Amiata – Presenza Templari nel Castel di Badia

di Claudio Contorni

Percorrendo la Francigena, superata la gentile terra della Val d’Orcia, il paesaggio si presenta meno dolce e il dilavamento argilloso dà vita al particolare quanto affascinante fenomeno dei calanchi. Proseguendo in direzione di Radicofani, una volta rifugio del brigante Ghino di Tacco, si erge sulla destra il Monte Amiata già caro a Pio II Piccolomini che nei suoi Commentarii ebbe così a descriverlo «Scorrono per la montagna in grande quantità limpidissime acque sorgenti da luoghi deliziosi tali che ninfe e fauni non hanno mai trovato più belli, e queste acque formano ruscelli che rendono la terra sempre fresca e feconda e tale che nessun’altra montagna le può stare a confronto; ed io la giudico nelle delizie, nella bontà delle acque e dell’aria, non inferiore a quelle della Grecia, che gli antichi poeti divinizzarono nei loro canti. Quivi l’estate non ha luogo ed il suo posto è occupato dalla più ridente delle primavere; quivi l’uccello ha più dolce il suo canto, e il fiore più vivo il suo colore e più tenace il suo profumo.» (Papa Pio II, Commentarii, IX).

Oggi questo paesaggio idilliaco è in parte venuto meno anche se ancora rimane la bellezza dei luoghi e dei molti siti di valore storico e architettonico oltre che naturalistico. Fra questi un ruolo importante  è rivestito dall’Abbazia del SS Salvatore che, pur a seguito di rifacimenti dovuti parte ai frequenti terremoti che hanno afflitto il territorio parte all’incuria e alle devastazione dell’uomo dopo la riforma leopoldina, mostra ancora orgogliosa la sua storia. Molto ci sarebbe da dire sulla “postilla amiatina”, un’annotazione fatta su un atto notarile nel 1087 dal notaio Rainerio, uno dei primi esempi del passaggio dal latino al volgare e sul Codex Amiatinus, la più antica copia manoscritta  della Bibbia redatta da San Girolamo nella sua versione latina. Ma questo esula dal nostro articolo che vuole invece sottolineare la presenza templare nell’Abbazia del SS Salvatore e nell’adiacente Castel di Badia oggi, appunto, Abbadia San Salvatore.

Dobbiamo prima di tutto calarci nel periodo storico da prendere in considerazione. Nei primi decenni del XIII secolo la crisi aveva scosso il Monastero a tale punto che, come si narra, alcuni monaci venivano derisi dalla popolazione poiché offrivano di se stessi un’immagine poco degna dell’antica spiritualità e dignità. Più diplomaticamente papa Gregorio IX, nel sostituirli con bolla del 16 maggio 1229 con i monaci cistercensi, addusse come causa “l’opulenza raggiunta e perché partecipavano sempre per l’imperatore, essendo gli abati tutti di origine tedesca”. Che poi i germi delle nuove idee ed in particolare della corrente cistercense si fossero infiltrati prima del 1229 all’interno del monastero è ben espresso nella relazione che il prof. Kurze fece in occasione del ciclo di conferenze tenutesi per la ricorrenza del 950° anniversario della consacrazione della chiesa abbaziale.

Nella sua opera “Monasteri e nobiltà nel senese e nella Toscana medievale” egli evidenzia quella che potrebbe sembrare una contraddizione di fondo, il fatto cioè che il passaggio  del monastero all’ordine cistercense sia avvenuto in un momento di incontestabile sviluppo e si domanda “[…] chi o quale cerchia di persone fu iniziatore e forza propulsiva in un intervento di tale portata nei fondamenti della vita di un monastero, come la cessione ad un altro ordine perché vi introducesse la riforma?” (op. cit. pag. 402). Lo studioso inoltre riporta tre motivi che dimostrerebbero essere partiti dall’interno sia un tentativo di rinnovamento della vita monastica regolare che una più rigida organizzazione dell’abbazia. Riportiamo di seguito testualmente quello dei tre motivi che riteniamo utile per il nostro articolo: “Ho già richiamato l’attenzione su un’importante osservazione che era finora difficilmente spiegabile: sull’impulso economico ed organizzativo, documentabile su basi statistiche, che ebbe il monastero a partire dal 1220 sotto un nuovo abate. Il nome di questo abate, Galgano, è come un programma per la riforma spirituale dell’abbazia. Il suo famoso patrono era morto soltanto nel 1181 in odore di santità vestendo l’abito cistercense”. Una testimonianza, oltre che autorevole, di enorme portata che rinsalda la convinzione che il potere del pensiero cistercense e del templarismo erano già presenti nel territorio amiatino.

