Il Rituale del Passa-Passa

(c) foto tratta da puglia.com

Ricordi pagani di culti vegetazionali

di Andrea Romanazzi

Ultimamente in Puglia, ma non solo, sto rivedendo un revival di una antica tradizione espletata spesso nel periodo pasquale o nel giorno del primo di Maggio: il  “Passa Passa”.

Si tratta di un pittoresco rituale magico legato alla cura del bimbo vittima di ernia, che si officiava fino al secolo scorso in numerosi comuni italiani. In un giorno specifico dell’anno, alcune persone si recavano in campagna dove, dopo aver scelto un albero, la cui tipologia variava da luogo a luogo, ne coglievano un ramo e, una volta tagliatolo in senso longitudinale dalla base all’estremità superiore, lo divaricavano a formare l’immagine di una vulva. Due uomini, i “compari”, tenevano aperta la fessura attraverso la quale un terzo, spesso uno dei genitori o la levatrice, faceva passare il bimbo malato di ernia allo scroto. Il rituale era compiuto tre volte, dopodiché si ricongiungevano le estremità del ramo e le si legava con uno spago. Se il ramo fosse germogliato nuovamente il bimbo sarebbe stato libero dalla malattia e il rito avrebbe avuto successo.

I luoghi in cui si era diffusa questa tradizione sono moltissimi. Il Rosi cita per esempio il Piemonte e la Liguria, dove “a sanare l’ernia del suo fanciullino altro non si voleva che troncare un’albero di noce, fenderlo a metà, ed allargare tanto i suoi pezzi da farvelo passare fra mezzo per sole tre volte”. In Abruzzo rituali di questo tipo venivano celebrati presso il santuario della Madonna di Scanno. Qui l’albero protagonista era una quercia: “…per ottenere la guarigione delle malattie dello scroto, usano far passare il sofferente per alcuni vignuoli spaccati o arboscelli di quercia. Spaccano il fusto sino a tanto che l’apertura sia capace di farvi entrare a cavalcioni il paziente; poi due persone del medesimo sesso tengono da ambo lati aperto il fusto e da due altre passano l’ammalato ignudo tre volte attraverso quell’apertura. Finalmente serrano il fusto e lo legano avviticchiandolo con cortecce di alberi flessibili, affinché l’arboscello seguiti a rifiorire…”[1].

In Lucania, regione il cui isolamento ha permesso di conservare questi antichi riti agresti, alcuni documenti attestano la presenza del culto nella chiesa della Madonna di Picciano, dove “nei tempi andati costumavano passare ignudi per mezzo di un virgulto partito a due, che, secondo essi, fiorir dovea all’anno, se l’inchiesta grazie veniva loro concessa. Ma stante la poca decenza d’un tale atto, si vietò interamente, e da quel tempo prevalse il costume di girare orando per due porte di quella chiesa”.

…consiste nello scegliere un bello e lungo tralcio di rovo nelle vicine siepi, e senza staccarlo dalla pianta lo mondano dei ramicelli teneri e spaccano per lo lungo fin presso la cima. Allora mentre un assistente alla cerimonia divarica le due bande del rovo, il compare v’intromette il fanciulletto da una parte e gli fa attraversare lo spaccato, la comare ritira e riceve il fanciullo dall’altro lato. Quindi il compare combacia perfettamente le parti distaccate del rovo legandolo col girarvi intorno a spira una corteccia di altro rovo e lo raccomandano alla protezione della Madonna. Se il ramo si rattacca e vegeta senza magagna, ne traggono buon augurio per il ragazzo…[2]

In Sardegna, isola magica per eccellenza, il rituale era invece chiamato infekidura. I compari erano di sesso maschile e la data di celebrazione era il 24 giugno. Nella zona di Caserta ci si rivolgeva all’albero sacro dicendo: “…sana, sana, la coscaredda, comu sana la guaddaredda”, mentre in quel di Catanzaro le parole erano “cerza sanadu, Vaiara passandu”.

È però in Puglia che il rituale sembrerebbe più fortemente radicato. Conversano, Turi, Cerignola, Noci, Noicattaro, e Rutigliano erano le sedi principali e la pianta utilizzata era un lentisco. Giuseppe Maria Galanti, avendone avuto testimonianza diretta, nel 1792 scrisse: “A Rutigliano sussiste un’abominevole superstizione. Vi è la Madonna per le ernie e cose simili. Uomini e donne di ogni età che hanno bisogno di tal protettrice, nel giorno della festa tutte denudate, son passate e ripassate per il lentisco fesso. Questo poi si stringe con ligature e si attende un anno per vedere se è rimarginato…”.

Anche il Karusio, nel suo Pregiudizi popolari putignanesi, narrava che: …i fanciulli erniosi, sono portati a Noci … nel giorno tre di maggio, festa della Madonna della Croce. Nel bosco attiguo si sceglie un virgulto di quercia, si fende per lo lungo senza guastarne la vetta, è quando è suonata la campana, che fa noto ai buoni fedeli il sanctus, l’elevazione dell’ostia sacra e del calice, allora due compari, invitati, tengono divaricato il virgulto, per dentro il quale da due altri compari s’introduce orizzontalmente il fanciullo, scambiandoselo per tre volte ad ognuna delle tre scampanate. Ciò devotamente fatto, si allaccia in giro per bene il virgulto con molto spago. All’anno venturo si va a visitare il virgulto e se esso si è innestato, la Madonna ha fatto la grazia, ed il fanciullo guarirà…” Altre testimonianze del così detto “passa passa” le ritroviamo a Valenzano e a Ruvo dove, nella frazione di Calendano e presso la chiesa dell’Annunziata, è presente un antico pozzo sopra il cui arco c’è una sfera. Questa, nell’immaginario popolare, non sarebbe altro che la raffigurazione dell’ernia chiamata dai locali paposcia. Il 25 marzo a Foggia, e in particolare in agro di Cerignola, il consueto “passa-passa” avviene tutt’ora legando i bambini al braccio del proprio padrino attraverso un nastro colorato e regalando castagne e nocciole. Soffermandoci sulla data del rito, che coincide con la festa dell’Annunciazione, è bene rilevare che ci troviamo di nuovo di fronte a un caso di sincretismo operato dal Cristianesimo. Sostituendo la credenza di rinascita del bimbo malato, fortemente radicata nelle campagne, con l’annunciazione alla Vergine Maria del suo prossimo concepimento, la Chiesa rimpiazzò un antico culto agreste con uno tipicamente cristiano.

