Sciamanesimo e Paganesimo nordico

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di Andrea Romanazzi

“Tibi serviat ultima Thyle”.

Con questo verso il poeta latino Virgilio nelle Georgiche immortalava nella storia non solo le grandezze del principato di Augusto ma anche la storia di Thule, la mitica isola descritta dal navigatore greco Pitea di Marsiglia mentre compiva un viaggio nel nord Europa, fino ai limiti del mondo allora conosciuto, ovvero l’isola di Tule. Thule e Paganesimo Artico hanno legami con lo Sciamanesimo?

La tradizione sciamanica è ovviamente fortemente presente in tutta l’area nord del globo, dalle popolazioni Inuit e Inupiat dell’Alaska e dei territori nord americani e canadesi, alle tradizioni dei Kalaalit della Groerlandia ed Islanda, fino alle terre siberiane artiche abitate dai Sami, dai Nganasan, dagli Jacuti e dai Ciukci, solo per citare alcune delle più importanti etnie.

Una prima interessante tradizione sciamanica è quella degli angakkut, diffusa in tutta l’area della Groerlandia. Il termine deriverebbe dalla parola agakkiq, ovvero “visionario” o “sognatore”. Per molti questa tradizione magico-spirituale, come quella diffusa nell’area islandese, sarebbe quello che rimane degli antichi culti della Thule la mistica e mitica isola dove il sole non tramonta. Discendenti diretti delle popolazioni della Thule sono gli Kalaalit, abitanti delle regioni costiere artiche, spesso identificati con il dispregiativo termine “eschimese”, ovvero “mangiatori di carne cruda”. Essi credono tutt’oggi in una energia o inua, che pervade tutte le cose.

Un famoso detto Kalaalit recitava che “Il grande pericolo della nostra esistenza risiede nel fatto che la nostra dieta è costituita interamente da anime”. Credono infatti che tutte le cose, animali compresi, sono dimore di Spiriti. In questa comunità, gli Angakkut, sia uomini che donne, diventano gli eroi della comunità, coloro che potevano dialogare con gli Spiriti, il ponte tra i due mondi. Viaggiavano negli altri mondi alla ricerca dei pezzi perduti dell’anima dei loro “clienti” rubate dai ilisiitsoq, stregoni malvagi, o persa per motivi naturali. La prime descrizioni di tali rituali le abbiamo verso la fine del ‘800 quando iniziano ad arrivare nell’area i missionari danesi. Il più noto di questi, Hans Egede, inviato dal re di Danimarca in persona, descrive una delle tante cerimonie sciamaniche

“…A number of spectators assemble in the evening at one of their houses, where, after it is grown dark, every one being seated, the angekkok causes himself to be tied, his head between his legs and his hands behind his back, and a drum is laid at his side; thereupon, after the windows are shut and the light put out, the assembly sings a ditty, which, they say, is the composition of their ancestors; when they have done singing the angekkok begins with conjuring, muttering, and brawling; invokes Torngarsuk [a major spirit], who converses with the angekkok…In the meanwhile he works himself loose, and as they believe, mounts up into Heaven through the roof of the house, and passes through the air till he arrives into the highest heavens, where the souls of angekkut poglit, that is, the chief angekkuts, reside, by whom he gets information of all he wants to know. All this is done in the twinkling of an eye…”

Conosciamo così i principali elementi del rito angakkoq

credit (c) EWAO

Lo sciamano, attraverso il suono del mistico tamburo, canti e danze, inizia il suo viaggio nel mondo degli Spiriti, in uno stato alterato di coscienza, da dove cerca e trae le informazioni richiesta dai membri della propria comunità.

