Lindorm il Risveglio dell’Istinto

di Federico Polidori

Sàssone il Grammatico” (1150-1220 a.C.) è l’appellativo di uno storico medievale di origine danese, noto per la composizione di diversi manoscritti e, soprattutto, per la stesura di ben sedici libri relativi alle vicissitudini storiche avvenute in Danimarca intorno al XII° secolo, raccolti nell’opera Gesta Danorum.

Tra le varie saghe e gli intrepidi personaggi che si annidano nei volumi, buona parte del IX° libro è dedicata alle imprese di Ragnar, un eroe piuttosto rinomato tra le terre del Nord; tra le sue peripezie, vi è l’uccisione del serpente Lindorm.

Al termine di una battuta di caccia, re Herodd di Svezia, portò in dono alla figlia Thera due “piccoli” serpi dall’aspetto innocuo, come spesso appaiono le strane creature trovate in qualche radura boschiva dall’ingenuo viaggiatore, il quale, stupito dalla visione inusuale, decide di seguire il proprio istinto e portarle con sé.

Così pensò il re e, quando la figlia ricevette in regalo le due creature, costei si ripromise di allevarle con cura, per soddisfare sia il suo bisogno di dispensare amore sia il suo istinto materno. Passarono gli anni e le serpi assunsero proporzioni notevoli, mutando fisionomia e aspetto, fino a trasformarsi in due malefici Lindorm, sorta di serpenti bipedi privi di ali, la cui specie viene anche descritta da Marco Polo ne Il Milione, durante i suoi viaggi nelle steppe dell’Asia Centrale.

Secondo tradizioni scandinave, tale serpente è munito di corna, particolarmente acuminate, così come le possenti scaglie di rivestimento lungo il grezzo corpo centrale; proprio per la difficoltà di definirlo un drago, anche per l’evidente mancanza di ali, il Lindorm è più vicino alla famiglia dei rettili, di cui le rachitiche gambe costituiscono più una base di appoggio rispetto alla consistenza di un vero e proprio arto di movimento.

Nel venire alla luce, il Lindorm presenta un corpo grinzoso, lungo e attorcigliato come quello di un ‘verme’, termine indoeuropeo che già in parte si ritrova nel nome; le gambe spuntano dopo alcuni mesi, come protuberanze del busto, dando al serpente una parvenza scomposta, resa ancor più evidente dal rapporto sproporzionato tra corpo centrale e arti di appoggio.

Una volta raggiunta l’età matura, i due Lindorm si misero a devastare i territori circostanti, isolarono la figlia del re dal resto della corte e pretesero almeno un bue al giorno per potersi sfamare. E’ interessante notare come la parte istintuale che caratterizza draghi e creature mostruose a contatto con esseri umani, sviluppino in seguito atteggiamenti tipici dell’uomo.

Nel suo soddisfare bisogni primari come la fame, la sete e il sonno, il Lindorm riconosce l’amore ricevuto dalla principessa Thera, ne è consapevole e, per questo, lo esprime con un’impetuosa gelosia, dettata dal desiderio di preservare per sé l’accesso al femminile, nonostante la sua mostruosità diventi quasi un pretesto al suo comportamento.

Il fatto di nutrirsi di bovini relega il Lindorm alla sua natura animale, selvaggia, così come l’invadere cimiteri per cibarsi di cadaveri caratterizza la sua indole più brutale e oscura; il tema del nutrimento continuo si ritrova anche in una storia del XIX° sec. di provenienza scandinava, Prince Lindworm, dove uno dei gemelli partoriti dalla regina è un “mezzo uomo e mezzo serpente” dominato da un frenetico divorare, costretto a sfamare la propria mancanza di umanità a differenza del fratello perfetto.

L’atto del pretendere un tributo alimentare si ritrova anche nel pesante dazio imposto ad Atene da Creta; gli ateniesi, persa la battaglia navale contro gli isolani, ogni nove anni furono costretti a inviare presso la corte del re Minosse sette fanciulli e sette fanciulle per essere divorate dal Minotauro, creatura ibrida, più toro che uomo. Mostruoso e famelico, il Toro di Cnosso era segregato all’interno di un intricato labirinto, perso nell’oscurità delle proprie spinte pulsionali, lontano dalla luce del giorno e da ogni forma di razionalità concreta.

