Osireion di Sethi I ad Abydos

Solchi d’eternità – Osireion di Sethi I ad Abydos

di Diego Baratono

Misura ciò che è misurabile,

e rendi misurabile ciò

che non lo è”

Galileo Galilei

Introduzione

In questo breve ed in quanto tale, certamente non esaustivo saggio si tenterà, mediante un approccio un po’ diverso alle numerose e complesse questioni generate dalla meravigliosa architettura dell’Egitto Antico, di fissare una formula di riferimento metodologico tanto elementare da poter essere considerata quanto un estensivo ed affilato rasoio occamico. L’idea è di decidere quei pochi parametri di controllo e verifica su cui calibrare uno strumento di ricognizione finalmente in grado di sezionare, decifrare e intendere, in maniera altrettanto semplice e ragionevolmente prossima alle intenzioni di chi l’ha prodotta,1 quell’ampia frazione di primigenie, ancorché ricercate conoscenze geometriche, che certamente permeano, organizzano e dirigono il pensiero architettonico, e non solo questo, formulato e materializzato dai brillanti capiscuola dell’Egitto Antico. Si tratta, in sostanza, d’addentrarsi nei peculiari canoni compositivi creati e fissati alcuni millenni orsono dall’irripetibile cultura dell’Egitto Antico. A governare tali canoni sono profondi postulati di pura bellezza geometrica, che si percepiscono permeare e supportare tutti i prodotti della creatività intellettuale maturata nell’universo faraonico, ma che innanzitutto, qui i dubbi sono proprio pochi, sono stati registrati ed incisi indelebilmente con e nella pietra. Or dunque, la ratio epistemologica seguita nello studio qui proposto, definibile come “Geometria culturale”, si fonda essenzialmente sull’osservazione, sulla combinazione e sull’applicazione ad una struttura architettonica in pietra ben nota, si tratta del cosiddetto “Osireion” di Abydos, d’alcuni di questi principi geometrici e topografici individuati, di cui si è detto. La prassi in questione è, in primo luogo, impostata su di un semplice algoritmo geometrico deterso il più possibile sia da moderne stratificazioni culturali in qualche modo fuorvianti, sia da eccessivi quanto complessi slanci mentali privi di qualsiasi fondamento documentario. Si è cercato in prima analisi d’avvicinarsi, per quanto possibile ovviamente, alla forma mentis originaria che ha organizzato l’impianto geometrico del monumento. In seconda battuta poi si è tentato di confrontarsi con quella prisca sapientia ispiratrice, che prima ha finemente orientato le profonde riflessioni servite poi a modellare le splendide, lucide geometrizzazioni a governo dell’apprestamento architettonico qui analizzato, cercando d’identificare, al contempo, cosa non facile, il ricco giacimento intellettuale sorgivo da cui potrebbero essersi derivate le soluzioni applicate. È abbastanza evidente un dato di fatto. Fino ad ora il principale, duplice, senza dubbio variegato aspetto che il corpus dell’architettura egizia sottende e di cui indiscutibilmente la disciplina stessa in assoluto si nutre, e la Geometria e la Matematica, intese secondo le “moderne” categorie greche, ancorché ingredienti fondanti e nondimeno ricchi di approfonditi e seri studi in ambito egittologico,2 è stato spesso ritenuto quasi la fortunosa combinazione delle due facce di una stessa, fastidiosa quanto inconsistente medaglia. Senza grande entusiasmo, le due materie si sono valutate con estremo sospetto quando non si sono proprio totalmente rifiutate. In una certa misura, Matematica e Geometria sono rimasti strumenti, per dir così, repressi, quasi esiliati, meglio, ingiustamente scriminati dall’ambito degli studi egittologici accademici: e pensare che, per quanto si conosce mediante proprio le ricostruzioni fornite dall’egittologia accademica più accreditata, tutto l’immaginario collettivo, se così si può definire, elaborato secondo i raffinati e brillanti schemi mentali propri delle pragmatiche popolazioni nilotiche, s’incardinava su ed era governato da un unico, rigoroso, imprescindibile principio fondante evidentemente, assolutamente, anzi, meglio, geneticamente geometrico e matematico. Era il necessario e sufficiente canone intellettuale che, impostato essenzialmente proprio sull’equilibrio calcolato e quantificabile,3 consentiva di giustificare la scansione regolare degli accadimenti, l’ordine immutabile del Cosmo, l’armonia naturale delle cose perfettamente distinguibile, giacché insita nello stesso “orizzonte degli eventi” circondante la civiltà dei faraoni: erano gli ordinamenti scanditi dai e sui precetti di M3‛t (Maat). M3‛t è l’essenza stessa di Kemi, ossia “la nera”, riferita al limo, al fertile terriccio di colore nero che il Sole quasi costantemente irraggia, dopo che le inondazioni del Nilo l’hanno generosamente donato all’Egitto. M3‛t è dunque senza dubbio alcuno l’unico ordinamento, il vitale dispositivo, il fondante corpus normativo che determina l’essenza e l’esistenza stessa dell’Universo così come concepito e vissuto dal mondo nilotico. Il prezioso formulario precettistico è donato dalla benevola divinità primeva alle genti del Nilo nel Tep Zepi, nel Primo Tempo, affinché queste possano utilizzarne i principi per mantenersi in armonia con il mondo sia immanente sia trascendente circostante. È, M3‛t, l’unico strumento a disposizione dell’uomo nilotico in grado di contrastare Isfet, ossia l’informe e temibile caos primordiale che tutto annichilisce.4 M3‛t, il cui simbolo geroglifico è una piuma (lista Gardiner H6 – H6a) o, a volte, una donna seduta con l’immancabile piuma in testa (lista Gardiner C10), può considerarsi l’essenza stessa dell’Egitto Antico.

FIG. 1 M3‛t: la scarna raffigurazione rettangolare qui riportata in cui compare la testa emergente di M3‛t piumata, appartiene al “Libro per uscire alla Luce” compilato per la regina K‛ M3‛t Rē‛, conservato al Museo del Cairo.

Per contro, tuttavia, Matematica e Geometria di cui M3‛t, senza grandi incertezze, è l’emblematico sinonimo sincretistico, non sono state pienamente accettate per quel che in realtà sono se calate nello scenario mentale descritto dagli Egizi Antichi agli esordi della loro civiltà. Non si è compreso fino in fondo, molto probabilmente, che queste dottrine se non considerate categorie “alla greca”, bensì calate nel loro, per dir così, olistico contesto primigenio, sono strumenti di ben più ampio respiro e valore, utili per illuminare con luce più favorevole parte dell’universo intellettuale faraonico delle origini. In definitiva, secondo molti accademici, la Matematica e soprattutto la Geometria, non si vedrebbero né possedere le prerogative di altre scienze egittologiche, e neppure come dispositivi di una certa importanza utilizzabili per decifrare la parte ancora oscura, per far emergere il retropensiero esistente in filigrana e sensibilmente percepibile analizzando le preziose testimonianze, nel caso di questo studio si tratta di testimonianze architettoniche, trasmesseci dagli Egizi Antichi. Eppure, a ben guardare, è proprio la consapevolezza dell’esistenza di questo sfuggente retropensiero geometrico, che guida la modulazione materiale delle meravigliose strutture architettoniche conosciute, è proprio la decifrazione e conseguente comprensione di questa mathesis retroscenica, il logico percorso restaurativo necessario e sufficiente a completare, integrare e quindi a definire l’articolato quadro sia storico sia intellettuale tracciato dai brillanti pensatori nilotici. A prima vista si direbbero però mancare i documenti utili a risolvere scientificamente il portato di questi concetti cardine.5 Potrebbe non essere così, come si avrà modo di dimostrare. Per altro verso, Matematica e Geometria sono state materie fin troppo esasperate da studiosi di pura estrazione scientifica, “alla greca” per dir in questo modo, e non solo da questi, nel vano tentativo di ricomporre filologicamente percorsi intellettuali francamente mai concepiti dalla volontà degli Egizi Antichi, come dimostrano in modo chiaro i documenti al momento noti in egittologia. È il pericolo dell’autoreferenzialità delle due discipline, se categorizzate. Ecco dunque spiegato, almeno in parte, perché la Matematica e la Geometria, per certi versi a ragione, secondo chi scrive, sono state trascurate, rifiutate, confinate e sospese in un limbo nebuloso tra misteri poco verosimili, banali curiosità astruse e cervellotiche elucubrazioni, il tutto privo di agganci con la realtà storica prodotta dalla spettacolare Civiltà dei Faraoni. A confermare i concetti appena esposti, si sottolinea che ad oggi, quanto si è scritto e detto sulla storia dell’Egitto Antico si fonda prevalentemente “solo” sull’analisi e sull’interpretazione dei testi scritti, curiosamente però senza quasi prendere in considerazione, ad esempio, gli aspetti geometrici e matematici sia del supporto su cui i testi stessi si trovano, tavolette, papiri stele e quant’altro,6 sia, men che meno, delle geometrie che evidentemente armonizzano e regolano le numerosissime emergenze architettoniche note, probabilmente non ritenendole queste ultime quali effettive, solide documentazioni testuali ancorché di sostanza e materializzazione diversa. Non è questo il luogo per analizzare oltre le motivazioni a monte di tutto ciò. Quanto è certo, è che si sente mancare qualche cosa all’Egittologia moderna per dirsi completa. È un po’ quello che succede per gli studi cartografici: “… la filologia del disegno scientifico è disciplina tuttora non codificata né generalmente riconosciuta…”.7 Ancora: “Il disinteresse per le immagini che accompagnano il testo non riguarda la sola opera geografica di TOLOMEO… tale «trascuratezza metodologica si manifesta in primo luogo nelle edizioni delle opere scientifiche basate su rigorosi criteri storici e filologici per la restituzione dei testi, ma prive di qualsivoglia norma critica per la resa degli apparati illustrativi»…”.8 È fin troppo evidente, che la “velata esortazione” qui manifestata può e deve essere estesa all’Egittologia. È, molto probabilmente, questo clamoroso vuoto sia epistemologico sia investigativo creatosi, ad aver consentito l’incunearsi di quelle speculazioni alla Piazzi – Smith tanto deleterie per comprendere fino in fondo il prezioso patrimonio intellettuale lasciatoci dalla civiltà faraonica. È un vuoto che si deve assolutamente colmare quanto prima. Gli strumenti ed i mezzi esistono: sono proprio la Matematica e la Geometria. Proviamo a capire però come utilizzare tali strumenti in modo scientifico, galileiano, pragmatico, pratico, calandoli materialmente sul campo tracciato dalla civiltà dei Faraoni. Per far questo, si deve partire da due concetti fondamentali assolutamente imprescindibili, concetti che si devono avere sempre ben chiari in mente. Il primo caposaldo: per l’analisi geometrico – architettonica di un edificio, come nel caso di specie, non ci si è basati su valori numerici predefiniti, ma ci si è attenuti rigorosamente e minuziosamente sia a quanto è registrato in termini di disegni planimetrici, limitando l’intervento di “lettura” al solo prolungamento di linee esistenti in pianta, sia a quanto emerso di volta in volta dalla semplice osservazione dei rilievi icnografici (orientazione dell’edificio, scansione ritmica degli elementi architettonici, posizionamento planimetrico, rapporti dimensionali delle componenti architettoniche e così via) e dall’analisi di elementari rapporti proporzionali non condizionati dai numeri, essendo questi rapporti parte evidente dell’algoritmo geometrico di cui si è detto in precedenza. L’algoritmo in discorso, che ho individuato e debitamente ricostruito, è fondato esclusivamente sulla modularità proporzionale dei suoi termini costituenti.9 Si tratta di un algoritmo geometrico, questo, assolutamente performante, la cui estrema versatilità e semplicità d’applicazione consentono una sua facile utilizzazione nei più disparati ambiti della creatività umana, artistica o meno che sia. Ancora oggi.

