Loto: Una Pianta viva in onore della Dea

di Mary Falco

Un tempo, quando l’Egitto era ancora un popolo barbaro dedito al cannibalismo, la dea Hathor mise al mondo cinque figli, tra cui Osiride ed Iside, che amandosi teneramente si sposarono.

La giovane coppia si distingueva da tutti per l’ingegnosità: Osiride scoperse la coltivazione del grano e della vite, che andava sospesa sulle canne per far maturare buoni grappoli d’uva, adatti a produrre vino; Iside la lavorazione del lino, la parola scritta e tutte le favelle del mondo umano ed animale. Insieme insegnarono queste arti agli uomini, che pur venerando tutti gli dei, presero a servire i due con maggior entusiasmo, acclamando Osiride come re. Come se questo non bastasse il giovane cominciò a girare il mondo, insegnando a tutti gli altri popoli la coltivazione della terra e dove il clima non permetteva la coltivazione della vite, insegnò a ricavare la birra dall’orzo, ottenendo anche all’estero riconoscimenti e tributi.

Era veramente troppo per il fratello Seth, che, pazzo di gelosia, attirò Osiride con uno stratagemma in una cassa e ve lo fece rinchiudere. Iside, avvertita di quanto era accaduto, si mise disperatamente alla ricerca dello sposo, che ritrovò dopo avventure rocambolesche e librandosi sul suo cadavere, con le sembianze di un falco, riuscì a concepire un figlio, il piccolo Horus.

Condusse dunque una vita privata col bimbo, che cresceva da sola, e con la bara dell’adorato sposo, cambiando continuamente dimora per sfuggire alla vendetta di Seth, infatti anche la loro vita quieta e mesta lo preoccupava, poiché temeva le giuste ire dell’orfano, quando fosse cresciuto. Tentò, senza riuscirvi, d’ucciderlo e finalmente s’impadronì del cadavere del fratello, che tagliò in quattordici pezzi, gettandoli per tutto il paese.

Contrariamente al previsto quest’ultimo atto selvaggio segnò la fine del suo potere: non solo Horus, ormai adulto, lo uccise per vendicare il padre, ma Iside, senza disperare, raccolse pazientemente tutti i frammenti e prese a piangere il marito con tali accenti di sincera disperazione, che il dio Ra si commosse e scese dal cielo (anzi dalla barca che usava per percorrere i cieli) e resuscitò il morto, o almeno gli concesse una vita ultraterrena. Horus, che nel frattempo era stato acclamato re, voleva che la madre regnasse con lui, ma questa preferì invece seguire il proprio sposo nell’aldilà, dove vissero felici e contenti.

Plutarco è stato il primo a raccontarci questa favola, che ammanta di poesia una solida realtà storica: il paesaggio del deserto è infatti frutto di un’opera di progettazione ed edificazione, perché fin dal Neolitico l’uomo imparò ad imitare la natura scavando condotti d’acqua sotterranei.

Le specie coltivate vengono trasportate dal cuore del deserto alle rive del Mediterraneo e non al contrario, come saremmo portati a pensare oggi osservando il paesaggio attuale. Con la scoperta e l’esame delle incisioni e pitture rupestri del Sahara infatti si può finalmente affermare che i primi giardini dell’umanità furono le oasi del deserto, in cui crescevano spontaneamente graminacee, palme ed ulivi. I cacciatori paleolitici che vi trovarono rifugio, dapprima le considerarono semplicemente un territorio sacro, in cui trovare conforto ed ospitalità; poi successivamente appresero a raccogliere, selezionare e riprodurre le piante e ad addomesticare gli animali, infine anche a canalizzare le acque per riprodurre o almeno conservare il più a lungo possibile l’equilibrio originario.

Questo processo però non fu così definitivo ed irreversibile come si potrebbe pensare a prima vista: la selezione delle piante seguì dapprima un criterio estetico e rispose all’esigenza religiosa di fondersi con la natura e solo in un secondo tempo divenne un’attività economicamente redditizia. L’allevamento degli animali, egualmente, non nacque con l’addomesticamento del bue o del cavallo, ma si formò a poco a poco attraverso la collezione d’insetti strani, rane, uccelli, cuccioli di mammiferi scelti probabilmente per soddisfare l’istinto materno, favorendo esemplari gracili e deboli che venivano inseriti nel gruppo per curiosità, divertimento o per assumerne le qualità attraverso l’imitazione e la magia simpatica. Così l’allevamento del cane e della capra precedette di molto quello dei grandi bovini. Nello stesso modo i giardini d’essenze aromatiche, farmacologiche ed allucinogene e gli animali-meraviglia delle prime addomesticazioni precedettero i campi coltivati e l’allevamento tradizionale e non furono mai soppiantati del tutto.

