ACAM
LA
ROSA: dal culto di Afrodite a quello di Maria Vergine e Madre
di Mary Falco
Rosa,
rosae, rosam... leggono volenterosi tutti gli studenti che per la prima volta
s'accostano al latino, rosa, rosae ripetono quando vogliono ripassare, salvo poi
arenarsi alla pagina successiva, quando iniziano le eccezioni grammaticali.
Non
a caso il termine "rosa" è forse uno dei più semplici: prima
declinazione, femminile, riferito ad un "nome comune di cosa"
universalmente noto, uno dei pochi termini usati in tutte le lingue indoeuropee,
che ha fatto pensare ad un sostrato comune risalente addirittura al IV millennio
a. C. E non basta: nella lingua originaria iranica "vareda", da cui
l'armeno "vard", significa semplicemente fiore, vale a dire appunto
"il fiore" per eccellenza. E ci sono due assonanze poetiche: ros,
roris in latino è la rugiada, mentre ros nell'antico idioma celtico che il
dialetto piemontese ha fedelmente conservato, significa ghiacciaio. Il monte
Rosa, infatti, non s'arrossa al tramonto più di qualsiasi altra cima innevata,
ma ha conservato la memoria di quest'antico modo di definire i picchi di
ghiaccio.
La
rosa dunque, il più comune fiore europeo, presente con circa 150 specie, varietà
ed ibridi, nasce e cresce in associazione con l'elemento acqua in tutta la sua
pienezza, dalla rugiada del mattino ai ghiacciai delle alte vette. Quasi in
armonia col proprio nome è una pianta colonizzatrice, cioè vive anche nella
roccia, le bastano il sole e l'acqua, sono le sue radici stesse a creare a poco
a poco la terra fertile, che giova anche alle altre specie.
Passando
dalla rosa selvatica a quella coltivata le cure necessarie ad una buona
fioritura aumentano, ma questo solo perché appunto si desidera un fiore
artefatto, di colore, dimensioni, profumo diversi da quelli originari... il
roseto in se', con le sue caratteristiche foglioline tondeggianti e le spine,
resta una pianta rustica, che non teme i rigori dell'inverno ed affonda
coraggiosamente le radici in cerca d'acqua nella calura estiva.
Il
primo a parlare con tutta naturalezza della rosa, anzi, d'olio di rose per
massaggi, è Omero nell'Iliade, canto XXIII, verso 186: è il culmine delle
tragedia, Achille ha ucciso Ettore e minaccia di gettarlo in pasto ai cani, ma
non avviene perché:
"...
i cani li teneva lontani la figlia di Zeus, Afrodite
di
giorno e di notte, l'ungeva con olio di rose,
ambrosio,
perché Achille non lo scorticasse tirandolo..."
Fin
dal suo primo apparire dunque la rosa per eccellenza, cioè quella coltivata,
detta a cento petali (i botanici però non son mai riusciti a contarne più di
sessanta!) è collegata col culto d'Afrodite, dea dell'amore, che con la sua
presenza rabbonisce i cani, perché prima ancora di suscitare il desiderio
amoroso, ella sa placare ogni tipo di turbamento in ogni essere vivente,
compreso il mare.
Secondo
la leggenda più antica Afrodite Urania nasce appunto dalla spuma del mare, sul
quale conserva potere assoluto e vive per fecondare la terra.
Esiodo
descrive la sua nascita nella Teogonia: "...in quella schiuma (del mare) si
formò una fanciulla; ella stette dapprima nella sacra Citera, e quindi andando
via di là giunse a Cipro circondata da flutti; così venne fuori una dea piena
di grazia e di fascino ed attorno a lei cresceva l'erba sotto ai piedi ben
fatti..."
Le
testimonianze storico archeologiche sono un po' diverse: gli Assiri furono i
primi a venerarla, poi approdò a Paphos, nell'isola di Cipro, che resta per
tutta l'antichità il centro di culto più importante e ad Ascalona fenicia,
dove tuttavia si confonde col culto tributato ad Astarte, cui era sacra non già
la rosa, ma l'ortica ed infine approda, quasi contemporaneamente, ad Atene ed in
Palestina.
Omero
però la chiama figlia di Giove, perché c'è un'altra Afrodite, figlia di Zeus
e di Dionee, che ha l'appellativo di Pandemia perché è la Dea di tutti e la
suscitatrice dell'amore universale.
Il
concetto di doppio è comune alla mitologia greca, basta pensate ad Elena di
Troia, ai gemelli Paride-Cassandra, all'ambiguo rapporto fra Apollo solare e
Dioniso notturno... in realtà si tratta di esemplificare la doppiezza che giace
in ciascuno di noi, le opposte facce di uno stesso potere.
"Afrodite"
dice un frammento di Sofocle "non è Afrodite soltanto, ha tanti nomi: è
morte, è forza, è frenesia furiosa, è desiderio, è gemito..."
A
Roma, prima che l'espansione territoriale facesse conoscere i fasti d'Oriente,
"Venus" era addirittura uno spirito asessuato, che fecondava e
proteggeva gli orti. Al centro del giardino, che per i romani era interno alla
casa, si piantava in suo onore un grande alloro, un roseto e poi menta, mirto e
rosmarino; si riteneva che in mezzo ad essi vivessero durante il giorno i "lares
familiae" cioè le divinità tutelari della casa, che uscivano in giardino
alle prime luci dell'alba e rientravano nelle loro statue al tramonto.
Più
tardi Venere imperiale ereditò appieno gli attributi della sua antenata greca,
ma fu legata sempre più strettamente alla rosa coltivata ed ai valori della
fecondità domestica che alla libido propriamente detta.
In
che cosa consisteva il suo culto?
Probabilmente
nell'esercizio del ballo, una forma molto affine all'attuale danza del ventre, e
nell'apprendimento dei segreti del sesso, che era praticato ritualmente
all'aperto; certamente era escluso ogni tipo di sacrificio cruento perché la
Dea aveva in orrore il sangue, il suo altare non era mai stato profanato dalla
morte e si narra che nei suoi giardini non volasse mai alcun insetto molesto.
