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Spesso
riteniamo che nella comunità scientifica vi sia, da parte degli studiosi,
uniformità di vedute e di intenti, serenità di giudizio o semplicemente
alcune certezze relative ai risultati ottenuti in seguito alle ricerche
compiute ed ai dati rilevati nel corso delle indagini conoscitive
effettuate. Alcune
discipline sembrano avere un numero maggiore di elementi certi ed
acquisiti, altre meno. Ad
esempio le scienze matematiche e la fisica, la chimica o la biologia
sembrano possedere basi solide su cui poggiare la conoscenza, altre quali
la psicologia, la filosofia, l’archeologia, si
fondano su dati non sempre oggettivi e quindi all’apparenza, meno
sicuri. Ma basta approfondire un po', scalfendo appena in superficie le
conoscenze di ogni disciplina, per scoprire che nemmeno gli ambienti
accademici, nemmeno quelli che riteniamo i depositari del sapere del
nostro tempo possono affermare di avere, talora, alcune certezza
definitive: la matematica pura sconfina nella filosofia, la fisica teorica
si trasforma nella ricerca di dimensioni sconosciute e mistiche,
l’archeologia annaspa in contraddizioni cercando di fornire spiegazioni
a volte perfino discutibili. Ed
è proprio nell’ambito di questa scienza, l’archeologia, che tanto ci
affascina per le sue implicazioni relative ad una eventuale “civiltà
perduta”, che si basano le mie considerazioni. Le ricerche etnologiche
ed antropologiche unitamente alle indagini archeologiche esposte in testi
attualmente in uso nelle università, giungono a conclusioni e ad
interpretazioni diverse a seconda delle informazioni possedute al momento
della stesura del testo e del tipo di sistemi di rilevamento dei dati
disponibili al tempo della redazione dell’opera. Nel
1965 A. Brelich in “Introduzione alla storia delle religioni”,
attraverso un’analisi puntuale, evidenzia i tratti comuni presenti nelle
tante religioni del mondo e, se non fa sua la teoria della scuola
storico-culturale di Schmidt (un’unica religione sarebbe al-l’origine
di tutte le religioni storiche) ritenendola scientificamente
indimostrabile, ci ricorda come anche G.Van Der Leeuw M. Eliade ricercò
le strutture comuni nella varietà dei fenomeni religiosi fermandosi
davanti ad una presunta struttura unica e comune ad ogni esperienza
religiosa, si domanda altresì, presupponendo miracolose coincidenze, cosa
abbia condotto un gruppo umano o più gruppi, indipendentemente, ma nello
stesso giro di pochi millenni, a scoprire, dopo centinaia di millenni, la
possibilità della coltivazione, della estrazione dei metalli dalle pietre
o di filare e tessere peli di animali. L’autore
fornisce anche dati oggettivi che dimostrano l’esistenza di legami tra
l’Alto Egitto, la Mesopotamia e la Valle dell’Indo. L’Asia
occidentale avrebbe influenzato anche la più antica civiltà superiore
della Cina databile al XIV secolo avanti Cristo, l’America precolombiana
presenta complesse analogie di fenomeni che collegherebbero questa civiltà
con l’Estremo Oriente e perfino con il Vicino Oriente. Tutto
cioè fa pensare che la storia delle civiltà superiori del mondo sia una
storia unica priva di soluzioni di continuità. Su
queste premesse e su tali basi conoscitive si affermava nel mondo
accademico la teoria diffusionista: dalla Mesopotamia e dall’Egitto si
diparte la cultura per poi diversificarsi ed adattarsi nei vari contesti e
territori. Si
poteva, con il principio diffusionista, quindi sostenere che le civiltà
superiori sono tutte recenti e che sono sorte repentinamente e con gli
stessi caratteri fondamentali. I sistemi di rilevamento disponibili negli
anni in cui si affermava il diffusionismo non contemplavano però l’uso
delle tecniche di datazione al radiocarbonio. Il suo utilizzo, in ambito
archeologico, fu una vera rivoluzione destinata a scardinare ed a far
crollare la cronologia degli avvenimenti storici. Gli studiosi si
trovarono perciò costretti a dover retrodatare di molti secoli i reperti
attribuiti precedentemente a culture credute più recenti ed a porsi nuovi
interrogativi sull’origine, lo sviluppo e la diffusione della civiltà
umana. Nel
1979 Renfrew nella sua opera “ L’Europa della preistoria” descrive e
spiega il crollo della teoria diffusionista basandosi proprio sulle
datazioni ottenute attraverso i risultati forniti dalla tecnica del
carbonio 14. Tali risultati oggettivamente reali e validi inficiano
l’idea che le culture da noi conosciute e considerate le più antiche si
siano diffuse influenzando tutte le altre. La
cronologia rivelata dalla tecnica del radiocarbonio retrodata di molto
manufatti e siti megalitici spostando la loro costruzione indietro nel
tempo, addirittura prima dei Sumeri o degli Egizi. Ad esempio, nel 1961
furono scoperte a Tartaria, in Romania, alcune tavolette di argilla cotta
con scrittura simile al sumerico, perciò il contesto in cui furono
trovate venne datato al tremila avanti Cristo, ma le successive analisi al
radiocarbonio le retrodatano ad un periodo precedente ai Sumeri. Un
eminente studioso di lingue semitiche accertò, in un primo tempo, la
fonte mesopotamica della scrittura ma, alla luce delle nuove informazioni
ottenute dalle analisi di laboratorio ed il conseguente crollo della
teoria diffusionista, non fu più possibile stabilirne l’origine
culturale. Ci troviamo dinanzi ad un enigma: chi produceva la scrittura
cuneiforme prima dei Sumeri? Anche
le grandi tombe megalitiche diffuse in tutta l’Europa che costeggiano
l’Atlantico, il Mare del Nord, e che si trovano in Spagna, Francia,
Inghilterra, Olanda, Danimarca, Svezia, presentano tratti comuni e secondo
la tabella al carbonio 14 risalirebbero al tremilacinquecento avanti
Cristo. Sono un esempio di architettura che viene così datata a centinaia
di anni prima dell’introduzione della scrittura in Europa occidentale.
