Il Mistero della Rosa Camuna: simboli

Viaggio nel profondo del simbolo

di Franco Gaudiano

Che cos’è la rosa camuna?

La Rosa CamunaTutti in Lombardia conoscono il simbolo della Regione, che spunta fuori dappertutto come un fiore quadrilobato bianco su campo verde o verde su sfondo bianco, nei loghi di cooperative, associazioni, alberghi, ristoranti, formaggi, canzoni, film premiati, premi per l’impegno femminile nel sociale… Eppure, chi può dire con certezza cosa fosse in origine quel segno curvilineo inciso sin dalla preistoria sulle rocce della Val Camonica? Nessuno.

Chi ha fatto seri studi ha riscontrato che la cosiddetta “rosa camuna” è rappresentata non solo in Lombardia ma in molte altre parti del globo. Ne esistono esemplari simili incisi su rocce dalla Polinesia all’Arabia al Portogallo; gli stessi motivi appaiono in Austria su manufatti in bronzo provenienti da ricchi corredi di sepolture femminili (Cultura di Hallstatt); in Inghilterra c’è un unicum sotto forma di incisione rupestre, sorprendentemente identica in forma e dimensione alla “Rosa di Sellero” della Val Camonica, a Rombad Moors (Ilkley, Yorkshire); ma la più antica raffigurazione a noi nota della “rosa” paragonabile a quella lombarda quadrilobata è stata rinvenuta in Ucraina sul fondo di una coppa della Cultura delle Tombe a Fossa, datata al III millennio a.C.

Pizzo BadileTuttavia questa icona trova la sua massima espressione, sia in quantità che in qualità, nella zona della media Val Camonica tra i monti Concarena e Pizzo Badile Camuno. Un centinaio di “rose” sono a tutt’oggi documentate sulle superfici litiche di questa precisa area, talune eseguite con cura e precisione non riscontrabili altrove. Pur non essendo certo il segno più diffuso in Val Camonica — pensiamo alle numerose centinaia di capanne, cervi, cacciatori, guerrieri, impronte di piedi, mappiformi ecc. presenti in valle — questo simbolo è tra i più ricercati e analizzati, sia dagli archeologi che dai visitatori attratti dall’arte rupestre camuna.

Senza tema di smentita, abbiamo constatato che la rosa camuna fa da capolista tra le figure più amate della Val Camonica. È spontaneamente riprodotta da bambini, ragazzi e adulti nei laboratori artistici di musei interattivi dove viene chiesto di imprimere una icona a scelta, tra quelle osservate durante una visita alle incisioni, sui ciottoli che poi ciascuno tiene con sé come souvenir dell’esperienza. Vien da chiedersi, perché le genti camune (e non solo) si riconoscono così volentieri in questo simbolo? È plausibile che da questa figura emerga un’armonia, nell’espressione artistica, che vuole rispecchiarsi nell’intimo di chi sa percepirla? Questo “fiore all’occhiello” della Val Camonica che molti trasferiscono sorridenti in casa propria rappresenta forse l’immagine di un archetipo che ci portiamo dentro, magari nell’inconscio, da tempo immemore?

OLYMPUS DIGITAL CAMERALe ipotesi degli studiosi

Varie possibilità sono emerse sulle origini e i significati relativi a questa icona. Alcuni archeologi ipotizzano che essa sia un simbolo solare o, quando la si trova orientata secondo i punti cardinali, sia l’equivalente preistorico della nostra rosa dei venti; altri ritengono che fosse una bandiera o uno strumento musicale dell’antico Egitto; un semplice gioco o un portafortuna; un simbolo di potere, dal valore profilattico e apotropaico… Con un tocco di humour, alcune di queste ipotesi sono state messe in bocca ai personaggi-archeologi di un romanzo, L’altra faccia di Mauro&Mauro, da cui traspaiono in filigrana appunti presi da testi e articoli “scientifici”.

Dalle risposte dotte ma conflittuali di questi esperti si evince che il dibattito sulla vera identità della rosa camuna è tutt’altro che chiuso.