Purtroppo
sono solo leggende, perché il mare da cui la bella Dea è nata è molto
inquieto ed il tempio di Paphos fu distrutto più volte da terremoti, tanto che
oggi non restano più reperti sufficienti ad una ricostruzione esatta dei
cerimoniali.
Per
avere una descrizione accurata dei giardini d'Afrodite dobbiamo dunque aspettare
il VI sec. a. C. con le intramontabili parole di Saffo, la poetessa greca che
dirigeva un tiaso, connesso appunto al santuario della Dea da un sacro giardino:
..."da
Creta a questo tempio
divino:
v'è un bosco gentile
di
meli, are vaporano d'incensi.
L'acqua
fredda risuona fra le rame
del
melo e la radura è un'ombra
di
rose. In un palpito di foglie
cola
sopore.
Nei
pascoli prativi, fioriture
di
primavera: spira un alito
di
finocchi, soave..."
Pochi
sanno, infatti, che il melo, uno dei più noti esponenti della famiglia delle
rosacee, era sacro alla Dea e che il suo frutto n'era addirittura considerato
un'epifania. Nel giardino di Saffo c'era però anche un melograno, che si diceva
piantato da Afrodite stessa, e poi cerfoglio, meliloto, finocchi salvia e viole.
La
viola mammola viene, infatti, associata alla rosa nella confezione di corone ed
è citata già da Pindaro (ditirambo II v.24-25) di qui e non già da
un'immagine reale, Leopardi trasse la famosa "donzelletta che vien dalla
campagna col mazzolino di rose e di viole", anche perché nei nostri climi
le viole fioriscono da febbraio ai primi di marzo, mentre per le rose bisogna
attendere maggio inoltrato.
Nel
V sec. Erodo parla già della rosa a cento petali come di un fiore comune e
racconta come fosse coltivata con successo nei giardini del mitico re Mida, in
Macedonia. Le "Georgiche" di Nicandro completano la notizia dicendola
originaria del monte Bermios, nel Caucaso orientale, sul quale le famiglie
greche, in primavera ed in autunno, facevano scampagnate per procurarsi le
talee. In effetti, ancora oggi nel Kurdistan questa rosa cresce assolutamente
spontanea. Di qui dunque è penetrata in Asia Minore e poi in Grecia da una
parte, in Mesopotamia, Siria e Palestina dall'altra.
Per
tornare al nostro re Mida, Erodoto racconta che presto lasciò la città di suo
padre e si stabilì in Tracia, poi nell'Edonia e nell'Emazia, sempre con le sue
rose sottobraccio, fino a fissare la propria dimora e soprattutto i suoi
prestigiosi giardini ai piedi del monte Bermios... ed ecco che storiografia e
leggenda coincidono.
Siamo
circa nel V a. C.: ben presto la grossa spinta della colonizzazione ellenica
porterà la rosa in tutto il Mediterraneo, soppiantando rapidamente, o almeno
mettendo in secondo piano, gli altri più antichi fiori sacri: il giglio ed il
fior di loto. Legata come s'è detto al culto di Venere, dea di fecondità e
delle acque, la rosa fu impiegata largamente nel suo culto e collegata fin
dapprincipio all'amore ed al benessere intesi quasi in senso moderno, vale a
dire come beni in se' e non soltanto per ottenere la fecondità.
A
questa "modernità" della rosa va aggiunto il suo "portamento
arbustivo" che la rende più facile da coltivare e più adatta del giglio e
del loto ad essere intrecciata in corone, le grandi protagoniste dei culti
antichi, nonché lo straordinario colore. Se prestiamo fede alle testimonianze
dei greci, infatti, la rosa selvatica era bianca e rosa pallido, mentre il
meraviglioso rosso rubino è attributo naturale della rosa centofoglie.
Duemilacinquecento
anni di coltivazione, seguita da periodi di rimboscamenti come il medioevo e da
intensivi spostamenti di popolazioni, invasioni o colonizzazioni che dir si
voglia, hanno parecchio complicato questo schema iniziale... se pure tale è
stato, ed oggi le rose sono un po' di tutti i colori, anzi già gli antichi
Romani non facevano più distinzione, se non appunto fra rosa selvatica e rosa
coltivata.
In
origine però qualche cosa di vero ci dev'essere stato e sembrò naturale
pensare che il colore rosso, così nuovo sugli altari dopo il biancore dei gigli
e del loto, fosse dato dal sangue della Dea o del suo amante, Adone.
La
storia è nota: Adone era un dio Orientale secondo alcuni, un bellissimo giovane
secondo altri, conteso tra Afrodite e Semele e costretto pertanto da Giove a
dividersi tra loro. Marte però, geloso, gli aizza contro un cinghiale e qui i
pareri sono discordi, perché taluno vuole che Venere lo nascondesse in un
cespuglio di rose selvatiche, candide, che s'arrossarono col sangue del giovane,
altri che invece ella stessa, accorsa in aiuto, rimanesse impigliata in un
cespuglio di rose, tingendole, mentre Adone a terra, nutriva del suo sangue gli
anemoni.
In
ogni caso i fiori, fino allora canditi, trassero il loro colore da questa
disgrazia.
Rose
bianche, rosse, rosa... un po' trascurate, quest'ultime, non se ne parla mai,
penetrarono dunque in Magna Grecia e risalirono rapidamente la penisola,
acclimatandosi tanto bene in Sicilia, che nacque la leggenda delle origini
siciliane, mentre nei giardini di Paestum furono sottoposte ad una vera e
propria coltivazione intensiva, compreso il trucchetto di tenerle a riparo dal
vento e bagnarle con acqua calda per ottenere fioriture invernali.
Quando
neppure i giardini di Paestum fornivano più rose, s'importavano dall'Egitto,
dove ormai il loto era del tutto trascurato a favore di quest'ultima.
