Nuove scoperte archeologiche sull’antico passato dei popoli amazzonici

di Nicola Saba

SAN PAOLO, 08/02/2010: “Centinaia di cerchi e quadrati perfetti, giganteschi, stanno affiorando dal suolo nella regione degli stati amazzonici di Acre e Amazonas. Gli esperti non hanno ancora una risposta sull’origine delle forme geometriche, delle quali ne sono gia’ state scoperte più di 300 su un’area grande quanto il Lazio (dopo un progressivo disboscamento). Il primo a scoprire alcune di queste forme (le piu’ comuni sono quadrati di circa 120-150 metri di lato) è stato il paleontologo brasiliano Alceu Ranzi …” così esordisce il breve comunicato dell’ANSA in merito ad una ‘scoperta’ che in realtà è assai meno recente di quanto potremmo supporre: è dal ’99 infatti che le immagini provenienti dai satelliti evidenziano la presenza di quelle profonde impronte, la cui origine è palesemente umana.

Come accennato, al momento ne sono state identificate circa 300, più o meno semplici e di differenti dimensioni, costituite da ‘trincee’ larghe anche 12 metri e sormontate da argini di circa 1 metro; ogni singola ‘trincea’ costituisce una linea che, insieme alle altre, forma figure geometriche talvolta apparentemente isolate, tal’altra evidententemente collegate a formare un tutt’uno con altre apparentemente lontane.

Si tratta di basamenti e resti di fondazioni relative ad antichi edifici in legno e forse pietra, un primo studio su uno di questi siti ha permesso di risalire al 1280 d.C… ma scavando quanto sarà possibile retrocedere? Per il momento non abbiamo una risposta, tuttavia è certo che la presenza di quelle che sembrano vere e proprie strade (in grado di collegare le singole località) indica la presenza di centri urbani dalle dimensioni tutt’altro che trascurabili, e non è tutto quegli uomini seppero colonizzare e sfruttare tanto le grandi pianure alluvionali quanto le aree montane o collinari; rivoluzionando tutte le teorie e convinzioni di antropologi ed archeologi: insomma l’intera storia del ‘Pianeta Verde’ dovrà essere completamente riscritta!

Un contributo veramente notevole dunque … non privo però di indizi, tracce e riscontri di molto precedenti la diffusione di questa notizia: a questo proposito vorrei citare un mio articolo (“Amazzonia culla di civiltà?” pubblicato quasi tre anni fa sull’omonima rivista ‘Amazzonia’ dell’associazione onlus AIFI, ‘Associazione Insieme Fratelli Indios’) nel quale, evidenziavo come il ‘Continente Verde’ sia stato uno dei più antichi centri di produzione della ceramica (primo incerto passo verso ciò che siamo soliti definire ‘civiltà’) in Sud America. Non solo la biodiversità, dunque, ma anche la diversità culturale rendeva unico questo angolo del creato: immediatamente dopo la conquista spagnola del Perù, il frate domenicano José Aaza riportando la testimonianza di un confratello, descrisse misteriosi ed ‘antichissimi’ monumenti persi nella foresta pluviale e per secoli si ritenne che un misterioso regno (attribuito ad una popolazione chiamata dai primi conquistadores Mojos o Musos), in possesso  di una cultura simile a quelle dei corrispettivi andini continuasse ad esistere all’interno della selva. A lungo ‘l’intellighentia’ occidentale ritenne tale regno frutto del mito e dell’avidità, eppure la voce che i missionari gesuiti fossero riusciti a stabilirvi una missione (tenuta segreta per evitare i saccheggi) e ricorrenti testimonianze continuarono a gettar benzina sul fuoco della leggenda.

Certo è che nella prima metà del ‘900 si scoprirono numerose e complesse incisioni rupestri, cui si affiancarono sucessivamente anche i resti di antiche costruzioni in pietra e strane figure che, semisepolte tra la vegetazione, continuano a far discutere sulla loro possibile origine e sulla loro somiglianza con quelle più volte ritrovate nelle zone costiere (delle quali le più note ed estese si trovano a Nazca). L’ipotesi di un comune substrato culturale tra l’Amazzonia ed alcune antiche civiltà andine è peraltro datata; già negli anni ’40 e ’50 vari archeologi di notevole fama evidenziarono singolari similitudini culturali ed iconografiche tra alcune tra le più antiche culture andine e le popolazione della selva, il risultato di una certa convergenza evolutiva, il frutto di scambi indiretti oppure un legame assai più stretto e profondo?

Oggi si discute molto delle nuove ‘scoperte’ ma, forse, si trascurano un po’ troppo le testimonianze dei primi europei che da secoli descrivono società ben organizzate ed in grado di costruire villaggi grandi come metropoli, di governarli all’interno di potenti confederazioni, di pianificare ed utilizzare piste sia terrestri che fluviali in grado di collegare località incredibilmente lontane, di reclutare, mantenere e dirigere veri e propri eserciti dalle dimensioni simili a quelli degli antichi greci, romani o persiani: ne furono un esempio le orde di ‘barbari’ genericamente definiti Chiriguanes che, accompagnati da alcuni portoghesi guidati da Alejo Garcia, riuscirono a raggiungere il Perù ed a minacciare la stessa Cuzco parecchi anni prima dell’arrivo di Pizarro. Non era il paradiso terrestre descritto da filosofi e scrittori romantici, ma non era neppure quell’inferno di esseri abbietti e privi di intelletto che tanto fece comodo alle autorità dei nuovi conquistatori prima, e coloni, industriali, politici poi.

La dimensione e la velocità del grande collasso demografico provocato dalle malattie introdotte dai bianchi ancor prima del loro effettivo arrivo nel continente la dice lunga sulla quantità e frequenza dei contatti tra queste antiche popolazioni; consiglio vivamente gli interessati di leggere i commentari di Alvar Nuñez Cabeza de Vaca, pubblicato per la prima volta a Valladolid nel 1555 e, più recentemente, nel 1989 a Torino per conto delle Edizioni Paoline.