E che i Templari siano stati presenti nel Castel di Badia non ce lo dimostrano solo i segni da loro lasciati e che successivamente vedremo, ma anche di alcune testimonianze scritte che al momento, in mancanza di documenti ufficiali, ci servono ad avanzare quella che si potrebbe definire più che un’ipotesi. In un passo riportato su un testo edito dalla casa editrice “La Magione dei Templari” di Poggibonsi  si fa cenno alla presenza di Templari ad Abbadia San Salvatore nel periodo della costruzione sia del Duomo di Siena che, guarda caso, di San Galgano.

Nel passo tratto dal libro di Arrigo Pecchioli “I tarocchi del Duomo di Siena” si legge: “Questi cavalieri (Templari) aiutarono i Cistercensi, dei quali possono essere considerati il braccio armato, a costruire la prima cattedrale gotica in Toscana, San Galgano, il Duomo di Siena e tante altre, come era loro costume. Inoltre nella nostra provincia, furono facilitati nello svolgere le loro attività, poiché prediletti da papa Alessandro III,  il senese Rolando Bandinelli. Risulta che nello stesso tempo in cui lavoravano al Duomo di Siena si installarono nelle loro Magioni di Grosseto, Frosini, Abbadia San Salvatore, Poggibonsi, San Gimignano […]”.  Inoltre da studi effettuati dalla ricercatrice Claudia Cinquemani, che ha dedicato un profondo studio templare sempre in zona amiatina ed in particolare sulla Pieve di Lamula nei pressi di Arcidosso, abbiamo per certa l’attività dell’Ordine sul territorio nella seconda metà del XIII secolo. Cito testualmente dal libro della Cinquemani “La luce della Dea – Viaggio tra Lamula e dintorni” : “ Nell’anno 1268 la Pieve venne ricostruita come dimostra un’iscrizione graffita su una delle colonne della chiesa, ad opera di un certo Paganuccius ipotetico Magister Lapideo. In questo periodo era 20° Gran Maestro dell’Ordine del Tempio Tommaso Berardi, unico Gran Maestro italiano accertato.Di lui abbiamo testimonianza della presenza in Toscana tramite due lettere depositate presso la casa del Tempio a Lucca. Pertanto avevo ipotizzato che i finanziamenti per la ricostruzione di Lamula fossero arrivati dai Cavalieri Templari  per ordine del Gran Maestro italiano che in quel periodo, sopperendo a certe questioni locali, era venuto a conoscenza del prezioso luogo di culto, decidendo forse di finanziarne la ricostruzione al fine di mantenere una posizione economicamente strategica nella zona”. Poco oltre un’altro passo, che vi invito a tenere bene a mente perché a breve ne troverete l’attinenza con una testimonianza  presente nell’Abbazia del SS Salvatore, dice : “Quando pieve di Lamula fu ricostruita, dopo l’incendio che l’aveva devastata nell’anno 1264, ad affiancare Thomas Berard vi era un’altra importante figura dell’Ordine: il Precettore di Provenza Roncelin (Roncelinus) de Fos. Riguardo alla sua figura la scrittrice e storica templare Sabina Marineo ha rinvenuto anni fa  un importante estratto degli archivi dell’Ordine dei cavalieri di Malta che prova non soltanto la sua esistenza ma anche il fatto di essere stato l’autore degli Statuti segreti del Battesimo del Fuoco di chiara impronta gnostico-giovannea”.

Le testimonianze scritte in mio possesso si esauriscono qui, perciò dobbiamo passare subito ai segni che l’Ordine ha lasciato della sua presenza nel sito da noi preso in considerazione.

