Santorini, l’isola delle meraviglie e del mistero

di Antonio Mattera

Nel mare Egeo, a circa 80 km dall’isola di Creta, in direzione nord, vi è una piccola isola, facente parte dell’arcipelago delle Cicladi, dalla forma di mezzaluna, e nelle sue vicinanze altri due isolotti, Therasia e Aspronisi,a dividerli solo una laguna.

Il nome dell’isola è Thira, conosciuta anche come Santorini, ma, nell’antichità era conosciuta anche con il nome di Kalliste (“la Bellissima”)

Un tempo, millenni fa, quest’isola fu la sede di una cultura altamente progredita per i canoni storici standard dell’epoca, oseremmo dire “all’avanguardia”.

Se potessimo tornare indietro nel tempo, forse , raffrontandola a quello che ne rimane oggi, faticheremmo a riconoscerla.

Questo perché, millenni fa (per la precisione quasi 3600 anni fa), l’isola  non aveva questa forma né queste dimensioni.

Era un’isola di forma circolare, al cui centro si ergeva una montagna, e, prendendo per vere alcune prove costituite da scene  pittoriche ritrovate in loco, essa doveva avere fiumi e vallate verdi di papiri e palme.

Oggi giorno, per chi sbarca su quest’isola , è visibile un cartello con la scritta, in inglese, che la celebra come l’”isola più bella  del mondo” e, seppur ammaliati dalla sua selvaggia bellezza, non può non sembrare  una forzatura, visto che  il paesaggio è quello tipicamente vulcanico, brullo e spoglio. Non si vedono né olivi ne cipressi e pochissimi sono in generale gli alberi e i cespugli, mentre viti e pomodori crescono nei pochi campi coltivabili sottratti alla pomice lavica, disposti a terrazza, con muri di contenimento che a volta raggiungono i 6 metri, rendendo persino difficile il camminamento delle persone.

L’attività più redditizia è, ancora oggi,e a parte il turismo, l’estrazione, dalle cave, di quella che comunemente viene definita col termine di “pozzolana”, composta da silice e calcio e usata per la preparazione del cemento.

Sicuramente non era così 3600 anni fa, visto che persino i faraoni egiziani la celebravano come un posto paradisiaco.

Quello che oggi ne rimane è uno scheletro, sconquassato da una delle più tremende esplosioni vulcaniche che si siano mai registrate sulla terra, ed è, da allora, rimasta priva del suo nucleo centrale, sprofondato  per centinaia di metri nel mare, formando quella che, geologicamente parlando, viene definita una caldera.

Dove una volta vi era il nucleo centrale dell’isola sorgono oggi due isolotti neri che emersero successivamente  chiamati con i nomi Nea Kameni (“terra bruciata di recente”, la più grande, sorta, in vari fasi, tra il 1707 e il 1711, una prima volta e poi ingranditasi durante le eruzioni vulcaniche del 1866 e del 1926) e Palia Kameni (la più piccola, sorta durante un’eruzione del 196 a.C.).

Tutta l’isola non è altro che un vulcano, ancora attivo, che a più riprese, nei tempi passati, è stato motivo di paura e distruzione per chi abitava sull’isola.

Niente comunque in confronto a quello che dovette accadere 3600 anni fa, allorché il nucleo centrale esplose con un immane boato, proiettando al parte centrale dell’isola in aria e sprofondando il resto sotto l’immane massa d’acqua che si dovette riversare nel bacino creatosi. Dove una volta vi era terra oggi vi sono rupi denudate che testimoniano l’improvviso sprofondamento, come se la parte centrale dell’isola fosse stata colpita da un immane maglio gigantesco.

Archeologicamente parlando l’isola è interessante perché, sin dal 1967, anno in cui iniziò una vera e propria campagna di  scavi, venne portata di nuovo alla luce, strappata da strati di polvere vulcanica e pietra pomice, a volta spessi anche trenta metri, depositatesi nei secoli, una vera e propria città dell’epoca minoica, con tanto di vasellame, affreschi, utensili, oggetti di arredamento perfettamente conservati.

E’ singolare constatare che la stessa eruzione che provocò la distruzione di gran parte dell’isola e l’annientamento dell’allora civiltà fiorente che ivi prosperò, ha, di fatto, permesso, coprendola con le sue polveri eruttive, con i suoi detriti lavici, che la storia di questo posto potesse giungere a noi, migliaia di anni dopo, con i sue edifici, i suoi manufatti, i suoi affreschi, proteggendola, nel suo abbraccio soffocante, da intemperie, saccheggiatori  e quant’altro.