Quando l’Europa era ancora stretta nella morsa dell’ultima glaciazione nel Sahara si davano buone condizioni di vita, soprattutto sopra i mille metri, nelle zone libere dalla mosca tse-tse. Se il progressivo riscaldamento climatico favorì gli spostamenti ed in genere l’espandersi della popolazione, i celebri siti dei Tassili degli Ajjer rimasero un po’ nell’immaginario collettivo come un paradiso originario ove rifugiarsi nei periodi difficili, per ritrovare la pace e la salute. Nei rilievi rupestri troviamo anche le prime rappresentazioni di quelle che saranno le divinità mediterranee: la belva imprigionata nella trappola-labirinto, il dio delle piogge e della vegetazione che si erge su un orizzonte nuvoloso, la vergine che porge la magica pianta, la dea delle messi, recante la macina per i grani.

Nel Neolitico ormai i cacciatori si sono trasformati in agricoltori sedentari, ma molti sono ancora nomadi ed esercitano la pastorizia transtumante ed il commercio, trasportando così l’ulivo e la palma sulle rive del Mediterraneo.

Le oasi disseminate a centinaia e migliaia in tutto il Sahara, che nutrono da millenni questa civiltà nomade, differiscono le une dalle altre per origine storica e situazione geografica, ma rispondono a questi stessi principi organizzativi. L’azione dell’uomo è all’origine dell’intera struttura dello spazio: l’introduzione delle specie vegetali, la creazione dell’humus, le architetture adattate all’ambiente, la produzione e distribuzione delle risorse d’acqua, il controllo ed il modellamento dei sistemi dunari… il paesaggio del deserto è frutto di un’opera di progettazione ed edificazione attraverso interventi che rimangono contenuti entro limiti ben precisi.

In questi luoghi gli uomini, non potendo utilizzare acque di precipitazione e di scorrimento superficiale perché inesistenti, sfruttarono le acque sotterranee con vari ed ingegnosi metodi: lo scavo di gallerie, la recinzione delle oasi con steccati di foglie di palma intrecciati, la costruzione di muri con mattoni a calotta sferica che smorzano la forza del vento, ma fanno defluire la sabbia.

Il campo così ottenuto è chiamato jenna=giardino.

Il termine di giardino inteso come spazio chiuso, protetto e lavorato entra in tutte le lingue dell’area mediterranea: greco= chórtos e ortós, latino= hortus conclusus, fino alla radice indoeuropea gher da cui tedesco= Garten, inglese= garden e italiano giardino. In persiano: pairi daeza significa letteralmente luogo recintato; fu usato per la prima volta nell’Alessandria tolemaica per tradurre il termine “giardino dell’Eden” della Bibbia. Da allora l’orto botanico ed il giardino zoologico divennero anche “terra dei beati”, significato che conserverà nel mondo islamico ed in quello rinascimentale… la consapevolezza del carattere meraviglioso delle forze vegetative e riproduttiva della natura, la componente magica e misteriosa dei processi di morte e rinascita, il collegamento col mondo ultraterreno coi miti di smembramento e resurrezione sono caratteristici del mondo agricolo, a partire dal Neolitico e per tutta la storia antica.

La cosa più rilevante è che la terra cominciò ad essere coltivata non tanto per profitto o per l’uso dei frutti, quanto per offrire piacere e riflettere la vanità di chi la coltivava, dopo la vittoria sugli animali anche quella sulla terra, dopo stalle pascoli e campi coltivati, l’uomo mantiene nella sua abitazione animali da compagnia e piante ornamentali, come trofei che dimostrino la sua supremazia sul mondo.

In questa realtà dunque affonda le radici la strana vicenda d’Iside, ma si colora anche di valenze più profonde. Iside si distingue dalle fanciulle rappresentate ingenuamente sui graffiti rupestri per un più denso spessore morale, in sintonia con l’Egitto stesso.