La teoria diffusionista riteneva che le abilità costruttive fossero
venute dall’oriente, ma, con i nuovi dati a disposizione, si è
costretti ad affrontare un paradosso “ tali imponenti monumenti furono
eretti molti secoli prima delle piramidi (secondo la datazione ufficiale
2500 ca a.C.) da barbari che non conoscevano neanche l’uso dei
metalli!” I
templi di Malta, poi, sarebbero stati terminati verso il duemiladuecento
avanti Cristo. La tecnologia della popolazione locale era delle più
semplici. Anche i templi di Malta sono troppo grandi per essere il
prodotto di singoli piccoli villaggi agricoli indipendenti. E per
concludere questa breve carrellata di esempi impossibili da inquadrare in
un coerente edificio intellettuale vorrei ricordare il ben più celebre
sito di Stonehenge, le cui pietre sarsen, pesanti fino a cinquanta
tonnellate, vennero estratte vicino ad Avebury, distante da Stonehenge più
di quaranta chilometri. Per spostarle sarebbero stati necessari circa
undicimila uomini muniti di cinghie di cuoio e rulli di legno che, per il
trasporto di ogni pietra, avrebbero impiegato cinquanta giorni. Renfrew
sa che non è facile fornire risposte per tali processi storici, ma, in
base al principio del rasoio di Occam, usato nel metodo scientifico e
secondo il quale si sceglie, nel dubbio, la soluzione più semplice, dà
una spiegazione di tipo sociologico ed etnografico. La soluzione più
ovvia quindi al problema della costruzione dei siti megalitici è ritenuta
dall’autore l’organizzazione sociale a marcata gerarchia, una
cosiddetta società chiefdom, che presuppone la redistribuzione dei beni e
la mobilitazione potenziale della forza lavoro; il sorgere repentino e
quasi contemporaneo delle civiltà avrebbe origine autonoma a sviluppo
locale poichè le caratteristiche psicologiche, culturali ed ambientali
simili permetterebbero a gruppi indipendenti di individui di raggiungere
livelli simili di sviluppo. Il paragone portato da Renfrew con la comunità
degli Indiani Cherokee che costruiscono edifici circolari di pali di legno
alti quattro metri e ricoperti di corteccia o con una tribù del Borneo
che innalza menihr non è, a mio avviso, sufficiente a spiegare con
facilità il percorso culturale che ha portato alla costruzione delle
strutture megalitiche. Ancor più difficile da capire resta l’origine
dei tratti culturali e religiosi comuni presenti in varie civiltà che
sembrano invece attingere ad uno stesso materiale “primitivo”
ereditato dal passato. Alla
luce di quanto esposto e proprio avvalendomi del principio di Occam
ritengo di poter suggerire che la risposta più semplice, rispetto al
problema dell’origine della civilizzazione umana, potrebbe nascondersi
nel rivalutare il principio diffusionista, considerando che le
similitudini ed i legami tra le varie culture esistono realmente. Spostare
indietro nel tempo l’origine della civiltà e mantenere il principio
diffusionista, significa ammettere, però, che è esistita una civiltà
precedente a quelle storiche di cui non restano che deboli tracce in
tutto il mondo, ma che ha influenzato e forse condizionato, con la sua
impronta culturale, i primi passi di tutte le civiltà superiori sul piano
religioso, sociale ed architettonico. Tale
postulato implica un percorso di ricerca interdisciplinare che mal si
adatta al nostro attuale modo di vivere e di pensare estremamente
settorizzato sotto tutti gli aspetti, non ultimo quello scientifico e
culturale, implica una ricerca sistematica e scrupolosa in ambito
archeologico, etnografico ed antropologico, implica, infine, un nuovo
crollo del paradigma intellettuale faticosamente conquistato negli
ambienti accademici e forse proprio questo non è così semplice. Le
tracce di un’ipotetica civiltà distrutta da un cataclisma si ritrovano
nei testi sacri di tante religioni del mondo, nei miti di popolazioni
lontane fra loro nel tempo e nello spazio. Euhemeros,
autore del quarto secolo avanti Cristo, afferma che i miti conserverebbero
ricordi di vicende storiche antiche deformati ed esagerati dalla fantasia
dei posteri e per l’allegorismo greco essi conterrebbero, sotto forma
velata, delle verità naturali e morali intraviste nell’antica sapienza. Nelle pieghe della storia umana gli studiosi di oggi, quindi, dovranno ancora cercare con umiltà, spronati dall’entusiasmo, dall’amore per la conoscenza e da un pizzico di intuizione, con la speranza di poter raggiungere una risposta definitiva, perché un’altra analisi con tecniche che adesso neanche sospettiamo, un altro importante ritrovamento archeologico, potrebbero aprire nuovi e ancor più stimolanti orizzonti costringendoli a rivedere tutte quelle certezze che credevano ormai sicuramente acquisite.
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