La conservazione dei reperti, la straordinaria quantità e qualità degli stessi, l ‘estensione stessa del nucleo abitativo e i palazzi riportati alla luce ben presto hanno fatto meritare ad Thera (il nome dato a questa città sepolta), ingiustamente, l’appellativo di Pompei dell’Egeo.

Perché ingiustamente  suonerebbe questo appellativo? Proprio per i requisiti citati sopra (conservazione, quantità e qualità) e per altri aspetti che approfondiremo dopo, forse sarebbe più giusto appellare Pompei come “Thera italiana” e non viceversa.

L’uomo che ridiede vita a questa  città, che la riportò alla luce dopo secoli di oblio, fu l’archeologo greco Spyridon Marinatos, che le dedicò tutta la sua vita, tanto da morire in loco, per strapparla all’abbraccio delle prove della tremenda sciagura  avvenuta millenni fa.

Forse, sin dall’inizio, a Marinatos dovette sembrare chiaro che , per l’enorme mole di lavoro da compiere (edifici da disseppellire e preservare, artefatti da ripulire, assemblare, catalogare e  tanto altro) non sarebbe di certo stato lui a svelare completamente questo sito straordinario.

Ma, altrettanto certamente, dovette subito essersi reso conto di essere dinanzi ad una scoperta straordinaria, ad un impresa affascinante che avrebbe ascritto il suo nome alla stregua, e forse più, degli Howard Carter, dei Bingham , dei Schielmann, ma che al contempo gli avrebbe creato non pochi problemi dal punto di vista “diplomatico” nei confronti dei suoi colleghi.

Così e successo, e Santorini, con la morte del suo padre putativo, è come se fosse morta di nuovo, come se  quasi 40 anni di scavi non fossero serviti a niente, rimanendo esclusa, volontariamente per mano di altri, dai normali itinerari archeologici e dai canoni didattici, relegata molto più semplicemente alla semplice dicitura che la etichetta come “sede di  scavi archeologici relativi al  periodo tardo minoico”.

Ma è veramente così?

E perché citiamo Santorini in un sito che fa del mistero archeologico e dei fatti misconosciuti il pane principale?

Perché oggi forse Santorini non sarà più  l’”isola più bella del mondo”, ma è, sicuramente , la sede di alcuni dei più affascinanti enigmi della storia.

Enigmi che si celano dietro l’effettiva appartenenza della civiltà che fiorì su quest’isola ad un qualsiasi canone storico predeterminato; enigmi che, per alcuni autori, accademici e non, vedono quest’isola come la sede della mitica Atlantide  narrata da Platone; enigmi che vedono quest’isola  e lo scopritore della sua antica città legati in un abbraccio mortale, un intreccio di politica, vendetta, delitto(?), che sembra richiamare i più classici gialli.

In questa trattazione lasceremo da parte quello che riguarda il connubio Santorini-Atlantide, rimandandovi, per gli appassionati del settore, a libri che riportano questa tesi (Charles Pellegrino “la scoperta di Atlantide”,  J.V. Luce “la fine di Atlantide”), perché occorrerebbe a nostra volta scrivere un libro per disquisire su questa teoria.

Tralasceremo  di discutere su Spyridon Marinatos e del suo mistero nel mistero, rimandandovi, per ulteriori approfondimenti, all’opera di un editorialista dell’Espresso, Mario La Ferla , “l’Uomo di Atlantide”, un’accurata indagine socio-politica di quegli anni importanti che videro la rinascita di Akrothiri e la morte, misteriosa, dello stesso Marinatos.

Ci limiteremo solamente a mettere in luce particolari elementi che contraddistinguono Akrothiri e la civiltà che vi dovette prosperare e che la rendono , di fatto, uno dei luoghi più enigmatici del nostro pianeta.

Questo per far sì che questo luogo non cadi nell’oblio in cui versano tanti altri posti e non entri a far parte della nostra “ignoranza collettiva” come tanti altri posti di cui conosciamo l’esistenza ma di cui, spesso non sappiamo il “perché” e  il “come”, se non addirittura il “quando”.