Identikit della rosa camuna

Forniamo elementi utili per derivare considerazioni, se non sulla “vera” identità della rosa, almeno sulla sua probabile appartenenza a una “famiglia nobile”, o a una classe elevata di simboli arcaici, le cui origini e i significati profondi si perdono nella notte dei tempi. Chiediamo al lettore di guardare attentamente le seguenti figure e cercare di coglierne i tratti che li accomunano.

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clicca la foto per ingrandireQuali sono le caratteristiche fondamentali che fanno di queste icone una famiglia organica? Sono tutte immagini geometriche astratte (cioè non corrispondenti a oggetti né a creature dal mondo materiale) con un centro da cui s’irradia un apparente movimento rotatorio continuo.

Accenniamo una breve analisi che ci porterà ad una ipotesi interpretativa del simbolo della rosa camuna, sottolineando ancora che questi segni, non indicando qualcosa di materiale, devono essere simboli di matrice mentale, ovvero di una realtà interiore, insita nell’uomo. Infatti si trovano raffigurati sin dai primordi tra numerose civiltà preistoriche del mondo intero, tra cui quella degli antichi Camuni.

1. Il disco puntato: l’axis mundi o pilastro del mondo

Questo è il più “puro e semplice” dei motivi rotatori. Il suo centro, evidenziato da un punto ben marcato, è di per sé un simbolo fondamentale dell’umanità: il perno immobile da cui si genera il movimento tutt’intorno. Nel linguaggio dei simboli il centro non va inteso come un punto statico, ma come il fuoco da cui s’irradia il soffio della vita manifestata dal cerchio, il potenziale realizzato. È l’axis mundi o pilastro del mondo, punto di congiungimento tra il creatore e il creato, canale di comunicazione tra il sé consapevole della propria esistenza e i cicli dell’universo. In alcune civiltà “primitive” anche contemporanee (p. es. nelle Americhe, in Africa, in Australia) il centro, da un punto di vista simbolico, è considerato l’ombelico della Terra da cui esce la razza umana. La vita stessa si sviluppa dal centro, dal Principio…

Il cerchio è l’estensione o sviluppo del punto. Simbolo per eccellenza di totalità indivisa, senza inizio né fine, spesso rappresenta il tempo eterno. È anche figura dei cicli celesti, del regno dei cieli o dello spirito (in contrapposizione al quadrato, rappresentante la Terra solida su cui poggiamo i piedi). Realizzato dall’uomo preistorico nella forma concreta della ruota, costituì a quei tempi un importante avanzamento dell’umanità, “creatrice” di qualcosa che le permetteva di muovere e di muoversi con continuità nello spazio.

Nel suo insieme, il disco puntato è il simbolo solare delle antiche scienze dell’astronomia e dell’astrologia. Ma lo troviamo rappresentato già nei Veda, i primi testi sacri o libri della Sapienza dell’India precristiana (ca. 1500 a.C.), ove raffigura l’origine della Vita dall’Uno. Insieme alla rosa camuna, è uno dei segni preistorici più diffusi e forse il più antico sulle rocce della Val Camonica, spesso accostato ai cosiddetti “oranti” databili al Neolitico.

2. La svastica: sintesi di cerchio e quadrato

Anche questo è un simbolo tra i più diffusi e antichi dell’umanità, le cui prime attestazioni a noi note risalgono al VI millennio a.C. in Mesopotamia, su piatti dipinti di Samarra. Fu poi adottato da popoli diversi come Celti, Etruschi ed Ellenici, da cui deriva il disegno ornamentale chiamato “greca”. Il suo senso originale, che nella voce sanscrita come in greco era “ben-essere”, oggi purtroppo è adombrato dall’uso distorto che ne ha fatto il nazismo. Teniamo presente che questo simbolo, come del resto tutti quelli analizzati nel presente studio, possiede un carattere dinamico, comunicativo, aperto a possibilità diverse d’interpretazione e di uso a seconda di come l’uomo interagisce con esso. Il simbolo, non dimentichiamolo, è per definizione solo la “metà figurata” di ciò che esso stesso riflette, come uno specchio: l’altra metà è il significato che noi attribuiamo a ciò che vediamo.