FIG. 2 RA: l’algoritmo geometrico modulare proporzionale a reticolo quadrato ricostruito dall’autore e denominato RA (Reticolo Aureo), e la griglia di riferimento che questo produce. Il diagramma è formato da quattro quadrati centrali, la griglia modulabile vera e propria, e otto coppie di rettangoli laterali. I lati minori di questi rettangoli sono in rapporto di Sezione Aurea  (tau) rispetto ai lati dei quadrati centrali diventandone i moduli di riferimento veri e propri. Si deve notare che l’algoritmo, estremamente versatile e performante, è impostato su di una corona circolare, ossia su due circonferenze isocentriche vincolate ad un unico parametro: la proporzione che devono rispettare, essendo libera la dimensionalità numerica. La corona circolare genera, a sua volta, due figure esagrammatiche ruotate fra loro di 30 gradi.

In altre parole i numeri, quando tirati in ballo, sono quelli dati dai rilievi tecnici ricavati dalle icnografie note essendo ben consapevole, nondimeno, che questo genere di analisi matematiche non era, ripeto, in origine non era in alcun modo valutato come ai giorni nostri, dai geniali capiscuola dell’Egitto Antico. Anzi. Il loro iniziale, prototipico pensiero creativo, piuttosto che su rapporti finalizzati a ottenere dei numeri, quasi con certezza era fondato sul versatile algoritmo geometrico modulare proporzionale di cui si è detto. Il diagramma finale prodotto dall’algoritmo in discorso è un reticolo a maglia quadrata di riferimento, e di questo si hanno abbondanti e indiscutibili testimonianze, affiancato da un modulo in rapporto aureo rispetto a esso, e pure l’esistenza di questo modulo è abbondantemente attestata. È questo sistema algoritmico modulare e non altro che, con scarsi dubbi, ha consentito la creazione di ciò che oggi rimane del mondo egizio: dalle sculture agli edifici, dai testi a chissà a quant’altro. In sostanza i geniali sapienti al servizio dai Faraoni, per creare i capolavori che si conoscono, non impostavano i loro progetti su grandezze numeriche prestabilite per rispettare, ad esempio, la condizione del greco, il cui valore numerico è approssimato a 3.1416, o il requisito restrittivo della cosiddetta “Sezione Aurea”, “” (tau) o ’ (tomè, ossia taglio sezione), ovvero (phi), il cui valore numerico è approssimato a 1.618.10 Per i brillanti teorizzatori egizi, almeno nel momento aurorale della civiltà faraonica, questo genere di “cose” non solo non aveva né valore né senso e quindi non interessava, ma con ogni probabilità questi non erano nemmeno rapporti numerici che conoscevano. La loro unica preoccupazione, questo sì, era quella di mantenere la loro libertà progettuale rigorosamente entro le prescrizioni fornite dal sistema geometrico proporzionale di cui si è detto, poiché ritenuto sacro custode di restrittivi e precisi vincoli stabiliti dalla divinità stessa.11 La loro intenzione era soltanto quella di rispettare le proporzioni che il potente algoritmo geometrico modulare basato sulla doppia circonferenza, ovvero “corona circolare”, e sul triangolo equilatero forniva e consentiva, tutto qui.12 Si deve dire che effettivamente questi numeri e rapporti particolari esistono veramente nelle strutture architettoniche egizie: li possiamo misurare pertanto sono reali, è indiscutibile. Non è tuttavia vero che i rapporti numerici di “” e “” erano conosciuti dagli Egizi Antichi. Siamo noi oggi, che dalla misurazione ricaviamo il convincimento che tali conoscenze fossero note anche ai pensatori nilotici, ma così non è, almeno non nel momento d’abbrivio della straordinaria civiltà dei Faraoni. Si ribadisce che agli Egizi Antichi, senza per questo volerne sminuire le competenze, straordinarie in ogni caso, questi numeri assolutamente non interessavano. La loro preoccupazione essenziale era di rispettare M3‛t, che comunque non è cosa di poco conto. Per far questo, per poter rispettare M3‛t, si ribadisce che l’unico modo era di considerare vincolanti le norme donate all’uomo nilotico dalla divinità creatrice nel Tep Zepi. Questa riflessione incentrata sulla proporzionalità modulare e non sul numero tra i tanti problemi risolverebbe, ad esempio, anche la questione tutt’altro che banale generata dall’impiego di differenti misure per il cubito, dimensione curiosamente non standardizzata, ma che cambiava opportunamente in base alla lunghezza che presentava l’avambraccio dell’architetto di turno. Fermo restando il fatto, ma è cosa purtroppo ancora poco considerata, che il cosiddetto cubito reale è in diretta correlazione proporzionale proprio con la circonferenza.13 È ben noto, del resto, l’enorme rilievo che le formulazioni intellettuali espresse dalla civiltà egizia conferiscono alla sostanziale figura geometrica del cerchio. Basti qui ricordare, oltre gli arcaici cerchi litici costitutivi di siti sorprendenti come Nabta Playa, il geroglifico “šn” (shen), letteralmente “circondare”, simbolo che esprime sia il concetto apotropaico indicato nella formula “tutto ciò che il Sole circonda”, sia la rappresentazione mentale connessa al tempo infinito, all’eternità. L’idea comunicata indica chiaramente che tutto ciò che non è custodito all’interno di “šn”, all’interno dell’ordine garantito da questo pregiato cerchio virtuale, sempre rappresentato come corona circolare, ossia un doppio cerchio isocentrico, piuttosto che cerchio semplice, diventa brandello informe di Isfet, è parte del caos primordiale che, si è già detto, essere proprio l’antinomia speculare di M3‛t.14

Il secondo caposaldo fondamentale: sia la Matematica e sia, soprattutto, la Geometria espressa dalle riflessioni intellettuali dei pensatori faraonici, si è già detto, non erano in ogni caso le discipline che noi oggi conosciamo. Erano ben altro. Erano, queste materie, la parte integrante e inscindibile di un unico, ancorché variegato, corpus di conoscenze, che partendo dall’astronomia, proseguivano per l’architettura passando per la religione, la medicina, la magia e l’alchimia per giungere alla scrittura e chissà a quant’altro. Questa immagine d’insieme, si ribadisce, non si deve dimenticare. Mai.15

Abydos, la Città di Osiride.

Abydos, Abjdu in egiziano, oggi il toponimo è El Arabah, è località dell’Alto Egitto situata a nord – ovest di Tebe occupata fin dal momento aurorale della comparsa della civiltà nilotica.

FIG. 5 La localizzazione geografica di Abydos

Le località di El – Amrah, che ha dato il nome al periodo “amratiano”, e di Naqada, il cui eponimo è denominazione del periodo “naqadiano”,16 ad esempio, sono aree del territorio di Abydos. Abydos, in un primo momento villaggio naqadiano, diventa successivamente l’importante città dove, nel periodo denominato Epoca Arcaica, le prime dinastie dell’Egitto ormai unificato, ovvero le due dinastie tinite,17 disporranno avere collocazione se non proprio le loro tombe reali almeno i loro cenotafi. La località, divenuta quasi fin da subito per gli Egizi Antichi uno dei luoghi più sacri sulla terra, sembra esprimere compiutamente le riflessioni sulla vita e sull’aldilà formulate dai raffinati pensatori nilotici. Nel territorio sono stati effettuati numerosi ritrovamenti sia di stele funerarie sia di rovine templari di diverse epoche a testimonianza sia dell’importanza sia della duratura frequentazione del sito da parte delle genti egizie con la certezza, che la località sia stata frequentata iniziando dal periodo Predinastico (ca. 5000 a.C.) per arrivare all’Epoca Tarda (ca. 330 a.C.) senza soluzione di continuità. La divinità originaria di Abydos era Khentiamentiu, letteralmente “Primo degli Occidentali”, divinità ctonia che sarà soppiantata in seguito, con certezza per la prima volta nel 2350 a.C. durante la V Dinastia (ca. 2500 – 2350 a. C.), dalla figura di Osiride (nb 3bdw), il “Signore di Abjdu”.

FIG.6 La divinità di Abydos: Osiride. La statua è conservata al Louvre.

