Significati e simboli della Cattedrale

di Federico Polidori

La Cattedrale gotica nasce dallo spirito armonioso di una comunità di uomini decisi ad orientare il popolo verso la comprensione di messaggi divini che già risiedono nell’animo di ogni individuo. L’idea, la creazione e l’edificazione di una struttura capace di accogliere e raccontare al tempo stesso si sviluppa in modo decisivo tra il XII° ed il XIII° secolo a.C., dando lo stimolo alla costruzione delle più affascinanti e maestose cattedrali nelle più importanti città europee.

La diocesi del vescovo risiede nel cuore di quei borghi che ormai sono diventati città in forte espansione, fiorenti mercati di commercio internazionale, centri di cultura scientifica, mistica e letteraria. La prestigiosa cathedra, che stava ad indicare il sedile destinato alle personalità di rilievo in occasione di cerimonie, riti ed assemblee significative per la comunità, si è incarnata nel simbolo dell’autorità vescovile stessa.

La compattezza delle forme romaniche si alleggerisce nello slancio delle colonne gotiche, l’atmosfera meditativa raccolta si apre alla contemplazione luminosa delle alte vetrate variopinte, mentre i muri si riducono di spessore a favore di una più leggera gestione degli spazi.

Secondo lo studioso Charpentier, la prima impressione che si prova nel varcare il portale di una cattedrale gotica è come una sensazione di raddrizzamento della spina dorsale, un movimento fisiologico interno che predispone il corpo stesso a seguire, ad entrare in armonia con un ambiente proiettato verso l’alto. La spinta verticale dei pilastri, degli archi e delle volte tende quasi ad obbligare l’uomo ad elevare il proprio sguardo interiore per avvicinarsi al cielo: ‘la cattedrale è la città di Dio: i giusti, e tutti coloro che, dalla creazione del mondo, hanno lavorato per edificare la città santa, vi hanno preso posto (Màle)’.

Luogo di transizione e contatto tra umano e divino, la cattedrale avvicina l’uomo ad una concezione spirituale più concreta, che gli permette di liberarsi dai vincoli della logica e dell’interpretazione, per lasciarsi guidare dalla sensibilità che nello spazio sacro trova la sua massima espressione nella forza del simbolo: ‘[…] questo reame visibile, questa città di Dio sulla terra. Essa è quella rivelazione, quella parola che non smette e non si interrompe mai, quella voce, quella rappresentazione, quella incarnazione in pietra delle grandi verità (Gillet)’.

Il profilo architettonico esterno della cattedrale richiama l’immagine di una montagna, con picchi e cime declinate in torri campanarie e guglie; il portale rievoca l’ingresso di una caverna naturale, come un antico santuario primitivo. Il rapporto tra la montagna e l’antro, simboli dei centri spirituali, intercorre nel corpo umano tra la sommità del capo e la cavità del cuore; la caverna apre la sua bocca sotto la montagna, si nasconde in essa e spinge, pulsa ad entrare per conoscere, mentre al di sopra la cima segna l’apice della contemplazione.

Varcare la soglia della cattedrale significa immergersi in uno spazio soffuso, silenzioso, ma vivente; nelle civiltà tribali l’ingresso nella capanna sacra viene considerato il luogo riservato alle iniziazioni, dove superare la soglia di confine tra mondo reale e mondo ctonio sancisce il distacco dalla dimensione del quotidiano verso la scoperta di una maggiore consapevolezza interiore. Spesso vista come culla ove nascevano dei ed eroi, dimore di Sibille, umile abitazione di preveggenti ed eremiti, forziere naturale protetto da draghi, grifoni e animali fantastici, la caverna rappresenta il luogo di contatto con i poteri della profondità, sia della terra sia dell’anima.

La cattedrale non è solo un luogo di arrivo, bensì anche un momento di passaggio attraverso l’ingresso nel suo senso, nel simbolo che ne caratterizza sculture e bassorilievi, nell’anticamera di una città divina che pone al visitatore attento un pedaggio iniziatico per avventurarsi all’interno dei suoi significati.