Plinio
per primo ci descrive con vivezza di dettagli la coltivazione della rosa,
consigliando di ricorrere alle talee perché seminando in modo tradizionale
bisogna attendere troppo; ormai si conoscono diverse specie: Campania, Prenesto,
Mileto, Trachinia Alabanda producono fiori di tonalità e profumi leggermente
diversi e c'è solo l'imbarazzo della scelta. Sempre Plinio riferisce anche
l'abitudine d'ergere a divisione della proprietà curiose palizzate di rose
selvatiche piantate in due solchi affiancati, al centro dei quali si sistema una
rete di vimini bene intrecciato per far arrampicare le giovani piante, Plinio ne
raccomanda caldamente l'uso, affermando che neppure il fuoco può
distruggerle!!!??? Affermazione di per se' un po' esagerata, ma in qualche modo
supportata da un uso analogo del biancospino da parte dei giardinieri d'oltralpe
e dalla credenza medioevale che tali barriere naturali tenessero lontani gli
spiriti cattivi... Probabilmente alla resistenza naturale della barriera di
spine era unito il "potere" di cui si riteneva dotata la pianta.
Nei
giardini domestici dell'antica Roma in ogni caso insieme alla rosa si coltivava
il giglio, già sacro a Giunone per essere derivato dal suo latte e ritenuto
pertanto dotato di un gran potere salutare e ricostituente, il papavero, che
invece resta legato a Venere perché è il fiore dell'oblio, il fiordaliso e
naturalmente il mirto che Dioniso, nell'oltretomba, aveva usato per riscattare
la propria madre e da allora s'era guadagnata la "patente" di fiore
matrimoniale, conservata tenacemente fino a tutto il rinascimento.
A
che cosa servivano tutti questi fiori?
Innanzi
tutto ad intrecciar corone, dono di Giano agli uomini, il cui uso rituale era
severamente regolamentato, pare addirittura che in epoca repubblicana ne fosse
proibito l'uso profano: dovevano servire soltanto ad onorare gli Dei ed a
celebrare matrimoni.
L'impiego
di corone di rose non era comunque riservato a Venere: ce ne sono notizie nei
rituali di Cerere, nella festa primaverile dedicata a Flora, nelle processioni
come nei banchetti dionisiaci. Questo anche perché si riteneva che il profumo
di rosa combattesse efficacemente i fumi dell'alcool, e qui bisogna aggiustare
il tiro dei pretesi lussi irragionevoli della tarda latinità e prendere invece
in considerazione il fatto che forse s'erano intuiti i principi dell'attuale
terapia di Bach e si confezionavano corone, collane ed interi letti di rose per
aspirarne in pieno il balsamico profumo.
La
rosa, infatti, è un eccellente tonico ed astringente; anche oggi è
riconosciuto il suo valore nella cura delle emorragie, tisi e tumori della
pelle. Nell'antichità l'olio di rose era usato sia per imbalsamare i morti
(come appunto narra Omero nell'Iliade) che per lucidare il legno pregiato con
cui erano costruiti molti idoli. Per ottenerlo si faceva bollire del giunco
aromatico in olio d'oliva, si agitava bene e si versava sui petali di rosa
opportunamente seccati. Si lasciava in infusione un giorno ed una notte e si
filtrava il tutto, conservandolo in vasi prevalentemente unti di miele.
In
modo analogo si otteneva il vino ed il miele alle rose; Ippocrate però
preferisce spremere il succo di petali freschi direttamente nel miele ed esporlo
poi per una quarantina di giorni al sole.
Dai
petali opportunamente seccati si ricavava inoltre una polvere deodorante
chiamata "diapasma", che era usata come talco dopo il bagno caldo e
prima di quello freddo. Plinio ci parla di un profumo ottenuto mescolando,
sempre in olio d'oliva, fiori di rosa, zafferano cinabro e giunco deodorante...
in realtà non era un profumo, ma un unguento profumato, infatti, non si
sapevano ancora distillare le essenze.
In
cucina si faceva grande uso d'insalate di rose, soprattutto come
"intermezzo" fra una portata e l'altra quando si beveva troppo; molto
quotato era anche il paté alla rosa.
Con
questa patente di "fiore della salute" entrò quasi indenne nella
civiltà cristiana.
Effettivamente
in principio certi lussi furono un po' limitati, nessun'esibizione di corone,
nessun letto di rose e persino qualche critica all'abitudine d'ornar di fiori le
tombe, perché, come osserva acuto Minuzio Felice, "se i morti sono in pace
non sanno che cosa farsene e se sono dannati non possono gioirne", ma poiché
nonostante il Cristianesimo nascente, la rosa continuava ad essere tonica,
astringente e stimolante, fu coltivata in tutti i chiostri ed un capitolare di
Carlo Magno ne impone la cura anche alle ville private. Più o meno in questo
periodo la sua cultura s'estende anche all'Inghilterra ed alla Germania, con
discreto successo, nonostante i rigori del clima. Non dimentichiamo, infatti,
che il chiostro diffonde in tutt'Europa l'uso romano del giardino centrale
rispetto alla casa, in cui le pareti ed i colonnati costituiscono un'efficace
protezione naturale per le piante durante la cattiva stagione.
La
rosa rossa, insieme al giglio, diventa parte integrante del culto mariano... ma
non basta. La famosa leggenda del sangue d'Adone era troppo bella per non
applicarsi anche al Sangue di Cristo!
Nel
V sec. S. Girolamo scrive all'amico Eustachio: "Il sacrificio d'un cuore
puro è un martirio, esattamente come l'effusione del sangue per confessare la
propria fede; attraverso questa s'intreccia una corona di rose e di violette,
con la prima una di gigli" Sempre Girolamo, in un'altra lettera, spinge il
simbolismo più a fondo, associando le vedove alle violette, i gigli alle
vergini, le rose ai martiri... e d'altra parte sant'Agostino, tanti anni prima,
aveva già parlato dei fiori vermigli che incoronavano i martiri!
