Meteoriti a Tunguska

di Veronica Balboni 

METEORITI FONTE DI SAPERE-UNIVERSITA’ DI SIENA(DICEMBRE 2001) EFFETTUO’ SPEDIZIONE IN ANTARTIDE-COLLEGAM CON TUNGUSKA 1994-(SPEDIZ.DI PIAN DI BALESTRA-S BENEDETTO VS)

Non sempre è l’uomo, l’artefice volontario di bombardamenti sul pianeta in cui egli vive; il mondo intero è fatto segno di ‘bersagliamenti’ naturali, più o meno innocui o devastatori, provenienti dalla volta celeste, ma non per questo meno potenti o meno temibili;  Nel dicembre del 2001, quattro ricercatori italiani dell’università di Siena, in seno al ”Progetto nazionale di ricerca in Antartide”(Pnra), individuarono un meteorite di ben ‘cinque chili’ di materiale extraterrestre, caduto sulla calotta polare antartica e proveniente dalla Terra Vittoria Settentrionale, formata da un ghiaccio di colore blu cristallino, di origini assai profonde, ma che risale in superficie alla presenza di ostacoli sotterranei. Nel corso della spedizione ( dal 7 al 27 dicembre), spesso con temperature di 32 gradi al di sotto dello zero e venti che soffiavano ad oltre 40 nodi,Luigi Folco del Museo dell’Antartide di Siena, Cristiano Ferraris, Antonio Zeoli e Marcello Mellini del Dipartimento di scienze della Terra dell’ateneo, rinvenirono173 meteoriti di quattro miliardi di anni fa, reperti poi collocati al Museo dell’Antartide di Siena,  museo che raccoglie materiali tra i più importanti del pianeta insieme a quelle dei musei giapponesi ed americani. Causa le difficili condizioni ambientali, l’equipe venne accompagnata da Paolo Bruzzi e Fabrizio D’Incà, guide alpine militari del Centro addestramento alpino dell’esercito.“

Questo materiale extraterrestre-spiegò al ritorno dalla spedizione il professor Carlo Alberto Ricci, vicepresidente della commissione scientifica nazionale per l’Antartide-ha inoltre grande valenza come ‘sonde spaziali a costo zero’, poiché riducono operazioni di rilievo scientifiche su Marte o sulla Luna, dai costi elevatissimi “. Dal materiale rinvenuto, si sono potute e si potranno ancora trarre più che preziose informazioni sulla formazione ed evoluzione del sistema solare. Argomento più che mai attuale, quindi, anche l’ alterna vicenda e la ridda di ipotesi che dal 30 giugno 1908, caratterizzarono una vastissima esplosione che in un secondo bruciò mille chilometri quadrati a Tunguska, una regione paludosa della taiga, nel cuore della Siberia, priva di sentieri ed abitata solo dagli Evenki, popolo di cacciatori di pellicce ed allevatori. Sembrava non vi fosse alcuna spiegazione precisa per tale fenomeno, fino al 1991 quando un gruppo di scienziati, reduci da un’ulteriore spedizione in loco, organizzata dal Dipartimento di Fisica dell’Università di Bologna, a far luce sul rebus che pareva non avere soluzione. A tale missione, presero parte il fisico nucleare Giuseppe Longo, il dottor Romano Serra, un’autorità in fatto di meteoriti, il Professor Menotti Galli, esperto  di raggi cosmici, Stefano Cecchini, astrofisico del Cnr; Nel 1994, dopo una definitiva spedizione dell’ equipe, la rivista Planetary Space Scienze, avrebbe confermato e pubblicato la verità sulle cause del cataclisma, legate, appunto ad un meteorite.

Fino a tale conferma, le ipotesi erano state molteplici e di varia natura: una ‘bomba atomica’ naturale, secondo il geofisico Alexej Solotow vista la radioattività registrata nel fiume ed il danneggiamento di alberi lontani addirittura duecento chilometri; un “ Ufo esploso in fase di atterraggio”, secondo un ‘ufologo’ Alexander Kazantsev nel 1946, un frammento di ‘antimateria’ proveniente dallo spazio, un’esplosione dovuta ad un’arma nucleare caduta per sbaglio sul nostro pianeta da un’astronave di passaggio e così via. Da numerosi testimoni fu inoltre definita ”una palla di fuoco che aveva attraversato il cielo della pianura del fiume Jenisse”, giacché la collisione aveva provocato un boato avvertibile fino a mille chilometri di distanza, con una intensità allora calcolata pari a 12 megatoni (mille bombe di Hiroshima) relativa ad una ‘massa compatta’ disintegratasi a circa 7-8 chilometri dal suolo, viaggiando ad una velocità approssimativa tra i 50 ed i 60 chilometri al secondo.

Dopo la spedizione universitaria, grazie a particolari apparecchiature, nonché all’occhio sofisticato del microscopio elettronico ed al prelievo significativo di campioni tratti dagli alberi sopravvissuti, si sono trovate tracce evidenti di condriti ordinarie cioè elementi caratteristici degli asteroidi; ed ecco perché non è stato trovato alcun cratere attorno all’epicentro della catastrofe, dal momento che il corpo celeste si è sbriciolato prima dell’impatto a terra.