ACAM
Antichi
Marinai
“Non serve
tanto il desiderio di credere quanto quello di scoprire, che è esattamente il
suo opposto”.Lord
Bertrand Russell
di
ANTONIO MATTERA
Cristoforo Colombo.
Magellano. Vasco de Gama. E così via, sino a James Cook e Francis Drake:
tutti uomini che hanno scavato, con le loro imprese, un solco profondo fra la
vecchia e la nuova storia, allargando i confini del mondo allora conosciuto e
ponendo le basi per un futuro sfruttamento di quella parte del nostro pianeta
ancora ignorata, sino allora.
Nomi famosi, sulla bocca
di tutti, conosciuti e quasi idolatrati, in riconoscenza di un animo
avventuriero che li ha portati a scoprire, a grande sprezzo del pericolo e
della propria incolumità, quello che l’uomo di allora nemmeno cercava di
immaginare, stretto nei confini mentali di un mondo che finiva sui due estremi
opposti, configurati nelle colonne di Ercole (stretto di Gibilterra) e la Cina
del meraviglioso (e meravigliato) veneziano, Marco Polo.
Alzi la mano chi fra
noi, nelle ore dedicate allo studio
della storia, così come viene appresa in ambito scolastico, non abbia mai
immaginato di essere al posto di simili eroi, o mischiati alle loro ciurme,
sulle loro meravigliose navi, piccole oasi di umanità nel mezzo
dell’infuriare inclemente degli oceani e degli elementi, piccoli puntini di
legno, carne e passione in un immenso mondo blu, affiancati da maestosi
animali acquatici mai visti prima, o da sciami di piccoli pesci dai riflessi
argentati che paiono essere un solo uno.
E magari abbiamo anche
sentito, persi nella nostra fantasia, l’odore del mare e il sapore della
salsedine e persino il vento infierire sulle nostre mani poste alla ruota del
timone della nave o intagliare, nello scorrere del tempo, profondi solchi
sulle ruvide facce da marinaio.
Miglia e miglia di
solitudine liquida, di orizzonti dove l’azzurro del mare va a confondersi
con quello del cielo, con gli occhi ridotti a fessure nel tentativo di mettere
meglio a fuoco, e per primi, una possibile striscia di terra.
Bellissimi pensieri su
altrettanti bellissimi esempi di come l’uomo, temerario avventuriero, possa
con il suo coraggio, veramente “fare” la sua storia e decidere il proprio
destino.
Quello che
contraddistingue i personaggi sopra citati è la loro “unicità” o, per
meglio dire, il loro essere “la prima volta”, in pratica coloro che hanno
profanato l’ignoto di allora.
Per questo oggi, quando
si legge di un record battuto di una traversata atlantica in vela, la notizia
non ci scompone più di tanto: dalla storia e dall’ardire di quei primi
intrepidi marinai, siamo, oramai, abituati a considerare le piste oceaniche
nient’altro come semplici autostrade marine.
Insomma, si è perso il
fascino della novità.
Ma cosa spinse quei
temerari ad arrischiare le loro vite e quelle dei loro equipaggi?
Solo la sete di oro e
ricchezza? Solo l’impareggiabile voglia di conoscenza?
Impossibile dare una
prima risposta, ma altrettanto impensabile che solo questi argomenti possano
bastare: niente avrebbe potuto avvalorare un'impresa simile solamente dettata
dalla sola speranza di ritornare ricchi e famosi.
In tempi in cui
mancavano strumenti veramente importanti per la navigazione, come cronometri
in grado di far calcolare l’esatta longitudine, indispensabile per
affrontare un viaggio, ma soprattutto per assicurarsi un ritorno, bisognava
sopperire a tali mancanze con una sola possibilità: sapere dove si stava
andando.
Pensate che Colombo
possa aver intrapreso un viaggio simile senza aver la certezza di aver
incamerato scorte e rifornimenti bastanti sia all’andata che ad un eventuale
ritorno, in caso di fallimento, ben sapendo, da buon marinaio, che i venti che
lo avrebbero sospinto ed aiutato nel viaggio di andata, sarebbero, al ritorno,
stati suoi acerrimi nemici?
