ACAM
La
fine del Pleistocene e il Diluvio Biblico: quali connessioni?
di Antonio Mattera
“Un
mito offre un modello standard per interpretare il mondo, che non può essere
ignorato, perché guardando attraverso il mito, ci si rende conto che la realtà
esalta l'evidenza del mito stesso.”Edward
De Bono.
Sicuramente, fra tutte le leggende tramandate in varie
parti del mondo, quella di un’immane catastrofe mondiale, sottoforma di
diluvi e altri cataclismi, non solo è la più ricorrente nei quattro angoli
del globo, ma anche la più affascinante, anche nel suo aspetto più
catastrofico e tremendo.
Cataratte
di acqua che si riversano dal cielo, inondazioni che spazzano via popoli e
città, terremoti, eruzioni vulcaniche, terre che sprofondano e altre che
riemergono.
Un
intero arsenale di fenomeni degno del miglior film holliwodiano, con tanto di
effetti speciali.
Eppure,
almeno tenendo in giusto conto tutti i miti antichi, sembra che questo
scenario non sia stato solo frutto di fantasiose trame cinematografiche, ma
qualcosa di più tangibile, vero e immane: un qualcosa che ha lasciato un
ricordo indelebile nelle memorie storiche di tutti i popoli del mondo.
Da
sempre l’idea che dà il diluvio (o forse sarebbe meglio dire i diluvi,
vista la gran quantità di miti su quest'argomento) è quella di un fenomeno
caratterizzato da grandi precipitazioni, talmente elevate da coprire, così
come sostiene la Bibbia “ le più alte vette
di almeno 15 cubiti (Un cubito è circa 56 centimetri) ”.
Ma se
questo fosse vero dovremmo chiederci dove sia mai defluita tutta
quest’acqua, riversatasi sulla Terra.
Forse gli antichi osservatori, intimoriti e spaventati da un qualcosa che non
seppero spiegare se non in termini di voleri divini, associarono l’effetto
più spaventoso di tutta quella catastrofe, cioè un’immane inondazione che
dovette percorrere il globo intero, ad uno solo di tanti eventi che dovettero
concomitare in quei tempi cupi, cioè una pioggia torrenziale dovuta a cause
che scopriremo dopo?
In
effetti potrebbe essere andata così e dopotutto la stessa Bibbia fa un
riferimento esplicito ad “acque che si
ritirarono”, quindi è implicito il richiamo a masse acquose che
più che cercare sfoghi naturali, sembrano ritornare ai loro antichi letti.
Nonostante
questo punto di vista, però rimangono irrisolti i problemi che concernono un
simile spostamento di una così estesa massa liquida.
Quali
forze potrebbero permettere una simile rovina e in qual periodo potrebbe
essersi verificata?
In
effetti, ancora una volta possiamo collegare i miti antichi a riferimenti
storici, a date prestabilite, e nel nostro caso c'interessa non una data ma un
arco di tempo che oscilla tra i 10000 e i 13000 anni fa.
Questo
periodo e questo lasso di tempo, che geologicamente e storicamente non è
tanto improbo visto che spesso sia la geologia che la storia possono essere
descritti in migliaia di anni, sembra ricorrere molto spesso nella nostra
cronologia, andandosi speso a concatenare con altri eventi.
Vediamo
di analizzare bene questo lasso di tempo.
1)
Circa 13000 anni fa termina l’ultima grande glaciazione, detta di
Wurms.
2)
Circa 12000-13000 anni fa scompare la megafauna per tutto il globo
terrestre o per lo meno nelle parti in cui esisteva: animali come il mammut e
la tigre dai denti a sciabola, o i cervi giganti paiono scomparire,
geologicamente parlando, da un giorno all’altro.
3)
Secondo alcuni studiosi sembra che l’ultimo slittamento dei poli si
sia verificato per l’appunto 12000 anni fa.
4)
Circa 12000 anni fa sembra essere esplosa l’ultima supernova più
vicina al nostro sistema solare.
5)
Circa 9000 anni fa sembra nascere, spontaneamente, in tutto il mondo,
il fenomeno dell’agricoltura: fatto ancora più curioso è che sembra
nascere in altura.
6)
Molte mappe antiche sembrano identificare luoghi (in particolare modo
l’Antartide) in condizioni tali come non è stato più possibile osservarle
da circa 12000 anni a questa parte. Questo nonostante che molti di questi
luoghi siano stati scoperti, esplorati e cartografati solo dal 1600 in poi!
7)
Ultima annotazione, per gli amanti del mito: Platone colloca la
scomparsa dell’Atlantide a 9000 anni prima di lui, quindi 11000 anni al
conto d’oggi: solo coincidenze?
Possono
essere solo coincidenze tutte queste date che sembrano rincorrersi per poi
unirsi in un unico solo obiettivo?
Cerchiamo
di spiegarle dando a loro un unico filo logico, un collante e partiamo proprio
dall’ultima glaciazione.
Il
Pleistocene è l’era a noi più vicina, benché iniziata milioni di anni fa.
Quest’epoca
fu caratterizzata da immense e implacabili glaciazioni che strinsero in
diverso tempo tutto il globo in una tenace morsa. Ma, tra una glaciazione e
un’altra, la Terra ebbe modo di verificare anche climi più miti, tant’è
vero che nel Tamigi abitavano coccodrilli e sulle sue rive c’erano le palme,
presupponendo, di fatto, un clima più mite, rispetto a quello odierno, di
almeno una decina di gradi.
A
noi interessa guardare il quadro della Terra nell’ultimo periodo del
Pleistocene, quello caratterizzato dalla fine dell’ultima sua glaciazione,
quella indicata col nome di Wurms.
Nell’America
Settentrionale i ghiacciai ricoprivano interamente il Canada orientale e si
spingevano a sud, fino a lambire quella parte di costa degli odierni USA, dove
oggi è collocata New York. In Europa un'unica calotta copriva la penisola
scandinava, il Baltico, il Mare del Nord, gran parte della Gran Bretagna, la
Germania, la Polonia e la Russia, spingendosi più a sud ancora. Anche sul
nostro territorio erano visibili le tracce di questa glaciazione: le Alpi
erano un immenso ghiacciaio ramificato che scendeva sino alle valli
circostanti. In quasi tutti i continenti, il livello delle nevi perenni era
situato a circa 1500 metri più in basso dell’attuale. Persino in Australia
e in Tasmania era possibile osservare ghiacciai.