Lungo le silenziose navate, o incastonate sui muri di vetro, compaiono statue, pitture e rilievi che raccontano i contenuti delle liturgie, le vite dei Santi con i loro miracoli e opere di pietà, dando corpo e forma alle più intime fantasie dell’immaginario collettivo di ogni tempo, fondendo vita quotidiana con storia spirituale. Accanto a visioni solari, si alternano simboli legati alle descrizioni realistiche o fantastiche dei bestiari, i motivi rituali della spirale, del reticolo, del labirinto che, da ornamenti astratti e geometrici com’erano nell’arte antica, barbarica ed orientale, assumono l’inquietante aspetto di forme vitali.

L’incontro ed il connubio al tempo stesso tra la Luce ed il Buio, il tema iconografico dell’eterna lotta tra Bene e Male, il Drago ed il Cavaliere, il Santo ed il Gargoyle, scavano nella psiche dell’uomo, andandone a colpire la vista e l’immaginazione, per aprirsi la via verso quegli archetipi che si riflettono, come materializzatisi, su archi e costoni: ‘la cattedrale non si accontenta di esaltare. Essa insegna. Non le basta pregare. Essa istruisce. Fa di più che toccare i cuori. Essa ordina e dirige (Gillet)’.

La cattedrale medievale vive anche di una storia più popolare e taciturna, di cui gli ampi spazi interni evocano ancora qualche immagine, forse per l’uomo moderno di difficile comprensione. Oggi, infatti, la cattedrale è luogo riservato a cerimonie e funzioni liturgiche ortodosse, mentre un tempo vi si svolgevano anche riti popolari, frequentati da gente povera e comune. Un esempio è la “Festa dei Folli”, nel corso della quale la gerarchia ecclesiastica veniva ridicolizzata, stemperata in forme rappresentative più vicine ad un volgo in grado di criticarne gli aspetti più superficiali e pomposi.

L’uomo si eleva verso una dimensione divina più raggiungibile, mettendo in discussione ed in scena la precarietà dell’istituzione religiosa, operando un’interpretazione più personale, se non satirica, del significato del tempo sacro. L’uomo medievale scandisce la sua giornata secondo ritmi prestabiliti, vivendo in spazi profani, al di fuori della cattedrale; l’ingresso solenne nel cuore del divino comporterebbe una tensione eccessiva verso l’assoluto. Grazie all’alternanza del gioco tra serio e ridicolo, ogni uomo è degno di vivere dell’armonia di un luogo aperto ed accogliente che si eleva tanto nella vita della città, quanto nel quotidiano dell’individuo: ‘le cappelle fungevano da classi, e la navata serviva spesso da teatro. I contadini vi passavano molto tempo, e ciò tanto più volentieri in quanto c’era sempre qualcosa da vedere o da sentire (Jacobs)’.

La cattedrale vive come teatro, edificio di scambi ed incontri, ma anche come pietra vivente, grazie alla mano di coloro che, con dedizione e passione, ne hanno eretto la base e scolpito le forme. La casta dei costruttori, la cui ambizione consisteva nell’agire con umiltà per la gloria del Grande Architetto, nasce e va costituendosi in qualità di collegium segreto, dove dallo scambio di rituali, pesi e misure, sorgerà la “pianta” su cui poter erigere la sagoma della geometria segreta: ‘coscienti di essere solo uno strumento al servizio dello spirito, la loro pratica del mestiere si inseriva, in modo naturale, nella Tradizione iniziatica più antica, per la quale l’arte di edificare costituisce l’arte per eccellenza, l’arte regale, sacra per natura (Jacq)’.

Frutto di un’azione collettiva e corale, la cattedrale pone le proprie fondamenta all’interno del cantiere, spazio simbolico e reale dove più mani partecipano all’unità realizzativa del progetto. A parte i generosi contributi e le offerte in varie forme dispensati da tutti i membri della comunità, accadeva spesso che, chi non aveva la possibilità di donare beni, offrisse il lavoro delle proprie braccia, affiancandosi ai manovali, ai muratori, ai carpentieri, ai lapicidi professionisti. In mezzo a tanta gente anonima, però, si distingueva un uomo, a cui era affidata la gestione, la supervisione ed il compimento del disegno divino sulla terra, attraverso l’Opera della cattedrale: il Maestro.