Ancora oggi la
traversata del Pacifico o dell’Atlantico in vela può essere sì compiuta ma
in termini di tempo esageratamente lunghi.
Per chi avesse
affrontato una simile impresa, anche ai tempi di Colombo, l’aspettativa
naturale sarebbe stata inquadrata in un viaggio che fra andata e ritorno
avrebbe impegnato la nave e i marinai per qualche anno, senza la sicurezza di
essere comunque capaci di tornare alla patria natia.
Perché un regnante di
una grande nazione come la Spagna avrebbe dovuto impegnare mezzi, soldi e
uomini in un'impresa che non possedesse uno straccio di prova per la sua
riuscita?
Dopotutto, per quanto i
regnanti di Spagna potessero essere considerati dei mecenati, sicuramente era
l’aspetto commerciale quello da cui erano più attratti.
Eppure lo stesso Colombo
era sicuro di trovare qualcosa: le carte di cui disponeva lo affermavano senza
ombra di dubbio e persino una lettera del famoso cartografo Toscanelli lo
invitava a rifornirsi nelle “Antilie”, dando così per certa la loro
esistenza.
E che Colombo abbia
avuto queste carte è dato per certo dalle testimonianze epocali di alcuni
suoi marinai. D’altronde quali “documenti inoppugnabili” avrebbe potuto
mostrare alla regina di Spagna per convincerla a finanziare i suoi viaggi?
E’ altrettanto
innegabile che tali carte esistano come quella di Piri Reis, Oronzo Fineo,
Buache e così via, ma essendo questo un argomento trattato dall’autore in
un altro articolo presente sul sito (“Cartografia antica”) non mi voglio
dilungare oltre sull’argomento.
Vorrei invece stuzzicare
la vostra fantasia su un altro elemento: i più attenti lettori avranno
sicuramente posto un quesito: ma se Colombo e gli altri sono stati i primi ad
esplorare il Nuovo Mondo, com'è possibile che esistano tali carte?
Questa è una domanda
interessante poiché profondamente ancorata ai nostri canoni didattici di
studio. Infatti, ponendo le basi sulle conoscenze da noi acquisite attraverso
tanti anni d'indottrinamento culturale, è abbastanza logico pensare che il
quesito possa risolversi considerando il tutto un puro lavoro di fantasia;
insomma che queste carte siano rappresentazioni simili a quelle raffiguranti
la famosa Terra di Mezzo, illustrata nei libri della fortunata saga di Tolkien.
Invece no: la loro
accuratezza e il loro riprodurre particolari altrimenti non conoscibili se non
attraverso l’osservazione diretta fa sì che tali mappe siano di là di
qualsiasi sospetto.
Persino Magellano pare
che avesse carte nautiche che mostravano il passaggio che gli permise di
raggiungere il Pacifico (e che prese proprio il nome di Stretto di Magellano),
carte che custodiva gelosamente. Egli non partì alla maniera di una novella
armata Brancaleone alla ricerca di quel passaggio fra l’America del sud e il
continente australe (allora ancora sconosciuto), ma era ben conscio che tale
passaggio “esisteva”, tanto che addirittura la ricerca divenne quasi
maniacale inoltrandosi in ogni insenatura.
Ma non erano solo
Magellano e Colombo a possedere queste carte, che probabilmente si erano
diffuse in Europa dopo la distruzione della biblioteca di Alessandria, vero e
proprio centro cumulativo di conoscenze letterarie dell’epoca antica.
Mappamondi, planetari e
carte incominciarono, all’epoca delle prime grandi esplorazioni, a circolare
con sempre maggior insistenza e con sempre più inspiegabili dettagli,
soprattutto indicanti l’esistenza di una massa terrestre, la Terra Australis,
che altro non sarebbe che l’Antartide, scoperta però solo nel 1818!
Sapete come spiegano gli
storici moderni la presenza di questa terra su mappamondi e carte? Ebbene si
limitano a considerarlo come un semplice elemento atto a “contropesare” il
resto delle terre conosciute!
Ma, allora, se Colombo e
gli altri non sono stati i primi, chi può averli anticipati? E abbiamo le
prove di viaggi transoceanici nell’antichità?