Abydos diventerà fondamentale meta di pellegrinaggi in onore di Osiride, secondo le credenze l’area era particolarmente sacra poiché in essa era custodita la testa della divinità, benché fino all’epoca del regno di Teti, ossia il primo faraone della VI Dinastia (ca. 2350 a.C.), il dio Khentiamentiu possedesse ad Abydos ancora templi in suo onore. Sarà solo con l’avvento della XI Dinastia (ca. 2081 a.C.), con Antef II (ca. 2065 – 2016 a.C.), infatti, che Abydos diventerà definitivamente la principale città del culto di Osiride e la sede preminente dei suoi misteri, mantenendo di qui in poi sempre grande fama. Osiride, da questo momento assimilerà in toto le caratteristiche possedute dal primigenio Khentiamentiu, soppiantandolo definitivamente.18 Il massimo sviluppo monumentale, Abydos lo raggiungerà sotto la XIX Dinastia (ca. 1292 – 1190 a.C.) con Sethi I (ca. 1290 – 1279 a.C.), che farà edificare sia un tempio dedicato al padre Ramses I (ca. 1292 – 1290 a.C.) sia un suo tempio e sia il cenotafio contiguo, ossia l’Osireion. Pure Ramses II (ca. 1279 – 1213 a.C.), figlio di Sethi I, costruirà ad Abydos un suo tempio funerario mantenendo fede all’antica tradizione che imponeva ai faraoni di possedere ad Abydos almeno una stele, se non proprio un cenotafio, presso la tomba di Osiride.19 È dunque proprio del tempio eretto da Sethi I in onore del nume tutelare di Abydos, ossia di Osiride, l’Osireion appunto, che si tratta in questo studio.20

FIG.7A L’Osireion, monumento eretto da Sethi I in onore di Osiride

L’Osireion, che cos’è.

Scrive Henri Frankfort: “…le opere degli antichi Egiziani possono assumere ai nostri occhi un aspetto paradossale. Le espressioni più grandiose degli inventori dell’architettura in pietra sono costruzioni che difficilmente possono entrare nei nostri schemi architettonici. Ma esse manifestano, con irrefutabile compiutezza, il pensiero dell’antico Egitto, cioè che l’universo è un mondo immutabile.”.21 Frankfort, olandese, allievo di Petrie, direttore degli scavi della “Egypt Exploration Society” di Londra negli anni venti,22 mette in evidenza qui una sfumatura particolare dell’architettura prodotta nell’Egitto Antico, aspetto peraltro già intravisto da Petrie stesso e da altri.

FIG.7B Ancora le formidabili pietre dell’Osireion

La questione, nondimeno, è sottile: sembrerebbe esistere una sorta di sostanzioso retropensiero, che in qualche modo permea e guida, per l’intero corso della sua storia, la formulazione del prodotto architettonico confezionato dalla civiltà dei faraoni. Si tratta di una formula progettuale del tutto caratterizzante, ancorché distante dal modo “moderno” di concepire l’architettura, ma che sembra esprimere, rispettandola in toto, l’idea di fondo maturata dai brillanti savants nilotici e che per certo coinvolge formalmente, in maniera trasversale, non solo l’architettura, bensì estensivamente tutti gli altri piani, ordini e categorie, peraltro come si è già più volte detto, non distinte né distinguibili, presenti nell’universo concettuale predisposto dai teorizzatori dell’Egitto Antico. Quest’indiscutibile omogeneità di fondo dell’intera produzione artistico – intellettuale quale espressione specifica, quale cifra distintiva della creatività del mondo faraonico potrebbe essere stata garantita, come già più volte ho indicato, dall’adozione dello straordinario diagramma proporzionale generato dalla combinazione strutturata della corona circolare con il triangolo equilatero articolato in una peculiare costruzione geometrica che si condensa nella simbolica figura dall’Esagramma e in sue stilizzazioni. Le sorprendenti proprietà e potenzialità applicative del diagramma reticolare così composto, ancorché molto ben documentate, sono ancora poco note.23

FIG.8 Immagine di due figure esagrammatiche tracciate in una delle pietre costituenti il muro del tempio di Khnum,“il creatore”, “il vasaio divino”, nell’isola di Elefantina (Aswan).
L’Esagramma di sinistra, al centro presenta la figura del quadrato, mentre l’Esagramma di destra, al centro ha inciso un triangolo equilatero.

L’Osireion, come si avrà modo di vedere, non sembrerebbe sfuggire a questa norma, meglio, a questo algoritmo modulare proporzionale. Anzi, a ben vedere è proprio questo edificio dedicato ad Osiride, che ne conferma in maniera scientifica ed incontestabile, l’applicazione e di riflesso l’esistenza. L’Osireion è edificio ipogeo scoperto alla fine dell’Ottocento dalla spedizione Amélineau e “scavato” agli inizi del Novecento da Margaret Murray e da Hilda Urlin, moglie del noto archeologo William Matthew Flinders – Petrie, all’epoca direttore responsabile dell’esplorazione. L’edificio dell’Osireion, il cui nome è coniato proprio dal Petrie, si è detto essere parte integrante del meraviglioso tempio eretto da Sethi I in onore appunto della divinità della resurrezione Osiride, pur non essendone collegato “in chiaro”, nel senso che le due strutture in discorso, per quanto si conosce, hanno ingressi distinti e separati. Sono costruzioni, che seppure permeate da evidente teleologia dissimile, anzi, forse meglio dire complementare, evidenziata anche dalla differente quota fissata per il piano di calpestio,24 idealmente sono nondimeno congiunte, presentando un preciso asse centrale comune.

FIG.9A Planimetria generale del Tempio di Sethi I e dell’Osireion
FIG. 9B Planimetria e sezione dell’Osireion tracciate da Naville nel 1914

L’orientazione del monumento osiriaco, il cui accesso a Nord – Ovest forma un non comune corridoio ad angolo retto che a sua volta interseca significativamente l’asse Sud – Ovest Nord – Est dell’edificio, è particolare. Rispecchia, secondo diversi studiosi, confermando anche con questo la non antichità dell’edificio, una concezione per così dire più moderna dei criteri d’orientazione topografici applicati inizialmente per il planning di apprestamenti adoratori certamente più antichi. Si tratterebbe, questa particolare zonizzazione dell’area, di una concezione “simbolica” dell’orientazione sui punti cardinali. In effetti, l’edificio dell’Osireion non è orientato rispettando i punti cardinali “pieni”, come per esempio è stato fatto con le Piramidi di El – Giza, o con la Sfinge o con il cosiddetto “Tempio in valle”. L’orientazione dell’Osireion, ancorché estremamente precisa, è ruotata, infatti, rispetto ai quattro punti cardinali di quarantacinque gradi.

FIG9 C Immagine aerea totale del tempio di Sethi I (in basso) e dell’Osireion (in alto). Si confronti con la figura 9A.

La struttura ha come mira di riferimento, perciò, i punti cardinali intermedi della cosiddetta “Rosa dei Venti”.25 È bene inoltre ricordare che il punto cardinale di riferimento per gli uomini del Nilo era il Sud e non il Nord come stabilito da nostre convenzioni moderne. La sistemazione topografica con la particolare, precisa orientazione qui volutamente seguita, è imposta in parte dall’orografia del territorio, in parte da idee religiose maturate nel tempo riguardanti la figura di Osiride, ma è anche molto probabile che la scelta operata per la peculiare collocazione planimetrica del tempio sia una combinazione d’entrambe. L’edificio è la franca rappresentazione architettonica di una concezione cosmologico – religiosa in cui l’elemento Acqua, ingrediente indubitabilmente correlato alla divinità della rinascita Osiride, e non solo a questa si deve aggiungere, si mostra giocare un ruolo di fondamentale importanza per comprendere appieno la funzione cui l’apprestamento era destinato, che era proprio la “rinascita”. L’edificio a pianta rettangolare è costituito da una sala mediana ad isola, oggi a cielo aperto, concettualmente è quasi una navata centrale, sebbene totalmente circondata da un canale d’Acqua, che tocca circa i cinque metri di profondità. I lati maggiori di questa navata/isola centrale sono delimitati da due file di cinque enormi pilastri monolitici in granito rosa posizionati in parallelo, su cui poggiano altrettanto massicci epistili. Sono presenti inoltre, su ambedue i lati minori della navata/isola centrale due rampe gradinate intagliate direttamente nella roccia.

Fig.10 Osireion, “Navata/isola centrale”: la gradinata di Sud – Ovest (Frankfort). Si può notare la maestria con cui i gradini sono stati intagliati direttamente nei blocchi costituenti, a loro volta, parte dell’articolata struttura lapidea che genera
l’impiantito della navata/isola centrale.

Sono scalini considerati evidentemente molto importanti nell’economia del monumento, come sottolinea il Frankfort nel suo report,26 giacché parte della rappresentazione simbolica dell’incoronazione di Osiride quale “Signore dell’Oltretomba”, ma al contempo, curiosamente, non si mostrano condurre ad alcun luogo se non consentire la discesa (o la salita) nel o dal profondo canale perimetrale colmo d’Acqua che, almeno in origine, toccava quasi i cinque metri di altezza. Si aprono poi, lateralmente, affacciate su quelle che si possono definire le due navate minori del tempio, una successione di celle camerarie perimetrali, sei su ciascuno dei lati maggiori. Tre sono collocate sul lato minore a Nord – Est, e due effettive sul lato minore a Sud – Ovest. La terza cella cameraria mediana del lato di Sud – Ovest è virtuale, nel senso che essa è parte integrante dell’accesso alla navata/isola centrale. Tutte le celle camerarie perimetrali presentano oltre ad un bordo aggettante ricavato sagomando lo spessore del blocco di pietra su cui affacciano, dei fori in alto ed in basso che farebbero pensare alla sede d’incardinamento per porte lignee ad un battente.

Fig. 11A Osireion: ingresso di una cella cameraria perimetrale visto dalla navata/isola centrale. Si noti la sagomatura stereotomica dei blocchi della muratura in cui si apre la porta d’accesso.
FIG. 11B Osireion: altra cella cameraria. Da notare sempre la particolare sagomatura dei blocchi lapidei sia del muro in cui si apre l’ingresso stesso, sia dei blocchi costituenti i pilastri della navata/isola centrale.