Oggi
siamo mille miglia lontani da questo tipo di sensibilità ed è necessario fare
un passo indietro per renderci conto di quello che doveva essere il sangue nella
mentalità medioevale, anzi, nel cristianesimo nascente che aveva visto con
orrore i fasti di Roma da una parte e le spietate esecuzioni dei primi cristiani
dall'altra. La reazione tuttavia non poteva essere di rifiuto totale, dato che
Cristo appunto, secondo l'insegnamento apostolico, ci aveva riscattato col
proprio sangue.
Ecco
dunque che Sant'Ambrogio e Tertulliano respingono fieramente i funerali pagani e
l'offerta di fiori sulla tomba, ma sono sostanzialmente legati ad un concetto
sacrale del sangue che sfiora la superstizione. Non è più soltanto il sangue
di Cristo, che ci ha redento, ma ad esso si affianca quello dei martiri, in un
lavacro di sofferenza che purifica, in antitesi coi bagni di pulizia dei pagani,
che non riescono a cancellare i peccati.
In
questo discorso ambiguo e pericoloso, che apre il Medioevo ad un continuo
confronto con la morte violenta ed alla relativa familiarità con l'effusione di
sangue, il concetto già pagano della rosa tinta dal sacrificio d'Adone acquista
una straordinaria forza ed intensità.
Si
è detto molto, forse troppo, sui legami fra il culto di Cristo morto e risorto
ed i miti di resurrezione mediorientali legati ai culti agrari della primavera,
con Attis, Adone, Osiride... di solito si dimentica il mito germanico di Bälder,
il Dio che muore per sbaglio e non risorge più, se non per vendicarsi nella
gran battaglia dell'ultimo giorno. La sensibilità medioevale, figlia di una
società guerriera e nomade, convertita da poco e male ai valori del
Cristianesimo, doveva essere più vicina a quest'ultimo, che non ai primi.
Questo
forse spiega perché il culto della passione e delle piaghe del Signore
trascende abbondantemente quello della Resurrezione ed il calendario cristiano
vede, dopo le feste di Pasqua, riproporre pian piano il culto della sofferenza
del Cristo eternizzata ed assolutizzata, con un mese di giugno dedicato al Sacro
Cuore ed uno di Luglio dedicato al Preziosissimo Sangue. Non a caso la pietà
medioevale, che si esprime concretamente attraverso i grandi movimenti degli
ordini minori, senza dei quali probabilmente la chiesa sarebbe stata spazzata
via dalle eresie, mette l'accento sul valore salvifico dell'accettazione della
sofferenza in se', come mezzo di redenzione personale immediata,
indipendentemente dalla speranza di resurrezione finale. San Francesco propone
il culto di Cristo crocifisso più intensamente di qualsiasi altro, fino a
produrre in se' quelle piaghe, ma quando va a San Subiaco e in segno di
penitenza, secondo il suggerimento di S. Benedetto, vuole rotolarsi tra le
spine, queste si coprono di splendide rose purpuree.
I
fedeli che non arrivavano a questo tipo d'eroismo dovettero comunque attingere
dal suo esempio un diverso atteggiamento nei confronti della sofferenza. Giugno
e luglio sono anche oggi i mesi più duri del lavoro dei campi ed allora erano
anche i più pericolosi per le incursioni militari, perché il bel tempo
facilitava gli spostamenti per mare e l'attraversamento delle Alpi. Luglio in
particolare è il mese terribile in cui i crociati hanno vissuto le pagine più
scottanti della propria storia... Ecco dunque che in queste estati infuocate del
medioevo, quando la vista del sangue era esperienza quotidiana, mentre la
speranza di Resurrezione era un concetto difficile e lontano, l'idea che i fiori
rossi ed i particolar modo la rosa, potessero essere tinti di sangue diventa
improvvisamente un concreto messaggio di speranza. Non più tinta del sangue
d'Adone, di cui nessuno si ricordava più, ma direttamente da quello di Cristo,
la rosa appariva, infatti, bella e profumata, veicolo di salute non solo
mistica, ma anche fisica, perché dotata di proprietà curative.
Questo
spiega dunque lo strano discorso di Girolamo, che a tutta prima sembrerebbe in
contrasto coi dettami d'Ambrogio e Tertulliano, ed anche la straordinaria
fortuna di un fiore che era stato indicato come simbolo della più sfrenata
libidine ed ora entra di diritto in Chiesa.
In
una famosa "Homelia in Evangelia" lib. II, cap. 38 San Bernardo dà
voce ed autorità alle credenze popolari in merito:
"...
contemplate questa divina rosa, dove la passione e l'amore si disputano il
privilegio di donarle il suo splendore ed il colore di porpora. Questo non può
venirle che dal sangue che cola dalle piaghe del Salvatore... come durante una
notte fredda la rosa resta chiusa e s'apre il mattino, ai primi raggi del sole,
così questo delizioso fiore che è Gesù Cristo sembra chiudersi nel freddo
della notte dopo il peccato del primo uomo e quando viene la pienezza dei tempi
sboccia al sole dell'amore. Tante piaghe sul corpo del Salvatore, altrettante
rose! Guardate i suoi piedi e le sue mani, non vi scorgete forse delle rose? Ma
guardate soprattutto la piaga del suo cuore aperto! Qui c'è proprio il colore
della rosa, perché l'acqua è colata col sangue quando la lancia ha perforato
il costato!"
Un
vecchio Lied tedesco, cantato un tempo anche in Olanda ed in Svezia, narra la
curiosa storia della figlia del Sultano, che cogliendo i fiori all'alba nel
giardino di suo padre e trovandoli brillanti di rugiada nella prima luce, leva
il cuore al Creatore in una preghiera di ringraziamento per colui che li ha
creati. Adora senza conoscerlo e senza neppure sperare di vederlo... ma la notte
seguente, a mezzanotte, Gesù stesso le appare come un bel giovane e si presenta
come "Signore dei fiori", offrendole in dono di fidanzamento una
corona di rose vermiglie. Il canto, bello e strano, non si conclude per nulla,
come ci aspetteremmo, con la morte della fanciulla, ne' con la sua conversione,
ma indugia semplicemente sul parallelo sangue=rose, vedendo nelle rose stesse un
veicolo di salvezza.
