L’Oro degli Olmechi

di Dino Vitagliano

Colossi di pietra, mitologia centro–americana e studi scientifici d’avanguardia svelano un segreto affascinante dell’umanità.

Mesoamerica, terra di misteri. Molti e inquietanti gli interrogativi, ancora oggi senza risposta, nella sua storia remota. Le giungle profonde e le vestigia millenarie narrano le gesta di popoli, nostri predecessori, vissuti ai primordi e scomparsi dalla Terra. L’enigma più sconcertante sono gli Olmechi.

Di etnia indefinita, di provenienza sconosciuta compaiono intorno al 1.500 a.C., con una civiltà all’apice della fioritura. Utilizzavano prima dei Maya il complesso calendario con la numerazione di barre e punti e la sua data di inizio del 3114 a.C. Valenti ingegneri ed abili architetti, conoscevano perfettamente il principio della ruota, in aperto contrasto con l’archeologia ortodossa, che ancora insiste ad affermare il contrario. La prova evidente sono antichi giocattoli tra gli scavi di Tres Zapotes, nello stato di Veracruz, sito olmeco sviluppatosi tra il 500 a.C. e il 100 d.C. Niente lascia intendere un processo graduale di sviluppo, nemmeno un reperto archeologico. Nulla che possa illuminarci sul loro passato. Materializzatisi come per incanto dalle nebbie del tempo. Citando una frase del giornalista austriaco Kurt Benesch “sono dovunque ma non li si trova mai”. La loro presenza permane in Perù come in Ohio, nel Nord America.

L’unico indizio, peraltro insufficiente, che possediamo è il nome Olmechi, vocabolo coniato dagli Atzechi, nel XIV sec.d.C., per designare la zona ricca di caucciù sulla costa del Golfo del Messico, territorio di loro influenza. La patria olmeca è proprio qui, a La Venta, vicino al fiume Coatzacoalco.

Razze sconosciute immortalate nella pietra

La Venta è oggi un parco archeologico, che conserva enormi teste di basalto rappresentanti individui di razza non amerinda dagli occhi mongoli. Pesano più di trenta tonnellate l’una, e i monoliti per loro fabbricazione provengono dalle montagne di Tuxtla, ad oltre 90 km di lontananza. Quali furono i modelli che ispirarono gli artisti del tempo? Da dove provenivano?

Sempre nel parco riposano “altari” di pietra che hanno sulle pareti uomini importanti che stringono a sè dei bambini impauriti, di fronte a una minaccia incombente. Una statua di Las Limas, al Museo di Antropologia dell’Università di Stato di Veracruz, riproduce un essere asiatico che fissa inerme e sconsolato il vuoto, mentre tiene teneramente fra le sue braccia il figlio afflosciato, privo di vita.

Un motivo allarmante che ritorna con prepotenza tra i bellicosi Malla. Il professor Giuseppe Tucci, infatti, durante la sesta spedizione archeologica nelle sperdute regioni del Nepal nel 1952, fotografò un bassorilievo di pietra della dea Hariti con il capo circondato da raggi, e due fanciulli vicino. Elemento ulteriore per rimarcare la possibilità di contatti tra il Mesoamerica e l’Asia.

Il sito di La Venta contiene, poi, una strana piramide di forma conica, piramidi più piccole, alture e piattaforme, centrate tutte su un misterioso asse 8° nord-ovest. L’intero complesso probabilmente è un “centro di culto”. Altra scoperta importante, di non poca stranezza, sono delle colonne che l’archeologo statunitense Matthew Stirling rinvenne, negli anni Quaranta, accanto alla piramide principale. Alte tre metri, e più di seicento, così vicine le une alle altre da costituire una recinzione invalicabile.

Un masso affiorante dal terreno si nascondeva al loro interno. Era una stele di quattro metri e venti in altezza, con una scena incredibile. Due figure imponenti, dalle ampie vesti e con scarpe di foggia orientale, si fronteggiano. Una, dai tratti europoidi, ha una lunga barba fluente.

Altre lastre di pietra sono dedicate a uomini dal volto anglosassone, con gambali di cuoio, barbe a punta e un berretto cadente. Perchè si trovano nelle giungle americane a migliaia di chilometri di distanza dalla patria d’origine?

Un rompicapo temporale

Anche nel centro zapoteco di Monte Albàn, a sud–ovest di La Venta, che domina sopra una collina la città di Oaxaca, ulteriori stele, definite dagli archeologi dei “danzatori”, ritraggono gli stessi individui, stavolta, però, in un’atroce agonia, con i corpi contorti e un ghigno feroce, sconvolti da qualcosa più potente di loro, cui è impossibile opporre resistenza. La zona ospita anche un osservatorio a forma di freccia, con diverse gallerie sotterranee e irte scalinate, che puntano importanti astri celesti tra i quali Sirio.