Vi sono poi altre due sale maggiori ortogonali all’asse principale. Una sala trasversale è collocata all’inizio del tempio a Sud – Ovest e l’altra è sistemata al fondo dell’edificio a Nord – Est. La prima, scoperta da Naville e Peet nel 1912, oltre ad essere parte del corridoio d’accesso al tempio, costituisce la cosiddetta “Camera di Mernephtah”.

 

FIG.12A Osireion: corridoio d’accesso al monumento

 

FIG.12B Osireion: la “Camera di Merneptah”

La seconda sala trasversale, anche questa con copertura a doppia falda spiovente, ha forma di tomba ed è conosciuta appunto come la “Stanza del Sarcofago” o, meglio a dirsi, l’“Abaton di Osiride”. Internamente l’ambiente è ricoperto da un ciclo estremamente interessante di geroglifici e rappresentazioni iconografiche di cui però non ci occuperemo in questa sede. In origine, con ogni probabilità, l’ambiente era strutturato come un , ábaton, ossia, letteralmente “l’inaccessibile”, vale a dire un luogo sacro sotterraneo, e si ricorda che l’Osireion è struttura ipogea, il cui accesso era riservato a pochi o a nessun umano. La cosiddetta “Camera del sarcofago” o meglio l’“Abaton di Osiride” dell’Osireion abideno, quindi, era un luogo concepito di conseguenza, proprio per non essere raggiungibile dall’esterno. L’accesso a questo ambiente oggi praticabile, infatti, è stato creato sfondando il muro della cella cameraria mediana presente sul lato minore di Nord – Est del monumento.

FIG.13 Osireion: la “Camera del Sarcofago”, ovvero l’“Abaton di Osiride”

Il monumento, si è già detto, è un rettangolo la cui misura media “ponderata” dei lati, ossia ricavata incrociando i dati (non sempre uguali al centimetro ma in genere affidabili) derivati dai numerosi rilievi planimetrici esistenti, con un’approssimazione più che accettabile anche per la relativa ricostruzione della configurazione distributiva degli elementi architettonici esistenti, è di circa 53.4 per 33 metri. Ora, è di grande interesse osservare, a livello di curiosità analitica, che il valore del rapporto matematico tra i due lati dell’edificio abideno è curiosamente proprio il nostro famigerato (tau)ossia: 53.4 / 33 = 1.6181818…27 Per quanto si può ragionevolmente dedurre, il monumento è stato volutamente costruito (o preesisteva già una struttura) una quindicina di metri più in basso rispetto al tempio maggiore di Sethi I, come si è già detto, addirittura più in basso del livello che possedeva, e possiede, il letto stesso del Nilo. È evidente e fuor di dubbio l’intenzionalità primaria d’avere l’Acqua come ingrediente fondamentale, insostituibile e caratterizzante dell’apprestamento adoratorio. La struttura dell’Osireion ha dato adito a diverse interpretazioni circa l’effettiva epoca della sua costruzione. Già il Naville propendeva inizialmente per accreditare una certa antichità “evidente” della costruzione, in effetti la configurazione strutturale dell’edificio osiriaco è molto prossima al cosiddetto “Tempio in Valle” esistente ad El – Giza risalente alla IV Dinastia (ca. 2600 a.C.), arrivando a pensare che fosse, l’Osireion, la struttura templare più antica ritrovata fino a quel momento. Si è intorno all’anno 1914.

FIG.14A El – Giza, “Tempio in Valle” ai piedi della Sfinge, rilievo planimetrico AERA. Si noti l’evidente affinità ideativa di questo edificio con l’Osireion. Concettualmente, tuttavia, l’Osireion presenta caratteristiche più avanzate e “moderne” rispetto al “Tempio in valle” di el – Giza.

L’idea sarà poi smentita proprio dal Frankfort che trovando i cartigli di Sethi I, tracciati in colore nero dietro i tenoni in granito, sagomati a coda di rondine contrapposta, stabilizzanti alcuni pilastri della navata/isola centrale e alcuni blocchi del muro di passaggio tra la cosiddetta “Sala di Merneptah” ed ancora la navata/isola centrale, attribuirà correttamente a questo faraone l’erezione del monumento.

FIG. 14B Osireion: il tenone stabilizzante in granito nero scoperto dal Frankfort riportante sul retro il cartiglio del faraone Sethi I tracciato con inchiostro nero. Si confronti con l’immagine 11B: il pilastro presenta l’incavo per inserire un tenone similare.

Non vi è ovviamente una certezza assoluta per quest’attribuzione, ma la possibilità che sia corretta è molto alta. Al fine di scoraggiare ogni possibile valutazione indirizzata a retrodatare l’edificio abideno, si deve ricordare, nondimeno, che esempi di utilizzo di stili pseudo arcaici nei diversi ambiti dove si è espressa la geniale creatività delle popolazioni nilotiche sono ben attestati.28 Pertanto è difficile credere ad una maggiore vetustà della struttura in esame, che non quella ufficialmente attribuita. Si può ipotizzare, questo sì, che esistesse una struttura templare più arcaica dell’Osireion e che Sethi I (ca. 1290 – 1279 a.C.), erigendo il suo monumento, ne abbia inglobato, restaurandole, le preesistenti vestigia, ma al momento non si hanno né testimonianze né riscontri certi in merito. Esaminando l’icnografia tracciata dal Frankfort (Naville ne segnala soltanto alcune di queste tracciature), appaiono in tutta evidenza delle curiose linee al centro dell’impianto adoratorio, che si denotano sezionare la struttura pavimentale della navata/isola centrale parallelamente al lato minore. Questi tagli nella pietra non sono affatto casuali: si attengono chiaramente a precisi, ancorché primitivi precetti di stereotomia. Dell’argomento si tratterà appena più oltre in questo studio, ma qui sono già ben visibili diversi segnali ricchi di spunti notevoli. Le linee rilevate dal Frankfort e segnate in pianta, indicano le giunzioni dei blocchi lapidei lavorati ed accostati rispettando, è evidente, un preciso diagramma progettuale. Si direbbero essere le tacche di una reticolatura sia spaziale sia dimensionale. Le immagini proposte del resto sono francamente probatorie: presentano, marcandole e quasi mettendole in evidenza, frazionature proporzionate e sagomate secondo uno schema compositivo certamente predefinito, assolutamente non casuale. I solchi stereotomici compongono complesse sezionature lucidamente predeterminate. Con estrema precisione plasmano la configurazione pavimentale della navata/isola centrale, realizzando altresì le due vasche ablutorie, una quadrata prossima alla gradinata di Nord – Est e l’altra appena successiva francamente rettangolare posizionata sempre sulla linea della mediana parallela al lato maggiore della navata, presenti nella struttura. Questi solchi, come si potrà apprezzare meglio in seguito, se non sacralizzano loro stessi l’edificio, sono invero parte integrante della sacralità del monumento stesso. Nel senso che, se queste linee esistono e sono ben evidenti è perché sono utili teleologicamente all’economia concettuale “sacra” della struttura. In questo senso di “sacro”, l’edificio abideno può essere collocato in un qualsiasi momento storico, giacché essendo frammento del sacro, perde i suoi connotati temporali immanenti diventando anche frammento d’eternità: è un episodio collocabile sì nella Storia, ma il suo significato intrinseco ne trascende i limiti diventando nondimeno un “documento” atemporale. Questo è ciò che molto probabilmente era nelle intenzioni di Sethi I quando eresse l’Osireion: unire il passato con il futuro per rendere eterno il suo presente. A quanto pare riuscì nell’intento.

FIG. 15A stereotomia pavimentale della navata/isola centrale. Le vasche, una rettangolare ed una quadrata sono ricavate dall’accostamento di diverse pietre sagomate per comporre la struttura dell’impiantito.