OLYMPUS DIGITAL CAMERATornando al suo senso primario, la svastica indicava un movimento rotatorio attorno a un centro fisso, con enfasi sulle quattro direzioni cardinali o i cicli universali. Nel Simposio di Platone esso era anche simbolo di congiunzione del maschile con il femminile (il segno della svastica rappresentava l’androgino che fu diviso in due per smorzare la sua arroganza: le due metà erano costrette a rincorrersi nell’eterna ricerca dell’unione tra i sessi). Tra gli usi tradizionali della svastica tuttora in voga ricordiamo che in India essa si affigge sullo stipite della porta di casa alla nascita di un bambino, per celebrare la nuova vita e propiziarne la crescita.

Notiamo che la svastica è una figura angolare, composta da segmenti dritti, eppure i suoi raggi piegati a L suggeriscono un movimento circolare: fu dunque un primordiale tentativo di sintesi tra quadrato e cerchio? Facendo girare velocemente una svastica attorno al suo perno centrale, si ha infatti l’illusione ottica che i bracci simmetrici ortogonali formino un cerchio.

3. Il Nodo di Salomone, “simbolo o archetipo d’alleanza”

Con questo titolo l’archeologo Umberto Sansoni definisce questo disegno, che difatti appare come una matassa strettamente annodata, impossibile da sciogliere. La prima notizia “moderna” di un nodo o groppo di Salomone risale a Dante, che lo menziona nella tenzone con Forese Donati. Dal tono goliardico di botta e risposta tra i due poeti è evidente che il nome dovesse essere da tempo nella nozione comune. Si suppone che fosse così denominato in omaggio a Re Salomone che, nel X sec. a.C., seguendo le orme del padre Davide, aveva trasformato il martoriato regno d’Israele in uno stato unitario. Ma pare che molte varianti del Nodo fossero già esistenti sin da prima dei tempi di Re Salomone in diversi luoghi della Terra, tra cui l’estremo Oriente, con varie sfumature di significati oltre a quello di simbolo d’alleanza.

Anche questo simbolo ruota attorno a un centro ed evidenzia il concetto di continua rotazione grazie alle linee curve dei quattro “lobi” esterni. La sua circolarità quadripartita può alludere ai cicli della vita, come pure alla loro ripetitività nello spazio e nel tempo. È interessante notare che in Val Camonica vi sono Nodi di Salomone non solo incisi su roccia, ma anche raffigurati negli affreschi di alcune chiese e cappelle. L’accostamento all’arte sacra cristiana sembra suggerire che questa icona di origine preistorica sia stata ripresa, con diverse valenze simboliche, in successive fasi storiche.

4. Il pentagramma: unione raggiante dei diseguali

Detto anche pentacolo o stella a cinque punte, questo simbolo, come pure la svastica, è stato stigmatizzato in negativo in quanto “sigillo delle streghe”. Nel medioevo si riteneva che le cosiddette streghe lo usassero per lanciare sortilegi o per mobilitare potenze occulte. Ma, come per ognuno di questi simboli, la sua origine antichissima richiama motivi positivi di unione di elementi contrapposti. Se è vero che nell’uomo s’intrecciano bontà e malvagità, così nel pentagramma forme dolci e punte acute come spade s’intersecano senza soluzione di continuità. Nel centro vi è un pentagono che, se guardato con occhi socchiusi per sfocarne gli angoli, appare come un cerchio, contornato da cinque triangoli isosceli che formano una stella a cinque punte, che a loro volta formano i vertici di un pentagono maggiore, e così via, volendo all’infinito…

Essendo fondato sul numero cinque – che nasce dalla somma di un pari e un dispari – questo simbolo esprime l’unione dei diseguali e simboleggia una felicità raggiante nel congiungimento dei diversi elementi. Simbolo caro ai Pitagorici (V sec. a.C.), veniva tracciato nelle epistole a mo’ di saluto, con la stessa funzione del nostro augurio “sta’ bene”. Emblema del Genio che eleva l’anima a grandi cose, fu chiamato anche “stella fiammeggiante” o scintilla del fuoco sacro, considerato fonte inesauribile di vita. Ancora oggi il pentagramma è, per alcune associazioni religiose, il simbolo dell’uomo rinato e del suo eterno divenire, grazie al quale si manifesta il piano di Dio.