Questo perché questo posto indica che le definizioni di “primitivo”, “preistorico”, la stessa definizione di “civiltà” spesso sono termini usati in modo improprio e talvolta persino offensivo.

Questo perché spesso non sono i telefonini o il computer  o i satelliti nello spazio ad indicare il grado di civilizzazione, ma le idee che aleggiano in diverse epoche storiche e in diversi gruppi di persone.

Questo perché, come ama ripetere nel suo libro un noto scrittore, se un’esplosione vulcanica non avesse distrutto Santorini  e la civiltà che ivi era stanziata, probabilmente l’uomo sarebbe arrivato un secolo prima sulla Luna.

Per capire meglio di cosa si parla , vi invitiamo a guardare prima alcune immagini degli scavi di Thera, scavi che si presume dureranno almeno altri 100 anni, e che ci metteranno a disposizione chissà quante altre sorprese.

Quanti di voi, senza la necessaria prefazione, non avrebbero confuso queste immagini con quelle della molto più celebrata Pompei?

Eppure Akrothiri avrebbe ben più ragione ad essere citata nei libri scolastici o nelle riviste del settore.

Nel gennaio 1866, pochi mesi dopo l’inizio del progetto per la costruzione del canale di Suez (Santorini forniva un ottimo deposito di pomice necessaria per  la cementificazione) il vulcano dell’isola diede nuovi segni di vita.

Alcuni vulcanologi e archeologi francesi e greci accorsero sull’isola per studiare il fenomeno e la loro attenzione si rivolse ad alcuni blocchi di pietra, costituenti delle mura, che gli operai della cava di pomice avevano portato alla luce.Un vulcanologo, Fouquè, entrò in possesso, tramite un contadino, di alcuni reperti antichi e dopo alcune opere di scavo scoprì delle cripte, strumenti di ossidiana, uno scheletro e frammenti di vasi.

Stimolati da queste scoperte due studiosi francesi, Henrì Mamet ed Henrì Grocex cominciarono altri scavi nel 1870, scoprendo, coperti da pomice, pareti ricoperte di gesso, dipinte con affreschi dai colori vivaci e realistici, con effetti ottici straordinari.

Né Fouquè né i suoi successori riuscirono a dare una giusta collocazione temporale o un’ identificazione a questo misterioso popolo, anche perché la scoperta della civiltà minoica da parte di Evans era ancora di là a venire 30 anni dopo.

Ma comunque era già cambiato lo schema storico di quella parte del mondo: gli abitanti di quelle isole non erano più dei semplici barbari rispetto agli allora, dottrinalmente parlando,ben più quotati Greci, anzi.

Chi diede impulso alla ricerca su Thera fu l’archeologo greco Spyridon Marinatos che , in più riprese, partendo dal 1930, ne studiò la storia, fino a quando, nel 1956, diventando direttore del dipartimento delle antichità, non decise di dedicarsi anima e corpo a  trovare le tracce di un antico insediamento sull’isola.

E, nel 1967, quando prese corpo la prima vera campagna organizzata di scavi, la fortuna non gli venne meno, mostrando giorno dopo giorno una civiltà che aveva veramente dell’incredibile, paragonandola ai canoni storici standard non solo della sua epoca ma anche rispetto a epoche successive.

Marinatos ebbe il grande merito di capire che gli scavi da lui effettuati andavano protetti, al contrario di quanto era successo a Pompei, dagli elementi naturali e da quelli a due zampe.

Coprì così gli scavi con lamiera ondulata sottile e fibra di vetro per consentire comunque il passaggio dei raggi solari. A sostegno di questa copertura, impiantò un sistema di travi in acciaio autoportanti, sistema che gli consentiva facilità nell’installazione e nell’estensione dell’area da proteggere.

In questo clima e con quest’ingegnosità Marinatos si accinse a svelare al mondo il “suo” piccolo, grande, tesoro, anche se si rese subito conto che tra lui e la fine degli scavi sarebbero intercorsi generazioni di archeologi e forse persino qualche secolo. Ma valeva veramente la pena, e per stabilire questo bastarono poche picconate.

Ciò che si celava sotto la cenere e la pomice di Santorini erano i resti di una civiltà ben strutturata e ingegnosamente abile. I suoi membri vivevano in una sorta di paradiso idilliaco, e questo li aiutò a sprigionare grandi verve di energia creativa, talento artistico e gusto sofisticato.