Stereotomia ad Abydos: solchi d’eternità

La “stereotomia”: che cos’è? È termine composto dal greco , (stereos) solido, e curiosamente ancora da ’”, (tomè) taglio, sezione, parola che si è già incontrata. In sostanza, la stereotomia è la scienza e l’arte di formare e tagliare il materiale lapideo componente le strutture architettoniche in modo geometricamente finalizzato. È ben espresso qui il profondo retropensiero che il termine stereotomia sottende: “Forse la migliore spiegazione… quella che giunge immediatamente al punto e ne fa comprendere la geometrica potenza… la fornisce Philippe de La Hire: «…la scienza… nel taglio della pietra, quella che insegna a tagliare e costruire separatamente più conci di pietra, in modo tale che, quando siano composti assieme nel modo opportuno, questi costituiscono un manufatto che può considerarsi come un tutt’uno». Philippe de La Hire, Traitè de la coupe des pierre, f.1.” 29 La stereotomia, tecnicamente, utilizza le proiezioni geometriche per determinare forma e dimensioni delle componenti lapidee di un edificio. Il termine stereotomia per la prima volta viene introdotto da Jaques Curabelle intorno al 1644.30 La scienza della stereotomia pur essendo stata codificata in Francia solo a partire dalla metà del secolo XVI, trova numerosi esempi proprio nell’Antico Egitto, dove la pratica di edificare mediante la pietra è stata di fatto inventata: “Nelle cave di Gebel–Abou–Fedah, nei pressi di Beni Hasan e vicino a Tell el–Amarna, nel Medio Egitto, durante la sfortunata spedizione napoleonica furono ritrovati, abbandonati in tempi antichi ancora in fase di lavorazione, dei blocchi di pietra sui quali erano stati tracciati degli épure di capitelli hathoriani. I blocchi di Abou–Fedah, leggermente più grandi del capitello e rifiniti come perfetti parallelepipedi, presentavano sulle loro facce, ancora ben visibili, le tre proiezioni ortogonali, tracciate con l’aiuto di uuna griglia quadrettata. La forma finale era dunque ottenuta dall’incontro di tre ideali direttrici di scavo, perpendicolari tre loro e ortogonali alle rispettive facce del parallelepipedo. La quadrettatura, oltre a servire da guida per la proporzione delle figure, poteva essere usata anche come riferimento per mantenere l’ortogonalità dello scavo rispetto alla faccia. In molti altri casi si sono ritrovati esempi di grafici, in scala o in proporzione, utili per la definizione e la costruzione di parti di edifici in legno e in pietra: grafici ai quali, estensivamente, è possibile assegnare il nome di trait. Il trait è infatti un tracciato costruttivo analogo all’épure ma eseguito in scala non naturale, su carta, pergamena, legno o anche su schegge di calcare. Il metodo del trait, nell’accezione più ristretta di tracciato geometrico costruttivo utile per la formazione e il taglio di conci di pietra, è però compiutamente determinato a partire dalla metà del Cinquecento, in Francia; pure se alcuni grafici –anche architettonici, in scala o in proporzione e con accenni di semplici costruzioni geometriche– risalgono anch’essi al periodo dell’Antico Egitto. Ad esempio, nel papiro Rhind sono presentati alcuni problemi geometrici relativi al calcolo del seked, l’inclinazione di una piramide. È logico dedurre che costruzioni geometriche del tutto analoghe fossero servite, circa un millennio addietro, per la definizione delle inclinazioni da dare alle facce dei blocchi di calcare fine di Tura o di granito di Aswan, usati come rivestimento esterno delle piramidi. Un ostrakon risalente alla III dinastia egizia sembra definire la curva di un tetto con il sistema delle coordinate.31 Anche in questo caso si tratta di uno schizzo di progetto, eseguito più con l’intento dell’indicazione costruttiva che della rappresentazione architettonica. Ma a differenza degli épure, questi due esempi sottendono, oltre a metodi pantografici di riporto e d’uso degli schizzi alla scala naturale, anche e soprattutto una discontinuità metodologica. Se l’épure è essenzialmente una proiezione ortogonale –ed infatti spesso compaiono due o tre grafici in reciproco completamento– il trait è nella sostanza, e nella sua forma più semplice, una sezione. Ad una rappresentazione in proiezione parallela –utile per l’estrusione dell’oggetto, quasi il grafico fosse una maschera di taglio– si contrappone pertanto l’operazione quasi fisica di sezione di un oggetto, già concepito nella sua forma finita.”.32 L’Osireion in questa prospettiva “stereotomica”, presenta caratteristiche molto interessanti. Esemplari sono proprio gli scalini che danno l’accesso alla navata/isola centrale, ricavati scavando direttamente blocchi di pietra accostati (si veda la FIG.10).33 Del resto gli altri esempi di blocchi lapidei sagomati “… in modo tale che, quando siano composti assieme nel modo opportuno, questi costituiscono un manufatto che può considerarsi come un tutt’uno…”, sono ben rilevabili dalle precedenti figure: dalle vasche ablutorie, ai blocchi dei muri perimetrali, ai pilastri fino alla peculiare, più che indicativa ripartizione dell’impiantito della navata/isola centrale. Ora, in questo studio ci occuperemo proprio di questo diagramma, di questa, per dir così, “strana” quanto rivelatrice suddivisione geometrica pavimentale. Le calibrate fenditure delle pietre accostate presenti nell’impiantito scandiscono una trama, una filigrana che a prima vista sembrerebbe del tutto elusiva, ovvero completamente insignificante, se non del tutto incomprensibile poiché “non c’è nulla da comprendere”. Non è assolutamente così. Anzi. È vero esattamente il contrario. Tenetevi pronti alle sorprese.

L’Osireion: un libro di pietra da leggere

Si è detto che i monumenti architettonici ancora esistenti si dovrebbero considerare, a tutti gli effetti, quali indiscutibili documenti, delle certificazioni testimoniali, anche se di genere diverso, rispetto alla documentazione più tradizionale, i documenti scritti, che solitamente si è abituati a valutare per comprendere una civiltà. In ogni caso, la natura del documento in questione, per essere considerato fondatamente e scientificamente credibile deve possedere come prerequisito la condizione d’autenticità, ossia deve essere un prodotto originale, quindi non alterato da manipolazioni esterne, della civiltà in esame. L’Osireion con scarsissimi dubbi, è totalmente autentico, soprattutto nelle strutture che compongono proprio la navata/isola centrale. In altri termini, per essere più chiari possibile, le pietre che organizzano la navata/isola centrale dell’Osireion sono state posizionate in quel modo e proprio lì, dalle sapienti mani degli Egizi Antichi circa tremila e trecento anni fa e da quel momento più nessuno le ha spostate o modificate.34 È indiscutibile. È in questo senso che l’Osireion assume il valore di un documento scientifico “di altro genere” certificato e certificante. Orbene, per avvalorare il principio che si è formulato in precedenza, proviamo a vedere se “leggendo” la specifica matrice geometrica scandita dalle pietre dell’Osireion, riusciamo a far emergere qualche indicazione di un certo interesse. Analizziamo nel dettaglio il rilievo planimetrico dell’Osireion. Utilizzerò quale diagramma icnografico di riferimento, come già detto, la planimetria rilevata dal Frankfort nella spedizione del 1925 – 26 e pubblicata nel 1930. Iniziano le sorprese.

FIG.16A Planimetria dell’Osireion: da notare le linee formate dall’accostamento stereotomico delle pietre che compongono l’impiantito della navata/isola centrale. Frankfort 1930

 

FIG.16B: sezione mediana in alzato dell’Osireion. Frankfort 1930

Tanto per iniziare, osserviamo la curiosa disposizione planimetrica sia dei pilastri presenti nella navata/isola centrale, sia delle celle camerarie che orlano il perimetro dell’edificio. La cadenza ritmica planimetrica riservata a queste ultime è particolare. Le celle camerarie disposte lungo i lati maggiori del monumento si presentano disposte su ogni lato con una sequenza di quattro celle camerarie ravvicinate comprese tra due celle esterne più distanziate. A livello planimetrico sono distribuite in abbinamento binario speculare, ossia sono affrontate a coppie prospicienti sui lati maggiori del tempio osiriaco. I loro accessi si mirano a coppia in cadenza sfalsata tra i vuoti lasciati dal ritmo architettonico dei pilastri sistemati nella navata/isola centrale. La dimensione di ognuno dei tre lati componenti le celle camerarie, tra loro uguali, è anche uguale sia alla dimensione del lato della vasca ablutoria quadrata, sia al lato minore dei pilastri presenti nella navata/isola centrale.35 Per contro il lato del fronte murale che separa le prime celle camerarie angolari dalle quattro che compongono il raggruppamento, è francamente uguale al lato maggiore della vasca ablutoria rettangolare, presente sempre nella navata/isola centrale. Il fronte delle murate che separano gli ingressi delle celle camerarie raggruppate è in Sezione Aurea rispetto ai lati di queste ultime e quindi dei lati minori dei pilastri della navata/isola centrale. La dimensione del lato minore delle celle camerarie presenti sui lati minori dell’Osireion, anch’esse speculari in coppia, risultano avere la stessa dimensione della larghezza delle rampe gradinate aperte sui lati minori della navata/isola centrale. Per quanto riguarda i pilastri della navata/isola centrale, si può osservare che anche questi presentano uno schema ritmico distributivo similare a quello delle celle camerarie perimetrali: pilastri agli angoli distanziati dal raggruppamento speculare in parallelo dei tre pilastri compresi tra i precedenti sui lati maggiori della navata/isola centrale. Si può ancora osservare che il posizionamento dei pilastri risulta sfalsato rispetto a quello delle celle camerarie perimetrali, nel senso che ad ogni pilastro della navata/isola centrale corrisponde una parete divisoria tra le celle camerarie. Per contro, si è già detto, ad ogni accesso delle celle camerarie perimetrali corrisponde un vuoto tra i pilastri della navata/isola centrale. In sostanza i pilastri fanno da contrappunto alle celle camerarie. La matrice geometrica voluta per i sei pilastri (tre per ogni lato maggiore), che compongo il raggruppamento mediano nella navata/isola centrale, è di notevole importanza. Unendo i punti indicati nel disegno e soprattutto senza utilizzare il compasso, si ottiene una figura geometrica ben precisa: si tratta di un Esagramma. È sorprendente già questo, ma non basta.

FIG.17A Osireion: unendo i punti delle facce interne dei pilastri ed avendo come riferimento le linee mediane esistenti tracciate seguendo i solchi stereotomici, compare la precisa figura geometrica dell’Esagramma. Da notare che non si è fatto uso del compasso.