Dall’analisi
di carotaggi effettuati nell’anno Geofisico del 1949, sembra che
l’Antartide fosse divisa in due distinte parti e attraversata da fiumi,
questo in coincidenza con quello che sembrano volerci dire alcune antiche
mappe e qui possiamo collegarci al punto 5 (vedi “Cartografia Antica”
dello stesso autore).
Quest'immensa
coltre di ghiaccio, che qualcuno ha quantificato in 9 milioni di chilometri
quadrati di terre coperte, sottrasse di per sé acqua agli oceani quindi si può
abbondantemente calcolare in circa 130 metri di media di livello marino più
basso rispetto all’odierno.
Oggi
giorno la quantità di acqua inglobata nei ghiacciai polari è tale che, se
arrivasse a liberarsi dal suo stato solido, provocherebbe un innalzamento dei
livelli marini di circa 80 metri.
Per
considerare in una giusta ottica l’innalzamento dei livelli marini 12000
anni fa consideriamo che durante la glaciazione di Wurms la quantità dei
ghiacci era più del doppio rispetto ad oggi!!
Contrariamente
ad oggi le condizioni di terre come la Siberia erano sicuramente più
favorevoli alla crescita e allo sviluppo di forme di vita animali. Infatti, la
stessa Siberia godeva di un clima più mite e i ghiacciai erano relativi solo
alle sue catene montuose. L’abbassamento dei livelli del mare faceva sì che
le isole artiche formassero con la stessa Siberia un'unica pianura in cui
prosperava una delle più ricche comunità ecologiche di allora. Comunità
improvvisamente decimata circa 12000 anni fa, lì come in tutto il resto del
mondo, collegandoci, di fatto, al punto 2: la scomparsa della megafauna.
Ipotesi
più varie tendono per una o più motivazioni per questa misteriosa quanto
drammatica estinzione di un gran numero di specie di animali. Si va dalla
causa batteriologica ad una meno precisata follia collettiva degli animali che
avrebbero cercato spontaneamente il suicidio gettandosi in burroni e gole(?)
luoghi dove vengono ancora oggi trovati ammassati numerosi resti di quella
fauna animale.
Paragonando
l’uomo paleolitico a quello moderno si arriva persino ad incolpare di questo
massacro ambientale all'estenuante caccia da parte dell’uomo, insomma una
mostruosa carneficina. Migliaia di capi abbattuti per procurarsi quello che
bastava per la sopravvivenza alimentare, usando il fuoco per spingere le
mandrie di mammut nei burroni, colpendo, di fatto, anche tutte le altre specie
presenti nell’habitat di allora. Quello che in America, con il solito
esponenziale di effetto cinematografico, gli scienziati chiamano “
Pleistocene Overkill”.
Ma
la prova più drammatica che non sono queste le cause le abbiamo proprio dai
resti che ritroviamo ancora oggi.
Così
come i massi erratici sono elementi trasportati da immani inondazioni, anche
in questo caso possiamo attribuire all’acqua forse la causa definitiva:
milioni di animali le cui carcasse furono travolte da immani piene, portati
per lunghe distanze, ammassate nelle gole dei fiumi e nei fondovalle, sepolti
da una coltre di fango insieme ad alberi e piante.
Nelle
regioni degli odierni poli probabilmente cadde subito la neve ricoprendo
questo orribile carnaio in una bara di eterno ghiaccio, facendoli diventare,
ai giorni nostri, mute e dolorose testimonianze di ciò che successe.
Quindi
l’ipotesi migliore potrebbe essere quella di un cambiamento climatico: ma di
quale portata, per avere effetti così catastrofici?
Per
analizzare meglio la portata di questi cambiamenti ritorniamo all’analisi
della scomparsa della megafauna sopra citata e osserviamo quello che ci dicono
i resti di uno degli animali più conosciuti e studiati del Pleistocene: il
mammut.
Ancora
oggi vengono rinvenuti nei ghiacciai siberiani resti interi di corpi di
mammut, congelati. E proprio questo loro stato se da un alto ci dà delle
notizie interessanti, dall’altro ci pone interrogativi inquietanti.
Dall’analisi
del cibo ingerito ma non ancora metabolizzato, al momento in cui il mammut
viene “congelato” nella sua bara di ghiaccio, scopriamo che sicuramente il
clima di quei posti era più mite, visto che nel loro stomaco spesso si
ritrovano vegetali dalle più svariate forme, dai frutti maturi alle erbe, ai
fiori per finire a teneri arbusti, tutti elementi che sembrano non coincidere
con l’idea generalizzata che questi animali vivevano in climi freddi per non
dire glaciali.
Ma
queste scoperte, come detto sopra, ci aprono anche inquietanti interrogativi:
cosa ha potuto colpire quest'ecosistema al punto tale da “sigillarli” in
una bara di ghiaccio così repentina?
Infatti,
è ingiurioso pensare che una semplice glaciazione, con il suo protarsi
geologicamente nei secoli, abbia potuto colpire questi luoghi. Qui
bisognerebbe supporre qualcosa di più catastrofico e immediato.
E
l’unica teoria che ci riporta a quest'ipotesi è quella citata nel punto 3:
lo slittamento dei poli.
Prove
per accertarsi della posizione antica dei poli possono essere estratte dalle
tracce di magnetismo residuo nelle rocce. La lava che esce da un vulcano si
raffredda e si magnetizza secondo la direzione del campo magnetico di quella
zona, dando così, ai geologi, importanti informazioni. Ma anche la presenza
di determinati esemplari di flora e fauna in determinati periodi contribuisce
a darci un quadro indicativo del fenomeno. Questi sono solo due dei principali
metodi per studiare e stabilire, epocalmente, la posizione dei poli.