Tra i più comuni viaggi vi era quello per propiziare la pesca. Era l’incontro con la temibile Madre del Mare, Sedna, per avvicinarsi alla quale lo sciamano aveva bisogno del potere e della protezione di tutti i suoi animali guida, o Tartok. Il viaggio era necessario per placare questo spirito perché ella veniva “insudiciata” dalle trasgressioni umane e dalle loro cattiverie svolte durante la pesca, e quindi compito del angakkoq era di pulirla. Solo in questo modo si sarebbe assicurato nuovo cibo alla comunità. Lo sciamano, dopo aver combattuto per penetrare nella sua casa e vinto la sua resistenza, le doveva lavare il viso e pettinare i capelli. Solo dopo tali operazioni gli animali marini sarebbero stati resi liberi di cadere nelle reti degli Kalaalit.

Tutto questo avveniva all’incessante suono del tamburo, realizzato rigorosamente in pelle di orso mentre lo sciamano, seminudo, danzava scuotendo di tanto in tanto il sonaglio, avvisando dell’arrivo di uno spirito.

Altro pericoloso compito dello sciamano era la sua lotta con il Tupilak una creatura creata da sciamani neri dediti alla stregoneria con parti di animali o cadaveri quali ossa o capelli, muschio, pelle, alghe, manicotti di kayak, a cui era stata donata la vita attraverso antichi rituali magici che contemplavano l’utilizzo di acqua marina e il cui scopo era risucchiare l’energia vitale della sua povera ed inconsapevole preda. Il compito del Angakkoq era quello di scovarlo e distruggerlo in una tremenda battaglia.

“…Immediately the spirits were invoked with the cries: “Goi! goi goi goi”—now one voice, now more, sometimes from one end of the house sometimes from another. During this the Angakok grunted, puffed and sighed loudly. Suddenly, the skin at the door started to rustle as if it was moved by a strong wind. The drum began to beat first slowly then gradually more rapidly. . . . During the most terrible noise the platform and the window-sill were sometimes shaken. Now the Angakok was heard lying under a heavy superior force, groaning, wailing, screaming, whining, whispering, now the spirits were heard some of whom had coarse, others tiny, others lisping or whistling, voices. Often a demonical, screeching, mocking laughter was heard. The voices sometimes came from above, sometimes from under the ground, now from one end of the house, now from the other, now outside the house or in the entrance passage. Cries of: “hoi! hoi! hoi!” faded away as if into the remotest abyss. With immense skill the drum was beaten, often moving round in the house, and especially hovering above my head. The drum often accompanied singing, which at times was subdued as if coming from the Underworld. Beautiful singing by women sometimes came from the background…”

(Holm 1888, in Jakobsen 1999, 124–126)

Lo Sciamanesimo inuit presenta molte similitudini con quello appena descritto. Chiamato Angakunig, era diffusissimo in tutte le aree artiche fino al 1936 data dell’arrivo dei primi missionari cristiani. Costante anche in questa area è la presenza di Sedna, ma molteplici sono gli altri Spiriti naturali che circondano l’uomo. Ancora importante funzione hanno i tarniit, le anime degli uomini o animali defunti, ijirait lo spirito delle montagne e molti altri.

Chiunque poteva divenire uno sciamano, uomo o donna, era però indispensabile avere il dono della visione, Spiriti Guida, o tuurngait, in questa tradizione tra i sei e i dieci, ognuno dei quali aveva le sue qualità specifiche. Strumento essenziale per lo sciamano era l’angaluk, una cintura sciamanica, fatta della pelliccia bianca della la pancia di un caribù, nonché numerosi coltelli che sarebbero serviti nella lotto contro il tupilak. Funzione importante avevano anche i cristalli, utilizzati anche nelle pratiche di guarigione secondo istruzioni date in viaggio direttamente allo sciamano. In Alaska e nell’area più orientale della Siberia, la maggioranza etnica è invece detenuta dagli Yupik e dai Chukchi. Gli Yupik sono anch’essi fortemente animisti, ogni fenomeno naturale, la pioggia, il tuono, il lampo, l’aurora boreale, ma anche i corpi celesti e le formazioni terrestri, sono espressione dello spirito.

In particolare il lupo, la balena e il corvo imperiale sono tra gli animali più sacri e non possono essere uccisi, le orche sono considerate come protettori dei cacciatori, mentre speciali cerimonie si svolgono per placare gli Spiriti degli animali prima della caccia o della pesca.