La
Chiesa è pronta a cogliere questi spunti e ad incanalarli verso un culto
ordinato e quotidiano, al riparo dagli slanci mistici che sfiorano sempre
l'eresia. Ecco dunque che l'Ascensione e la Pentecoste, feste mobili, ma
certamente tardo primaverili, diventano delle vere e proprie feste di rose e nel
XIV secolo la chiesa di Santa Maria della Rotonda di Roma, installata nientemeno
che in un vecchio ninfeo della villa di Domiziano, inaugura il campanile
romanico con un prestigioso lancio di rose per la Pentecoste, simbolo evidente
dello Spirito Santo. L'idea piace moltissimo soprattutto ai Francesi e presto le
città di Rouen, Lisieux, Senlis, Orléans e Tours s'attrezzano per imitarla.
Chi non può effettuare il lancio fa gettare le rose in terra, pavimentando
letteralmente la chiesa e libera invece per l'occasione degli uccelli
(preferibilmente colombe, un tempo sacre a Venere, ma ora simbolo invece di pace
fra cielo e terra).
In
italiano e spagnolo l'espressione "Pasqua delle rose" sostituisce
appunto quella più tecnica di Pentecoste. Rose son legate al culto di San Marco
25 aprile: questa volta si racconta che il miracolo è stato compiuto dal sangue
di un crociato, San Giovanni evangelista, 24 giugno, San Pietro 29 giugno.
Per
la Festa del Santissimo Sacramento era previsto in origine (Caerimoniale
episcoporum lib. II cap. XXXIII) una pavimentazione di fiori per tutto
l'itinerario seguito dalla processione, corone di rose per i portatori e lancio
di foglie di rose al momento dell'adorazione del Santissimo. Una miniatura di un
messale francese del XV secolo mostra la confraternita degli orefici di
Notre-Dame-du Val a Provins che assistono alla processione con ghirlande di rose
al collo, secondo l'attuale costume awaiano.
Insomma
la rosa ed in genere i fiori invadono le chiese.
Con
poca fantasia, però.
Come
Roma imperiale il Medioevo conosce soltanto rose selvatiche e coltivate, senza
ulteriori descrizioni e gli erboristi raccomandano, ove si può l'uso delle
seconde, perché dotate di maggior virtù curative... oggi si dice esattamente
il contrario, ma nel frattempo sulla coltivazione sono cambiate molte cose.
Tra
il medioevo ed oggi, infatti, s'apre la grand'avventura del rapporto con
l'Oriente. Può sembrare strano che la coltivazione di un fiore anticamente
legato a Venere, Astarte e Cibele, le dee della lussuria contro cui la Bibbia s'è
tanto a lungo scagliata, trovi vigore e respiro nella terra del Profeta, dove le
donne sono tenute anche oggi a vivere segregate, ma in realtà il nostro
atteggiamento nei confronti dell'Islam pecca gravemente di pregiudizi e cattiva
informazione.
Mentre
i nostri mistici discutevano sull'opportunità di coltivare rose, o di onorarne
la memoria dei defunti, in Oriente si fa largo a grandi passi l'imperialismo
arabo, che neppure per un istante pensa di bollar col nome di peccato le belle
abitudini di pulizia e di benessere degli antichi romani, anzi, con quella
grinta speciale dei nuovi ricchi, anela ad un segno tangibile di ricchezza, che
lo riscatti degli anni di nomadismo nel deserto.
La
dimora aristocratica monofamiliare, di derivazione romano-imperiale, ampiamente
diffusa in Siria ed in Palestina, diventa sempre più lussuosa ed i giardini
interni, guarniti di splendide fontane, sono a tutti gli effetti il centro della
casa e s'arricchiscono di piscine e di voliere zeppe d'uccelli esotici (pare che
tra l'altro gli uccelli avessero il compito di purificar l'aria dagl'insetti,
mentre pesci e piccole piante impedivano all'acqua d'imputridire negli spazi
troppo piccoli per creare una corrente) Accanto alle erbe officinali ed agli
alberi da frutto, si coltivano sempre più spesso fiori rari ed essenze
pregiate, primo fra tutti il gelsomino, a cui sono riconosciute virtù
terapeutiche ed afrodisiache.
La
rosa è la grande protagonista di questi giardini; in Persia, dove è di casa,
nasce la leggenda dei suoi amori con l'usignolo, vicenda talvolta drammatica,
quando l'uccello muore ferito dalle spine, talora ad esito felice, perché dopo
un triste inverno di separazione in cui egli la crede morta, la rosa torna a
fiorire.
"I
giardini arrossiscono per lo splendore delle rose" canta Firdousi nel XI
sec. "le colline sono coperte di tulipani e giacinti; nei boschetti piange
e si lamenta l'usignolo; la rosa risponde sospirando al suo canto."
Nello
stesso periodo infatti si fissa la tradizione delle "Mille e una
notte", che tanto spazio doveva dare alle vicende d'amore: sul nucleo
centrale di favole mistiche d'origine indo-persiana, in cui l'amore tra i
protagonisti nasconde l'esigenza dell'anima di fondersi in Dio, s'inseriscono le
più realistiche e concrete novelle di Baghdad ed i fantasiosi e rocamboleschi
racconti egizi. La dottrina dei Sufi approva quest'atteggiamento intimistico e
un po' crepuscolare ed i sovrani Abbassidi si staccano sempre di più dalla vita
pubblica per coltivare, nell'harem di casa, musica e letteratura, amori e
filosofia... ma soprattutto rose.
I
sovrani ottomani Osmanlis coltivano con le proprie mani i roseti e l'abitudine
di lastricare le strade di petali di rosa è proibita, perché considerata
blasfema, dato che il fiore dev'essere trattato con dolcezza. Si sente l'eco
della mistica indiana, dove pure la rosa s'è diffusa, ma non è riuscita ad
occupare il posto del loto.