Considerando
la Siberia di 12000 anni fa e il suo clima più mite dobbiamo, di fatto,
considerare che questa zona fosse più lontana dall’attuale Polo Nord, il
quale potremmo identificarlo nel Canada orientale, zona dalla quale nasceva
una delle più grandi aree glaciali, conosciuta anche come calotta del
Wisconsin.
Ma
mentre la calotta glaciale europea sembra formarsi e avere il suo picco
massimo circa 80000 anni fa, quella canadese è relativamente più
“giovane”, potendola sicuramente datare, grazie a numerose datazioni
disponibili, a circa 50000 anni fa, quando invece quell'europea si era in gran
parte ritirata. Quindi dovremmo di fatto considerare più spostamenti dei poli
in varie epoche.
Molti
scienziati, fra cui Hapgood, noto per le sue ricerche sulle antiche mappe,
propendono per la tesi che questi spostamenti dei poli nascono a causa di
slittamenti della crosta terrestre, dovuti ai più svariati motivi.
Ma
questo non basta a spiegarci la repentina nuova posizione che sembrano
assumere i poli circa 12000 anni fa, l’epoca della glaciazione di zone sino
allora temperate come la Siberia e della scomparsa “istantanea” della
megafauna, in principal modo i mammut.
Infatti,
il quadro che ci si presenta innanzi è quello di uno sconvolgimento
immediato, o comunque nell’ordine di giorni, settimane, mesi, non
sicuramente anni, come potrebbe far giustamente propendere la tesi del
dislocamento della crosta terrestre.
Per
cui dobbiamo propendere ad uno spostamento dei poli dovuto ad una subitanea
inclinazione dell’asse terrestre.
E’,
infatti, l’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre, il fattore
predominante per l’esistenza delle stagioni e delle più svariate condizioni
climatiche, inclinazione che oggi è di 23°, ma che in passato può aver
avuto grani oscillazioni.Un asse terrestre verticale rispetto all’eclittica
comporterebbe un‘eterna primavera, con un giorno lungo esattamente dodici
ore per tutti i 365 giorni. Ma questo comporterebbe anche le condizioni ideali
per una glaciazione, poiché, a fronte di queste condizioni primaverili, la
neve comunque caduta al di sopra di una certa quota non si scioglierebbe mai e
le precipitazioni, a tale quota, sarebbero di carattere nevoso. Fiocco dopo
fiocco, neve su neve, lo spessore aumenterebbe man mano. Il ghiaccio
scenderebbe sempre più a valle, non trovando mai una temperatura abbastanza
elevata da scioglierlo completamente e rapidamente, riuscendo così ad
accumularsi ed ad aumentare lo spessore sino a trovare zone effettivamente più
calde, dove la sua avanzata deve per forza arrestarsi.
In
tutte le zone libere dai ghiacci regnerebbe un clima costante e in quelle
parzialmente interessate dai ghiacciai, l’acqua che scende a valle,
procurata dal loro scioglimento parziale, contribuirebbe a formare zone
rigogliose di fauna e flora.
In
questa prospettiva la Luna avrebbe un’attrazione gravitazionale maggiore
rispetto ad oggi, ed essendo in fin dei conti la Terra come una gigantesca
trottola finirebbe per avere saltuari cambiamenti dell’asse che si
inclinerebbe ciclicamente di 12-15° per poi tornare in condizioni verticali.
Questo spiegherebbe il perché il Pleistocene fosse caratterizzato da più
glaciazioni e più deglaciazioni.
Ma
quest’asse terrestre, probabilmente, 12000 anni fa deve aver subito un
repentino e brusco spostamento, tale da fargli assumere la sua posizione
odierna: 23° d'inclinazione sull’eclittica!
Fra
le cause più probabili per uno spostamento dell’asse terrestre possiamo
considerare sicuramente la caduta di un grosso meteorite o di un asteroide e
potremmo spiegare la sua “mancanza di tracce” col fatto che la Terra è
composta di due terzi d’acqua e che quindi sia possibile che sia caduto in
mare, così come il meteorite che 65 milioni di anni fa, cadendo nel Golfo del
Messico, provocò l’estinzione dei Dinosauri.
Ma
basterebbe questa considerazione a spiegare tutto ciò? Non del tutto.
Un
meteorite o una pioggia di loro non è del tutto in grado di distruggere un
pianeta o di modificarne l’asse. C’è bisogno di qualcosa di più grande
del più grande dei pianeti stessi coinvolti.
Solo
un corpo celeste conosciuto corrisponde alla descrizione e ci riporta al punto
4: un massiccio frammento di stella che esplode.
In
tal caso è bene citare che mi limito a citare e riassumere i gli studi di
scienziati sicuramente più formati di me in tale tematica, senza quindi
attribuirmi meriti non miei.
Da
quando l’umanità ha avviato studi astronomici, gli astronomi hanno
frequentemente notato la comparsa di quelle che sembrano essere stelle nuove.
La parola Nova (che significa appunto nuova) fu coniata per descriverle.
Ma
con l'approfondirsi della conoscenza, apparve chiaro che il termine era
errato. Le così dette "stelle nuove", non lo erano affatto. Erano
semplicemente stelle troppo poche luminose per essere viste, ma che
all'improvviso iniziavano a brillare. Ora si ritiene che le nove siano antiche
stelle con un eccesso di elio negli strati esterni, che provoca un grado di
espansione troppo rapido per essere contenuto. Quando ciò accade, brillano
diverse migliaia di volte in più della loro luminosità originale in un tempo
che va dai giorni alle ore. La causa del baglîore è un'emissione esplosiva
di gas.
Circa
una dozzina di stelle diventano delle nove nella nostra galassia ogni anno. Il
processo è localmente distruttivo - la vita o qualsiasi pianeta orbitante non
sopravvivrebbero - ma normalmente non ci si aspetterebbe che si estendesse
molto oltre il sistema della stessa stella. Le supernove sono qualcosa di
diverso.