Proviamo, allora, banalmente, a misurare la distanza tra i quattro spigoli dei pilastri che sono serviti per impostare i lati dell’Esagramma. Si ha nella realtà, un rettangolo di circa 7.4 per 12 metri. Ora, rapportiamo questi due lati. Si avrà: 12 : 7.4 = 1.621. È evidente e sorprendente che il valore numerico sia praticamente (tau), ossia 1.618.36 Si può inferire che l’Esagramma tracciato tra i pilastri mediani della navata/isola centrale dell’Osireion è un Esagramma “concretamente speciale”, essendo questo strutturato in Sezione Aurea. Le figure geometriche dell’Esagramma costruite con l’ausilio del compasso normalmente non rispettano mai la condizione geometrica della Sezione Aurea: questo dell’Osireion, si ribadisce, invece sì. È straordinario. I pilastri centrali che consentono di dare forma all’Esagramma in Sezione Aurea, presentano altre notevoli proprietà geometriche. Si lascia il piacere di scoprirle ai lettori. Già a questo punto si può affermare che l’Osireion di Abydos è un miracolo della Geometria. Si deve poi ricordare che le linee guida utilizzate, si sottolinea linee e non numeri, per tracciare la straordinaria figura geometrica esagrammatica, sono state fissate in questo modo dai geniali costruttori egizi fin dall’origine ideativa del monumento: la matrice geometrica originale a sei punti spaziali, infatti, è fin troppo evidente ed in quanto tale probatoria. Certamente però questo non può bastare. Allora, analizziamo ancora più attentamente le linee stereotomiche dell’impiantito templare abideno. Si ricorda nuovamente, che queste sono segnature volute così, così fissate e così realizzate dai costruttori egizi e pervenute così sino a noi. Sono lì da più di tremila anni in attesa di essere riscoperte e comprese per quello che sono: procediamo dunque. Le segnature visibili nella realtà e riportate in planimetria, che solcano la zona pavimentale parallelamente al lato minore dell’edificio, sono numerose, nel senso che la navata/isola centrale sembrerebbe essere composta da 25 blocchi sezionati ed accostati. L’unione di questi blocchi dà origine a nove linee parallele al lato minore della struttura centrale dell’Osireion, che presentano in determinati punti evidente soluzione di continuità. Le tracciature parallele al lato minore, infatti, sono intersecate sia da una retta mediana a loro ortogonale, che parte da un lato dalla rampa gradinata di Sud – Ovest fermandosi sul lato della vasca ablutoria quadrata dall’altro lato, sia, ancora, da due linee parallele al lato maggiore a destra ed a sinistra della vasca quadrata e da altre due linee parallele al lato maggiore della navata/isola, a destra ed a sinistra del lato maggiore della vasca rettangolare. Le solcature non si presentano con misure distanziali omogenee, essendo qualcuna più ampia e qualcuna più ridotta. Ad un’osservazione superficiale, la complessa filigrana non sembra potersi inquadrare in qualche diagramma riconoscibile. Esaminando più attentamente la matrice geometrica dell’intera superficie, tuttavia, appare evidente che esiste una qualche condizione schematica a governare queste strane rigature compositive. Non sono né casuali né di comodo: sono parte integrante di una struttura sacra ed in quanto tali anch’esse rispettano questa sacralità, se non, come già detto, essere proprio loro a sacralizzare il monumento. Non resta quindi che tentare di seguire quanto indicato dalle linee esistenti stesse senza aggiungere o togliere nulla alle loro prerogative. Per far questo si deve, obtorto collo, utilizzare ancora una volta il righello e la matita. Senza inventarci nulla, dunque, seguiremo le indicazioni geometriche suggerite dalle linee esistenti, ossia si posizionerà il righello proprio su quella sorta di graffi nella pietra voluti e fissati dai costruttori egizi. Iniziamo, allora, prolungando le due fondamentali linee esistenti, parallele ai lati maggiori della vasca ablutoria rettangolare, denominate A e B, fino ad oltrepassare, incrociandole, le due grandi camere trasversali del monumento.

FIG.18 Osireion: la suddivisione spaziale generata tracciando il prolungamento delle fondamentali linee esistenti nell’impiantito
della struttura centrale.

Si ribadisce che A e B, sono due linee di riferimento fondamentali per comprendere lo schema progettuale dell’insieme e sono, si ripeterà fino alla noia, linee lì esistenti, definite, fissate e così lasciate dai costruttori egizi nell’impiantito dell’Osireion: non si è pertanto inventato nulla. Detto questo, tracciamo la linea C esistente nell’impiantito, ossia la mediana minore del rettangolo che costituisce la navata/isola centrale. Questa linea C esistente, è ovvio, interseca ortogonalmente le due precedenti linee A e B esistenti.

Il tracciato, già da queste prime battute, sembra assumere un aspetto concretamente più famigliare, ma proseguiamo. Misuriamo ora la larghezza tra le linee A e B esistenti. Avendo inizio dalla linea mediana C esistente, utilizziamo questa misura per suddividere in quattro parti lo spazio definito entro le linee A e B esistenti, in parallelo rispetto ai lati maggiori dell’Osireion. Compariranno in pianta quattro quadrati centrali. Le linee che costituiscono i lati di questi quadrati lambiscono in planimetria, chiaramente, alcuni elementi architettonici esistenti ben precisi. Si tratta dei lati, contrassegnati in senso orario con P, P, P′′ e P′′′, appartenenti ai quattro pilastri angolari della navata/isola centrale, nonché le pareti delle celle camerarie R R′′′ di Nord – Est, ed R R′′ di Sud – Ovest.

FIG.20 Osireion: tracciamento dei quattro quadrati centrali. Si notino le marcature dei vari elementi architettonici che sono lambiti da queste linee.

Non basta, poiché si potrebbe sostenere, che la misura segnalata non esiste tracciata nella realtà, nell’impiantito analizzato. Ebbene, non è così: la dimensione esiste ed è tracciata. È sufficiente, infatti, misurare dalla linea denominata L esistente, fino al lato minore P′′′′ del pilastro facente parte dei tre pilastri raggruppati, per rendersi immediatamente conto, che le segnature esistenti in pianta hanno anche la funzione di precise linee di repere, gli accurati riferimenti spaziali per sistemare i pilastri lungo i lati maggiori della navata/isola centrale dell’Osireion. Non basta ancora è ovvio. Sia chiaro che non si vuole infierire, nondimeno, sono talmente importanti i risultati che emergono dal “documento di altro genere” esaminato da suggerire di continuare a “misurare” ad oltranza: ne vale la pena. Detto questo, proseguiamo. È evidente che al momento restano, per dir così, fuori dal reticolo dei quattro quadrati alcune parti importanti dell’edificio abideno. Si tratta di una buona parte dei bordi dei lati maggiori della navata/isola centrale, nonché il canale perimetrale e le celle camerarie prospicienti la struttura centrale dell’Osireion. Senza misurare, proviamo a segnare, prolungandoli, i bordi esistenti dei lati maggiori della navata/isola centrale. Compariranno in planimetria quattro rettangoli per ogni lato maggiore, che a loro volta, ovviamente, affiancano i quattro quadrati centrali. È sorprendente rilevare che i lati minori dei rettangoli appena evidenziati, con pochissimi dubbi al riguardo, rispettano incredibilmente la condizione della Sezione Aurea (tau) se posti in relazione con i lati dei quadrati centrali.

FIG.21 Osireion: tracciamento delle linee passanti per i bordi esistenti dei lati maggiori costituenti la struttura della navata/isola centrale. È sorprendente che il lato minore dei rettangoli sia in rapporto di Sezione Aurea  (tau) rispetto ai lati dei quadrati centrali.

Rimangono ancora fuori dallo schematismo geometrico reticolare, le celle camerarie perimetrali. È ovvia la procedura a questo punto. Senza misurare, si devono tracciare due linee che, comprendendo queste strutture, replichino i precedenti rettangoli mantenendo il prezioso rapporto matematico (tau). Orbene, come unici riferimenti planimetrici possibili, restano soltanto i lati minori delle grandi camere trasversali, a Sud – Ovest la “Camera di Merneptah” e a Nord – Est l’“Abaton di Osiride”, che se il diagramma ricostruito è vero, dovrebbero rispettare le cogenti, ferree, rigorose condizioni richieste. Dopo aver tracciato queste ultime linee si scopre con enorme sorpresa che è proprio così: anche i lati minori dei rettangoli generati dalle linee passanti per i lati minori delle due camere trasversali rispettano la condizione (tau), il rapporto matematico della Sezione Aurea se rapportati ai lati dei quadrati centrali. In sostanza si può affermare, che la matrice geometrica dell’apprestamento adoratorio denominato “Osireion di Abydos”, presenta un diagramma schematico strutturato su di un reticolo modulare quadrato di riferimento affiancato da una griglia di rettangoli proporzionali i cui lati minori sono in rapporto di Sezione Aurea rispetto ai lati dei quadrati del reticolo principale. Tecnicamente, ad ogni variazione del lato del quadrato varia in proporzione il lato minore del rettangolo che lo affianca. Il diagramma composito che si è fatto riemergere e che si è così messo in luce tracciando le linee stereotomiche esistenti nella navata/isola centrale dell’Osireion di Abydos, rispecchia fedelmente lo stesso e identico diagramma del reticolo aureo RA che da tempo ho individuato e ricostruito. È un rinvenimento quantomeno sorprendente. Si ribadisce che il tutto si è ricavato basandosi esclusivamente sul prolungamento di linee architettoniche reali, esistenti e ben visibili del monumento senza alterare o inserire alcuna misura predeterminata.

FIG.22 Osireion: tracciamento delle linee passanti per i lati minori della “Camera di Merneptah” e dell’“Abaton di Osiride” che compongono l’ultima serie di rettangoli i cui lati minori sono in rapporto di Sezione Aurea  rispetto ai lati dei quadrati centrali

