologia, storia, religione, musica, danza e la conoscenza del mondo naturale, dalle stagioni ai calcoli calendariali, al modo più efficace di utilizzare piante, animali, erbe e medicine, fino all’astronomia. Inoltre non mi sembra inconcepibile che la popolazione avesse elaborato un’arcaica forma di scrittura, in questo senso i simboli individuati su un pilastro e raffiguranti una H ed una U rovesciata sul fianco potrebbero essere significativi, e parimenti inventato qualche tipologia di carta, ad esempio la pergamena, su cui annotare i più importanti accadimenti e/o eventi degni di essere tramandati fedelmente ai posteri.

Tuttavia giunti a questo punto è necessario domandarsi perché gli abitanti dell’area abbiano utilizzato una notevole quantità di risorse umane ed economiche per realizzare un complesso monumentale qual è Göbekli Tepe. Per rispondere a questa domanda è necessario ribadire ancora una volta l’importanza data dalle antiche popolazioni all’osservazione del cielo e delle costellazioni.

Antichi astronomi

A Göbekli Tepe le coppie centrali di pilastri di ogni recinto presentano generalmente un orientamento in direzione sud-est e sembrano costituire un immaginario canale di osservazione verso il cielo. In generale l’orientamento delle colonne centrali dei differenti recinti, che ricordiamo sono stati denominati A, B, C e D, è piuttosto variabile: nel recinto D, il più antico, i pilastri centrali sono orientati a circa 7° est, sud-est, mentre quelli dei recinti C, B, A sono orientati rispettivamente a13°, 20° e 35° est, sud-est. Secondo Schoch questa differente angolazione suggerisce che i costruttori realizzarono nuovi circoli orientati progressivamente verso est affinché fosse possibile seguire il movimento degli astri che si spostavano continuamente a causa della “precessione”. Più precisamente quali stelle stavano osservano i costruttori?

La mattina dell’equinozio di primavera del 10.000 a.C., prima che il sole sorgesse ad est, un antico sacerdote-astronomo che si apprestasse ad osservare il cielo dal canale immaginario costituito dai due pilastri centrali del recinto D, poteva vedere chiaramente le sette stelle più brillanti caratterizzanti le Pleiadi, o Sette Sorelle, nonché la parte superiore della costellazione di Orione, il cacciatore celeste, la cui cintura era visibile poco sopra l’orizzonte alle prime luci dell’alba. Uno scenario simile si ripresentò anche in relazione alle pietre centrali del recinto C nel 9.500 e del recinto B nel 9.000 a.C. Dal recinto A è possibile osservare il medesimo spettacolo solo all’equinozio di primavera dell’8.500 a.C. sebbene, a causa del movimento precessionale (spostamento dell’asse attorno al quale la Terra compie la rotazione giornaliera), sin dall’8.150 a.C. circa l’intera cintura di Orione non fosse più visibile al dì sopra dell’orizzonte prima del sorgere del sole. Da questi dati appare del tutto evidente come i nostri antenati osservassero attentamente la porzione di cielo nella quale era visibile Orione e la costellazione delle Pleiadi.

In questo senso un’altra conferma sembra provenire dai pilastri a forma di T individuati nel sito, in particolare quelli collocati al centro dei recinti, interpretati dagli studiosi quali figure umane stilizzate, in quanto raffiguranti un busto umano e le due braccia distese, prive di testa e su cui furono scolpiti alcuni particolari umanoidi. Nello specifico del recinto D, sulla superficie di uno dei pilastri centrali è scolpite le braccia, la cintura – un rimando alle stelle della cintura di Orione – e perizomi di pelle di volpe che possono rappresentare la Nebulosa di Orione in quanto di forma trapezoidale.

Un altro elemento interessante è costituito dalla presenza di una piccola pietra rettangolare localizzata nel settore nord-ovest del perimetrale del recinto D: situata a circa 1,2 metri dal terreno, la pietra è alta di circa 1,5 metri e presenta un foro perfettamente circolare dal diametro di circa 18-20 centimetri, rendendola quindi un perfetto punto di osservazione. In questo senso è ipotizzabile come un sacerdote-astronomo sarebbe stato in grado di accovacciarsi tra i pilastri del recinto D e scrutare il cielo attraverso il foro di osservazione

Sebbene ad un primo impatto quest’ipotesi possa sembrare assurda, è doveroso evidenziare come da un lato la costellazione di Orione, facilmente riconoscibile in cielo per le sue importanti stelle caratterizzanti la cintura, è raffigurata come un torso umano senza testa, mentre dall’altro, nell’area circostante il complesso megalitico di Göbekli Tepe ma anche nella città biblica di Gerico, sono state individuate numerose sepolture al cui interno vi erano scheletri umani privi di testa in quanto nel Mesolitico si realizzò che l’uomo aveva un’anima indipendente dal corpo che abitava nel capo. Pertanto solo il resto del corpo poteva essere sepolto.

Fig. 6D’altra parte la costellazione di Orione è sempre stata al centro dell’attenzione degli esseri umani in ogni civiltà del mondo sin dai tempi più remoti ed in questo senso gli archeologi hanno recuperato in Germania alcune tavolette in avorio di Mammut, scolpite circa 32.500 anni fa e raffiguranti la costellazione di Orione nelle vesti di un maschio dal busto stretto con gambe e braccia distese.

Sulla base di queste considerazioni mi sembra lecito ipotizzare come i pilastri a T presenti a Göbekli Tepe fossero una rappresentazione terrena del busto di Orione, il cacciatore celeste, che i nostri antenati potevano osservare in quel preciso punto del cielo all’incirca nel 10.000 a.C. Molto probabilmente nella figura di Orione si riconoscevano essi stessi in quanto popolo di cacciatori-raccoglitori ed in questo senso ulteriori conferme sembrano provenire dalle numerose decorazioni, ossa e sculture raffiguranti animali di ogni tipo. In tal senso appare significativo quanto affermato dall’archeologo Klaus Schmidt secondo cui «a Göbekli Tepe siamo di fronte alla prima rappresentazione degli dei. I pilastri non hanno né occhi né bocca, ma hanno le armi e le mani».

Insomma, complessivamente le genti di Göbekli Tepe possedevano tutte le caratteristiche proprie di una civiltà complessa ed evoluta in un momento in cui, secondo la storia e l’archeologia ufficiale, il genere umano conduceva uno stile di vita molto sobrio e dedito esclusivamente all’autosussistenza attraverso la caccia e la raccolta. Evidentemente finora abbiamo sempre sottovalutato il livello di sofisticazione raggiunto dai nostri antenati!