L'esplosione
di una supernova è molto
più spettacolare e distruttiva
di quella di una nova. Mentre le nove aumentano in luminosità di un fattore
di mille, le supernove brillano letteralmente miliardi di volte in più.
Gli
astronomi non sono ancora sicuri del perché le supernove esplodano,
eccettuato nel caso di stelle massicce in cui la pressione creata dai
processi del nucleo centrale non è abbastanza da sopportare il peso degli
strati esterni. Avviene allora un collasso gravitazionale e la stella esplode.
Diversamente da una nova, quest'esplosione è generalmente più o meno totale,
e scaglia detriti in tutte le direzioni, lasciando spesso poco più di un
guscio gassoso. La nebulosa di Crab, una delle molte bellezze dell'osservazione
astronomica, è il risultato dell'esplosione di una supernova avvenuta nel
1054 d.C. L’articolo riportato sopra è tratto dalla rivista Le Scienze ed
è come un piccolo campanello d’allarme, ma quanti di noi lo conoscono?
I
paleontologi credono che la cosiddetta estinzione degli animali marini del
Pliocene-Pleistocene avvenne perché una grossa dose di raggi ultravioletti
attraversò l'atmosfera, uccidendo i piccoli animali che sono fondamentali per
l'ecosistema degli oceani. Ora Benítez, con alcuni colleghi, ha proposto che
furono i raggi cosmici generati dalla supernova, o forse da più esplosioni, a
distruggere lo strato di ozono, permettendo l'ingresso di questi raggi
ultravioletti.
Secondo
gli astronomi, una struttura nota come Bolla Locale, una regione di plasma
particolarmente caldo e rarefatto con un diametro di 490 anni luce potrebbe
essere stata creata dall'esplosione di una serie di supernove. Le esplosioni,
secondo i calcoli, sarebbero avvenute circa due milioni di anni fa, quando il
gruppo di stelle al centro della bolla si trovava a soli 130 anni luce da noi.
Ora, per via della rotazione della galassia il gruppo è molto più lontano.
L'ipotesi spiegherebbe anche un inusuale deposito di ferro-60 osservato nella
crosta terrestre in strati risalenti ad un periodo successivo alle esplosioni.
Il ferro in se non avrebbe influenzato in alcun modo la vita sulla Terra, ma
potrebbe essere la firma delle supernove.”
Nonostante
solo quattro supernove sono state identificate con successo nella
documentazione storica - la più recente il 24 febbraio 1987 - queste
gigantesche esplosioni stellari attualmente avvengono nella nostra galassia
col ritmo di una ogni 30 anni circa. Una fu quella di Vela. In termini
astronomici, Vela era situata molto vicino al nostro sistema solare a 45 anni
luce di distanza. Secondo le stime più accurate, esplose tra i 14.000 e gli
11.000 anni fa.
Prendendo
come punto di partenza questa gigantesca esplosione stellare, diventa
possibile costruire un quadro di ciò che potrebbe aver avuto luogo nel
nostro sistema solare, sul nostro pianeta all’epoca del Diluvio.
Verso
la fine del Pleistocene, una stella esplose nella costellazione di Vela.
Enormi frammenti infuocati furono scagliati nello spazio, lasciando solo una
pulsar neutronica che ruotava ad altissima velocità e che può essere ancora
osservata dagli astronomi ai giorni nostri..
Forse
si stava avvicinando quello che la tradizione biblica indica come l’Angelo
dell’Apocalisse!!
Allora
il nostro sistema solare era molto diverso dal nostro, con i pianeti che
avevano orbite molto più vicine alla circonferenza esatta e magari con
l’esistenza di un altro pianeta, un gigante gassoso, dove oggi vi è la
fascia di asteroidi di Kuiper.
Ma come
collegare il tutto al mito universale del diluvio: basta semplicemente
osservare gli effetti che ebbe l’intruso sul nostro sistema solare e sulla
Terra e capire così perché i nostri antenati pensarono ad una punizione
divina, ad una guerra combattuta nei cieli.
Il
primo indizio del fatto che qualcosa non andava può essere stata
un'osservazione dell'intruso stesso. Come frammento supernova, il corpo
potrebbe ben aver mantenuto i suoi fuochi nucleari e quindi si sarebbe
presentato come una stella viaggiante in miniatura che brillava di luce
propria come il sole. Nonostante gli scienziati ora presumano che i nostri
lontani antenati non possano aver sviluppato strumenti ottici che si addicessero
ai loro interessi astronomici, le documentazioni storiche (ma la scoperta di
alcune lenti ottiche sembra contraddirli) mostrano chiaramente che essi erano
ben consapevoli della presenza dei pianeti e dei satelliti invisibili ad
occhio nudo.

Figura:
una lente ottica trovata durante degli scavi in Mesopotamia.Gli antichi sumeri
conoscevano i principi dell'ottica?Dall'uso di queste lenti per telescopi
attingevano per la loro cultura astronomica?
L'abilità
di osservazione, con tutta probabilità, permetteva loro di individuare
l'intruso che si avvicinava.
Il frammento di supernova, nella sua folle corsa nel nostro sistema solare
dovette arrecare danni imponenti a Saturno, Uranio e Venere, colpendoli e
frammentando le loro lune Ma anche se le
cose non stavano così, gli astronomi dell'antichità non possono non aver
notato l'esplosione che diede vita alla Fascia di Kuiper, probabilmente
impattando un pianeta allora esistente e presente in tutte le tradizioni
astronomiche antiche. A quel punto, senza dubbio, una nuova stella apparve nei
cieli, e ciò significava un nuovo dio.
Quando
un corpo celeste di grandi dimensioni si avvicina ad un altro, diverse forze
entrano in gioco. Una è la forza di gravità, un'altra quell'elettrica, o, più
propriamente, elettromagnetica. Nel caso che stiamo esaminando, un altro
fattore può essere stato il semplice scambio di calore. Infatti, è
assolutamente possibile che il frammento di Vela bruciasse proprio come un
sole.