Rispondo alla prima
domanda rispondendo alla seconda, tralasciando il fatto di enunciarmi sulla
possibile esistenza di antiche civiltà scomparse (Atlantide, Mu e altre),
anche se i caratteri di alcune mappe indicano che forse la storia dell’uomo
andrebbe retrodatata di qualche millennio.
La diffusione
dell’uomo e di alcune razze animali in continenti come l’Australia,
nettamente separati dagli altri per via di evidenti confini marini, può
essere spiegata solo facendo considerazioni su una qualsiasi forma di
“navigazione primitiva”.
Insomma l’Australia
sarebbe stata raggiunta via mare per mezzo d'imbarcazioni che, ancor che
primitive, consentivano il trasporto di famiglie intere e animali domestici.
Probabilmente
aiutati anche da un livello marino (causa anche una diversa dislocazione dei
poli) che era nettamente meno elevato e consentiva l’affiorare di piccoli
isolotti che facevano da “ponte” con tanto di fauna ittica e terrestre.
In pratica questi primi
navigatori avrebbero avuto a disposizione anche cibo e altre utilità.
Insomma, l’arte della
marineria si sarebbe sviluppata e man mano affinata sin dal paleolitico,
soprattutto in quegli stanziamenti costieri che vedevano il mare e quelle
piccole lingue di terra di fronte a loro come unica vera risorsa alimentare.
Da qui la necessità di
munirsi di mezzi natanti sempre più perfetti e la nascita di una lenta, ma
costante, evoluzione dell’imbarcazione.
E’ oramai opinione
fuori discussione che in antichità i vichinghi, popolo di abilissimi
navigatori, sono potuti arrivare sino alle coste del continente americano, ma
pare che essi non siano stati non solo gli unici, ma neanche i primi!
Il compianto (è
scomparso da poco) Thor Heyerdall è stato un precursore in questo,
affrontando più volte temerari viaggi in mare con fragili (all’apparenza)
imbarcazioni che ricalcavano fedelmente quelle polinesiane, o quelle degli
abitanti degli altopiani andini, persino barche egizie, dimostrando che era sì
possibile, per i popoli antichi, affrontare viaggi siffatti lunghi e
pericolosi.
Nella maggior parte dei
casi bastava affidarsi alle correnti e cercare il periodo migliore per
partire.
Certamente possono
essere fatte delle obiezioni su alcuni risultati di Heyerdall e sembra quasi
assurdo riuscire a capire la motivazione che dovrebbe spingere degli esseri
umani a simili imprese.
Resoconti di viaggi
avventurosi e oggetti comuni a civiltà estranee a luoghi dove sono stati
ritrovati, fantomatiche costruzioni e mitologie comuni, fanno pensare che le
rotte oceaniche, da sempre aspro baluardo dell’operato umano nell’antichità,
fossero, invece, ben battute e conosciute, con proficui scambi commerciali e
culturali.
Persino Dante, nel 1°
canto del Purgatorio della Divina Commedia, fa una chiara allusione a
possibili esploratori antichi:
“Io
mi volsi a man destra e posi mente
all’altro
polo, e vidi quattro stelle,
non
viste mai fuor che alla prima gente”
Oltre ad essere
interessante il chiaro riferimento alla costellazione della Croce del Sud,
scoperta nel 1455 dal veneziano Alvise Cadamosto (mentre Dante scrisse la sua
opera tra il 1307 e il 1318) e registrata tra le costellazioni solo nel 1679,
ci sarebbe da chiedersi chi sono quelle “prime genti” cui il sommo poeta
si riferisce!
Naturalmente Dante
avrebbe potuto trarre le sue conclusioni visionando il globo dell’arabo
Calissar Ben Abucassan che riproduceva, nel 1200, la volta celeste e anche la
Croce del Sud: ma la domanda è sempre la stessa: da chi trasse le sue
originali cognizioni il nostro arabo?
Se i nostri dogmatici
dottori in storia leggessero di più nelle righe di quelli che loro, per
semplice convenienza, dichiarano essere semplici resoconti fantasiosi, forse
potremmo avere una risposta.