Pentito dall’ingenuità del gesto, re Herodd decise di concedere la mano della figlia a colui che fosse riuscito a liberare le terre del regno dalla malefica presenza dei Lindorm; è interessante notare come l’eroe, Ragnar, prima di affrontare le due creature, si sia rivolto alla sua nutrice, la quale realizzò per il giovane guerriero una maglia protettiva di lana spessa e molto ruvida. A contatto con l’acqua, le vesti così impregnate divennero una resistente armatura che permise a Ragnar di difendersi dagli attacchi dei Lindorm, poi trafitti a colpi di lancia.

Tornando a Creta, tra le gesta del nobile Teseo, si assiste a un rito iniziatico di preparazione al duello analogo a quello sperimentato da Ragnar, dove alla nutrice si sostituisce la bella figura di Arianna, la quale dona al giovane figlio di Egeo il magico gomitolo realizzato da Dedalo, che gli permetterà di ritrovare l’uscita dal labirinto, una volta ucciso il Minotauro.

La lana, in fibra o filato che sia, se da un lato protegge Ragnar rendendone il corpo immune da ogni attacco, dall’altro tramuta in un filo serpeggiante portato a liberare Teseo dal mondo sotterraneo in cui egli si trova. Il manto di lana che chiude, imprigiona, scalda e difende; il filo che scioglie il gomitolo, si apre, prende vita e si fa breccia nell’oscurità fino a raggiungere la luce. E come per la pelle di pecora, quella grinzosa del Lindorm si dice che, se indossata, può o risvegliare o aumentare le capacità umane relative alla conoscenza della natura.

Ragnar aveva bisogno di proteggersi da un simile mostro, perché il suo corpo nudo sarebbe stato troppo scoperto, di fronte non solo agli attacchi dei serpenti, ma anche al rischio di prendere contatto con la sua natura più istintuale, fortunatamente protetta e stemperata dalla corazza di lana.

Il Lindorm rappresenta la natura primordiale in cerca di un equilibrio che fatica a sorgere, a trovare una propria identità, così come l’iconografia lo individua nella sua postura fisica sgraziata e dall’aspetto bizzarro. Si crede che simboleggiasse la guerra, la sventura e ogni sorta di male senza possibilità di cura; creatura dalle immense proporzioni, nasce dove il terreno è duro, il clima particolarmente freddo e la rada vegetazione si localizza in piccole boscaglie isolate o in aree ad alta concentrazione di piante erbacee.

Alcune specie di Lindorm in fase di crescita sviluppano una coppia minore di zampe posteriori, su cui si appoggiano per equilibrare gli scompensi motori dovuti sia al peso del corpo sia ai movimenti delle zampe anteriori. L’alito nauseabondo che lo caratterizza tramortisce gli esseri umani, sterilizza ogni sorta di flora anche a distanza e avverte l’incauta preda del suo chiaro avvicinarsi.

La pelle è piuttosto spessa, quale scudo sicuro contro gli attacchi del gelo, ed è punteggiata da molteplici protuberanze che si dipanano dalla base del collo fino alla coda; il Lindorm muta il colore della pelle in base alle caratteristiche ambientali, riuscendo a mimetizzarsi nonostante le sue dimensioni. Grazie a tale dote, in presenza di zone boschive, le protuberanze del corpo diventano rami, rocce sporgenti ed elementi naturali di cui risulta difficile riconoscerne il vero aspetto; d’inverno, la pelle assume una luminescenza chiara e luminosa, rendendo il Lindorm quasi invisibile su un tappeto di neve fresca.

Simile ai classici draghi per la lunghezza del collo e per le dimensioni complessive, il Lindorm, oltre ad avvalersi del suo fetido alito per stanare le sue vittime, gode del dono dell’ipnosi che, preceduta dal respiro destabilizzante, risulta un potente strumento di caccia. Grazie a tale capacità, non ha bisogno di frequenti e rapidi spostamenti per procurarsi cibo, in quanto è dedito a un accurato studio del terreno che gli permette di scegliere il posto migliore da cui sferrare un attacco a sorpresa. Carnivoro di natura, basa la sua dieta su ovini, caprini e selvaggina di ogni genere, senza risparmiare eventuali mammiferi di media taglia.