Ancora una volta, dunque, ruolo predominante aveva lo sciamano, detto angalkuq, colui che poteva dialogare con le potenze dei mondi.

Non esisteva una vera e propria iniziazione, se non quella “donata” dagli Spiriti, che però doveva essere sigillata con un patto. Tra gli strumenti più utilizzati, oltre all’indispensabile tamburo, troviamo molteplici amuleti, ad esempio la testa di corvo appeso all’ingresso della casa serviva da protezione, statue con la forma della testa di tricheco o di testa di cane erano invece utilizzati come amuleti individuali. Estremamente importante era poi la funzione della maschera, dalle sembianze umane, di animale o di spirito marino.

Molto interessante è poi la tradizione sciamanica Sami che io stesso ho avuto la fortuna di studiare durante uno dei miei viaggi.

L’antica religione Sami si basava su una percezione animistica e una forma di culto di stampo sciamanico nel quale battere il tamburo ed eseguire lo joink rivestivano un ruolo fondamentale. Il tamburo era per i sami l’equivalente dell’Altare di una chiesa, su di esso venivano svolte le cerimonie e grazie ad esso lo sciamano poteva viaggiare. Era battuto attraverso un martelletto o Allem, a forma di “T” o “Y”, ricavato dalla larga punta di un corno di renna non castrata.

Lo sciamano, chiamato Noaidi, batteva il tamburo fino a che non cadeva in trance per intraprendere così il viaggio verso gli Altri mondi. Inoltre, poggiando l’orecchio sul tamburo e “ascoltando” le sue parole era in grado inoltre di predire il futuro.

Le prime descrizioni del tamburo magico e delle sedute dello sciamano si devono all’Historia Norvegiae della fine del XII secolo nel capitolo intitolato De Finnis (gli abitanti del Finnmark): “…Ora il mago prende un tappeto e lo srotola e su di esso si prepara ad eseguire i suoi riti. Poi prende un oggetto, che ricorda un sole, e lo solleva in alto tenendolo con entrambe le mani. L’oggetto è adornato con piccole figure di balene e renne, con redini e piccoli sci, e anche una piccola barca a remi. Questi strumenti serviranno allo spirito assistente del mago per passare nella neve alta, scalare montagne ripide e attraversare acque profonde. Dopo aver danzato a lungo con questi oggetti, il mago si accascia a terra, nero in volto da sembrare un negro, con la bava alla bocca, come far intendere che portasse un morso (la briglia). Infine, mentre sembra che stia per spezzarsi in due all’altezza dello stomaco, l’uomo finalmente muore emettendo un urlo terribile. A quel punto, viene domandato ad un altro uomo, che si intende di magia, cosa fosse accaduto ai due. L’uomo si accinge, a sua volta, a compiere lo stesso rituale, ma con un risultato diverso. Riesce a riportare lo spirito in vita e racconta loro il motivo della morte del mago…”.

Al culto dei “Mondi” era associato quello delle divinità naturali, Haragallis, il dio delle Tempeste, portatore di pioggia ed abbondanza, Beaivi, il dio Solare, Bieggolmmai, il dio del Vento, Varaldenolmmai, la dea della Fertilità. Importantissimo era poi il culto degli Antenati legati alla Montagna Ancestrale Saivù, il luogo dove i defunti vivevano una vita beata. Le montagne erano infatti per i Sami sacre presentando dimensioni tali da non poter essere paragonate ad alcun altro luogo. Non tutte però sono ritenuta sacre, solo quelle poste in posizione isolata e che terminano con cime a punta o creste che si stagliano nel cielo blu o tra le nuvole. Un esempio è Haldi è il nome di una montagna sacra che si trova ad Alta e che appartiene ad un imponente massiccio montuoso. Qui si trova la roccia sulla quale venivano sacrificate le renne o grasso di pesce.

Insomma, i culti nordici sono fortemente permeati di sciamanesimo e pratiche proto-sciamaniche. L’indagine continua….