Chiaro
è oramai che l'intruso deve essere alla fine giunto così vicino alla Terra
da passare all'interno dell'orbita lunare. Questo è
l'unico tipo di approccio che avrebbe permesso che la Luna
fosse
forzata all'interno di un'orbita più grande. Ma molto prima che ciò
accadesse, Vela-F (come lo chiameremo d'ora in poi per
comodità) avrebbe dominato i cieli
notturni, per poi apparire alla luce del giorno man mano che si avvicinava.
I
primi ad essere stati sperimentati, con tutta probabilità, furono gli effetti
gravitazionali, di quadruplice natura. Il forte campo gravitazionale
dell'intruso e dei suoi nuovi compagni avrebbe:
1)
disturbato
l'antica orbita della Terra;
2)
causato
lo slittamento dell'asse planetario;
3)
diminuito
la velocità di rotazione;
4)
creato
le variazioni che sperimentiamo durante la precessione degli equinozi.
Nonostante
fosse il più drammatico, il primo di questi avrebbe poi causato i minori
problemi alla vita sulla Terra. Il cambiamento nell'orbita sarebbe stato più
evidente nella posizione e nella comparsa del sole, con alcune corrispondenti
differenze nelle osservazioni stellari e planetarie. Ma, anche se
significativo per i sacerdoti-astronomi, qualche dubbio resta su quanta
attenzione la massa di persone comuni possa aver prestato a questo
cambiamento. Gli altri effetti avrebbero provveduto a fornire molte altre
cose di cui preoccuparsi.
Allorché
l’influsso gravitazionale di Vela-F proseguiva, il guscio del nostro pianeta
iniziò a spaccarsi. Le fratture furono enormi. Una è ancora visibile oggi
nella Rift Valley africana: una fessura che si estende per oltre 4800 km dalla
Siria al Mozambico. La larghezza della valle varia da pochi chilometri a più
di 160 km.
La
rottura della crosta terrestre fu accompagnata da drammatici cambiamenti nel
nucleo fuso. L'antico sistema di circolazione del calore andò completamente
in panne mentre flussi di magma sotto la superficie venivano attratti sempre
più verso l'intruso, allo stesso modo in cui le maree oceaniche vengono
provocate dall’attrazione gravitazionale della Luna.
L'astenosfera
liquida non fu l'unica ad essere coinvolta. Persino la crosta rocciosa della
litosfera non fu immune a questa fatale attrazione. Già sotto pressione a
causa delle fratture provocate dall'inclinazione planetaria, vaste distese
della litosfera iniziarono
a
deformarsi e collassate. Le grandi catene montuose dei giorni nostri si
ripiegarono per poi risollevarsi, quasi come in un tributo di saluto al nuovo
elemento comparso nei nostri cieli.
L’attività
vulcanica si intensificò come mai prima. Oggi vi sono circa 1300 vulcani
attivi al mondo. Allora, fiumi di lava colavano lentamente da centinaia di
migliaia di nuove fessure. I vulcani eruttavano con violenza senza precedenti.
Milioni di tonnellate di cenere bollente furono scagliati nell'atmosfera.
Per
darci un’idea di quello che potrebbe essere successo 12000 anni fa con
un’intensa attività a livello mondiale di vulcanismo consideriamo alcuni
fra i più noti casi di esplosioni vulcaniche, considerando che comunque
questi sono eventi isolati e non accumulati nello stesso momento.
Il
Tambora, esploso nel 1815, provocò, grazie ai suoi circa 170 km cubici di
pomici espulse, gravi danni all’agricoltura sia in Europa che in America
settentrionale, dato che l’estate che seguì alla sua esplosione fu
documentata come fra le più fredde, causando oltre alla perdita del raccolto
anche una susseguente carestia.
Si
pensi che la temperatura si abbassò tanto repentinamente anche fra paesi
lontani come la Svizzera e l’America, tanto che quell’anno fu denominato
“l’anno senza estate”. In America nevicò in giugno e il 21 agosto un
freddo gelo distrusse, come sopra detto, le colture e orti dal Maine sino al
Connecticut.
Nel
1783, dopo l’eruzione dello Skaptar-jokùll, in Islanda, a detta dei
cronisti dell’epoca, il mondo restò oscurato per diversi mesi.
La
Montagna Pelèe, in Martinica, quando esplose, nel 1902, provocò una nube di
ceneri più pesanti che scese a valle con una velocità superiore ai 150 km
l'ora, radendo al suolo e incendiando la città di Saint-Pierre. Questa nube
uccise, bruciò e asfissiò tutto ciò che trovò sulla strada, demolendo
costruzioni in pietre e polverizzando quelle in legno, con una temperatura
stimata vicino agli 800°C!!!!
I
morti accertati furono quasi 40000, insomma l’intera cittadinanza di
Saint-Pierre!!!

Ma
torniamo al nostro ospite di 12000 anni fa.
Mentre
l'infuocato Vela-F si avvicinava, le radiazioni di questo secondo Sole
iniziarono ad innalzare la temperatura planetaria.
E
non è tutto; la Terra aveva ancora molto da sopportare. Il cambiamento nella
rotazione planetaria scatenò tempeste di vento di violenza inaudita. Questi
"tornado globali" erano in grado di radere al suolo intere foreste e
sollevare tonnellate di polvere e detriti nell'atmosfera, che si andavano ad
aggiungere alla cenere vulcanica già presente. Il mondo si ritrovò in un
incubo spaventoso di buio sempre crescente, illuminato solo dai tremendi
fuochi vulcanici.
Mentre
vaste aree della crosta terrestre si fratturavano, fiumi, laghi, mari e oceani
del mondo cambiarono il loro corso, defluendo nelle valli appena create, nelle
depressioni del terreno, nei bassopiani.
Un'intensa attività sismica e vulcanica ha accompagnato il tutto e il
movimento “all’incontrario” della trottola Terra provocò la nascita
d'impetuosi venti uraganici che viaggiarono ad una velocità spaventosa.
L’attività
vulcanica con la sua emissione di nubi polverose di cenere ricoprì quasi per
intero il cielo impedendo, di fatto, il passaggio dei raggi del sole e
provocando, oltre a condizioni imperiose di oscurità, un raffreddamento dello
stesso pianeta e una cospicua precipitazione in tutto il mondo, pioggia mista
a cenere incandescente.