Durante l’età del bronzo, gli abitanti dell’isola godettero di uno standard di vita  e di benessere invidiato ancora oggi da molte comunità moderne, o comunque raggiunto solo nel corso degli ultimi tre secoli.

In quest’isola inondata dal sole, gli abitanti di Thera si costruirono case alte ed eleganti, con stanze ben proporzionate, e adornate con esempi fantastici della creatività pitturale dell’epoca.

Marinatos fotografato mentre studia un vaso ritrovato a Thera.

La loro piccola patria era un punto cruciale per i traffici marittimi dell’Egeo, e, per generazioni, godettero di una prosperità senza eguali, dovuta ai numerosi scambi commerciali che intrattenevano con i mercanti che ivi sbarcavano e con le terre che le loro navi raggiungevano.

Man mano che i lavori procedevano ci si accorgeva di essere dinanzi a qualcosa di straordinario. Non ci volle molto per affermare che la città era stata una località di spicco.Chiunque avesse avuto la fortuna di sbarcare a Thera in quell’epoca felice, sarebbe rimasto impressionato dalla fila di imponenti edifici che si ergevano sulla costa.

Grandi case con solide fondamenta e architravi in legno si erigevano su due, tre o forse anche quattro piani, utilizzate de singole famiglie o da assembramenti popolari. Per la sua densità abitativa e per il numero di edifici, Thera avrebbe ben figurato a cospetto dei maggiori porti di mare europei del periodo medioevale.

Le case si districavano su un labirinto di vie e vialetti, ognuna di loro munita di solide porte e scale, con ampie finestre che davano luce ed aria a stanze di grandi dimensioni. L’arredamento, in legno, era di squisita fattura, come si è potuto concludere dai calchi in gesso rilevati dalle forme impresse nella coltre di cenere vulcanica, unica traccia dopo che il legno era oramai deteriorato da tempo.

Nelle case erano presenti affreschi che rappresentavano episodi di vita marinara, lunghi viaggi, donne della lunghe vesti drappeggiate, dal seno nudo e da sfavillanti gioielli. Gli affreschi che rappresentavano scene di vita naturale erano caratterizzati da una costante presenza di animali oggigiorno non più esistenti sull’isola, come antilopi, scimmie, rondini o da piante come papiri e gigli. Quando venne trovata la prima casa così riccamente decorata si pensò subito che essa appartenesse a qualche nobile, ma poi ci si accorse, ben presto, che questo rappresentava  non un optional ma un qualcosa di serie nelle abitazioni di Thera.

Ma il popolo di quest’isola aveva anche il buon gusto per le cose belle e la pulizia.Le case erano, infatti, dotate di bagni con vasche in terra cotta e toilette in pietra che un tempo dovevano avere l’asse in legno.

Le toilette venivano ritrovate sempre al secondo piano degli edifici, ed erano collegate, mediante tubi in argilla incassati tra le spesse pareti, ad una sofisticata rete fognaria comunale che correva sotto le strade!

Sembra che quindi i minoici abbiano anticipato quest’invenzione di almeno una trentina di secoli!!

Per dare un ‘idea di cosa significasse pensate solo che la Venezia dei Dogi, la Parigi dell’inizio XVIII secolo, e persino al Reggia di Versailles all’inizio erano del tutto sprovviste di queste comodità.

Comodità che invece ritroviamo in siti antichissimi e altrettanto misteriosi come Mohenjo-Daro, in Pakistan e che colpirono di stupore i primi conquistadores che si ritrovarono dinanzi alle bellezze di Tenochtitlan, tanto che alcune testimonianze la descrissero più lussuosa di qualsiasi città europea di allora, persino di Roma o Costantinopoli.

Ma torniamo a Santorini.

Vi doveva essere, all’epoca una sorgente d’acqua che a quanto pare riempiva le cisterne della città e scorreva continuamente grazie ad un ingegnoso impianto di fognatura.

In quella che viene comunemente definita come Casa Occidentale, probabilmente , veniva utilizzata la pressione del vapore di qualche sorgente vulcanica affinché si potesse utilizzare una sorta di autoclave che spingeva l’acqua nelle cisterne sui tetti delle case.

