OOPARTS – out of place artifacts

di Enrico Galimberti

Il termine fu coniato dal biologo americano Ivan Sanderson e sta a significare reperti al di fuori di ogni logica e convenzionale collocazione, tali da mettere in crisi la visione delle cose che gli scienziati ritengono di avere ormai acquisito, e dai quali essi sono tendenzialmente portati a difendersi in quanto esponenti di un “Establishment” che non ammette traumi o scossoni. Un buon sitema è far finta di nulla, ma oggi è sempre più difficile.

IL VOLO DI ICARO. Il mito greco di Icaro testimonia che il desiderio di volare è vecchio quanto il mondo. Il primo desiderio che si riscontra in un geroglifico dell’Antico Egitto è:”Io voglio volare”.

Non è un caso che nel 1898, in una tomba presso Sakkara, sia stato rinvenuto un modello che venne catalogato con la denominazione di “uccello” al Museo Egizio del Cairo, ove rimase per mezzo secolo. Nel 1969 il dott. Khalil Messiha rilevò che il reperto in questione presentava caratteristiche del tutto particolari: le ali erano dritte ed il piano di coda rialzato. Il corpo ed il muso sono plasmati in senso aerodinamico. Il reperto n. 6347 è fatto di legno, pesa 39,12 grammi ed è in perfetto stato di conservazione. L’apertura alare è di 18 cm e la lunghezza del corpo è di 14, mentre il muso non supera i 3,2.

Questo reperto rappresenterebbe l’evidenza fisica che gli antichi Egizi conoscevano almeno il volo a vela ed avevano realizzato sicuramente marchingegni simili ai nostri alianti.

L’Egitto presenta non pochi reperti archeologici anomali. Nel British Museum possiamo trovare, ad esempio, una lente di cristallo proveniente da una tomba egiziana di Helwan. Tale reperto risulta molato in maniera pressoché perfetta. La perfezione della tecnica adoperata, sarebbe giustificata solo ammettendo una levigatura meccanica della lente; il che, evidentemente, appare inconcepibile alla luce delle nostre conoscenze di quella cultura e di quell’epoca.

La Biblioteca di Alessandria racchiudeva l’intero sapere del Mondo Antico. Di qui la logica considerazione che molte conoscenze siano andate perdute tra le fiamme che distrussero la Biblioteca stessa e che soltanto adesso si cominci a intravederle nella pratica.

Iscrizioni di epoca tolemaica parlano di aste di legno rivestite di rame che poste dinnanzi ai templi avevano lo scopo di “tagliare i fulmini del cielo”. Come non pensare a dei parafulmini ante litteram?

Nel 1936, durante la realizzazione di una ferrovia, vicino a Baghdad, venne scoperta una tomba coperta da una lastra di pietra. Fra i numerosi oggetti che ne furono estratti uno venne sottoposto all’attenzione di Wilhelm Konig.

L’ oggetto era costituito da un vaso di terraglia in cui era cementato un cilindro di metallo alto circa 10 cm. Il cilindro era fatto di una lamina di rame saldato con una lega di 60% di stagno. Sul fondo del cilindro era fissato un disco di rame, isolato con asfalto. La parte superiore era chiusa da un tappo, da cui sporgeva un tondino di ferro. Il fatto che quest’ultimo fosse stato eroso (“in modo da poterlo usare come elettrodo”) fece balenare a Konig l’idea di trovarsi di fronte a qualcosa che ricordava fin troppo una pila a batteria chimica atta a produrre elettricità. Nel 1940 l’ingegnere americano Willard F.M. Gray, costruì nel 1940 un modello funzionante di questa pila. Lo riempì di solfato di rame come elettrolito e scoprì che esso produceva effettivamente corrente elettrica. Nell’antichità, come elettrolito, avrebbe potuto essere usato acido acetico o citrico. L’oggetto non era unico, ma in regioni confinanti, erano stati rinvenuti oggetti simili catalogati come “oggetti di culto”.

Che l’elettricità fosse studiata già in epoche antiche non deve stupire, data la mole di reperti letterari che documentano di Sacerdoti in grado di creare e controllare fulmini.

Su un rilievo su una parete del tempio di Hator a Dendera, in Egitto, antico di migliaia d’anni, mostra quelli che un tempo erano definiti oggetti rituali; mentre, visti da un occhio moderno, assomigliano molto a potenti lampade elettriche, con cavi a treccia attaccati a quel che sembra un interruttore o un generatore. In diverse aree dell’Egitto e dell’antico Medio Oriente, sono state trovate prove di conoscenza dell’elettricità, insieme a indicazioni del suo impiego nella galvanostegia e forse anche per l’illuminazione.

Continuamente vengono alla luce reperti strabilianti che stravolgono le nostre conoscenze e stuzzicano la nostra attenzione. Molti altri sono nei musei e nei magazzini, catalogati come oggetti di culto e altro ancora.

La scienza si interroga…