Nel 400 a.C., cessa all’improvviso ogni attività, tutti gli edifici a La Venta vengono distrutti con riti religiosi, e i volti di basalto sepolti in tombe vicine. Quasi volutamente le tombe vengono decorate con miriadi di piastrelle azzurre unite a strati di argilla multicolore. Una fossa profonda conserva al suo interno massi di serpentino. Infine tre pavimenti di mosaico scompaiono sotto l’argilla e l’adobe. Analoga sorte tocca a San Lorenzo, sulla costa messicana. Gli archeologi dissotterrarono cinque “teste olmeche”, anch’esse sepolte ad allineamenti specifici, e più di sessanta manufatti, tra cui strumenti di giada e statuine, sfregiate intenzionalmente. Non c’è una spiegazione plausibile, ogni risposta sembra cadere di fronte alle ragioni invisibili che portarono gli Olmechi a compiere una simile stranezza. Sembra quasi che nell’imminenza di una catastrofe o di un evento di portata sconvolgente, da lungo previsto, si fossero preparati ad abbandonare tutto per sparire nel nulla.

Come del resto fa il ricercatore britannico Graham Hancock, viene spontaneo chiedersi: gli Olmechi sono i costruttori dei tumuli oppure gli uomini delle teste di basalto? Reputiamo valida la prima ipotesi, perchè il Centro America conserva leggende di millenni prima relativi a dèi alti e barbuti…

Gli iniziati di Mu

Mu, Oceano Pacifico, oltre 50.000 anni fa. Una flotta di navi leggere parte dalla Madreterra dell’Uomo. A bordo i rappresentanti della primeva civiltà, saggi maestri della razza bianca, gialla e bronzea, in sintonia con la natura e le forze ancestrali. Dopo una lunga traversata approdano sulla costa messicana. Gli indigeni del posto, ingenui e primitivi, guardano stupiti quegli esseri benevoli e luminosi, dalle lunghe barbe, che incedono lenti con ampie vesti.

Insegnano con amore ai nativi la civiltà, introducono la scrittura, svelano i segreti del cielo, spettacolo magnifico nella giungla lussureggiante, e donano loro il calendario, che regolerà la vita in quelle lontane regioni, sullo scandire di antichissimi cicli cosmici. Possiedono un tecnologia avanzatissima, con la quale, tramandano antichi racconti, “non dovevano far altro che fischiare e pesanti rocce si mettevano a posto da sè”. Il loro avamposto è un’isola nelle paludi a est del fiume Tonala, che gli Olmechi erediteranno e continueranno ad abitare. Simile processo si riscontra con le popolazioni incaiche, che veneravano una progenie bianca e barbuta di un’isola nel Lago Titicaca.

Tracce di quest’antichissima colonizzazione sono state trovate dal geologo britannico William Niven nelle località messicane di Texcoco e Haluepantla, 2.100 m sopra il livello del mare e risalenti a 50.000 anni or sono. Egli trovò i segni di tre città edificate l’una sull’altra in vari periodi. La prima giaceva a 9 metri di profondità, dove il terreno sopra una sepoltura sembrava sconvolto da un’immane diluvio.

All’interno, rividero la luce del sole centoventicinque idoletti tra cui un uomo con tratti marcatamente asiatici, assiso alla maniera orientale. Lo stupore di Niven si accrebbe oltremodo quando notò un cumulo di 60–90 centimetri di ceneri vulcaniche che copriva i reperti. Un fiume ormai prosciugato, pochi chilometri più in là, conservava numerosi “omettini” di terracotta ed argilla, che svelavano nei lineamenti ogni razza dell’Asia meridonale.

Valerio Zecchini riporta in sintesi le affermazioni del colonnello britannico James Churchward, che nel secolo scorso si dedicò allo studio approfondito dei reperti archeologici di Mu: “l’umanità che eresse la civiltà posta a 9 metri di profondità era già civile prima che gli uomini di Neanderthal prendessero possesso delle loro caverne”.