Questo
cambiamento della vita privata non riguarda solo i regnanti ed i loro harem,
come comunemente si crede, perché il nuovo stile comporta la creazione e la
trasformazione di tutte quelle branche artigianali cui il nuovo lusso attinge.
Anche quella dei giardinieri si sbizzarrisce per restare attiva sul mercato e se
a palazzo il sovrano coltiva personalmente i suoi fiori, ripetendo gesti
antichi, nelle città si lanciano le fondamenta di quella che sarà la
coltivazione moderna: potatura drastica col fuoco, rosai ad alberello (ottenuti
facendo crescere le piantine in un tubo!), introduzione di nuove specie
provenienti dall'Armenia e dall'India, uso spregiudicato di rosai rampicanti per
creare nuovi padiglioni... s'arriva al punto di mettere coloranti nelle radici
per ottenere rose gialle (con lo zafferano) ed azzurre (polvere d'indaco
finemente tritata)!
Non
per nulla i protagonisti della novellistica sono spesso tratti da quel mondo
artigiano e mercantile in continua ebollizione, se non ascesa, agli albori
dell'anno mille e la rosa rappresenta un buon investimento per molti.
Oltre
alla sua coltivazione diretta ed all'invenzione di nuove specie, gli arabi
compiono passi da giganti nella farmacopea: inventano lo sciroppo, lo zucchero
aromatizzato, portano a perfezionamento il processo di distillazione
dell'essenza e procedono alla fabbricazione dell'acqua di rose, che è più
facile da conservare ed ha un uso più esteso dei vini e degli unguenti d'un
tempo. Si applicano cataplasmi di petali di rosa sulle punture d'insetti, sulle
escoriazioni e per riattivare la circolazione esterna, mentre si usa l'acqua di
rose per sciacquare le gengive infiammate.
Il
medico arabo Eissa ibn Massa riconosce ai petali di rosa rossa una virtù al
tempo stesso fortificante e rinfrescante che si rivela miracolosa nelle
affezioni cerebrali. Ishac ibn Amram la consiglia per rafforzare lo stomaco ed
il fegato, soprattutto nelle congestioni causate dall'eccessivo calore. Razès
la usa come febbrifugo; lo stesso pensa Avicenna, che la considera anche
efficace contro la nausea, le infiammazioni degli occhi e della matrice e le
otiti.
Qualcuno
cura con successo le sincopi, mentre Ibn el Beithar usa petali di rosa
disseccati sulle cicatrici prodotte dal vaiolo.
Con
le crociate Oriente ed Occidente tornano ad incontrarsi ed i giardini italiani e
provenzali sono i primi ad arricchirsi dei nuovi rosai d'Oriente. Non è
soltanto la varietà delle speci coltivate a parlare di un mondo nuovo: ma la
concezione stessa degli spazi: non più il chiuso di un cortile, ma un luogo
ameno, che spesso confina col bosco o col fiume, come ben descrivono i poemi
cavallereschi.
Nell'alto
medioevo c'era stato un massiccio rimboschimento e spesso anche impaludamento
delle terre un tempo bonificate dai romani, come per esempio la pianura padana e
quella del Reno, perciò forse non s'era nello stato d'animo migliore per
apprezzare la natura selvaggia, ora invece i crociati, ritornando a casa,
vogliono praticare la caccia col falcone e riacquistano il gusto degli spazi
selvaggi.
Che
differenza col chiostro medioevale, coltivato solo per offrire i fiori
sull'altare o per esigenze farmaceutiche!
Anche
le varie rose di macchia e canine vivono un momento di riscoperta e se gli
erboristi continuano a preferir loro la rosa coltivata, le leggende fan
giustizia: nasce la splendida favola della "Bell'addormentata nel
bosco", custodita nel suo sonno verginale da una tenace barriera di rose
selvatiche in grado di conservarla intatta per cento anni, fino all'incontro
fecondante col vero amore. La fanciulla si chiama Rosaspina secondo alcuni,
Aurora per altri, che riallacciano un legame antico tra Venere e l'Aurora,
divinità minore che già Omero dipingeva con "dita di rosa". Non è
altro che Venere dormiente, infatti, la splendida fanciulla che dorme al riparo
delle rose, anche se ora non si venera più come divinità, ma si nasconde nei
veli d'una fata madrina.
Il
culto un tempo tributato a Venere ora è giustamente riservato alla Madonna. Già
San Francesco aveva una devozione particolarissima per Santa Maria degli Angeli,
San Domenico di Guzman sogna che le preghiere dei mortali salgono alla Madonna
in forma di rose e ne discendono piene di grazie. È la nascita del Rosario: una
delle preghiere più popolari, se non la più popolare in assoluto, adatta alla
recita singola e collettiva, che si trasforma fin dapprincipio in un potente
mezzo d'intercessione.
Dire
che San Domenico abbia inventato il rosario non è proprio esatto: l'idea di
farsi un cordone con centocinquanta nodi per contare i "pater nostri"
recitati risale agli eremiti che pregavano nel deserto, agli albori della storia
del cristianesimo. Perché centocinquanta? Questo è il numero dei salmi di
Davide: in principio infatti ogni buon cristiano li recitava a memoria nei tempi
riservati alla preghiera personale, ai fedeli di formazione ebraica era del
tutto naturale aver dimestichezza con la Parola Scritta e saperne a memoria i
testi base, come appunto il Salterio ed il Deuteronomio. Ma Gesù aveva
espressamente invitato ad estendere la predicazione della "buona
novella" ai gentili, senza guardare alla loro condizione sociale e quindi
gli Apostoli si ritrovarono nella propria chiesa fin dapprincipio anime
semplici, che per loro stessa ammissione non sapevano "ne' leggere ne'
nuotare" (a quei tempi si diceva così, perché scrivere era una
professione a parte e non era strano che anche persone di cultura, perfettamente
in grado di leggere, non sapessero di fatto tenere in mano uno stilo e
delegassero il compito ai propri schiavi; nuotare invece, in una civiltà che
nasce e cresce sul Mediterraneo, era considerato un requisito fondamentale) per
questo tra l'altro fecero una grossa e coraggiosa eccezione al secondo
comandamento ammettendo l'uso della pittura all'interno delle prime chiese.