I fenici, e dopo di loro
i cartaginesi, furono sicuramente fra quei popoli a navigare oltre le
famigerate Colonne di Ercole, termine ultimo del mondo allora conosciuto, e
questo è documentato dal ritrovamento di monete e iscrizioni fenicie
ritrovabili sia nel Nord che nel Sud dell'America. Essendo un popolo
soprattutto di mercanti è abbastanza logico che facessero di tutto per
mantenere il riserbo su quelle rotte misteriose e sui loro nuovi traffici. Un
riserbo mantenuto con tanta forza da arrivare ad affondare le navi che
seguivano le loro, o, in estrema soluzione, ad autoaffondarsi. Addirittura
scoraggiavano le altrui velleità con racconti spaventosi in cui “ il
mare in quei luoghi è impraticabile, poiché vi sono grandi quantità di
bassifondi fangosi…causati dalla terra sommersa.. e terribili mostri…”.
L’ammiraglio
cartaginese Imilcone così descrive la sua spedizione nell’Atlantico: ”
….Non vi è brezza che spiri guidando
la nave, tanto fermo è il pigro vento dell’ozioso mare…alghe dovunque
sparse tra le onde impediscono la rotta come fossero rami. Il mare ha poco
fondo…mostri marini spaventosi si aggirano nuotando fra le navi che
lentamente avanzano…”.
Per chi ha dubbi è
giusto chiarire che una zona simile realmente esiste ed è il Mar dei
Sargassi, tristemente noto per le alghe (il sargasso per l’appunto) che lo
ricoprono e per le improvvise e durevoli bonacce, che costringevano le navi a
vela a fermarsi quasi. Infatti, quella zona è anche conosciuta con il nome di
Latitudine del Cavallo, chiamata così dagli Spagnoli che erano costretti, al
terminare delle scorte di cibo, ad uccidere i propri cavalli per sopravvivere.
Un altro documento che
narra di terre ignote e selvaggi uomini che le abitavano ci viene da Pausania,
nella sua opera Periegesi della Grecia, nella quale il poeta cita Eufemo il
Cariano (fenicio).
Tornando alle Antilie
citate secoli più tardi dal Toscanelli, bisogna ricordare che anche
Aristotele cita l’isola di Antilia come approdo cartaginese (nome molto
simile alle odierne Antille) e narra che il segreto era talmente ben
conservato da condannare a morte chiunque ne parlasse.
La leggenda dell’Isola
di San Brandano costrinse, nel Medioevo, gli irlandesi a compiere una dozzina
di spedizioni.
E’ molto accreditata
la possibilità che un principe gallese, fuggito dalla propria terra, sia
giunto in America: infatti, tra il gallese (uno dei ceppi linguistici più
antichi) e la lingua degli indiani Madan si notano somiglianze incredibili.
Ma se il viaggio era
possibile da est ad ovest è altrettanto vero che abbiamo testimonianze di
viaggi all'”incontrario”: grosso sconcerto comportò “gli uomini dalla
pelle rossa” comparsi sulle coste germaniche, su una grande canoa, nel 1°
secolo dopo Cristo; alcuni di loro furono condotti come schiavi dal console
romano di quella regione!
Facendo un passo
indietro potremmo notare che persino gli egiziani, che per antonomasia non
sono un popolo di navigatori, pare che abbiano svolto un ruolo importante in
questa pre-colonizzazione.
Le stesse barche
scoperte ai fianchi della Grande Piramide e la flotta scoperta nel deserto nei
pressi di Abido sono costruzioni nautiche adattissime più alla navigazione
oceanica che a quella fluviale.
Lasciando da parte che
le stesse date di costruzione paiono non collimare con la storiografia egizia,
ipotizzando quindi l’appartenenza di queste barche ad un'altra civiltà,
c'interessa ora sconfessare un luogo comune: quello cioè che gli egizi non
abbiano mai solcato gli oceani.