Gli studiosi ortodossi sono concordi nell’affermare che lo stretto di Bering servì da ponte durante le migrazioni dell’ultima Era Glaciale, 17.000 anni or sono, dall’Asia all’America. Obbiettiamo prima di tutto la datazione immensamente più vetusta dei siti messicani, e in secondo luogo l’attendibilità delle leggende mesoamericane le quali, senza ombra di dubbio, narrano che gli dèi bianchi giunsero dal mare, non via terra. Questi maestri lontanissimi hanno lasciato imponenti edifici di culto che perpetueranno il ricordo delle visite costanti per il bene della stirpe umana. Come mai, di colpo, l’immensa e preziosa eredità di cui siamo debitori sembra cessare e l’ “Età dell’Oro” che avevano instaurato svanisce nel nulla, per lasciare il posto a un periodo di decadenza e di barbarie?

Il Sole, fonte di vita e di rinnovamento

Maurice Cotterell, ingegnere e scienziato britannico, partendo dall’analisi delle credenze cosmogoniche proto–maya, giunge a conclusioni sorprendenti, supportate da valide prove scientifiche. Nel libro Astrogenetics – The New Theory (Brooks Hill Robinson & Co., 1988), l’autore postula un’interazione tra il Sole e l’individuo, scoprendo che l’astro influisce sullo sviluppo del feto al momento del concepimento.

La sua tesi trova conferma negli studi successivi sul Sole, quando si accorge che l’astro è anche responsabile dei principali mutamenti ormonali nel corpo umano, connessi alla ghiandola pitutitaria, tali da generare un aumento o un calo di fertilità. Nei periodi di scarsa attività delle macchie solari, il campo magnetico solare inverte la sua direzione, investendo la Terra con una scarica di pericolose radiazioni nocive che provocano mutazioni genetiche e un elevata mortalità infantile.

I popoli mesoamericani veneravano nel Sole il dio della fertilità, motore della creazione, ed ogni attività umana era connessa con l’astro solare (v. HERA n°3, Il cuore della creazione).

Nelle loro tradizioni erano esistite quattro ère o Soli, distrutte da terribili cataclismi, sino a giungere alla Quinta, quella attuale, iniziata nel 3114 a.C., con le Pleiadi che annunciavano la “nascita di Venere” prima del Sole, e destinata a concludersi, pare, nel 2012 d.C.

Il pianeta brillante rivestiva un’importanza fondamentale nella vita dei nativi americani, per le implicazioni di carattere genetico e metafisico che veniva a ingenerare. Difatti, erano a conoscenza da tempi immemori di una strettissima correlazione tra quest’ultimo e il Sole, e monitorando i passaggi di Venere nel cielo, su cui avevano modellato un calendario rituale, riuscivano a individuare il momento in cui il Sole sferrava le sue tempeste magnetiche.

Il 400 a.C., stranamente, coincide con un momento di assenza di macchie solari e il mistero delle sculture olmeche finalmente trova una sua spiegazione logica alla luce di quanto riportato. I bambini atterriti in braccio ai genitori sulle stele di La Venta incarnano la paura degli adulti per la fine della specie all’entrata del Quinto Sole, mentre i “danzatori” di Monte Albàn raffigurano individui colpiti da terribili malformazioni genetiche.

L’Eden, regno siderale

Una civiltà stava per tramontare per dare il posto alla razza ventura. La gente di Mu scolpì nella pietra questo tremendo avvertimento, a beneficio dell’umanità, affinchè si trovasse pronta ad affrontare la stessa minaccia al compimento dell’ultimo ciclo cosmico. Le enormi teste, ricordo del passato splendore delle civiltà antidiluviane, svelano un segreto di capitale importanza che spetta agli esseri umani comprendere e attuare. I sapienti costruttori sapevano che un giorno il Mesoamerica, carico di energia vibratoria positiva, avrebbe avuto un ruolo nel futuro del pianeta.

I muti volti fissano lontano l’orizzonte, nella speranza di ricongiungersi al luogo d’origine. Avevano compiuto il loro ciclo terrestre, compreso se stessi e si apprestavano a entrare nell’Omeyocàn, il paradiso celeste, dal quale provenivano. Sapevano di appartenere alle stelle e alle stelle sarebbero ritornati.

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Bibliografia

Astronomia – Enciclopedia a fascicoli – Fabbri Editore
Benesch, Kurt – Un passato da scoprire – Sei, 1979
Churchward, James – Mu: il continente perduto – Armenia, 1999
Cotterell, Maurice – Le profezie dei Maya – Corbaccio, 1996
Hancock, Graham – Impronte degli dèi – Corbaccio, 1996
Sartori, Agnese – Gli Aztechi – Xenia edizioni, 1997
Soustelle, Jacques – Gli Olmechi – Rusconi, 1982
Tucci, Giuseppe – Nepal: alla scoperta del regno dei Malla – Newton Compton, 1977
Zecchini, Valerio – Atlantide e Mu – Demetra, 1998