Per cominciare si può vedere come in un dato periodo fossero probabilmente fatte delle modifiche strutturali all’impianto stesso della chiesa, modifiche rispondenti ai canoni cistercensi che ritroviamo ad esempio nella chiesa di Fontenay, costruita secondo un concetto monumentale e liturgico caro a Bernardo di Chiaravalle sfruttando tutte le conquiste del Romanico al suo apogeo. Questa non è solo, infatti, uno dei più antichi esempi dell’arte cistercense ma è costruita con la stessa pianta della chiesa di Chiaravalle ed è espressione della semplicità e della sobrietà voluta da Bernardo. La pianta è cruciforme, con transetto poco sporgente e un coro molto breve e chiuso da un’abside anziché semicircolare, secondo l’architettura romanica, rettilinea. Su ogni lato dell’abside vi sono due cappelle quadrate che si aprono sul corrispondente braccio del transetto e comunicano con la prima campata del coro attraverso una bassa arcata. Anche nell’Abbazia del SS Salvatore vi sono due archi che sono stati incorporati in quegli armadi barocchi che, costruiti nel 1600, contengono reliquiari in legno dorato. Potrebbe essere una conferma a ciò il fatto che nel ’90, infatti, come riferisce Giubbolini in Romanico nell’Amiata-Architettura religiosa dall’XI al XIII secolo (Salimbeni, Firenze 1990), “la rimozione per opera di consolidamento delle due cornici a timpano che concludono i due armadi, ha mostrato in tutta la sua evidenza la presenza di due nicchie absidiole di pianta semicircolare in spessore di muro”.

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L’immagine dimostra poi chiaramente la pianta cruciforme, con transetto poco sporgente e un coro molto breve e chiuso da un’abside anziché semicircolare, secondo l’architettura romanica, rettilinea. Quella evidenziata in scuro è la pianta dell’edificio dell’XI secolo. Altro aspetto interessante è che il chiostro era probabilmente sul lato destro della chiesa, com’era nell’uso cistercense, diversamente dalla posizione attuale del chiostro voluto nel XVII secolo dall’abate Rocca.

Pianta cistercense tratta da www.cistercensi.org
Pianta cistercense tratta da www.cistercensi.org

imm 3Guardando dall’alto si nota sulla destra un piccolo chiostro  al quale si contrappone quello più ampio nella parte perimetralmente opposta. Mi permetto qui di avanzare un’altra ipotesi in considerazione di elementi che a breve esporrò. L’ipotesi è che il chiostro del ‘600 sia andato ad insistere su locali non posso dire se in tutto o in parte preesistenti, ma fatto sta che osservando la facciata si notano chiaramente due archi gotici con delle  particolarità.

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Facciata del monastero. Sulla destra l’entrata alla chiesa abbaziale, sulla sinistra, indicati dalle frecce gialla e rossa, i due archi gotici.

La freccia gialla indica l’attuale portone d’ingresso agli alloggi monacali sormontato da un arco a sesto acuto; nella chiave di volta è scolpito un cerchio contenente un agnello con la zampa destra piegata, come a sostenere l’asta sulla quale spicca una croce con sottostante bandiera a coda di rondine.

Sigillo del Precettore di Provenza    Simbolo sull’arco a sesto acuto
Sigillo del Precettore di Provenza Simbolo sull’arco a sesto acuto

L’animale ha la testa rivolta verso il vessillo. Lo stesso motivo lo ritroviamo, quasi simile, su uno dei sigilli templari, quello del Precettore di Provenza, lo stesso che poco prima abbiamo trovato nella pagine del libro di Claudia Cinquemani affiancato nel 1264 al Gran Maestro Tommaso Berardi. La freccia rossa indica l’attuale portone di ingresso ad un locale sormontato da un arco a sesto acuto; nella chiave di volta è scolpita una croce fichée.

imm 6Durante una visita con la ricercatrice Maria Grazia Lopardi abbiamo rinvenuto nel chiostro un’altra chiave di volta simile a quella appena descritta e probabilmente appartenuta a qualche altro arco che faceva da ingresso ai locali occupati dall’Ordine del Tempio.
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La presenza di croci templari e di simboli a loro attribuibili è frequente anche in quello che era il Castel di Badia, ovvero il borgo che nei primi anni dell’XI secolo sorse attorno al monastero allora benedettino.

Di particolare interesse è quella che, secondo la mia ipotesi, potrebbe essere stata la magione di Santa Maria Ausiliatrice, oggi chiesa di San Leonardo. Tale chiesa ha tutte le caratteristiche della chiesa templare. Infatti, come era uso templare di avere almeno un punto di riferimento fuori dalle mura al fine di poter assistere i pellegrini anche dopo la chiusura delle porte d’accesso, fu costruita al di fuori del borgo come anche evidenziato sul sito viefrancigene.org  “ Fuori dalla prima cerchia di mura, nella quale spiccano la Porta del Borgo e la Porticciola, conserva un aspetto antico anche il Rione del Borgo, dove si trova la duecentesca chiesa di San Leonardo”.