Il Nilo costituisce in un certo senso un’oasi gigante e la civiltà egizia è basata sulla regolamentazione delle piene, sul controllo e la distribuzione delle acque. Entrando in contatto commerciale con la penisola arabica e l’Asia l’Egitto esportò inconsapevolmente il sistema di oasi protette di cui era il massimo fruitore. Anche questa realtà storica è facilmente intuibile dietro ai viaggi che il buon Osiride ritiene opportuno fare per civilizzare il mondo.

Chi era dunque il perfido Seth? Originariamente un Dio della fecondità degli Hyksos, dopo la loro cacciata diventa un Dio del male, concetto un po’ estraneo alla religione egizia: un tempo il male era solo l’assenza di Dio.

In realtà gli oppositori alla morale egizia c’erano e non era stato facile sconfiggerli. La Bibbia fa una precisa distinzione tra la “buona terra”, che produce i frutti necessari al sostentamento ed i giardini pagani, dove si coltivano droghe inutili e dannose. Non a caso il fiore della Bibbia è il giglio selvatico, che anche nei vangeli sarà citato spesso come esempio di bellezza naturale.

“E circa il vestito, perché vi affannate? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano, ne’ filano, eppure io vi dico che nemmeno Salomone in tutta la sua gloria fu mai vestito come uno di essi”

Matteo 6, 28-29

In realtà anche gli Ebrei vivevano a stretto contatto con la civiltà del deserto e ne avevano assimilato la cultura: ad Aden sono ancora visibili le grandi “cisterne della regina di Saba”, che permettevano, tremila anni fa, di irrigare vigne e frutteti. L’afflusso delle acque era convogliato da una grande diga, crollata, secondo il Corano, nel V sec. a. C. da una catastrofe naturale, molto probabilmente invece la manutenzione venne a mancare per la decadenza economica della città e quindi del mercato delle spezie dopo la caduta di Roma.

Tutta la morale dapprima ebraica e poi cristiana annulla di fatto gli sforzi silenti di Iside, attenta a raccogliere i pezzi dell’adorato marito, effettivamente anche nella favola egiziana Iside da se può ben poco finché non riesce a commuovere Ra… ma una discussione posta in questi termini è destinata a protrarsi per l’eternità.

Con buona pace dei profeti d’Israele il giardino egiziano costituisce il prolungamento più straordinario del Neolitico sahariano realizzando, attraverso quello che potremmo chiamare l’addomesticamento di un intero fiume, un’oasi gigante, una civiltà basata sulla regolamentazione delle piene, sul controllo e la distribuzione delle acque. La continuità delle culture preistoriche africane con quelle egizie risulta dal confronto delle testimonianze figurative del Sahara con l’arte, la mitologia e la letteratura del periodo predinastico e faraonico e dalle stesse fonti antiche. I cacciatori a testa d’animale delle incisioni rupestri della fine del Paleolitico, l’ariete divinizzato dell’universo pastorale neolitico e le stesse scene di vita delle raffigurazioni più recenti riecheggiano nelle fantasie animali il pantheon zoomorfo della terra d’Egitto, nei suoi miti e nelle sue leggende.

“La terra d’Egitto,” scrive Diodoro Siculo (90-20 a. C.) che riporta informazioni raccolte dai sacerdoti locali “è più recente del resto del mondo perché creata dal limo stesso del Nilo e sarebbe stata colonizzata da etiopi provenienti dalle montagne della Luna poste alle sorgenti del grande fiume.” Il racconto avvalora le grandi migrazioni di popoli lungo il sistema della Rift Vallery e dà una rappresentazione precisa dell’origine tutta artificiale dell’insediamento oasiano nel deserto: senza il lavoro dell’uomo, lo scavo di canali, la costruzione di argini, la coltivazione dei campi, non vi sarebbero stati il deposito e la conservazione del benefico limo che forma il terreno. Ma è tutto lavoro libero e consapevole? La storia dice di no. Anche se non necessariamente maltrattati come vorrebbe la Bibbia, gli schiavi erano numerosi e sostenevano di fatto l’economia del paese. In effetti la società acquistò presto forme e gusti raffinati, ben lontani da quelli dei coltivatori delle oasi e per la prima volta accanto alle piante utili compare un fiore sacro: il loto.