Finché la gente viveva in comunità l'analfabetismo non era un grave problema,
perché si pregava insieme, ma per gli eremiti poteva diventare un handicap
molto serio, anche perché l'astinenza e l'eccessiva solitudine poteva favorire
l'insorgere di gravi tentazioni e di turbe psichiche, ostacolando la crescita
spirituale anziché agevolarla.
Così
nacque l'abitudine di recitare i paternostri e l'uso della corona piacque ai
fratelli d'Oriente, che se ne fabbricarono più tardi in legno per cantare i
nomi di Hallà (99 perché il centesimo era noto a Gesù soltanto)
Naturalmente
non mancano testimonianze opposte, che vedono una corona d'origine indiana
penetrata in Occidente attraverso l'Islam... in realtà potrebbero essere vere
entrambe, poiché in fondo l'idea di contar le preghiere con una corona non è
poi tanto esclusiva da meritare un brevetto.
San
Domenico però arricchì questa devozione, in modo da renderla più adatta alle
anime semplici: i grani furono divisi in decine ed ognuno fu dedicato alla
meditazione di un episodio della vita di Cristo, condensata in quindici misteri.
Dopo ciascun mistero si recita un pater, dieci ave Marie e un Gloria.
Il
termine di Rosario si lega appunto alla visione delle rose, ormai da tempo
legate al culto della Vergine, basta citare, fra i tanti, San Bernardo:
"Maria
è stata una rosa, bianca per la sua verginità, vermiglia per la carità"
dice, infatti, in uno dei suoi sermoni (vol. III p. 1020)
Il
paragone s'estende: se le spine sono il simbolo del peccato, la rosa è appunto
il simbolo della redenzione:
"Roza
ses espina
Sobre
totes flors olens"
canta
il poeta provenzale Pierre de Corbiac (rosa senza spine, la più odorosa dei
fiori) e s'arriva alla poetica leggenda del XVI sec. secondo la quale la
Madonna, salendo al Cielo, avrebbe lasciato un sepolcro fiorito di gigli e di
rose. Miracolo illustrato mirabilmente da Raffaello.
Con
tutto il rispetto per Gesù Cristo bisogna dire che il culto mariano si mostra
subito molto più propositivo. Effettivamente se le rose vermiglie sono il
frutto della passione, più che contemplarle contriti non possiamo fare, mentre
la Madonna ha un ruolo diverso, che riecheggia appunto il potere delle antiche
dee madri ed è parte attiva nella crescita delle rose, vale a dire
nell'accadimento del miracolo stesso.
Nel
tardo Medioevo si moltiplicano i miracoli della Vergine, spesso collegati
appunto alla comparsa del fiore. Effettivamente la corona del rosario ricorda e
sublima un poco l'antica usanza d'intrecciar corone per gli dei e sugli alberi
sacri del Nord Europa, le fanciulle appenderanno insieme ghirlande di fiori e
rosari, credendo di far cosa gradita alla Vergine... ingenuità che costerà
cara a Giovanna d'Arco!
Ed
è significativo il fatto che accanto alla nota leggenda delle rose rosse tinte
col sangue della passione, maturi quella che vede la rosa bianca
"lavata" dalle lacrime della Madonna o, secondo altri, della
Maddalena.
Il
medioevo ama molto la rosa bianca, sacra ad Arpocrate, dio del silenzio, secondo
una credenza attribuita ai Romani, ma "accreditata" dalla Germania nel
1400, che scolpisce addirittura una rosa sulla porta del confessionale per
garantire il segreto su ciò che verrà detto.
Dopo
una certa diffidenza nei confronti di una preghiera mnemonica e comunitaria, il
rosario vede oggi un momento di rilancio. Nell'ottobre del 2002 Giovanni Paolo
II ha proclamato uno straordinario "Anno
del Rosario" aggiungendo ai tradizionali quindici misteri altri
cinque, detti "della luce" ispirati alla vita pubblica del Cristo, dal
battesimo nel Giordano all'Eucarestia.
Ma
torniamo al fiore, che col rinascimento entra trionfalmente nell'arte, basta
pensare alla deliziosa raffigurazione della Nascita di Venere del Botticelli, va
notato l'uso della nuovissima rosa rosa, che vive ora una stagione piena: non più
sorella sbiadita della più appariscente rosa rossa, ma simbolo di giovinezza e
di castità.
Da
noi, infatti, anche ora che i giardini si sono aperti alle influenze orientali,
la rosa non amoreggia mai con l'usignolo. Il suo compagno è ormai il giglio,
qualche favola unisce addirittura i due fiori in legittime nozze!
Più
spesso la rosa continua a mantenersi casta, anzi diviene essa stessa un simbolo
di castità, tanto che in Germania era proibito l'uso di corone di rose alle
fanciulle che avessero perso la virtù, mentre le donne regolarmente maritate
potevano portare corone, ma sopra al cappello.
Se
i letti di rose non esistono più, l'uso dei petali e quello delle corone si
diffondono fino a superare forse addirittura gli usi romani. Se non più esteso,
il nuovo costume è certamente più documentato, perché giardinieri e
fabbricanti di corone si riuniscono in corporazioni, come tutti gli artigiani
medioevali e devono pertanto mettere per iscritto norme e regolamenti. I sistemi
di coltivazione non differiscono di molto da quelli già tramandati da Plinio,
compresa la cultura forzata che ora è applicata largamente per soddisfare le
esigenze di mercato. Anche da noi va scomparendo l'uso di lastricare di fiori o
di petali la strada e si moltiplicano invece le norme per conservare fresche ed
intatte le corone il più a lungo possibile. I fiori vanno colti prima delle
luci dell'alba: da mezzanotte circa all'aurora, quando sono ancora bagnati di
rugiada, vanno conservati in un luogo fresco ed intrecciati quando sono
asciutti, ma ancora teneri, in modo che i gambi, seccandosi, si saldino
maggiormente. Se ormai fabbricar corone è considerato un vero e proprio
mestiere, costruirle da se' continua ad essere il vanto di una buona padrona di
casa, ne' più ne' meno che il ricamo o il merletto.