Da alcuni resoconti
storici pare che una spedizione marinara, all’epoca del faraone Nekhao,
abbia circumnavigato l’Africa dato che tale rapporto afferma che, ad un
certo punto della navigazione i marinai “ si sono trovati il sole
sull’altro lato”. D’altronde la presenza di cocaina, un derivato dalla
pianta di coca, di matrice strettamente sud americana, in alcune mummie pare
confermare rapporti cospicui, anche se indiretti, con l’altra sponda
dell’Atlantico.
Se vogliamo volare
ancora di più con la fantasia potremmo considerare quelli che da molti
studiosi sono considerati geroglifici (oltre 250): unica particolarità è che
sono stati scoperti nel National Park Forest of the Hunter Valley, 100 km a
nord di Sidney, Australia!Che gli egizi avessero raggiunto l’Australia?
Nel ‘600 quando i
primi gesuiti raggiunsero il continente americano si ritrovarono innanzi a
statuine e dolmen simili alle culture europee, distruggendole per non
infondere il seme della superstizione nelle popolazioni locali. I gesuiti
rimasero soprattutto stupefatti di una statua di rame che sfoggiava una barba
tipicamente europea.
Nella vallata di Hudson
sono state scoperte più di una cinquantina di camere sotterranee che vengono
comunemente attribuite a probabili esploratori celti che raggiunsero il
nord-est del continente americano parecchie migliaia di anni fa. Infatti, sono
molto simili alle costruzioni druide d’Irlanda. Ma non solo: anche dolmen e
cerchi di pietra paiono essere comuni in America.
Le leggende indiane
parlano di uomini dagli occhi blu, con corna in testa (elmi cornuti?) e con i
volti di fuoco (barba e capelli rossi?).
Tutto ciò va
sicuramente d’accordo con la tesi di due antropologi americani, Stanford e
Bradley, che affermano che già 18000 anni fa (cioè seimila anni prima che
gli asiatici giungessero attraverso lo stretto di Bering) alcune popolazioni
preistoriche europee, favorite dalle correnti marine e dai venti favorevoli,
abbiano raggiunto le coste nordorientali degli USA. Questo grazie alle
somiglianze fra le punte di pietra della cultura sulutreana, in Europa, e la
cultura Clovis, in America.
Quelli che sembrano
pittogrammi cinesi affrescano alcuni muri in pietra sulle isolette che
abbondano nel fiume Susquehanna, in Pennsylvania.
Se vi scappa un sorriso,
trattenetelo, perché pare proprio, da recenti studi, che i cinesi
anticiparono, e di molto, Colombo e i suoi discendenti.
Gavin Menzies, ex
ufficiale inglese, ha studiato per 14 anni carte nautiche e documenti di
viaggio di una flotta cinese guidata dall’ammiraglio eunuco Zheng He, che
tra il 1421 e il 1423 giunse in America e in Australia. Zheng He guidava navi
multilaberate grandi cinque volte in più le navi di Colombo.
Menzies aveva raggiunto
tale convinzione scoprendo un planisfero che includeva l’Africa del Sud e
Capo Buona Speranza datato 1459 (e Capo Buona Speranza fu doppiato da Vasco de
Gama solo nel 1497).Su questo planisfero era presente una nota circa un
viaggio intorno Capo Buona Speranza e le isole di Capo Verde nel 1420, oltre
ad immagini di tazze cinesi.
Secondo Menzies i cinesi
riuscivano ad orientarsi brillantemente grazie all’uso della stella Canopo e
riuscirono a navigare per secoli nel Pacifico, fornendo mappe dettagliate dei
luoghi.
Mappe che poi finirono
fra le mani del Re del Portogallo e di alcuni ardimentosi navigatori, che
affrontarono i futuri viaggi “sapendo dove andare”.
Inoltre quelle che
sembrano navi cinesi sono state ritrovate affondate al largo dei Caraibi.
Il tutto,
inoltre, potrebbe spiegare la somiglianza fra alcune statue olmeche e i tratti
caratteristici cinesi, oltre alla similarità delle loro rispettive forme
arcaiche di scrittura e la stessa venerazione per la Giada.