Lo stesso meccanismo è alla base di certe santificazioni citate dal Pitrè; così san Calogero in Sicilia, san Pantaleone di Nicomedia in Abruzzo e san Silvano in Toscana sono divenuti protettori degli erniosi. In particolare, san Silvano è figura misteriosa e pagana al tempo stesso. La leggenda popolare narra infatti di apparizioni che lo avrebbero visto protagonista, sotto le sembianze di uno spirito silvano, tra le case e nei boschi. Si dice, inoltre, che durante tali apparizioni bisognava stare molto attenti a non rivolgere la parola al santo. Traspare quindi la vera radice del culto: il mondo arboreo.

Le Radici Pagane del Rituale

Il rituale è espletato spesso in date differenti, il 25 marzo, il lunedì dell’Angelo o il primo di Maggio. Quello che però accomuna tali date è il legame con l’elemento arboreo.

Queste date sono infatti legate a momenti sacri ai culti vegetazionali, ovvero l’Equinozio, la rinascita arborea, poi trasformata nella Pasqua cristiana, momento dell’anno durante il quale il seme, da poco piantato, diventa germoglio, nonché da sempre festa romana legata alla nascita di Adone, ed infine il Maggio arboreo del quale parleremo in un altro prossimo articolo.

Questa pratica, il cui gesto è rimasto inalterato fino ai giorni nostri, seppur privato del suo reale significato, ha riscosso quindi nel tempo molti proseliti in tutta Italia, tanto che perfino san Bernardino si scomodò di citarla nelle sue prediche per inveire contro le pratiche pagane: “…per ottenere la guarigione di talune infermità dei bambini, li fanno passare attraverso le radici concave di querce, o attraverso ramificazioni delle radici o attraverso un foro praticato in esse…”.

In realtà è davvero antichissimo.

Il primo documento che parla di questa tradizione è una tavoletta di argilla ittita, dove l’incantesimo citato era effettuato da una strega e aveva il potere di rigenerare. Ab origine si trattava quindi di un rituale atto ad assicurare fertilità all’uomo, come attestato dalla formula finale: “ecco ho tolto da te la femminilità e ti ho ridato la virilità”.

Un’altra fonte che documenta le origini del culto è Catone, che considerava il rituale una cura contro la slogatura, fondante sul concetto del simile che riproduce il simile. Come cioè la pianta veniva dapprima tagliata e successivamente, per vie naturali, si ricomponeva e rinsaldava, allo stesso modo le ossa umane lussate erano destinate a guarire. Nella tradizione dell’Italia Meridionale è invece da sempre legato alla cura dell’ernia infantile.

Va comunque detto che, nella maggior parte dei casi in cui veniva officiato il rito, il bambino non era ancora affetto da questa patologia e quindi esso aveva una sorta di valenza preventiva.

Nella tradizione popolare l’ernia è detta “rottura”, “crepatura”, “allentatura”, mentre l’ammalato assume il nome di “rotto”, “aperto”, “crepato”, “allentato”. L’ernia era quindi immaginata come una frattura del “ramo” intestinale del piccolo e l’unico metodo per risanarla era quello di affidarsi alla magia simpatica o imitativa. Ecco perché si creava nell’albero, rappresentazione dell’ammalato, una fenditura, l’ernia arborea. Stabilito attraverso il rituale di passaggio l’intimo legame di corrispondenza tra il bambino e l’albero, una volta guarita la “crepatura” dell’albero sarebbe guarita anche la patologia del bimbo. In realtà non è il “trasferimento del male” l’intimo significato del gesto, ma una vera e propria rinascita come del resto sottolineato dal fatto che l’albero al quale eventualmente sarebbe stato passato il male, non deve perire ma rinvigorirsi e rigenerarsi.

La tradizione lega questo rituale alla cura dell’ernia inguinale, una malattia in realtà non casuale ma che riporta ad un tema sessuale di fertilità e riproduzione. In realtà ecco però che nella maggior parte dei casi la patologia non è presente nel bambino che subisce il rito, anzi, spesso è un male futuro, una specie di rito apotropaico. Se dunque l’ernia è immaginata come una “rottura” del “ramo” intestinale, unico metodo per risanarla è affidarsi alla magia simpatica o imitativa.

Ecco così realizzato un processo analogo, si crea nell’albero, espressione dell’ammalato, una fenditura, l’ernia arborea. Stabilito così l’intimo legame tra bambino e albero, attraverso il rituale di passaggio, una volta guarita la “crepatura” dell’albero sarebbe guarita, allo stesso modo, la patologia del bimbo.

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[1] R. Corso, Reviviscenze. Studi di tradizioni popolari italiane, Serie prima, Catania 1927.

[2] A. Bozza, Il Vulture, ovvero brevi notizie di Barile e delle sue colonie, con alcuni cenni dei vicini paesi, Tip. Ercolani, Rionero in Vulture 1886.