Lupercali o Lupercalia

di Gaetano Dini

I Lupercali erano un’antichissima festa romana in onore del dio Luperco, protettore del bestiame domestico e divinità pastorale invocata a protezione della fertilità in senso lato.

lupercalia

Pallante figlio di Ermes, giunse dall’Arcadia nel Lazio sul Palatino dando al colle il proprio nome. Pallante assunto ora il nome di Evandro, introdusse presso gli abitanti del luogo il culto ellenico di Demetra (la Cerere latina), Eracle e Pan (il Fauno latino).

Il Sacrario del Lupercale era una buia caverna ai piedi del monte Palatino.

Evandro aveva consacrato quella grotta al dio Fauno ed al suo interno la tradizione riporta che la lupa avesse allattato Romolo e Remo.

L’antica festa dei Lupercali a Roma si celebrava il 15 febbraio di ogni anno, seguita il 18 febbraio dalla “Februatio” festa durante la quale veniva purificata la città dall’influsso dei demoni maligni.

In presenza del Flamine Diale (Flamen Dialis) sacerdote che rivestiva una particolare importanza e sacralità in quanto personificazione vivente di Giove, i Sacerdoti Luperci sacrificavano una o più capre e pare anche un cane all’interno del Lupercale.

Poi questi Sacerdoti coperti da un perizoma e da pelli delle capre sacrificate, partivano dalla grotta del Lupercale e si riversavano nelle strade cittadine colpendo con cinghie di cuoio per buon augurio il terreno e le persone che incontravano e di queste soprattutto le donne alle quali questo rito doveva donare fertilità.

Lo stesso Marco Antonio aveva partecipato come Luperco ad un Lupercale.

I Luperci diretti da un unico Magister, erano divisi in due schiere di dodici membri ciascuna; una schiera era costituita per antica tradizione dai Luperci Fabiani (della famiglia dei Fabi), l’altra schiera era costituita dai Luperci Quinctiales (della famiglia dei Quinti).

I Lupercali sono state una delle ultime feste romane abolite dai cristiani anche se negli ultimi tempi avevano assunto un significato solamente folcloristico.

Gelasio papa dal 492 al 496, scriveva una lettera di rimostranze al Senato romano lamentandosi come si tenessero ancora i Lupercali, feste pagane a cui partecipavano anche le genti cristiane.

Questa festa di travestimento da cui derivò in seguito il Carnevale si è mantenuta fino al 492 d.C. anche se vi partecipava ormai solo il popolino e gli schiavi, astenendovisi le persone di ceto elevato.

Papa Gelasio con un trattato teologico abolì quindi i Lupercali assieme alla “Februatio” e sostituì queste feste di purificazione della città di Roma con quella di purificazione di Maria, una processione cristiana che si svolgeva il 2 febbraio con dei ceri accesi, la Candelora.

Considerazioni personali

Il Fauno (di Carlos Schwabe, 1923)
Il Fauno (di Carlos Schwabe, 1923)

Il rito lupercale era anticamente di ambiente agreste e non urbano, officiato da contadini e pastori proprietari di greggi e di animali da cortile.

Realizzata l’urbanizzazione, il rito è stato portato in città assumendo le forme descritte.

In ambiente preurbano arcaico, contadini e pastori con questo rito non si sa se cruento per gli animali domestici, svolgevano un atto di esorcizzazione nei confronti dei branchi di lupi dei boschi e questi riti si svolgevano forse in febbraio e comunque alla fine dell’inverno quando i lupi erano più affamati dopo i forzosi digiuni invernali. Se contadini e pastori di allora sacrificassero una o più capre, il sacrificio avrebbe avuto il significato di placare simbolicamente la fame dei lupi assalitori. Se invece il rito non fosse stato cruento, questo doveva solo servire a tracciare un invisibile perimetro protettore dai lupi attorno alle case coloniche e/o ai terreni di pascolo.

Nel Lupercale urbano le due schiere di sacerdoti rappresentavano simbolicamente due branchidi lupi ed il fatto che gli stessi sacerdoti fossero coperti con le pelli delle capre sacrificate, faceva sì che gli stessi diventassero contemporaneamente lupi e capri e questo significavala volontà di stabilire un pacifico ed armonico ecosistema tra animali selvaggi ed animali domestici.

Per saziare la loro fame si auspicava quindi che i lupi trovassero sostentamento con quelloche il regno animale e vegetale offriva loro all’interno di boschi e foreste, facendoli asteneredal cercare cibo nei territori abitati e condotti dagli uomini.

A tal fine nel Lupercale si sacrificavano in onore dei lupi una o più capre e se anche un cane,si veniva a sacrificare il loro avversario più temibile, il protettore delle greggi e degli animali domestici.

Il Flamen Dialis era presente nello svolgimento del rito all’interno della grotta Lupercale.

Questo Flamen per tradizione doveva mantenere continuativamente il contatto fisico con il suolo di Roma da cui non poteva mai allontanarsi; i piedi del suo letto erano spalmati di uno strato di fango ed egli non poteva stare più di tre giorni senza sdraiarvisi.

La presenza di un Flamen così importante e con tali mansioni, aveva senz’altro il compitodi trasmettere senso di stabilità permanente e di importanza sacra al rito stesso.

Il culto del lupo ha remote origini indeuropee ed ha trovato grande spazio nel mondo prima italico e poi romano con il mito dell’allattamento di Romolo e Remo.

La figura del lupo come feroce animale combattente ma disciplinato è stata sempre associata dai romani alla figura del dio Marte.

Le pelli di lupo hanno rappresentato nel mondo romano antico un simbolo inquietante di forza, legate sì ad un mondo arcaico in estinzione ma queste pelli sono rimaste comunque sempre prestigiosamente presenti, indossate come furono in epoche più tarde dai Signifer, portainsegne delle legioni romane.

Si deve rispettare il lupo perché conosce la disciplina della foresta e l’onore della vita!

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Bibliografia:

Enciclopedia Vallardi

La religione romana arcaica, G. Dumezil ed. Rizzoli