Pensieri e Parole

di Mariangela Ferrara del gruppo Mizar

Nelle pieghe della storia umana gli studiosi di oggi dovranno ancora indagare con la speranza di poter raggiungere una risposta definitiva, perché potrebbero aprirsi nuovi e ancor più stimolanti orizzonti costringendoli a rivedere tutte quelle certezze che credevano ormai sicuramente acquisite.

Spesso riteniamo che nella comunità scientifica vi sia, da parte degli studiosi, uniformità di vedute e di intenti, serenità di giudizio o semplicemente alcune certezze relative ai risultati ottenuti in seguito alle ricerche compiute ed ai dati rilevati nel corso delle indagini conoscitive effettuate.

Alcune discipline sembrano avere un numero maggiore di elementi certi ed acquisiti, altre meno.

Ad esempio le scienze matematiche e la fisica, la chimica o la biologia sembrano possedere basi solide su cui poggiare la conoscenza, altre quali la psicologia, la filosofia, l’archeologia,

si fondano su dati non sempre oggettivi e quindi all’apparenza, meno sicuri. Ma basta approfondire un po’, scalfendo appena in superficie le conoscenze di ogni disciplina, per scoprire che nemmeno gli ambienti accademici, nemmeno quelli che riteniamo i depositari del sapere del nostro tempo possono affermare di avere, talora, alcune certezza definitive: la matematica pura sconfina nella filosofia, la fisica teorica si trasforma nella ricerca di dimensioni sconosciute e mistiche, l’archeologia annaspa in contraddizioni cercando di fornire spiegazioni a volte perfino discutibili.

Ed è proprio nell’ambito di questa scienza, l’archeologia, che tanto ci affascina per le sue implicazioni relative ad una eventuale “civiltà perduta”, che si basano le mie considerazioni. Le ricerche etnologiche ed antropologiche unitamente alle indagini archeologiche esposte in testi attualmente in uso nelle università, giungono a conclusioni e ad interpretazioni diverse a seconda delle informazioni possedute al momento della stesura del testo e del tipo di sistemi di rilevamento dei dati disponibili al tempo della redazione dell’opera.

Nel 1965 A. Brelich in “Introduzione alla storia delle religioni”, attraverso un’analisi puntuale, evidenzia i tratti comuni presenti nelle tante religioni del mondo e, se non fa sua la teoria della scuola storico-culturale di Schmidt (un’unica religione sarebbe al-l’origine di tutte le religioni storiche) ritenendola scientificamente indimostrabile, ci ricorda come anche G.Van Der Leeuw M. Eliade ricercò le strutture comuni nella varietà dei fenomeni religiosi fermandosi davanti ad una presunta struttura unica e comune ad ogni esperienza religiosa, si domanda altresì, presupponendo miracolose coincidenze, cosa abbia condotto un gruppo umano o più gruppi, indipendentemente, ma nello stesso giro di pochi millenni, a scoprire, dopo centinaia di millenni, la possibilità della coltivazione, della estrazione dei metalli dalle pietre o di filare e tessere peli di animali.

L’autore fornisce anche dati oggettivi che dimostrano l’esistenza di legami tra l’Alto Egitto, la Mesopotamia e la Valle dell’Indo. L’Asia occidentale avrebbe influenzato anche la più antica civiltà superiore della Cina databile al XIV secolo avanti Cristo, l’America precolombiana presenta complesse analogie di fenomeni che collegherebbero questa civiltà con l’Estremo Oriente e perfino con il Vicino Oriente.

Tutto cioè fa pensare che la storia delle civiltà superiori del mondo sia una storia unica priva di soluzioni di continuità.

Su queste premesse e su tali basi conoscitive si affermava nel mondo accademico la teoria diffusionista: dalla Mesopotamia e dall’Egitto si diparte la cultura per poi diversificarsi ed adattarsi nei vari contesti e territori.

Si poteva, con il principio diffusionista, quindi sostenere che le civiltà superiori sono tutte recenti e che sono sorte repentinamente e con gli stessi caratteri fondamentali. I sistemi di rilevamento disponibili negli anni in cui si affermava il diffusionismo non contemplavano però l’uso delle tecniche di datazione al radiocarbonio. Il suo utilizzo, in ambito archeologico, fu una vera rivoluzione destinata a scardinare ed a far crollare la cronologia degli avvenimenti storici. Gli studiosi si trovarono perciò costretti a dover retrodatare di molti secoli i reperti attribuiti precedentemente a culture credute più recenti ed a porsi nuovi interrogativi sull’origine, lo sviluppo e la diffusione della civiltà umana.

Nel 1979 Renfrew nella sua opera “ L’Europa della preistoria” descrive e spiega il crollo della teoria diffusionista basandosi proprio sulle datazioni ottenute attraverso i risultati forniti dalla tecnica del carbonio 14. Tali risultati oggettivamente reali e validi inficiano l’idea che le culture da noi conosciute e considerate le più antiche si siano diffuse influenzando tutte le altre.

La cronologia rivelata dalla tecnica del radiocarbonio retrodata di molto manufatti e siti megalitici spostando la loro costruzione indietro nel tempo, addirittura prima dei Sumeri o degli Egizi. Ad esempio, nel 1961 furono scoperte a Tartaria, in Romania, alcune tavolette di argilla cotta con scrittura simile al sumerico, perciò il contesto in cui furono trovate venne datato al tremila avanti Cristo, ma le successive analisi al radiocarbonio le retrodatano ad un periodo precedente ai Sumeri. Un eminente studioso di lingue semitiche accertò, in un primo tempo, la fonte mesopotamica della scrittura ma, alla luce delle nuove informazioni ottenute dalle analisi di laboratorio ed il conseguente crollo della teoria diffusionista, non fu più possibile stabilirne l’origine culturale. Ci troviamo dinanzi ad un enigma: chi produceva la scrittura cuneiforme prima dei Sumeri?