Le vicende della dea Iside, a cui il fiore è legato, portano ad un approfondimento nel campo degli affetti familiari, ma anche ad una cura del tutto particolare della persona e dell’ambiente, perché solo la perfetta conservazione delle spoglie mortali può dare una speranza d’accesso all’Aldilà. Qui la fede nell’immortalità è espressa attraverso le azioni quotidiane e spesso la preoccupazione per il benessere terreno prevale decisamente sul delicato problema dell’immortalità. Non per nulla la dea entra nell’immaginario collettivo come maga e l’interesse per i suoi amuleti, primo fra tutti il nodo d’Iside ed il quadrifoglio, prevale talvolta sul culto ufficiale, o almeno lo adombra. Accanto al rispetto per la natura viva si fa strada l’idea di poterne riprodurre gli oggetti. La stessa architettura è immaginata come estensione del giardino: si elevano colonne a forma di palme e di papiri, si riproducono fiori di loto artificiali laddove non si possono coltivare direttamente, si ha sempre cura di diffondere la luce, grazie a tinte chiare e brillanti. Il gusto d’allevare e custodire animali testimoniava la volontà di rafforzare nel Faraone e nei suoi sudditi la convinzione che gli esseri umani potessero controllare il mondo.

D’altra parte va detto che la vita quotidiana in Egitto era ben diversa dall’immagine che ne hanno tramandato le leggende. Proiettata verso l’esterno, per la necessità di scambiare prodotti (nessun paese per quanto ricco produceva tutto il necessario per vivere) era soggetta ad un continuo confronto con altre civiltà. Uno dei primi spostamenti è documentato dagli affreschi di Deil e el Bahri (1500 a. C.): le flotte degli antichi Egizi scesero lungo il mar Rosso, per acquistare incenso e mirra, perché non riuscivano a produrli nei loro giardini e ne facevano grande uso per l’imbalsamazione e le offerte agli dei.

Così il sistema di oasi protette dall’Africa passò alla penisola arabica e dunque all’Asia.

Altri spostamenti sono meno documentati, ma la devozione alla Dea ha raggiunto, di solito via mare, tutto il mondo conosciuto, perché il volto d’Iside s’intuisce chiaramente dietro a molte divinità femminili dei Celti, mentre Greci e Romani introducono dichiaratamente i misteri egizi nelle proprie città.

Diversa è la posizione della religione ebraica, che nasce proprio dall’opposizione fra i molti dei dell’Egitto e l’unico vero Dio.

Ma è proprio vero?

Le recenti scoperte archeologiche stanno a testimoniare che il famoso libro dei morti, che tra parentesi gli Egizi chiamavano invece: “Libro dell’uscita alla Luce” altro non è che una versione sofisticata e commentata del decalogo. Attualmente gli studiosi di filosofia antica ci tengono a sottolineare come l’Egitto avesse elaborato una distinzione fra l’essere immutabile “onkhe e l’esistente “unen” soggetto per propria natura alla contingenza. Alla luce di questa lettura dunque il mito d’Iside rappresenta un’attenzione particolare all’eterno problema della morte e dell’aldilà all’interno e non in contrasto con una visione più alta di Dio come esclusiva fonte di vita e di bene, che solo le mancanze umane impediscono di godere in tutta la sua pienezza.

Si fa strada comunque un sofferto dualismo: la buona terra coltivata è benedetta da Dio, mentre in onore di dee varie (e sempre un po’ bugiarde) si coltivavano i giardini.

In Mesopotamia, famosissimi furono nell’antichità i giardini pensili di Babilonia piantati secondo la descrizione di Diomede e Strabone, su colossali terrazze artificiali sorrette da pilastri e volte impermeabilizzate con asfalto, considerati una delle sette meraviglie del mondo antico (insieme con le Mura di Babilonia, le Piramidi, il Colosso di Rodi, la statua Crisoelefantina di Zeus ad Olimpia, il Mausoleo d’Alicarnasso, l’Artemision d’Efeso) da essi derivano in parte i giardini-paradiso dei monarchi Persiani, strappati al deserto con faticose opere d’irrigazione e protetti dalla sabbia per mezzo d’alte mura, in parte coltivati a fiori e alberi disposti con rigida simmetria come i giardini Assiri e arricchiti da fontane e corsi d’acqua, in parte boscosi e selvaggi, costituenti la riserva di caccia della corte.