Con una
coltre di ghiaccio in tutto il mondo che andava subitaneamente sciogliendosi,
dovettero verificarsi immani inondazioni, come sono verificabili ancora oggi
negli strati sedimentari del Wisconsin.
Questo
sarebbe anche provato dall’improvvisa caduta di salinità che colpì le
acque del Golfo del Messico, guarda caso circa 12000 anni .
Quest’acqua
“sciolta”o per meglio dire “liberata” si dovette aggiungere alla massa
liquida presente nel nostro pianeta (ricordiamo che durante l’ultima
glaciazione, il livello dei mari era mediamente più basso di circa 130
metri), la quale, dapprima continuerebbe per inerzia la sua solita “corsa”
nel senso di rotazione della Terra, ma quando questa invertirebbe il proprio
moto, le masse liquide la seguirebbero, provocando lo stesso effetto che si può
notare in un recipiente in cui si faccia oscillare del liquido.
Circa
il 70,8% della superficie terrestre è coperto dalle acque, con una profondità
media che non supera i 4 m. La massa degli oceani è approssimativamente uno
su 4400 del totale della massa della Terra. Questa gran quantità d'acqua
forma ciò che gli oceanografi definiscono Oceano Mondiale. (La suddivisione
in vari oceani e mari è puramente di comodità.). Fu sull'Oceano Mondiale
nella sua interezza che Vela-F esercitò la sua minacciosa forza provocando
maremoti e facendo defluire inimmaginabili quantità d'acqua verso nord.
Quando
l'azione gravitazionale raggiunse il culmine, avvenne un fenomeno non solo
sconosciuto oggi, ma letteralmente inconcepibile. Le acque della Terra
iniziarono ad accumularsi, le une sulle altre, formando una gigantesca onda
verticale, risucchiata verso l'immensa massa infuocata che allora riempiva i
cieli.
Il
terrore provocato nell'umanità da questo caos improvviso può facilmente
essere immaginato. In pochi giorni, la pacifica Terra si trasformò in un caos
urlante di tempesta, oscurità, terremoti e inondazioni.
Le
costruzioni di pietra crollarono come modellini fatti con i fiammiferi.
L'acqua s'inquinò, e i rifornimenti si seccarono. La terra si gonfiava e si
deformava sotto ai piedi. Gas vulcanici soffocanti si diffondevano ovunque.
Un'oscurità fatta di ceneri era impenetrabile anche alle torce. Vi era
frastuono ovunque, giorno e notte.
Mentre
Vela-F si avvicinava, accadde un nuovo e terrificante fenomeno. Le forze di
campo generate dalla Terra e dall'intruso in arrivo, cercavano di bilanciare
il potenziale nello scambio d'immensi fulmini luminosi elettrici. Dal punto
di vista dei nostri antenati, questo era l'inizio di un temporale globale mai
sperimentato. Forse proprio da qui nacque la tradizione dei fulmini di
Giove, scariche assassine che scuotevano il terreno con la loro violenza.
E
così le cose andarono avanti, col caos che si sovrapponeva al caos. Non più
in grado di sopravvivere nelle vecchie abitazioni. Le popolazioni preferirono
abbandonare le città distrutte e rifugiarsi nelle caverne o in qualsiasi
altro luogo che offrisse un'apparenza di sicurezza. Alcuni si murarono
all'interno, nella speranza di sfuggire alle saette ed alle tempeste. E
Vela-F si stava ancora avvicinando.
Non
ci fu una collisione diretta, altrimenti il pianeta Terra non sarebbe
sopravvissuto. Una porzione di supernova in grado di distruggere un pianeta
gigante oltre l'orbita di Marte non avrebbe avuto alcuna difficoltà a
distruggere il nostro. Come Fetonte e il suo cocchio, la massa infuocata di
Vela-F si avvicinò, in termini astronomici, fino a sfiorare la Terra già
torturata, e poi si precipitò avanti verso Venere e il Sole. Ma uno o più
dei frammenti che lo accompagnavano, staccatisi dal corpo del pianeta
esploso oltre Marte, superarono il Limite di Roche ed esplosero. Il grande
bombardamento meteoritico della Terra ebbe inizio.
Il
bombardamento di meteoriti può essere stato ciò cui qui ci si riferisce con
"grandine", anche se, come vedremo, può esserci stata anche una
fonte propriamente letterale per questa descrizione. La caduta di un
massiccio meteorite è certamente impersonata nella leggenda di un angelo
che scaglia un macigno. Non sorprende il fatto che l'autore parli di un nuovo
cielo e di una nuova Terra. L'antico ordine planetario del nostro sistema solare
era stato spazzato via dall'intruso proveniente da Vela e la superficie del
nostro pianeta aveva cambiato aspetto per sempre. Persino i mari conosciuti
erano fluiti verso bacini diversi. Ma forse non per molto. Nell'Apocalisse 12
e 14 è scritto:
E
allora il serpente gettò fuori dalla gola come un fiume di acqua... e la
Terra spalancò la sua bocca e divorò il fiume che il dragone aveva gettato
dalla sua gola... E udii venire dal cielo un urlo paragonabile alla voce delle
grandi acque...
L'inclinazione
dell'asse terrestre provocata dal massiccio campo gravitazionale di Vela-F
suggerisce che il passaggio dell'intruso vicino al nostro pianeta deve essere
avvenuto accanto ad una delle regioni polari. Altre prove indicano comunque
l'estremo nord.
L'estremo
nord cominciava a raffreddarsi. L'inclinazione dell'asse terrestre l'aveva
improvvisamente strappato alle antiche zone temperate e al calore del Sole.