Solo alcuni fra i tanti simboli che  si trovano nel borgo di Castel di Badia
Solo alcuni fra i tanti simboli che si trovano nel borgo di Castel di Badia

Ma l’altro motivo che ci fa supporre l’esistenza del luogo templare è quanto fortunatamente è rimasto del luogo sacro, ovvero il portale maggiore e quello di lato a sesto acuto; il portale d’ingresso è sormontato dallo stemma abbaziale e da una croce templare mentre quello laterale è sormontato da un giglio (forse di Citeaux).

Facciata della chiesa di Santa Maria Ausiliatrice, oggi di San Leonardo
Facciata della chiesa di Santa Maria Ausiliatrice, oggi di San Leonardo

Tornando all’Abbazia del SS Salvatore andiamo a vedere ora quello che è il vero gioiello, la cripta. Anche se l’attribuzione è all’VIII secolo, ovvero alla costruzione della prima chiesa da parte del re longobardo Ratchis, non manca chi pone dei dubbi sulla sua datazione. Particolarmente interessante mi sembra l’affermazione di Luca Giubbolini che nel testo già citato “Romanico nell’Amiata” afferma che le due fasi di costruzione potrebbero benissimo essere diverse; “[…] pensare cioè che mentre le murature perimetrali fino a m 3 di altezza appartengano alla chiesa consacrata nel 1035, la cripta, per la morfologia matura, romanica dei capitelli e per la coerenza e complessità strutturale, appartenga ad un periodo posteriore”; ed in seguito, pur scartando l’ipotesi di una datazione attorno al 1200, non esclude l’avvenuto inserimento, in una data non precisata, di una nuova tipologia architettonica che porta ad un cambiamento del progetto iniziale. Ed è su questa indicazione che si inserisce la mia ipotesi relativa all’intervento dell’Ordine del Tempio nella costruzione o meglio nel rifacimento della preesistente cripta appartenente non al periodo longobardo ma a quello immediatamente successivo all’anno Mille, probabilmente con la ristrutturazione e successiva consacrazione avvenuta il 13 novembre 1036 secondo le cronache, 1035 secondo W. Kurze, ad opera dell’abate Winizzone. Nel 1287, come documentato nel Dizionario storico della Toscana di Repetti, un gran terremoto costrinse l’abate ed i monaci del “Montamiata” a vendere tutti gli effetti che il monastero possedeva nel distretto di Campiglia e nel territorio di Bricole in Val d’Orcia.