Conclusioni

È evidente a questo punto un dato di fatto indiscutibile. L’Osireion di Abydos è stato configurato geometricamente, come si è dimostrato con un margine di approssimazione quasi vicino alla certezza, su di un diagramma modulare assolutamente unico. Si tratta proprio, a sorpresa, della stessa configurazione schematica reticolare generata dall’algoritmo geometrico che ho denominato RA e che da tempo ho ricostruito. La conferma è almeno entusiasmante: se fino a ieri non si aveva una prova che andasse al di là di ogni ragionevole dubbio per certificare l’esistenza di questo “strumento” formidabile, ora, finalmente, si ha una chiara conferma matematica ed incontrovertibile della sua esistenza. RA, il Reticolo Aureo, esiste nella realtà così come l’ho individuato e ricostruito. La dimostrazione galileiana basata sull’osservazione e sulla ripetibilità, si trova nelle ben evidenti segnature stereotomiche dell’Osireion: questa è la conferma che gli Egizi Antichi si servivano di un diagramma geometrico modulare proporzionale per immaginare e realizzare materialmente le loro opere. La dimostrazione a conferma dell’esistenza di un sistema geometrico modulare qui riportata è più che convincente, essendo questa impostata, si ripete, esclusivamente sul prolungamento delle linee stereotomiche esistenti nell’Osireion, quindi su linee e tracciamenti reali, voluti così e così fissati dai brillanti e geniali costruttori faraonici: se queste segnature sono vere, e di sicuro lo sono, lo è anche, nondimeno, il diagramma modulare che esse stesse generano. Quanto è chiaramente emerso, è comprensibilmente di notevole importanza: consente d’abbracciare, almeno in parte, il retropensiero che governava la mentalità degli intellettuali faraonici attraverso sfumature, che ad oggi non si erano ancora mai intraviste. I tracciamenti stereotomici esistenti nell’Osireion, nondimeno, ed è questo un altro argomento importante, oltre a consentire la ricostruzione step by step dell’algoritmo da cui trae origine anche il sistema modulare proporzionale che ho denominato RA, ossia “Reticolo Aureo”, ne dimostrano e ne confermano al contempo la sua esistenza storica e soprattutto la sua applicazione effettiva proprio nel monumento in esame. In altre parole, sempre per essere più chiari possibile, il Reticolo Aureo RA ed il reticolo generato dalle linee stereotomiche esistenti nella navata/isola centrale dell’Osireion di Abydos, sono lo stesso e identico prodotto, sono il riflesso speculare degli stessi ed identici “solchi d’eternità” tracciati più di tremila anni fa dagli Egizi Antichi.37 È la certificazione, al di là di ogni ragionevole dubbio, di una scoperta eccezionale e ben superiore alle aspettative. L’esistenza del diagramma modulare abideno e di riflesso di RA, deve essere presa in seria considerazione non tanto per l’indiscutibile validità scientifica della sua scoperta, quanto piuttosto per l’enorme valore intrinseco, sia storico sia intellettuale, che s’intuisce possedere il diagramma modulare stesso. Questo, infatti, spalanca letteralmente le porte a tutta una serie di ulteriori considerazioni ed importanti conferme il cui portato, si spera, contribuirà a rendere più chiaramente comprensibile l’enorme, prezioso lascito culturale elaborato con sacrificio dagli uomini dell’Egitto Antico più di cinquemila anni fa. Oggi, questo inestimabile patrimonio lasciatoci è tornato nella nostra disponibilità. La strada è tracciata. Si è appena intrapresa, ma s’intuisce già essere oltremodo lunga ancorché praticabile. Gli strumenti per non perdersi nel tragitto ora, invero, si conoscono. A conclusione di questo breve studio, infine, non si trovano migliori parole di quelle contenute in uno dei tanti saggi consigli elargiti da San Bernardo di Chiaravalle, ossia: “… che questa sia la fine del libro, ma non della ricerca… ”.

L’Egitto non è un paese

storico, l’Egitto viene prima.

Poi dopo arriva la Storia”

Naguib Mahfouz

____________________________

Riferimenti bibliografici

  • Baratono Diego, “Le Abbazie ed il segreto delle Piramidi. L’Esagramma, ovvero le straordinarie Geometrie dell’Acqua”, Genova, 2004
  • Baratono Diego, “Geometrizzazione inversa: nel segno di Maat”, ArcheoMisteri, Magazine Speciale n° 3, Roma, Agosto – Settembre 2013
  • Cartocci Alice, La matematica degli Egizi. I papiri matematici del medio regno, Firenze, 2007
  • Curto Silvio, L’Egitto Antico. Storia e archeologia, Torino, 1984
  • Curto Silvio, Attraverso l’egittologia, Torino, 2001
  • Damiano Maurizio, Antico Egitto, Milano, 2001
  • De Maré Charly, Ci–gît Osiris. L’Abaton de Biggeh d’après les sources textuelles et iconographiques, BABELAO 5 (2016), p. 1-46, Lovanio, 2016
  • De Rachewiltz Boris, Egitto magico religioso, La Spezia, 1989
  • De Rachewiltz Boris, Vita nell’Antico Egitto, Firenze, 1962
  • De Rachewiltz Boris, I miti e i luoghi dell’Antico Egitto, Milano, 1961
  • De Rachewiltz Boris, a cura di, Dizionario dell’antico Egitto, Guy Rachet, Roma, 1998
  • Flinders Petrie William Mathiew, The religion of ancient Egypt, Londra, 1904
  • Frankfort Henri, La religione dell’antico Egitto, Torino, 1991
  • Frankfort Henri, Preliminary report of the expedition to Abydos 1925 – 6
  • Lightbody David Ian, The encircling protection of Horus, Proceedings of the XIIth Annual Current Researches in Egyptology Conference at the University of Durham, Oxford, 2011
  • Livio Mario, La Sezione Aurea, Milano, 2003
  • Murray Margaret A., The Osireion at Abydos, Londra, 1904
  • Naville Edouard, Excavation at Abydos, the great pool and the tomb of Osiris, Journal of Egyptian Archaeology, 1914
  • Pancin Federica, Celebrando un dio e un re: Osiride nei testi oltremondani del corridoio d’accesso all’Osireion di Abido, tesi di laurea, Venezia, 2013/2014
  • Rosati Gloria, Stele – tavolette di Sokar: anticipazioni su di una ricerca in corso, Aegyptus 87, 2007
  • Rundle Clark Robert Thomas, Mito e simbolo nell’Antico Egitto, Milano, 1997
  • Sparavigna Amelia Carolina, Number from the Decorations of Ancient Artifacts, Archaeoastronomy and Ancient Technologies, 2013,
  • Trevisan Camillo, Geometrie, metodi e costruzioni per la storia della stereotomia, Roma, 2011
  • Vladimiro Valerio, Per una nuova ecdotica dei testi scientifici figurati, Hvmanistica· VII· 1–2 · 2012
  • Wallis Budge E. A., Osiris and the Egyptian resurrection, due volumi, New York, 1973
  • Westerman James, Osireion, http://jameswesterman.org

1 Benché si sia già espressa chiaramente in diverse pubblicazioni passate (si vedano a tal proposito i miei testi “Le Abbazie ed il segreto delle Piramidi. L’Esagramma, ovvero le straordinarie geometrie dell’Acqua”, pubblicato nel 2004 per ECIG, Genova. “A.M.E.R.I.C.A. 1507, la genesi del Nuovo Mondo”, pubblicato nel 2014 per LiberFaber scritto con Claudio Piani, nonché i miei numerosi articoli sull’Egitto Antico, sull’architettura delle abbazie cisterciensi, sulla figura geometrica dell’Esagramma) questa metodologia è basata su di un algoritmo di “geometrizzazione inversa” sia del costruito esistente nei siti interessati e sia, nondimeno, sulla stessa procedura algoritmica di “geometrizzazione inversa” applicata alle immagini esistenti sui diversi supporti noti (dal papiro alla pietra al legno). L’algoritmo geometrico in discorso, anche se evidentemente in grado di decifrare senza l’ausilio di numeri o di geometrismi predeterminati, il retropensiero che ha formulato il planning geometrico, sia in pianta sia in alzato, di numerose aree e complessi architettonici antichi nonché le idee di fondo che hanno generato le composizioni iconografiche inserite nei testi antichi, non è ancora stata presa in considerazione, nonostante i riscontri ripetibili e falsificabili metodologicamente, come moderna prassi scientifica esige per essere accettabile anche da un punto di vista epistemologico. Questo studio è un ulteriore tentativo di rendere più chiara e più credibile, se ancora ce ne fosse bisogno, l’applicazione metodologica dell’algoritmo da me individuato e debitamente codificato.

2 Gli esempi sono numerosi. Per citare alcuni tra i più noti: da Lepsius a Eisenlhor e poi da Petrie a Sethe, passando per Frankfort, Naville, Maragioglio e Rinaldi, Curto, Edwards, per arrivare ai recenti Clarke, Lightbody, Miatello e molti altri.

3 La bilancia presente nel momento della cosiddetta psicostasia o pesatura dell’anima, ne è cristallino esempio.

4 Si veda al riguardo l’articolo “Geometrizzazione inversa: nel segno di Maat”, a firma di chi scrive comparso sul n° 3 della rivista “ArcheoMisteri”, Agosto – Settembre 2013. In merito è bene ancora ricordare lo splendido rilievo presente ad Abydos, proprio nel tempio cultuale di Sethi I, e non è casuale, rappresentante la scena delle dee M3‛t e Renepet, quest’ultima dea dello scorrere del tempo, meglio dea dell’eternità, al cospetto del nume tutelare della località, ossia Osiride.

5 I documenti inerenti alla matematica degli Egizi Antichi al momento noti, sono il papiro matematico conosciuto con il nome dell’ultimo proprietario, ossia il “Papiro Rhind” risalente al 1650 a.C., oggi in parte al British Museum (cat. BM 10057, 10058), ed alcuni lacerti al Brooklyn Museum (inv. 37.1784E) ed il papiro matematico Golenischev, oggi “Papiro di Mosca”, presente nel Museo Statale delle Belle Arti di Mosca (cat. 4576).

6 A questo proposito: “…Per inciso ricordo che si è notata in alcune tavolette scrittorie, recanti testi di lettere–modello, una corrispondenza nelle misure con quelle su fogli di papiro…”. Gloria Rosati, Stele – tavolette di Sokar: anticipazioni su di una ricerca in corso, Aegyptus 87 (2007), pp. 33 – 44, nota 9, p. 35.

7 Vladimiro Valerio, Per una nuova ecdotica dei testi scientifici figurati, Hvmanistica· VII· 1–2 · 2012, p. 61.

8 Vladimiro Valerio, op. cit., nota n° 1, p. 61.

9 Per chi volesse approfondire l’argomento si veda oltre al mio testo “Le Abbazie ed il segreto delle Piramidi. L’Esagramma, ovvero le straordinarie Geometrie dell’Acqua”, ECIG, 2004, anche l’ultimo articolo apparso su ArcheoMisteri n° 3, Agosto – Settembre 2013.

10 La lettera greca con cui si indica in genere la Sezione Aurea, ossia (phi), è o dovrebbe essere l’iniziale di Fidia, il celebre scultore pittore ed architetto greco che, tra le altre cose, progettò l’apparato scultoreo del celebre Partenone di Atene. Si deve precisare tuttavia, che nei testi specializzati la Sezione Aurea si indica con la (tau) iniziale quindi di “tomè”, appunto taglio, sezione. A questo proposito si veda: Mario Livio, La Sezione Aurea, Milano, 2003. Per quanto concerne l’esistenza del valore nel mondo dell’Egitto Antico si veda lo studio di Amelia Carolina Sparavigna, Number from the Decorations of Ancient Artifacts, in Archaeoastronomy and Ancient Technologies, 2013, 1(2), 40-47; http://aaatec.org/art/a_sak1.