In Val Camonica si riscontrano stelle a cinque punte incise su rocce che danno sul Monte Concarena, sulla cui frastagliata cresta, nei giorni dell’equinozio, avviene un fenomeno molto particolare: il sole nel tramontare viene inghiottito da una sottilissima fessura che crea l’effetto ottico di una stella a cinque raggi.

[Foto di F.G.]

5. Il labirinto: alla ricerca del centro nascosto

Nella nota leggenda cretese il labirinto era l’abitazione del Minotauro, il mostro-toro del re Minosse. L’eroe più celebre dell’Attica, Teseo, dovette raggiungere il centro e uccidere il mostro, dopodiché poté uscire dal labirinto grazie all’aiuto del filo di Arianna, il sottile legame al femminino dell’uomo-eroe.

Simbolicamente il labirinto indica la ricerca eroica del proprio centro nascosto, che l’uomo può raggiungere e superare (cioè uscirne trasformato) attraverso complicati meandri circolari. Cammino iniziatico per eccellenza, il labirinto contiene numerosi elementi familiari alla mitologia e alla psicologia: la partenza, il superamento della soglia, l’esplorazione dell’ignoto, il difficile raggiungimento dell’obiettivo (il punto centrale), nonché il viaggio di ritorno e l’uscita, che equivale alla trasformazione dell’io rinato. Raggiungere il centro e sopravvivere corrisponde simbolicamente alla vittoria dello spirito sulla materia e all’elevazione dell’uomo da uno stadio all’altro dell’esistenza, o alla sua capacità di rinnovarsi.

Sembrava non vi fossero labirinti nell’Italia antica (ad eccezione di un palazzo tombale dell’etrusco Re Porsenna, descritto da storici romani ma mai rinvenuto), finché non furono scoperti i labirinti incisi sulle rocce del parco di Naquane e altrove in Val Camonica. Notare che nel centro di queste incisioni è evidenziata una forma di croce da cui partono (o nella quale convergono) i meandri.

6. Rosa svasticata o a girandola celtica: dal sole alla terra

Da un punto centrale si dirama una croce, costituita da nove cerchietti o coppelle. Abbiamo così, ancora una volta, un connubio tra uno schema fisso e rettilineo (la croce) e un movimento rotatorio senza inizio né fine. Il senso di moto circolare perpetuo attorno alla croce è dato da un segno curvilineo che avvolge le nove coppelle in una svastica dai contorni addolciti o “girandola celtica”, così definita dallo studioso Jacobsthal in una comparazione tra simboli rupestri italici e nord europei. Si trovano infatti esemplari simili ai nostri in Irlanda, oltre a quella già menzionata su una roccia dello Yorkshire.

In Val Camonica questa “rosa” viene spesso relazionata ai moti astronomici e/o definita simbolo solare. Il nesso con l’astronomia conferma e se vogliamo amplia il concetto di movimento attorno a un Centro, motore focale di tutte le cose e dei globi celesti. In rapporto all’ordine cosmico, questo simbolo sembra celebrare il ruolo vivificante del Sole sulla Terra e connettere la roccia al cielo.

7. Rosa simmetrica quadrilobata: il passaggio a una sfera superiore

Prima di azzardare interpretazioni, che risultano ovviamente in linea con la “famiglia” di simboli appena descritta, notiamo la perfezione matematica e geometrica di questa icona. Tutto parte dal centro, una coppella circolare dalla quale s’irradia un preciso quadrato costituito da nove cerchietti allineati in tre file di tre. Attorno ai lati di questo schema “ruota” un motivo che è insieme circolare e quadripartito. Mentre i nove circoli minori formano un quadrato, un circolo maggiore forma il “quadrilobo”. La figura trasmette così una sensazione di moto rotatorio pur essendo ancorata sui quattro lati, solida, ben definita, razionale e ordinata.

Questa sintesi di motivi contiene una voluta unitarietà di segni distinti. La linea circolare maggiore entra ed esce dal quadrato di coppelle, senza annullarne lo schema, anzi evidenziandolo, mentre condivide con il cerchio la proprietà fondamentale di continua rotazione. La rosa camuna quadrilobata incorpora perfezittamente le due figure geometriche fondamentali, cerchio e quadrato, che a un livello simbolico rappresentano i due stati complementari dell’esistenza: il Cielo (lo spirito) e la Terra (la materia). Il quadrato “cerchiato” dai lobi sembra rispecchiare la dialettica continua e necessaria tra la nostra solidità terrena e la sfera celeste trascendente.