Quando non è spinto a cacciare per sfamare il suo feroce appetito, tende ad attaccare solo se minacciato, manifestando violente reazioni di accanimento nei confronti dell’avversario. La tecnica di caccia del Lindorm si caratterizza per i vigorosi colpi dati con le zampe anteriori, munite di lunghi e acuminati artigli; il collo e la testa tendono a restare in difesa per tenere sotto controllo la situazione, sia nella fase di studio del nemico sia durante il combattimento.

Tale comportamento rispecchia quello del cobra che, arcuandosi sinuosamente verso l’alto, assume una postura guardinga in attesa di sferrare un attacco fulmineo. Sebbene lento e pesante nei movimenti, la terminazione della coda è rivestita di uno spesso artiglio che, sfruttando la veloce rotazione dell’arto, diventa un’affilata frusta con cui sventrare gli avversari o abbattere ostacoli naturali.

Un’andatura dinamica sarebbe per il Lindorm fonte di estremo affaticamento, soprattutto nel coordinare gli arti anteriori che causerebbero un vigoroso fruscio in mezzo a sterpaglie e zone boschive particolarmente fitte. Alla corsa e all’impossibilità di spiccare il volo, sopperisce con la ‘logica’ dettata dalla sopravvivenza; grazie all’ipnosi, induce la preda in uno stato di totale inerzia, riuscendo a bloccarne eventuali fughe.

La capacità ipnotica del Lindorm è funzionale all’abbattimento delle difese mentali delle sue prede, in quanto infonde terrore con lo sguardo, adombrando l’atmosfera intorno con il tanfo nauseante che caratterizza il suo soffio. E’ capace di trasformare quelli che si potrebbero considerare dei punti di debolezza in potenti strumenti di attacco; gli occhi non hanno un colore definito, benché la tonalità di un grigio fumo sembri essere la sfumatura che più si avvicina al riflesso cromatico delle pupille.

Catturare l’attenzione, indurre l’avversario a focalizzare lo sguardo sul proprio permette al Lindorm di risparmiare le energie psicomotorie per esternare quelle puramente mentali, di cui è abile manipolatore. Sfrutta l’ipnosi in maniera fluida e virale, inducendo la sua vittima a portare altri simili nel proprio covo, senza doversi minimamente muovere, bensì attendere che le prede vengano a lui in maniera ‘spontanea’.

Per poter gestire e controllare a distanza un avversario ipnotizzato, ha bisogno di un’elevata concentrazione, per cui trascorre buona parte del tempo nella sua tana: un labirinto disseminato di cunicoli e passaggi aperti in superficie da grandi buche scavate nel terreno. Luogo meditativo e sotterraneo, la tana del Lindorm rappresenta la caduta del raziocinio nel proprio universo cognitivo, fatto di memorie, immagini indefinite, pensieri vaghi che mantengono vivo il contatto con l’esterno.

La ricerca di un profondo contatto con la terra segna il confine tra il presente, dominato dalla mente accorta e un passato ancora da comprendere, metabolizzare, come una ferita ancora aperta che lascia il segno nonostante lo scorrere del tempo. Il Lindorm localizza le sue prede e tende a portarle nel proprio regno, perché ne diventino parte e fungano da tramite simbolico tra la luce esterna e il buio interno.

La tana non è mai scelta a caso, ma realizzata sotto colline, montagne o alberi di grandi dimensioni che diano al Lindorm una rassicurazione di riparo e chiusura. Non si tratta del calore umano che un guerriero può trovare presso la capanna di un saggio in mezzo al bosco, bensì della solitudine che trova il suo spazio silenzioso lontano dalla realtà, affossato in una buca da cui uscire quando i bisogni primari dettano le loro necessità.

Il Lindorm riflette l’animo umano appesantito dalle preoccupazioni, dai desideri frustrati e dalle insoddisfazioni che danno sfogo a reazioni impetuose di rabbia, aprendo il canale più istintuale della propria natura, alla ricerca di una fuga dalle abitudini del quotidiano. Ci si aggrappa alla terra, barcollando instabili sulle gambe che a fatica reggono il peso della sopportazione; mancano le ali per spiccare un volo e per poter vedere dall’alto la situazione o il problema che ci affligge.

Si resta prigionieri dell’incertezza, in attesa di trovare una risposta alle proprie ansie, magari ipnotizzando qualcuno che, con noi, sia disposto a raggiungerci nella nostra tana, per supplire a un intenso bisogno di calore, silenzio, ascolto.