Tra
l'altro con la fine del trecento entra di prepotenza nelle case l'uso di fiori
recisi conservati in vaso con acqua, che fanno penetrare nel chiuso delle stanze
l'aria della primavera. L'arte documenterà con dovizia di particolari questo
nuovo gusto, creando addirittura una branca a parte: la pittura di nature morte.
In
realtà la natura non è mai stata così viva.
Se
i giardini rinascimentali sono grandi costruzioni architettoniche, con poca
attenzione per i singoli fiori, il giardino barocco riscopre le gioie della
natura selvaggia o creduta tale ed ecco moltiplicarsi i boschetti di rose magari
vicini all'acqua, i pergolati di rosai rampicanti, sotto i quali le signore si
siedono a ricamare, le roselline minuscole con cui guarnire terrazze e balconi.
Infatti, si moltiplicano i vasi in terrazza e sulle finestre: usanza che il
medioevo riservava alle piante utili in cucina, primo fra tutte il basilico, e
che ora invece è esteso alle piante ornamentali.
L'amore
per il verde, infatti, ha conquistato tutte le classi: i borghesi arricchiscono
la casa con giardini veri e propri, invece dei cortili d'un tempo ed anche in
campagna la coltivazione dei fiori guadagna un proprio spazio nell'orto.
Da
un certo gusto allegorico della cultura orientale, esaltato dalla nuova
sensibilità barocca, nasce nel XVII sec. il "linguaggio dei fiori"
che viene messo per la prima volta per iscritto da Lorenzo Magalotti e vede un
prodigioso moltiplicarsi di alfabetieri, dizionari ed addirittura grammatiche
base per lanciare non semplici messaggi, ma vere e proprie lettere cifrate
affidate ai mazzolini che le signore appuntano, a secondo della moda, al seno o
alla cintura. Da un "Ditelo con i fiori" pubblicato anonimo da
Sonzogno nel 1830, probabilmente di Compagnoni, apprendiamo che un bel mazzo di
garofani rossi, con reseda e vaniglia, sta a significare: "T'amo d'amor
vivo e puro"!
La
rosa, come regina dei fiori appunto, meriterà una gamma intera di significati
diversi, a seconda del colore e della foggia: rossa, naturalmente, simbolo
d'amore, ma se l'amata è una fanciulla, meglio puntare sul rosa tenero, gialla
è una scenata di gelosia, bianca allude a qualche complicità segreta, unita ad
altri fiori da luogo appunto a messaggi complessi: col mirto è una vera e
propria richiesta di matrimonio!
Sempre
dall'Oriente (era il casto svago delle donne dell'harem nei primi giorni della
buona stagione!) viene anche la novità della merenda sul prato, delle feste
campestri dove regine ed imperatrici intervengono mascherate da tenere
pastorelle, con ricette a base di fiori d'arancio e d'acqua di rose.
Le
esagerazioni del "grand siècle" verranno naturalmente criticate dagli
illuministi e con la moda romantica pare che la coltivazione dei fiori tramonti,
per cedere il posto alla contemplazione della natura selvaggia o alla sua
accurata ricostruzione, in cui son maestri i giardinieri della costa amalfitana.
In
realtà la rosa è anche una pianta autoctona, quindi questo gran ritorno alla
natura la tocca poco, solo si assiste ad una leggera flessione nella richiesta
di speci pregiate in favore delle rose selvatiche. Va osservato però che se già
nell'antica Roma c'era qualche difficoltà a distinguere fra selvatica e
coltivata ora è proprio impossibile, tanto che i primi eruditi che studiano la
rosa come Karl Koch ed Heinrich Dierbach, fanno fatica a tornare alle origini e
scambiano la "rosa di Damasco" per la rosa rossa originaria, quando è
ormai noto invece che questa specie, così com'è risulta dalle coltivazioni del
XVI secolo!
Per
fortuna accanto ad i nobili eccentrici alla ricerca di strani paradisi perduti
sono sempre di più gli amatori d'ogni classe sociale che s'accontentano
semplicemente di coltivare le rose del proprio giardino, magari, come avviene in
tante ville italiane, per conservare le memorie di un nonno o di un prozio,
senza tanti scrupoli culturali.
Questo
sforzo silente è premiato, in epoca vittoriana, vale a dire tra il 1820 ed il
1850, dal rilancio della casa di campagna col suo bel giardino rustico: moda
che, sia pure con alterne vicende, è destinata a non tramontare.
Man
mano, infatti, che la villeggiatura diventa un appannaggio comune e che i
giardini si coltivano in famiglia, cade la corsa alle speci strane ed agli spazi
artificiali, per tornare il gusto delle belle rose carnose che s'arrampicano
allegramente sulla rete del terrazzo, senza chiedere nessuna cura complicata.
Così
se l'elegante trascuratezza vittoriana, coi tetti di paglia vestiti di rose
rampicanti e le fanciulle chine a raccogliere boccioli di rose sono immagini
riservate agli acquerelli del tempo, un certo ritorno alla rosa nostrana è
auspicabile anche oggi e se mandar messaggi floreali è certamente
antieconomico, l'idea d'una buon'insalata di rose coltivate in terrazzo, al
riparo dall'inflazione e dai pesticidi usati nelle culture tradizionali, è
certamente al passo coi tempi. A proposito: per conservare sane le rose senza
ricorrere a pesticidi coltivarle insieme ad aglio, erba cipollina e nasturzio ed
assicurarsi che non ci siano ristagni idrici (un buon drenaggio in giardino e
niente acqua nel sottovaso).