Contrariamente a quello
che si è sempre creduto, forse il famigerato Cipango, descritto da Marco Polo
(ma solo per sentito dire, mai per diretta osservazione), non è il Giappone,
di cui fra l’altro non corrisponde nella descrizione (terra lontanissima e
sterminata, ricca di oro, con popolazioni gentili e idolatre: tutte cose
appartenenti all’america precolombiana e non al Giappone). Ricordate quando
Colombo descriveva gli amerindi come gente”bella e gentile”? O lo stupore
di Cortès quando si trovò dinanzi a Tecnotitlan, la capitale Azteca, dai
tetti d’oro e immensamente più grande di Venezia (all’epoca una vera e
propria metropoli europea)? ma il continente americano, raggiunto secoli
prima.
E forse proprio l’aver
capito di trovarsi dinanzi ad una terra nuova e a nuove risorse spinse Colombo
ad ideare una simile impresa e gli diede gli argomenti adatti per convincere i
reali di Spagna! Da qui la sicurezza di Colombo di trovare oro e l’oculata
scelta di portare perline e specchi da donare agli indigeni.
In un'epoca in cui le
principali rotte commerciali erano comprese fra le vie marittime da e fra
l’Europa e l’Africa e le arterie commerciali terrestri che aprivano nuovi
orizzonti con la Terra Santa e gli imperi asiatici, perché i templari
dovettero affannarsi a costruire un porto a La Rochelle, sulla sponda
dell’Atlantico del Nord, vicino allo stretto della Manica, ed ad unire
questa città con il resto d’Europa attraverso una rete di vie che avrebbe
fatto invidia ad un moderno tronco ferroviario?
Forse anche i templari
conoscevano le rotte antiche e i nuovi mondi e sapevano di trarne vantaggi
economici, e, similmente ai fenici, gelosi delle loro conoscenze, volevano
porsi fuori dello sguardo vigilante dei paesi che davano sullo Stretto di
Gibilterra (Francia, Spagna e Portogallo), punto focale di passaggio
all’epoca, in modo tale da rendere segrete le loro spedizioni.
E forse fu proprio in
America che alcuni Templari sopravvissuti alla strage ordinata dal re di
Francia Filippo il Bello, riuscirono a sfuggire portando con sé il loro
tesoro.
Forse Colombo sapeva di
questo e nella speranza di farsi scorgere dai discendenti di questi
fuggiaschi, in modo che essi potessero segnalare la loro posizione, ricamò
sulle sue vele non il simbolo della corona spagnola ma la classica croce
templare!
Perché imprese così
grandi come la scoperta dell’America (da parte di Colombo) e quella del
continente australe (da parte di Cook) furono appannaggio e perseguite da
uomini che sino allora non avevano brillato particolarmente in tali campi?
Possibile che tutti gli antichi navigatori abbiano potuto approfittare di
documenti antecedenti?
Da quello sopra detto
pare proprio di sì e d’altronde negarlo sembrerebbe solo un arrampicarsi
sugli specchi, vista la gran quantità di prove a carico di tale teoria.
Rimarrebbero solo alcune
domande cui rispondere: i grandi viaggi via mare, nei tempi antichi, nacquero
per caso o per necessità? E le carte che testimoniano territori com'erano
osservabili solo 12000 anni fa a quale cultura vanno assegnate, visto che, a
memoria di uomo, quest’epoca è di molto antecedente la nascita delle prime
civiltà a noi note? Gli stessi antichi marinai, fenici, cartaginesi, egizi o
altro avevano appreso da altre culture, precedenti la loro, tali cognizioni?
Tutto ciò parrebbe
indicare che il gesto più coraggioso di Colombo non fu quello di affrontare i
mostri marini o l’eventuale precipizio che, secondo i dettami del tempo,
pareva l’attendesse al bordo del mondo, ma quello di usare le carte
geografiche e altre documentazioni che aveva in mano.
Un coraggio che
evidentemente manca ai nostri storiografi e illuminati dotti.
Mattera Antonio, Diplomato Capitano di Lungo Corso all’Istituto Tecnico Nautico, congedatosi dalla Marina Militare con la qualifica di Sergente Radiotelescriventista Radiotelegrafista; residente in Ischia (NA). Indirizzo posta elettronica cojmat@tin.it
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