Il giardino greco è ispirato ai più esasperati criteri d’utilità sacralizzati dalla cultura: si coltiva con grande perizia tutto ciò che serve per il sostentamento, ma subordinandolo all’esercizio del culto: giardini o boschetti sacri sono sempre e comunque annessi ai santuari, ornati di rocce, grotte e corsi d’acqua… in ognuno si trovavano alberi, fiori ed animali tutelati direttamente dal Dio di cui erano manifestazione vivente ed “ingredienti base” delle sacre rappresentazioni. Le rane ed i rospi, che anticamente si ritenevano generati direttamente dal fango, sono simboli di Resurrezione accettati addirittura dai primi Cristiani.

Man mano che la cultura si secolarizza le necessità civiche si sostituiscono alla religione, ma di fatto i valori restano gli stessi.

Il giardino privato si distingueva da quello sacro per l’impianto geometrico che lo delimitava, perché naturalmente era uno spazio chiuso. Una curiosità: a differenza delle oasi nel deserto i muri che delimitavano il giardino greco, costruiti sempre “a secco” con le pietre tolte dal campo per prepararlo alla semina, erano tuttavia bassi e compatti: il vento infatti non era un problema e non si desiderava togliere luce al campo; quando si voleva aggiungere una barriera protettiva si affiancava al muro una siepe di rovi, rose selvatiche o biancospino, che allontanavano i ladri, ma fornivano fiori e frutti. Forse un’usanza dorica celtica, perché molto diffusa in Francia.

Più che un giardino era un orto-frutteto molto amato, un po’ un compromesso fra la buona terra di cui parla la Bibbia e l’arte della coltivazione dell’antica Mesopotamia, senza della quale l’arida Attica non avrebbe dato molti fiori e frutti. Il giardino reale era una specie di esempio per tutta la comunità come quello di Laerte, il padre di Ulisse.

In epoca classica il perimetro cittadino s’arricchì di giardini privati, secondo le testimonianze concordi di Iseo, Demostene, Tucidite, Aristofane.

Nella Grecia classica ed ellenistica, oltre ai giardini annessi alle case, erano numerosi quelli pubblici, collegati ai templi o ad altri edifici, ornati di portici, statue, fontane; famosi i giardini del Liceo e dell’Accademia d’Atene in cui i filosofi insegnavano passeggiando, Platone, per esempio, fece proprio l’uliveto sacro d’Atena, composto di dodici alberi antichissimi. Vi erano inoltre i giardini funerari (kepotàphia).

A partire infatti dal V a. C. la grossa spinta della colonizzazione ellenica porterà il modello della città greca in tutto il Mediterraneo, soppiantando rapidamente, o almeno mettendo in secondo piano, i modelli celtici ed etruschi, più rispettosi dell’equilibrio naturale e meno desiderosi di modificarlo.

Sempre più spesso si ricorre alla coltivazione intensiva, compreso il trucchetto di tenere le piante in boccio (soprattutto rose) la a riparo dal vento e bagnarle con acqua calda per ottenere fioriture invernali.

Quando neppure i giardini di Paestum fornivano più rose, s’importavano dall’Egitto, dove ormai il loto era del tutto trascurato a favore di quest’ultima. Si conoscono diverse specie: Campania, Prenesto, Mileto, Trachinia Alabanda producono fiori di tonalità e profumi leggermente diversi e c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Nei giardini domestici dell’antica Roma, situati all’interno alla casa, si piantava un grande alloro, probabilmente in onore d’Apollo, un roseto, papaveri, legati a Venere perché davano l’oblio, fiordalisi e naturalmente una siepe di mirto, che Dioniso, nell’oltretomba, aveva usato per riscattare la propria madre e da allora s’era guadagnata la “patente” di fiore matrimoniale, conservata tenacemente fino a tutto il rinascimento, e poi menta, rosmarino e numerosi gigli, sacri a Giunone.

Si riteneva che in mezzo a queste piante vivessero durante il giorno i “lares familiae” cioè le divinità tutelari della casa, che uscivano in giardino alle prime luci dell’alba e rientravano nelle loro statue al tramonto.

A che cosa servivano tutti questi fiori?

Innanzi tutto ad intrecciar corone, dono di Giano agli uomini, il cui uso rituale era severamente regolamentato, pare addirittura che in epoca repubblicana ne fosse proibito l’uso profano: dovevano servire soltanto ad onorare gli Dei ed a celebrare matrimoni.