Con i vulcani di tutto il mondo che vomitavano cenere e altre sostanze
inquinanti nell'atmosfera, il calore e la luce del Sole non riuscivano a
filtrare, nonostante l'intruso stesso aggiungesse le proprie radiazioni a
quelle del Sole e l'attività tettonica aumentasse localmente il calore del
globo. Il risultato di quest'insolito insieme di circostanze - in
particolare la collezione di goccioline d'acqua intorno alle particelle
atmosferiche - fu la pioggia; un diluvio immenso frustato da venti costanti
che avevano la forza degli uragani. Questa pioggia, che sulle regioni
settentrionali era diventata neve, è la realtà che sta dietro il familiare
racconto biblico:
Allora
Iddio disse a Noè: «La fine di ogni mortale è giunta dinanzi a me, perché
la Terra è piena di violenza per causa loro; ecco io li sterminerò insieme
alla Terra... poiché fra sette giorni io farò piovere sulla Terra per
quaranta giorni e quaranta notti, e sterminerò dalla faccia della terra tutti
gli esseri che ho creato».
Ma
anche se il diluvio precedette l'inondazione, di certo non ne fu la causa. Ciò
che accadde fu infinitamente più drammatico e distruttivo di qualsiasi lento
sollevarsi delle acque. Torniamo per un attimo a quanto detto sopra circa le
acque del globo e il loro cammino distruttivo.
Nelle
terre settentrionali di un mondo spazzato dalle piogge, le acque del pianeta,
intrappolate, iniziarono a liberarsi. L'onda verticale si ruppe. Come
l'intruso celeste scomparve, la vera inondazione ebbe inizio.
Immense ondate gigantesche, che, alte da poche decine a centinaia di metri, percorrerebbero tutto il globo e si abbatterebbero sulle coste e penetrerebbero sino all’interno (i famosi tsunami) abbattendo, distruggendo e ricoprendo tutto ciò che incontrano.
Anche
qui, come sopra per le eruzioni vulcaniche, apriamo un piccolo spiraglio
analizzando gli effetti di alcuni dei maremoti più famosi, al fine di
comprendere meglio quale immane disastro dovette accadere circa 12000 anni fa.
Il
tsunami che seguì il terremoto di del 1896 a Sanriku, in Giappone, fu
registrato a San Francisco (a 8000 km di distanza), dieci ore dopo. Esso si
propagò ad una velocità di circa 800 km l'ora e si abbatté a Sanriku con
un‘onda alta 33 metri. Milioni di tonnellate di acqua si abbatterono sulla
cittadina, penetrando per centinaia e centinaia di km all’interno, uccidendo
circa 27000 persone!
Il
1 aprile del 1946, gli abitanti della cittadina di Lauapahoehoe (Hawaii)
osservarono un fenomeno insolito: le acque dell’oceano si ritiravano. Ma non
era né uno scherzo (vista la data) né un nuovo esodo biblico. Molti di loro,
incuriositi, andarono sul fondo marino oramai all’asciutto, dove molti pesci
agonizzavano. Ma all’improvviso un mostruoso muro d’acqua si precipitò
verso loro, come una locomotiva a vapore lanciata a folle corsa, distruggendo
edifici e spazzando via persone e piante come fossero fuscelli. Ancora oggi
questo è indicato come il più grande tsunami di questo secolo.
Una
frana causata da un terremoto provocò, in Alaska, nel 1958, un’onda
anomala, dovuta alla caduta di circa 80 milioni di tonnellate di materiale,
alta circa 530 metri. Un effetto simile a quello che si è potuto osservare
nel 2003 a Stromboli.
Il
terremoto in Cile nel 1960 provocò tsunami alti fra i 4 e 5 metri che
inondarono le città e distrussero porti, navi e edifici, per poi ritirarsi e
lasciare il posto ad una gigantesca onda alta quasi 10 metri alla velocità di
125 km l'ora.Dietro di essa arrivarono altre onde ma non trovarono più niente
da distruggere. Il numero di cileni morti venne quantificato in più di un
migliaio. Ma questo è niente perché onde concentriche si irradiarono in
tutto il Pacifico, spianarono Hilo (Hawaii), devastando circa 230000 km
quadrati e uccidendo 6000 persone. Ancora non del tutto sazia, nella sua corsa
omicida, l’onda continuò il suo percorso e, quasi un giorno dopo, andò a
portare morte e distruzioni nelle isole giapponesi di Honshu e Hokkaido,
uccidendo circa 180 persone.
L’esplosione
del Krakatoa generò onde sismiche alte fino a 40 metri che uccisero più di
40000 persone, non direttamente sull’isola, che era disabitata, ma
allorquando onde gigantesche colpirono ripetutamente l’isola di Sumatra e
Giava.
Una
nave olandese, la Berouw, fu trasportata sino ad un chilometro e mezzo
all’interno dell’isola di Sumatra. La cittadina di Merak che aveva subito
pochi danni alla prima serie d’ondate, venne colpita da un’onda che,
all’inizio alta 15 metri, grazie al fatto che accumulò acqua su acqua,
penetrando nella stretta baia, divenne ben presto alta più di 40 metri!!
Quest’immane muro d’acqua, composto di milioni e milioni di tonnellate
liquide, si abbatté su Merak cancellandola completamente con tutta la
popolazione.
Nel
1992 il villaggio di Riangkroko fu colpito da un‘onda stimata alta circa 22
metri. Alcune delle 263 persone che morirono lì e nei villaggi limitrofi
furono trovati, cadaveri, appesi sugli alberi.
In
tempi più recenti (1994) Giava e Bali furono colpite da un tsunami alto circa
5 metri a Giava e ben 15 a Bali, uccidendo circa 200 persone.
Il terremoto di Lisbona (1755) provocò
un‘onda anomala (testimonianze dicono anche alta 15 metri) che insieme al
sisma contribuì ad uccidere circa 60000 persone e i cui effetti si
ripercossero anche su Madeira, al nord dell’Inghilterra, a sud dell’Africa
(le città di Fez e Meknes furono gravemente danneggiate), fino al Nordamerica
e ai Carabi.