Anche le grandi tombe megalitiche diffuse in tutta l’Europa che costeggiano l’Atlantico, il Mare del Nord, e che si trovano in Spagna, Francia, Inghilterra, Olanda, Danimarca, Svezia, presentano tratti comuni e secondo la tabella al carbonio 14 risalirebbero al tremilacinquecento avanti Cristo. Sono un esempio di architettura che viene così datata a centinaia di anni prima dell’introduzione della scrittura in Europa occidentale. La teoria diffusionista riteneva che le abilità costruttive fossero venute dall’oriente, ma, con i nuovi dati a disposizione, si è costretti ad affrontare un paradosso “ tali imponenti monumenti furono eretti molti secoli prima delle piramidi (secondo la datazione ufficiale 2500 ca a.C.) da barbari che non conoscevano neanche l’uso dei metalli!”

I templi di Malta, poi, sarebbero stati terminati verso il duemiladuecento avanti Cristo. La tecnologia della popolazione locale era delle più semplici. Anche i templi di Malta sono troppo grandi per essere il prodotto di singoli piccoli villaggi agricoli indipendenti. E per concludere questa breve carrellata di esempi impossibili da inquadrare in un coerente edificio intellettuale vorrei ricordare il ben più celebre sito di Stonehenge, le cui pietre sarsen, pesanti fino a cinquanta tonnellate, vennero estratte vicino ad Avebury, distante da Stonehenge più di quaranta chilometri. Per spostarle sarebbero stati necessari circa undicimila uomini muniti di cinghie di cuoio e rulli di legno che, per il trasporto di ogni pietra, avrebbero impiegato cinquanta giorni.

Renfrew sa che non è facile fornire risposte per tali processi storici, ma, in base al principio del rasoio di Occam, usato nel metodo scientifico e secondo il quale si sceglie, nel dubbio, la soluzione più semplice, dà una spiegazione di tipo sociologico ed etnografico. La soluzione più ovvia quindi al problema della costruzione dei siti megalitici è ritenuta dall’autore l’organizzazione sociale a marcata gerarchia, una cosiddetta società chiefdom, che presuppone la redistribuzione dei beni e la mobilitazione potenziale della forza lavoro; il sorgere repentino e quasi contemporaneo delle civiltà avrebbe origine autonoma a sviluppo locale poichè le caratteristiche psicologiche, culturali ed ambientali simili permetterebbero a gruppi indipendenti di individui di raggiungere livelli simili di sviluppo. Il paragone portato da Renfrew con la comunità degli Indiani Cherokee che costruiscono edifici circolari di pali di legno alti quattro metri e ricoperti di corteccia o con una tribù del Borneo che innalza menihr non è, a mio avviso, sufficiente a spiegare con facilità il percorso culturale che ha portato alla costruzione delle strutture megalitiche. Ancor più difficile da capire resta l’origine dei tratti culturali e religiosi comuni presenti in varie civiltà che sembrano invece attingere ad uno stesso materiale “primitivo” ereditato dal passato.

Alla luce di quanto esposto e proprio avvalendomi del principio di Occam ritengo di poter suggerire che la risposta più semplice, rispetto al problema dell’origine della civilizzazione umana, potrebbe nascondersi nel rivalutare il principio diffusionista, considerando che le similitudini ed i legami tra le varie culture esistono realmente. Spostare indietro nel tempo l’origine della civiltà e mantenere il principio diffusionista, significa ammettere, però, che è esistita una civiltà precedente a quelle storiche  di cui non restano che deboli tracce in tutto il mondo, ma che ha influenzato e forse condizionato, con la sua impronta culturale, i primi passi di tutte le civiltà superiori sul piano religioso, sociale ed architettonico.

Tale postulato implica un percorso di ricerca interdisciplinare che mal si adatta al nostro attuale modo di vivere e di pensare estremamente settorizzato sotto tutti gli aspetti, non ultimo quello scientifico e culturale, implica una ricerca sistematica e scrupolosa in ambito archeologico, etnografico ed antropologico, implica, infine, un nuovo crollo del paradigma intellettuale faticosamente conquistato negli ambienti accademici e forse proprio questo non è così semplice.

Le tracce di un’ipotetica civiltà distrutta da un cataclisma si ritrovano nei testi sacri di tante religioni del mondo, nei miti di popolazioni lontane fra loro nel tempo e nello spazio.

Euhemeros, autore del quarto secolo avanti Cristo, afferma che i miti conserverebbero ricordi di vicende storiche antiche deformati ed esagerati dalla fantasia dei posteri e per l’allegorismo greco essi conterrebbero, sotto forma velata, delle verità naturali e morali intraviste nell’antica sapienza.

Nelle pieghe della storia umana gli studiosi di oggi, quindi, dovranno ancora cercare con umiltà, spronati dall’entusiasmo, dall’amore per la conoscenza e da un pizzico di intuizione, con la speranza di poter raggiungere una risposta definitiva, perché un’altra analisi con tecniche che adesso neanche sospettiamo, un altro importante ritrovamento archeologico, potrebbero aprire nuovi e ancor più stimolanti orizzonti costringendoli a rivedere tutte quelle certezze che credevano ormai sicuramente acquisite.