Non sappiamo chi per primo concepì questa cosiddetta “rosa camuna”. È difficile anche solo tentare di risalire all’originale significato e uso di questa icona, vuoi per la diversità tra le nostre concezioni ideologiche e quelle, che non conosciamo se non per inferenze, degli antichi, vuoi per l’impossibilità di “tradurre” verbalmente un’immagine intraducibile. Ma senza dubbio il primo artista della nostra rosa era un essere umano sulla Terra, che concepiva sé stesso come soggetto creatore (quantomeno in senso artistico) all’interno di un creato (questo mondo) dal quale non poteva evadere. Forse quell’artista di un tempo ormai sepolto nell’oblio si chiedeva se fosse possibile concepire, o almeno suggerire, un armonioso passaggio da questa ad un’altra sfera dell’esistenza…

Una ipotesi tanto trascendentale non potrà mai essere provata, ma può essere ragionevolmente sostenuta se si considerano gli unici altri due elementi, oltre all’attenta osservazione delle forme del simbolo, a nostra disposizione: gli accostamenti e la distribuzione geografica della rosa camuna.

Gli accostamenti della rosa camuna

Sole PizzoImportanti conferme della plausibilità dell’ipotesi che la rosa camuna fosse un simbolo “spirituale” legato al passaggio da questa all’altra forma di esistenza, risultano evidenti quando si osservano le più frequenti associazioni della rosa con altre icone: nella stragrande maggioranza si tratta di antropomorfi armati o duellanti e, più sporadicamente, di palette, figure zoomorfe (cane, uccello acquatico) e la lettera Z “ad alberello” dell’alfabeto nord etrusco o camuno.

Le figure armate meritano una riflessione. Nell’età del Ferro (ca. I° millennio a.C.), quando si ebbe la massima incidenza di rose camune in Val Camonica e nel resto del continente europeo, il possesso di un’arma “moderna” rendeva l’uomo simile a un semidio o quantomeno a un “uomo di potere”, capace di difendere, prendere o togliere la vita per mezzo di quello strumento di straordinaria fattura ed efficacia. All’uomo così dotato doveva essere conferito un alone eroico decisamente superiore a quello che noi affibbiamo ai militi delle guerre moderne.

L’uomo armato, immortalato in una effigie rupestre che lo ritraeva nella sua postura di guerriero o duellante, era con tutta probabilità considerato alla stessa stregua di un eroe mitico, degno di entrare con tutti i carismi nel regno dell’aldilà. Il trapasso di un tale combattente doveva essere in qualche modo insignito di uno “status” speciale, il che spiegherebbe le associazioni della rosa – nell’alta valenza simbolica da me considerata – con alcuni combattenti, particolarmente selezionati, raffigurati nel momento del grande passaggio.

A sostegno di questa ipotesi segnaliamo il fatto che i “guerrieri” accanto a una rosa appaiono spesso ritratti in posizioni particolari, quasi fossero danzatori. Questo richiama alla mente l’atto finale della vita sulla Terra, che l’antropologo Carlos Castaneda definiva “l’ultima danza del guerriero”, metafora indicante l’impeccabilità o l’eroismo di guerrieri di una società primitiva (gli Yaqui del Messico) nel loro ultimo atto prima di lasciare questo lato della realtà. Se l’ultima danza o la caduta finale di un armato dell’età del Ferro costituiva la scena culminante di un’esistenza mitico-eroica sulla Terra, ci sembra sin troppo ovvio che dovesse essere relazionata a un simbolo nobile e trascendentale… come la rosa camuna.

E che cos’altro, oltre alla nostra rosa, poteva degnamente accompagnare l’eroe nel suo viaggio da questo mondo a quello oltre la soglia? Fisicamente una paletta che raccogliesse le sue ceneri (talvolta effigiata sulle nostre rocce nel mezzo di uomini armati e rose camune); metaforicamente un cane (tradizionale guardiano del regno dei morti) o un uccello acquatico (cosiddetto psicopompo, guida e conducente dell’anima di un defunto); e, Zeus ne sia testimone, la lettera Z, che ai tempi degli antichi camuni rappresentava la divinità e, considerata quale simbolo archetipo, aveva funzione eternizzante.

