Nel segno delle Piramidi

Un possibile collegamento antidiluviano per la piana di Giza. Teorie, prove e ragionevoli dubbi potrebbero riaccendere il dibattito mai sopito sulla origine delle Piramidi.

(c) 2007 Roberto La Paglia

Un problema di angolazione

Da quando gli studiosi scoprirono l’egittologia, il mondo intero venne a conoscenza di uno dei misteri più antichi e più affascinanti lasciatoci in eredità dalla storia, quello delle Piramidi.

Seguendo una linea di pensiero molto generalizzata, le Piramidi erano indubbiamente delle tombe; le ultime dimore dei Faraoni, immensi tumuli nei quali si trovavano le camere mortuarie, organizzate in maniera tale da impedire il più a lungo possibile gli eventuali saccheggi da parte dei predoni.

Nella fattispecie rimangono comunque molti misteri non ancora risolti, uno dei quali è sicuramente quello che interessa le tre Piramidi principali poste nella Piana di Giza; se infatti le tombe dei Faraoni sono costituite dall’abile sovrapposizione di mattoni in terra cruda, lo stesso non vale per le altre, vere e proprie pile di pietre tagliate, perfettamente assestate senza fare uso di malta, allineate e squadrate in maniera tale da non poter infilare tra i blocchi nessun tipo di lama, neanche la più sottile.

A questo quadro costruttivo bisogna aggiungere due considerazioni: in primo luogo appare evidente che le Piramidi, o quantomeno le tre principali, vennero costruite in un solo colpo, seguendo un progetto completo e senza ripensamenti o ritocchi; in secondo luogo appare altrettanto evidente che gli eredi di questi costruttori sembrano non avere alcuna idea dei procedimenti adottati in precedenza, e il risultato è abbastanza visibile nei ritocchi e nei cambi di progetto apportati alle costruzioni successive.

Un esempio di questa strana “dimenticanza” ci viene offerto dall’inclinazione stessa delle Piramidi successive, calcolabile in 52 gradi; la Grande Piramide risulta però edificata su un angolo quasi impossibile, un angolo non consentito da nessun dato geometrico conosciuto. Questa particolare angolazione, non verificabile esattamente a causa del rivestimento distrutto, potrebbe essere data dal numero aureo; inutile dire che si tratta di una pendenza sicuramente ottenibile attraverso il calcolo ma estremamente complessa da ottenere su scala piramidale.

Perché gli antichi egizi “dimenticarono” improvvisamente i segreti della costruzione di una Piramide?

Problemi temporali

Da qualunque punto di vista si voglia osservare la questione, risulta molto improbabile che ben tre generazioni di costruttori siano riuscite ad erigere i monumenti di Giza e i loro successori, nel giro di qualche anno, abbiano dimenticato la tecnica di edificazione.

Unica spiegazione logica sarebbe quella che vede i costruttori alle prese con un progetto già esistente, ovvero costretti a dover studiare e riprodurre un monumento che si trovava a Giza prima del loro arrivo e che i Faraoni, scambiandolo per una tomba, decisero di adottare come loro estrema sepoltura.

Ipotizzando che la scelta di Cheope per la sua ultima dimora sia caduta su un monumento già esistente, quali argomenti si potrebbero portare a sostegno? E soprattutto, chi costruì veramente la Grande Piramide?

Cerchiamo intanto di capire per quali motivi questo monumento potrebbe non essere il sepolcro del Faraone; il primo regnante che decise di adottare una Piramide come sepolcro fu Zoser, il quale affidò al proprio architetto il compito di replicare quella che sembrava a tutti gli effetti essere la costruzione perfetta per ospitare il corpo di un Dio; il risultato non fu certo dei migliori, l’architetto realizzò un cumulo di terra e pietre a forma piramidale ma assolutamente lontano dalla perfezione della Grande Piramide. Lo stesso problema interessò Cheope ma la sua soluzione fu molta diversa da quella del suo predecessore; il Faraone decise che, se non era replicabile il progetto già esistente, tanto valeva usarlo al proprio scopo!

Il problema delle iscrizioni

Anche se nessuno, stranamente, ne sembra sorpreso e non se ne parli molto in giro, la Grande Piramide non presenta al suo interno alcuna iscrizione; questo è sicuramente un particolare fuori dal comune per una tomba reale ma anche un presupposto che potrebbe confermare come la costruzione venne innalzata per uno scopo differente da quello che l’egittologia ci vuole tramandare.