11 È doveroso sottolineare il fatto che il sistema geometrico in questione, oltreché trovare un profondo riflesso nella religione egizia stessa, ne rispetti, ne giustifichi e addirittura ne spieghi la complessa strutturazione formulare rivelando compiutamente, al contempo, la matrice ideologica formativa di riferimento su cui si fonda.

12 Il papiro conservato al Museo di Berlino che porta il n° 11775, mostra prospetto e pianta entrambi quadrettati del disegno preparatorio di una sfinge, che doveva essere poi riportato sulla pietra per il successivo taglio. Esistono, sempre a Berlino (cat. 975) e nel Museo di Amsterdam (cat. 101), esempi di sfingi incompiute ed ancora quadrettate.

13 È bene precisare che il valore numerico del cubito reale egizio, argomento ampiamente dibattuto e con una altrettanto ampia letteratura disponibile, è in genere di 52.33 centimetri (si confronti con il cubito dell’architetto Kha, conservato nel Museo egizio di Torino), ma anche di 52.36 centimetri. In ogni caso le misure sono entrambi plausibili, giacché, si deve osservare, che il cubito reale egizio numericamente risulta essere un sesto del greco “ridotto”, ossia 3.14 / 6 = 0.5233, oppure un sesto del greco “esteso”, ossia 3.1416 / 6 = 0.5236. Questo consente d’inferire pertanto, che il cubito reale egizio come misura lineare, questo si può affermare quasi con matematica certezza, ha un profondo rapporto, diretto ed indissolubile, con il cerchio. A questo proposito si veda anche il problema n° 50 del “Papiro Rhind” dove, in estrema sintesi, si chiede di trasformare un cerchio in un quadrato.

14 Sull’enorme ed assoluto valore attribuito al cerchio dalla cultura nilotica si vedano le considerazioni di Flinders – Petrie, nonché i più recenti, importanti studi condotti dal professor David Ian Lightbody sul fondamentale simbolismo circolare espresso dal termine “šn”, circondare (shen, lista Gardiner V9). Lo “šn” è appunto un doppio cerchio isocentrico, ossia una corona circolare, che allungato diventerà il cartiglio reale dove sarà inscritto, per essere protetto in eterno, il nome del Faraone. Lo “šn” pertanto possiede anche valenze di carattere temporale.

15 A questo proposito si veda Frankfort, “La religione dell’antico Egitto”, Torino, 1991, pp. 3 – 4.

16 I due periodi in discorso, ossia l’amratiano ed il naqadiano, che seguono il più antico badariano, sebbene con alcune ulteriori suddivisioni, concordemente si inquadrano nel periodo definito Predinastico, collocabile intorno al V – IV millennio a. C. Si ricorda che il periodo protodinastico inizia intorno al 3400 ca. a.C. e la seguente epoca thinita o arcaica che avrà Meni (Menes) come primo faraone, inizia intorno al 3185 a.C.

17 La città di This (Tinis, Teni in egiziano), è situata sulla riva destra del Nilo, di fronte ad Abydos che appunto ne è la necropoli. Generalmente il periodo thinita, di cui sono parte almeno due dinastie antecedenti l’Antico Regno, si ritiene fiorire intorno al 3180 a. C. È importante come epoca giacché, almeno in nuce, è in questo momento storico che si elaborano quasi tutte le caratteristiche intellettuali, sociali ed organizzative che fioriranno pienamente con l’avvento del successivo periodo conosciuto come Antico Regno. L’architettura, tecnicamente semplice, impiega mattoni per erigere le sue costruzioni. I monumenti funebri sono mastabe primitive. Alla II dinastia tinita appartengono le statue reali più antiche. Una buona eccellenza viene raggiunta nelle arti minori spingendo quasi alla perfezione la produzione di vasellame in pietra. Da notare che alla fine del periodo tinita la scrittura geroglifica raggiunge la sua definizione conclusiva.

18 Al momento, visto che il breve studio s’impernia sull’architettura dell’Osireion e non sulla figura di Osiride, mi limito a fornire brevi accenni alla mitologia inerente al dio in discorso, essendo la trattazione di questo complesso argomento oggetto di ulteriore studio da parte dello scrivente e di eventuale prossima pubblicazione su questa stessa rivista.

19 A conferma di quanto si è detto a proposito della sacralità dell’area, si deve osservare che, curiosamente, l’unica immagine al momento conosciuta del faraone Khufu (Cheope, ca. 2585 – 2560 a.C., Antico Regno, ca. 2625 – 2130 a.C., IV Din. ca. 2625 – 2500 a.C. ), una statuetta d’avorio alta pochi centimetri, è stata ritrovata proprio nei pressi dell’Osireion di Abydos.

20 Sono diversi gli studi condotti sull’Osireion. Tra i tanti si veda: E. Amélineu, Mission Amélineau. Le Tombeau d’Osiris, monographie de la découverte fait en 1897 – 1898, Parigi, 1899. Certamente da consultare per chi desidera approfondire l’argomento, inoltre, il più attuale, scientifico e completo sito internet dedicato all’Osireion del professor James Westerman: http://jameswesterman.org

21 Henri Frankfort, op. cit., p. 140.

22 Suo, oltre al report pubblicato nel 1926 considerato il più completo fino alle recenti integrazioni del professor Westerman, è il rilievo planimetrico dell’Osireion che utilizzerò in questo studio.

23 A proposito dell’algoritmo geometrico modulare proporzionale a reticolo quadrato che ho individuato e ricostruito, si vedano i testi e gli articoli già citati in precedenza. Il prodotto finale di questo algoritmo geometrico proporzionale in discorso, è la peculiare griglia quadrata affiancata dai rettangoli, i cui lati minori sono in Sezione Aurea rispetto ai quadrati del reticolo, visibile, questo, in molte rappresentazioni parietali e nota come “Teoria dei quadrati” o “Canone Lepsius”.

24 L’Osireion è posizionato una quindicina di metri più in basso rispetto al tempio di Sethi.

25 La cosiddetta “Rosa dei venti” è rispetto all’osservatore, la rappresentazione grafica dei quattro punti cardinali, ossia il Nord, il Sud, l’Est e l’Ovest, e dei quattro punti intermedi a questi (si ha quindi una rotazione di 45° rispetto agli assi cardinali), che individuano altrettante direzioni: Nord – Est, Sud – Est, Sud – Ovest e Nord – Ovest. Questi otto punti sono ulteriormente divisibili consentendo d’individuare altri otto punti intermedi, nord-nord-est, est-nord-est e così via. In genere le indicazioni direzionali rispetto al nord, si esprimono in gradi angolari. In cartografia la rappresentazione di questa suddivisione direzionale era riportata facendo corrispondere ai quattro punti cardinali e ai quattro punti intermedi i nomi degli otto venti normalmente conosciuti da tutti i naviganti, che sono: da Nord settentrione o tramontana; da Nord – Est grecale; da Est oriente o levante; da Sud – Est scirocco; da Sud mezzogiorno o austro; da Sud – Ovest libeccio; da Ovest occidente o ponente; da Nord – Ovest maestrale.

26 Henri Frankfort, Preliminary report of the expedition to Abydos 1925 -6, p. 163.

27 Essendo proporzionale, questo rapporto si mantiene, ovviamente, sia convertendo le misure dalla scala indicata al reale, sia rispettando semplicemente le misure che presenta il disegno planimetrico (ingrandito o rimpicciolito che sia non ha importanza), riportato sul foglio. Il concetto, molto semplicemente, segue i principi che governano il dimensionamento dei lavori a “punto e croce”.

28 Si trovano ben noti esempi nelle composizioni letterarie, nelle stele, negli edifici appunto, nella statuaria.

29 Camillo Trevisan, Per la storia della stereotomia. Geometrie, metodi e costruzioni, è pdf on line, p. 46, nota n° 3.

30 La “stereometria” è invece la parte della geometria che misura strutture solide, mentre la “stereografia” è la tecnica che consente di disegnare i solidi su di un piano bidimensionale.

31 L’ostrakon in discorso risale ad un periodo prossimo al 3000 – 2700 a. C. ca. Fu rinvenuto a Saqqara nei pressi della piramide a gradoni; è conservato al Museo Egizio del Cairo. Si veda: Camillo Trevisan, op. cit., nota n° 4, p. 9.

32 Camillo Trevisan, op. cit., p. 9.

33 Si segnala che le due linee stereotomiche che incorniciano la vasca ablutoria quadrata vicina alla gradinata di Nord – Est, sono distanziate fra di loro della stessa misura che fa registrare la lunghezza della gradinata di Sud – Ovest, misurata tra il primo e l’ultimo scalino senza considerare i gradini terminali ridotti in larghezza.

34 È vero che per ovvi motivi di restauro i pilastri centrali sono stati rimaneggiati nel secolo scorso, tuttavia, non ci sono motivi validi per ritenere che non siano stati riposizionati secondo l’evidente strutturazione voluta originariamente.

35 Il lato maggiore dei pilastri dell’Osireion, in planimetria corrisponde allo spessore del muro che divide le celle camerarie del raggruppamento centrale.

36 In effetti, come controprova si ha 12 : 1.618 = 7.41; 7.4 x 1.618 = 11.97. Si tratta, è evidente, di valori molto prossimi a quelli che si possono ricavare con tutte le approssimazioni del caso, dai rilievi planimetrici, peraltro molto precisi.

37 Si ricorda che il reticolo aureo RA, si è ricostruito in ambiti più antichi e ben diversi rispetto a quello discusso in questo studio. Per quanto mi è noto, almeno nell’Antico Egitto l’utilizzo pratico di quest’algoritmo geometrico è da far risalire almeno all’Antico Regno, all’inizio della Terza Dinastia: si è circa nel 2735 avanti Cristo.