Grande uso di fiori comunque anche in cucina ed in farmacia. Le leggi suntuarie d’Augusto imponevano infatti la coltivazione di tutte le piante utili, in modo da ridurre il più possibile la costosa importazione delle spezie dall’Oriente.

Nella Roma più antica dunque l’hortus aveva innanzi tutto scopo pratico, ma già alla fine della Repubblica fu distinto dai parchi signorili in cui il topiarius*, cioè il giardiniere, tagliava le piante secondo geometriche o anche umane o d’animali, sino a comporre scene di caccia o episodi mitologici. D’altra parte nessuno impediva di potare artisticamente anche mirto e rosmarino, ne’ d’usare in cucina i rami in eccesso, unendo l’utile al dilettevole. I giardini delle ville signorili avevano lunghi viali per passeggiare a piedi (ambultiones) o in lettiga (gestationes), portici coperti (porticus, xysti), esedre, fontane, terrapieni. A Roma il Pincio era definito per antonomasia collis hortum, l’Esquilino era stato bonificato da Mecenate per crearvi i suoi famosi giardini. A Pompei si sono trovati numerosi viridaria (giardini annessi alle case, casa di Loreio Tiburtino con giardino attraversato da un euripo* con alberi e pergolati disposti geometricamente).

Immagini di giardini sono frequenti nella pittura romana (pitture di Villa Livia a Prima Porta, oggi al Museo Nazionale Romano).

Per il grande uso di fiori in cucina ed in farmacia il giardino entrò quasi indenne nella civiltà cristiana.

La rosa ed il biancospino continuavano ad essere tonici, astringenti e stimolanti, il papavero continuava a fornire un sonnifero efficace e la lavanda profumava la biancheria, furono coltivate in tutti i chiostri ed un capitolare di Carlomagno ne impone la cura anche alle ville private. Più o meno in questo periodo le coltivazioni romane s’estendono anche all’Inghilterra ed alla Germania, con discreto successo, nonostante i rigori del clima. Non dimentichiamo, infatti, che il chiostro diffonde in tutt’Europa l’uso romano del giardino centrale rispetto alla casa, in cui le pareti ed i colonnati costituiscono un’efficace protezione naturale per le piante durante la cattiva stagione; unica eccezione: il rosmarino, pianta italica che mal s’adattava alla nebbia del nord.

La povertà diffusa e la difficoltà di comunicazione aveva reso del tutto effettive le leggi suntuarie di Augusto: ora quel che non produceva l’orto di casa non si poteva avere!

Quasi completamente negato però il concetto di albero come epifania del Dio. Ed è particolarmente significativo il fatto che la regolamentazione degli spazi dell’antica oasi del deserto, tramandata intatta nei giardini sacri, viene ora trasferito alla cattedrale, dove si portano fiori freschi o si dipingono, secondo l’uso egiziano.

Il giardino medievale, di cui sono fornite numerose descrizioni dalla fonti letterarie e che compare in pitture e miniature dell’epoca, era racchiuso dentro recinti in chiostri religiosi o nelle cinte dei castelli, sempre diviso dal paesaggio circostante per mezzo di muri. Si delinea il concetto di hortus conclusus comune anche al vicino mondo Arabo dove il giardino noto come sempre come locus amenus si pone in netta antitesi con il mondo circostante concepito come locus horribilis.

Perciò se la cattedrale ha usurpato in gran parte il concetto di spazio sacro un tempo riservatogli, il giardino e l’orto di casa continuano ad essere spazi privilegiati e protetti.

È probabile che i loro ideatori, specialmente durante le dinastie degli Omayadi e degli Almoravidi in Spagna, unissero al gusto persiano per le aiuole a forma di tappeto le conoscenze tecniche in agronomia e idraulica dei Romani. I giardini sono direttamente inseriti nell’architettura delle residenze principesche tramite la sistemazione di piccoli patii: il padiglione del Generalife nell’Alhambra di Granada e i giardini dell’Alcàzar di Siviglia ne sono gli esempi più significativi. I più osservanti tuttavia condannavano il lusso eccessivo e soprattutto l’impiego di marmi e metalli pregiati, perché l’unico vero paradiso era quello che il credente incontrava nell’aldilà.

Con le crociate Oriente ed Occidente tornano ad incontrarsi ed i giardini italiani e provenzali sono i primi ad arricchirsi delle nuove coltivazioni.