imm 10Tale terremoto portò probabilmente alla necessità di ristrutturazioni sostanziali anche nella cripta  che era stata dell’abate Winizzone ai primi anni del Mille. Come già avvenuto per la pieve di Lamula si vollero lasciare alla pietra dei messaggi; fra i tanti ho scelto di proporvene uno, a chiusura di questo articolo, che non solo possa suscitare il vostro interesse ma, sebbene venga proposto come un’ipotesi, possa stimolare chi è amante di un certo tipo di ricerca e di interpretazione simbolica. Si tratta di esaminare quella che mons. Volpini, nel suo libro del 1929  “La Basilica o Chiesa Longobardica amiatina di S. Salvatore” chiama “La colonna storica” e che descrive così: “Questa interessantissima colonna, assai ricca di modanature, ci fa vedere, sotto l’abaco, una testa virile barbuta, tagliata alla sommità della fronte, per farla apparire cinta di corona, e posta nell’angolo del capitello prospiciente l’altare maggiore, entro ad un’aureola cuspidale, per indicare che essa appartiene ad un pio Sovrano; ha alla destra uno scettro, e, sotto la lunga barba, un segno che in scrittura etiopica vale re (Rex)”.  La cosa naturalmente che mi sembra subito interessante è il riferimento all’utilizzo di una lettera etiope. Stando a ciò che ancora oggi ci viene proposto la cripta sarebbe databile all’VIII secolo e quindi dovremmo dare per scontato il contatto dei Longobardi con il popolo etiope o almeno la conoscenza di certe sue tradizioni. Sospendendo il giudizio su ciò è opportuno però almeno domandarsi perché scolpire su un capitello, fra l’altro quello proprio prospiciente l’altare maggiore, una testa barbuta con l’indicazione che si trattava di un re? E quale re era così importante da essere ricordato in un tale luogo, quali leggende conoscevano? L’accostamento con la lettera etiope mi fa pensare ad un solo nome,  re Salomone, alla sua storia con la regina di Saba e alla leggenda che legava i Templari all’Etiopia, dove avevano costruito varie chiese, e dove si diceva fosse conservata l’Arca dell’Alleanza ovvero una delle reliquie della cristianità più importanti. E’ quindi opportuno, prima di tutto, esaminare la lettera etiope della quale e del cui significato si può trovare conferma in uno studio sul Ge’ez, l’antica lingua semitica parlata in Etiopia fino al XIV secolo e con la quale era stato scritto il Kebra Nagast, il Libro dei Re, nel quale si narra appunto del trasferimento dell’Arca da Gerusalemme al regno di Saba e successivamente, grazie a Menelik I, figlio di re Salomone e di Machedà regina di Saba, in Etiopia. Egli infatti intorno al 970 a.C. avrebbe sottratto l’Arca dell’Alleanza dal Tempio nel quale era custodita e l’ avrebbe portata fuori d’Israele in Egitto per poi, seguendo il Nilo ed il suo affluente Tacazzè, arrivare al lago Tana, sulla sponda meridionale, e lì, a Tana Kirkos, scegliere di proteggere il prezioso oggetto fino a quando il re Erzena lo trasporterà ad Axum. Questa in sintesi la peregrinazione dell’Arca dell’Alleanza. Nel suo “The comparative origin and usage of the Ge’ez writing system of Etiopia” la studiosa Gabriella F. Scelta riporta che la lingua Ge’ez oltre ad avere una proprietà pittograf ica ha anche una seconda proprietà, quella ideografica, quella cioè nella quale dei simboli esprimono idee diverse, sistemi di valori e categorie filosofiche e sociali.
imm 11Riporta tra l’altro proprio l’esempio della lettera etiope molto simile a quella scolpita sulla colonna che ha il significato di “capo” più propriamente indicando una leadership laica. Sotto riportiamo l’alfabeto amarico, lingua ufficiale dell’Etiopia, nel quale vediamo sempre appartenente alla sesta classe, sotto la colonna Hamis,  un simbolo uguale a quello scolpito sulla colonna storica. Bisogna infatti considerare che il sistema sillabico etiope è basato su ventisei consonanti alle quali si aggiungono centocinquantasei segni con tratti e modifiche supplementari aggiunti alle forme principali per indicare un suono vocale associato ad esse o effettuare regolazioni uditive nel suono consonante di base.imm 12imm 13

La colonna storica presenta inoltre nel capitello la raffigurazione di altri personaggi che la ricercatrice Claudia Cinquemani ha descritto nell’articolo “ Il Graal e la cripta dei re. Il capitello storico della cripta dell’Abbazia di San Salvatore” che gli interessati potranno leggere integralmente sul sito del Gruppo Mizar https://sites.google.com/site/gruppomizar/ o su quello del Gruppo Mistero Amiata https://sites.google.com/site/gruppomisteroamiata/. Io riporterò, a conclusione di questo mio articolo, solo un breve estratto significativo dell’autrice, quello relativo alla figura di quella che viene individuata come la regina di Saba. “Che la figura femminile sia una regina è innegabile dato che ne presenta tutti gli attributi:il diadema con il quale é ornata richiama alla mente i copricapi delle nobili donne orientali. In effetti  ritrovo una particolare rassomiglianza con un’ immagine tardo medioevale:si tratta di un dipinto presente nella Cappella Maggiore della Basilica fiorentina di Santa Croce raffigurante la leggenda della Croce di Agnolo Gaddi realizzato intorno agli anni 80 del trecento. Nel dipinto,le storie del Sacro legno della Croce sono riprese dalla leggenda della Vera Croce, con il miracoloso ritrovamento da parte della Regina Elena, madre di Costantino. Qui viene raffigurata anche la Regina di Saba, ornata di un diadema pressoché identico a quello di Abbadia”. La Cinquemani a questo punto trae la conclusione che “Ma se davvero la  Regina amiatina fosse la regina di Saba dal nome Makeda, avrebbe logicità anche la presenza del segno sillografico indicante la parola Re in lingua etiope perché quel Re potrebbe essere soltanto Salomone che fu di lei sposo”.

imm 14Chi pensa che le sorprese siano finite si sbaglia, ma prima di parlarne, magari in un altro articolo, forse è meglio che vi lasci con un consiglio, quello che se vi trovate un giorno a percorrere la via Francigena, sia come pellegrini che come semplici turisti, non dimenticate, all’altezza di Radicofani, che può valere la pena di fare una breve deviazione per visitare l’Abbazia del SS Salvatore al Monte Amiata con la sua bellissima cripta.