La Piramide stessa era ricoperta da iscrizioni, almeno all’esterno, secondo quanto ci tramanda Erodono, e non si trattava certo di indicazioni segrete visto che erano esposte alla luce del sole.

Oggi purtroppo questi segni  sono scomparsi con il paramano; gli unici segnali rimasti sono quelli che si trovano nella camera sotterranea, dove ancora uno è visibile, inciso sul soffitto e stranamente simile ai petroglifi galiziani che si trovano vicino a Santiago di Compostela. Purtroppo in entrambi i casi il significato ci è ancora ignoto. Altri simboli riscontrabili a Santiago si trovano all’entrata della discenderia, sotto quella che era un tempo una porta di pietra descritta da Andrè Pochan nel suo libro “L’enigma della Grande Piramide”.

L’enigma della costruzione

Chi costruì dunque la Grande Piramide? Non esiste alcuna iscrizione che possa datare con certezza la sua costruzione nei tempi in cui i geroglifici erano in uso, non esiste alcun cartiglio riferibile a Cheope, eppure il monumento si erge prepotente verso il cielo sfidando ogni possibile teoria.

Unica cosa certa sarebbe che il Faraone scelse la Piramide come sua ultima dimora, ma se la costruzione era già esistente sarebbe anche probabile che fece allestire la sua tomba sotto le fondamenta, tanto che nessun ritrovamento è mai stato fatto in merito.

Chi dunque costruì la Piramide?

Dati i dubbi persistenti, non provati, ma sicuramente troppo densi di interrogativi per non essere presi in seria considerazione, una probabile soluzione sarebbe quella di retrocede la costruzione delle Piramidi ancora prima della discesa dei Faraoni dall’Etiopia.

In quel periodo la pianura di Giza doveva certamente essere il luogo ideale per tramandare un messaggio che interessasse non soltanto gli abitanti del luogo ma tutti coloro che avrebbero avuto modo di viaggiare in quei posti; il delta del Nilo è una formazione abbastanza recente dovuta ai depositi alluvionali del fiume stesso; questo significa che un tempo il Mediterraneo giungeva fino al Cairo, ovvero ai piedi della Piana di Giza.

Alla luce di quanto appena riportato sarebbe opportuno rivedere la funzione di quei depositi per le barche ritrovati vicino alle Piramidi, non più mezzi per trasportare il Dio verso la terra degli antenati, come narra la leggenda egizia, bensì depositi per i mezzi di trasporto adoperati dai veri costruttori delle Piramidi.

Furono quindi mariani i misteriosi costruttori della Grande Piramide?

Problemi di interpretazione

Intorno al 1400 a.C., Tutmosi IV, obbedendo a un ordine avuto in sogno, ripulì la Sfinge dalle sabbie che la coprivano; in memoria dell’evento venne posta tra le zampe della scultura una stele con una iscrizione: Oggi purtroppo i segni sono stati cancellati dagli agenti atmosferici, ma ancora nel 1818 era possibile leggere nella tredicesima riga il nome di Chefren.

Dato lo stato di conservazione della stele, non si riuscì purtroppo a stabilire se la traduzione fosse esatta e neanche a stabilire in quale contesto il nome del Faraone fosse citato; il presupposto che la sillaba “chef” si riferisse a Chefren venne sposato dagli studiosi e divenne il legame “storico” che accomunerebbe la Sfinge a Cheope.

Riprendendo la teoria di una preesistenza della Grande Piramide e della stessa Sfinge, è opportuno riportare alcuni fatti: nel 1904, il direttore del British Museum, Sir E. A. Budge, annotò che la Sfinge esisteva già al tempo di Cheope e quasi sicuramente era già, in quello stesso periodo, molto più antica. Se quindi la sillaba “chef” si riferiva a Cheope ne indicava soltanto il primo restauratore e non il costruttore.

Successivamente, nel 1905, l’egittologo americano J. H. Breasted, fece notare come non esistesse alcuna traccia di cartiglio intorno alla sillaba “chef”, fatto abbastanza inconsueto nell’Egitto dinastico, dove i nomi dei Faraoni venivano sempre trascritti all’interno di una cornice ovale. Visto questo presupposto, la sillaba “chef” sarebbe semplicemente un riferimento al sole, e più esattamente si esprimerebbe in termini quali “si alza” oppure “sorge”; in tal senso è giusto far notare che la Sfinge stessa, pur avendo la testa d’uomo, rimane comunque un leone e che il sole di primavera si trovava nel segno del leone tra i 10.000 e gli 8.700 anni a.C.!