La distribuzione geografica della rosa camuna

Che la Val Camonica sia stata considerata per lungo tempo un luogo pregno di sacralità, è attestato non solo dalle incisioni rupestri e dalla straripante presenza di templi e arte sacra cristiana, dalle danze macabre nelle chiese all’ingresso della valle, nei templi cristiani posti sopra a luoghi di culto romani sovrastanti altari preistorici, ecc. (il che non è oggetto del presente studio) ma anche e specialmente da alcune caratteristiche geomorfologiche particolari, che possono aiutarci a capire perché gli antichi scelsero proprio questo territorio per incidere i loro segni. Ad esempio, se è vero che la rosa camuna è un simbolo solare, lo è in special modo nella media valle lungo l’asse che collega Cerveno e Ono S. Pietro alla zona di Ceto-Nadro, Cimbergo e Paspardo, dove il movimento del sole dà luogo a fenomeni che sembrano essi stessi simbolici della vita oltre la morte.

ConcarenaNel mezzo della valle difatti avviene una manifestazione astrale, dovuta alla morfologia del territorio, che si ripete ciclicamente due volte l’anno, nei giorni dell’equinozio: la doppia nascita-morte-rinascita del sole. All’alba dietro il Pizzo Badile, poi al tramonto dietro la Concarena. Al di là del fascino della stella a cinque raggi che il sole forma talvolta in questi attimi particolari, il fatto è che ciò si verifica alla fine dell’inverno quando la vita si risveglia, e poi all’inizio dell’autunno, in coincidenza con il massimo raccolto dei frutti della terra. Il sole, fonte di vita e indispensabile alla nutrizione dell’uomo, insieme ai due monti, Pizzo Badile e Concarena, mostra una dualità di aspetti complementari che s’incontrano e si rispecchiano con una ciclicità apparentemente non casuale, non occasionale, ma “voluta dal cielo”, che rese sacro il luogo proprio per la sua permanenza nei tempi ciclici del calendario astrale.

Questi fenomeni, osservabili anche al giorno d’oggi, possono spiegare l’origine del “santuario camuno” nella zona interessata, con il massimo accentramento di incisioni tra le montagne che “illustrano” questi due momenti.

Tornando alla nostra icona, la rosa camuna, notiamo che essa si trova spesso incisa su rocce in posizione panoramica e/o a strapiombo sulla valle sottostante e sempre in vista dei due monti. Appare evidente che essa non è mai tracciata casualmente, infatti è pressoché inesistente in alcune sia pur importanti località di arte rupestre, quali Seradina e Naquane (con un’unica eccezione nella zona impervia di Coren del Valento) e domina invece su alcune rocce selezionate, come quella del Dos Sulìf (sopra Paspardo), che a 1200 m di quota è tra le più elevate superfici istoriate della Val Camonica, sporgente come una costola della montagna in posizione altamente suggestiva, con ampia visione sulla valle sottostante, sulla Concarena e sul Pizzo Badile.

Vien da chiedersi…

È forse troppo tardi per recuperare la sacralità di un territorio dissacrato (da traffico, cemento, inquinamento, ecc.)? Forse, o forse no. Sta a noi, a noi tutti… Ma bisognerebbe che fossimo disposti a ripartire dal centro. Dal nostro centro. Non possiamo sperare che la ruota giri, se non c’è energia motoria al suo centro. Al centro di un territorio c’è chi lo abita. E sulla “ruota” c’è chi lo visita. Il residente e il turista, sono consapevoli di trovarsi in un luogo che fu considerato sacro per millenni e millenni? Possiamo aprire uno spiraglio, o lasciare spazio a nuove scoperte, rivelazioni o intuizioni? Chi lo desidera può scegliere di lasciarsi coinvolgere, non come fruitore passivo, ma da co-protagonista alla ricerca della dimensione mitica del luogo, nella roccia, nei suoi simboli incisi, nella mente umana, sulle tracce di un mistero non ancora del tutto svelato.