La
storia dell'inondazione, da come appare nel Corano, è più vicina ad una
realtà del genere, in quanto ci dice che l'arca cercava di farsi strada tra
onde alte «come montagne». Quando il figlio decise di cercare rifugio fuori
dell'Arca, Noè lo avvertì che non avrebbe trovato riparo alcuno in nessun
luogo, perché questo sarebbe spettato solo a coloro cui Dio avrebbe concesso
la grazia, e rimase a guardare impotente mentre questi veniva trascinato via
da un'altra ondata. Non è questa, chiaramente, una descrizione di acque che
s'ingrossano lentamente, con la furia della rabbia di Dio.
L'immenso
flusso d'acqua che tornava dalle terre nordiche deve essere iniziato
lentamente, aumentando sempre più allorché l'attrazione gravitazionale
diminuiva. Quando l'onda verticale si ruppe, il flusso divenne un torrente in
piena furiosa che superava in violenza quanto l'umanità aveva sperimentato
fino allora e da allora in poi.
Fu
proprio il muro d'acqua a sollevare gli erratici. Nel 1877, una tempesta nella
Scozia settentrionale sollevò onde abbastanza potenti da trascinar via un
molo del peso di 2600 t, perciò sono pochi i dubbi sulla capacità di
quest'incommensurabile massa d'acqua di spostare immensi carichi per grandi
distanze. Questa gigantesca inondazione non aveva il problema fisico dei
ghiacciai nell'arrampicarsi su per colline e montagne: le sommerse
semplicemente come un'onda immensa, depositando detriti sulle facce
settentrionali e spesso mimando l'erosione del ghiaccio sugli strati
rocciosi.
Allorché
le acque fluivano a riempire nuovi mari e nuovi oceani nei bacini appena
formatisi su una Terra tormentata, l'umanità emerse dal peggior incubo
mai vissuto e si ritrovò in un mondo desolato e distrutto. I miti dei popoli
scandinavi, del Vicino Oriente, del Nordamerica, ricordano l'avvenimento. Vi
era fango ovunque. La lussureggiante e abbondante vegetazione dell'Età
dell'Oro non esisteva più. La maggior parte della Terra era stata resa
sterile dalla lava. Intere foreste erano state rase al suolo dall'uragano
planetario. Neanche il fango era fertile. Mentre le acque si prosciugavano, i
sopravvissuti notarono il bianco manto di sale.
Il
diluvio che inzuppò le latitudini meridionali cadde sotto forma di neve nelle
terre settentrionali. Lo slittamento dell'asse terrestre aveva portato le
antiche zone temperate, con le foreste ampie, le pianure fertili e la
cacciagione, nella fredda oscurità della notte artica. La transizione fu
brutale. In Siberia, i mammut furono congelati in un batter d'occhio sul
posto, con l'erba del loro ultimo pasto ancora mezzo digerita nello stomaco.
Quando
i mari e gli oceani del globo furono inesorabilmente trascinati verso nord,
il volume d'acqua e il calore latente che conservavano garantirono che non
gelassero. Ma una volta che Vela-F passò
oltre, che l'onda verticale si ruppe e l'Oceano Mondiale defluì di nuovo
verso sud, i resti settentrionali della grande primordiale inondazione si
solidificarono subito sotto forma di ghiaccio.
Quando
le acque dell'alluvione si ritirarono, il nuovo ambiente era estraneo e
brutalmente ostile all'uomo. Nei climi più freddi, il naturale congelamento
trasformava il paesaggio in un frigorifero di carcasse da mangiare, ma nelle
regioni temperate questa moltitudine di cadaveri - animali e umani -
sparpagliati per il nudo e fangoso paesaggio iniziò presto a putrefarsi con
un conseguente insopportabile fetore e un sempre maggior rischio di diffusione
di malattie. Solo il drammatico calo nelle presenze umane, ed animali, impedì
la diffusione della peste come nel Medioevo. L'umanità ora si stipava in
piccole ed isolate comunità.
La
mancanza di una vera e propria fauna animale che consentisse sia la
cacciagione che una sorta di nomadismo costrinse le poche comunità createsi a
cercare maggior sostentamento dalla terra stessa, scavando radici e piantando
nuove colture. La presenza, per molto altro tempo ancora, di acque nelle
pianure e il susseguente impoverimento delle stesse, dovuto al massiccio
fangoso sulle terre colpite dall’inondazione, costrinse gli uomini a
sviluppare l’agricoltura nelle zone alte dei monti, fatto incontestabilmente
bizzarro se non si vede da quest'ottica, ricollegandoci così al punto 5.
Infatti,
inizialmente, la zona di sviluppo dei vegetali più coltivati è situata nella
zona compresa fra i 20 e i 45° di latitudine Nord, zona in cui sono presenti
le maggiori catene montuose, dall’Himalaya all’Hindu Kush, dai Balcani
agli Appennini, mentre nel continente americano corrisponde ad una zona
longitudinale comunque conforme alla direzione delle grandi catene montuose.
Nelle
piccole comunità, formatisi dopo la tragedia, forse la sera ci riuniva
intorno ai fuochi, che servivano a scaldarsi soprattutto nelle fredde stagioni
invernali che mai prima l’uomo aveva conosciuto, e i vecchi solevano
raccontare e tramandare oralmente quello che loro o i loro antenati avevano
visto in quei terribili giorni e alle domande dei giovani che, curiosi,
chiedevano il perché, essi, non potendo dare una certa risposta, alzando gli
occhi al cielo, non potevano far altro che affermare che era stato il volere
degli dei. Dei irati che avevano voluto punirli per non meglio precisate
colpe, forse perché all’apice della loro civiltà avevano cercato di
sostituirsi agli stessi dei o quanto meno li avevano ignorati, chiusi in un
guscio di superbia.
La
grande civiltà marittima ipotizzata da Hapgood e da Platone era scomparsa,
forse, come lo stesso Platone affermava, nelle nuove profondità di un
Atlantico postdiluviano, o semplicemente sommersa sotto le coltri di ghiaccio
che intrappolavano terre un tempo ricche e rigogliose.
Antonio Mattera, nato a Roma il 09/10/1968, residente in Ischia (Na), diplomato Capitano di Lungo Corso,e congedato dalla Marina Militare con i gradi sergente, categoria Radiotelegrafista Radiotelescriventista.
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