L’intrico di tubi presente nelle case fa pensare che il vapore, mentre veniva convogliato in apposite cisterne di condensazione, dove si sarebbe trasformato in acqua per il bagno, nel suo percorso attraversava i muri, riscaldando così d’inverno le stanze delle case.

In effetti sembra che qualcosa simile a valvole sia stato trovato anche se spesso, per prudenza o per voglia di  nascondere, si preferisce dare un altro significato a determinati oggetti.

E’ solo un caso che Platone, descrivendo Atlantide, affermi che essa si forniva d’acqua da due sorgenti, una calda e una fredda?

La pesca, insieme alle forme di agricoltura e allevamento, forniva gli approvvigionamenti alimentari di cui la popolazione abbisognava. Inoltre ogni casa aveva una macina per ridurre in farina l’orzo per fare il pane.

Tutte le ceramiche erano un concentrato di colori e grazia, sia che fossero bacinelle o coppe, brocche o piatti, o semplici vasi.

 Lo stile delle  ceramiche di Thera sembra precorrere quello presente sulle opere di Creta, rinforzando l’ipotesi che gli abitanti di quest’isola abbiano poi esportato il loro stile anche al di fuori del loro territorio.

Il resto di cui questa civiltà aveva bisogno era sicuramente fornito da un importante commercio con altre parti del mondo allora conosciuto, e quindi l’abilità marinaresca di questo popolo era considerevolmente superiore a molti altri popoli dell’epoca. D’altronde molti affreschi mostrano scene di viaggi per mare.

Tutto questo ci fa ben capire che Thera fu molto di più che un semplice sobborgo culturale di Creta, anzi.

Al contrario della nostrana Pompei, a Thera non sono stati ritrovati scheletri di corpi umani o di animali, o oggetti veramente preziosi.Questo fa supporre che la maggior parte della popolazione riuscì a fuggire a tempo.Forse precedenti scosse telluriche, l’apertura di fratture nella terra, da cui incominciarono a scaturire esalazioni di gas e fuochi che incominciarono a levarsi dal cono del vulcano, impaurirono oltremodo la popolazione dell’isola che decise di trovare riparo in altri luoghi.

Qualcuno cercò di riparare le case precedentemente danneggiate dalle prime scosse telluriche, ma poi abbandonò l’impresa, conscio della sciagura che stava per abbattersi sull’isola.Questo lo possiamo dedurre dai tentativi di ricostruzione presenti in alcune parti.

Ma quello che stupisce di più è che gli abitanti dell’isola lasciarono le loro case con la ferma speranza di ritornarci, un giorno. Vasi pieni cibi posti ordinatamente, ceramiche riposte nei ripiani con solerzia,i mobili sistemati  e in ordine e, dall’altra parte, la completa mancanza di oggetti  di valore, fa pensare ad un esodo tranquillo e disciplinato, benché rapido ed efficiente, piuttosto che ad una fuga travolti dal panico.

Ma la tragedia era dietro all’angolo. La violenta eruzione spaccò in due l’isola  e forte ondate di maremoto indotto (tsunami) percorsero tutto l’Egeo abbattendosi con violenza su Creta e sulle altre sponde di quel bacino di mare. La gente  venne stordita dai fragori, scossa dai terremoti, soffocata dai gas venefici, mentre una cappa nera come la notte, formata dalle nuvole di ceneri, calava su quel mondo idilliaco.

La civiltà minoica, privata della sua arma migliore, la flotta navale, distrutta dalle onde di maremoto,  e terrorizzata da quell’immane catastrofe rimase ben presto vittima delle invasioni di altri popoli, tra i quali i greci, che ben presto distrussero una civiltà che aveva raggiunto un apice eguagliabile (se non superiore) a quello raggiunto dalla società egizia.

Thera era allora una delle meraviglie del mondo, uno dei posti più incantevoli, ma in un niente era diventata “un orrore affascinante nella sua odiosità”, come la descrisse nel 1885 il nobile James Thomas Bent, in un suo soggiorno, osservando le sue spiagge nere e l’atmosfera di desolazione.

Thera potrebbe rivivere, o quanto meno restituirci parte della sua bellezza se l’intero sito fosse riportato alla luce, ma forse la realtà è che, oggi, ben poche persone ne hanno sentito parlare, così che dove la pomice non è più presente a nascondere quest’antico teatro di civiltà, vi è ora la cappa dell’indifferenza e della disinformazione storica e culturale.