Tra l’altro con la fine del trecento entra di prepotenza nelle case l’uso di fiori recisi conservati in vaso con acqua, che fanno penetrare nel chiuso delle stanze l’aria della primavera. Si moltiplicano i vasi in terrazza e sulle finestre: usanza che il medioevo riservava alle piante utili in cucina, primo fra tutte il basilico, e che ora invece è esteso alle piante ornamentali, anche perché la possibilità di spostare i vasi permette di mettere al riparo le piante durante la cattiva stagione e di sfruttare appieno gli angoli più soleggiati.

Crolla dunque la tradizionale distinzione fra interno ed esterno, ma resta il concetto di giardino come spazio privilegiato.

Nel Rinascimento per volontà dei signori vennero realizzati lussuosi giardini non solo nei palazzi urbani, ma anche nelle ville suburbane e di campagna. Gli apporti della scienza geometrica e della cultura razionalistica codificarono i caratteri fondamentalmente architettonici del futuro giardino all’italiana d’impianto simmetrico, successione di dislivelli e pendenze era sfruttata per ottenere effetti prospettici mediante terrazze, gradinate, rampe fontane, catene e mostre d’acqua e per stabilire un legame visivo tra giardini e architetture. Il giardino così concepito divenne una delle più importanti espressioni dell’architettura cinquecentesca e in essa si esercitarono artisti come Bramante (i giardini del Belvedere in Vaticano), Raffaello (villa Madama, Roma), Vignola (ville Farnese, Caprola), il Tribolo, il Buontalenti, P.Ligorio (fontane e giochi d’acqua di villa d’Este, Tivoli, 1556)

Gli intellettuali dell’epoca s’illudevano di riproporre gli ideali classici, ma le nuove piante coltivate erano provenienti dall’America, mentre la coltivazione in serra s’avvaleva in gran parte di tecniche arabe ed indiane.

Nel Seicento e Settecento il giardino italiano ampliò la sua strutturazione architettonica sulla base della più dinamica spazialità barocca nella nuova visione di A. Nòtre. Architetto dei giardini di Luigi XIV, con Versailes e Vaux-le-Vicomte creò il giardino alla francese (poi imitato presso le maggiori corti europee: giardini di Postdam, Nymphenburg, Schönbrunn, ecc.), trasportando quello all’italiana in un ambiente più vasto, fatto di prati, foreste, specchi d’acqua, con ampi viali ombrosi e spiazzi ornati di statue, di fontane e di grotte, destinati ad accogliere la folla dei cortigiani del re. Il giardino francese, aperto su una natura pianeggiante e meno movimentata di quella del giardino italiano, ne assume in definitiva gli elementi architettonici fondamentali, trasferendo il senso dell’adesione al paesaggio di una aumentata spazialità prospettica.

Con Napoleone e le sue conquiste assistiamo al rilancio dell’Oriente in chiave coloniale, tendenza che, inutile dirlo, sarà in seguito portata avanti dall’Inghilterra, che si spinge all’estremo oriente.

Per quanto riguarda il giardino cinese, riservato ad una strettissima élite, intende riprodurre un’immagine amabile e pittoresca dell’impero nel suo insieme; molto importante la componente acquatica folta di una folta schiera di simboli: i laghi ed i canali serpeggiano lungo tutta la composizione, dando luogo a leggeri ponti e isolette su cui sorgono piccoli padiglioni.

Il giardino giapponese è più un luogo di meditazione che non di svago, nei templi buddhisti e shintoisti sono frequenti i kare-sansui (paesaggio arido), nel quale viene simbolicamente rappresentato il mare con ghiaietto rastrellato a piccole onde; pietre di diversa forma e dimensione raffigurano le isole, cascate da rocce più alte sovrapposte l’una all’altra rappresentano le montagne (es. il kare-sansui nel tempio Ryoanji di Kioto).

Naturalmente tutto viene “catturato” e riportato a casa.

Oggi troviamo di tutto, non solo dal fiorista, ma anche nelle case, grazie all’enorme diffusione del “fai da te”. Paradossalmente però proprio questo “fiore industriale” ripropone rituali antichi, che il cristianesimo aveva per un momento adombrato. La coltura forzata, soprattutto, con tulipani, narcisi e giacinti piantati in vetro in modo di fiorire a Natale, ripropone proprio l’antico messaggio sacro di Iside: una pianta viva in onore della dea. Sempre, anche quando fuori nevica… anche quando si teme che ogni speranza sia morta!