Nonostante nel cantiere si applicasse la divisione del lavoro e si sfruttassero al meglio i vantaggi della specializzazione di ogni singolo individuo, tra compiti di coordinamento e mansioni più manuali non vi era soluzione di continuità, né differenza di rango o di prestigio. Il Maestro arrivava alla suprema carica grazie alla dura esperienza acquisita per gradi e alle capacità personali che gli permettevano il passaggio da un grado all’altro.

Per costruire la cattedrale, sintesi vivente dei mestieri dei costruttori, occorre uno sguardo unificante, una persona che grazie alla sua visione d’insieme sappia riunire le varie parti scomposte in un tutto coerente. Il Maestro è un profondo conoscitore non solo delle misure strutturali in base alle quali intagliare la pietra, ma anche del linguaggio simbolico ed esoterico che si vela dietro bassorilievi intarsiati da motivi floreali, dietro grottesche figure scolpite dentro complicati intrecci, nelle mani e negli sguardi di santi e martiri stagliati lungo le navate.

La responsabilità ed il sapere del Maestro sono il frutto di un lungo cammino spirituale, fatto di dedizione ed impegno, dove colui che coordina e gestisce il cantiere è portatore di una funzione sacra, e sulle cui spalle ‘riposa il carico più pesante, quello di concepire il piano e di orientare la comunità affinché essa porti a termine l’opera. Prima di essere architetto, il Maestro deve essere un capo di comunità, rispettato tanto per la sua esperienza del mestiere quanto per le sue qualità spirituali. Non accede alla sua funzione che al termine di una lunga ed esigente iniziazione di mestiere, dove egli impara tanto a conoscere l’anima umana quanto l’anima della materia (Jacq)’.

Il poeta francese Baudelaire ha definito la Natura come ‘un tempio dove colonne vive lasciano a volte uscire confuse parole; l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli’. Tale definizione si può ben associare alla medesima funzione di cui la cattedrale si fa portatrice, ovvero tempio sacro in cui si narrano messaggi in più lingue, edificio parlante il misterioso linguaggio della mistica, e foresta di simboli, in quanto chiede al visitatore uno sforzo interpretativo che vada oltre la quotidiana disposizione mentale con cui si analizza, si osserva, si ammira un artefatto per carpirne la profonda bellezza.

Occorre quindi confrontarsi senza preconcetti o devianti interpretazioni con principi metafisici, cosmologici e religiosi che hanno dato forma, attraverso i secoli, ad atti e messaggi di antiche civiltà. Dall’Antico Egitto deriva, infatti, una concezione spirituale dell’arte identica a quella espressa nel Medioevo: ‘L’Egiziano non ha parole per designare l’artista […] Una bella opera non è mai firmata, come anche i capolavori di oreficeria, come le statue o le pitture tombali e dei santuari […] Conta l’opera, non l’operaio (Sauneron)’.

L’artista non si poneva l’obiettivo di realizzare un ritratto meccanico della natura, bensì, attraverso l’artefatto scultoreo o pittorico, attuava tentativi di messa in ordine del cosmo interiore, mediante un linguaggio figurativo che permettesse di interrogare l’universo: ‘per questo motivo l’arte egiziana è un’interpretazione del mondo e l’artista, vivendo i ritmi cosmici, crea dei riti che aiuteranno gli uomini a vivere meglio la realtà universale (Jacq)’.

Come per la funzione semantica della figura del Maestro all’interno del microcosmo del cantiere, così l’artista egiziano diviene il mediatore tra ciò che non si può esprimere a parole ed il mondo delle forme, a cui dà una realtà oggettiva e visibile, proprio tramite la consapevolezza dell’incomunicabilità di ciò che regna nel macrocosmo.

Nell’arte egiziana, la proporzione dei volumi tende a seguire una dinamica fluida ed armoniosa; un concetto analogo diventa indispensabile nei motivi simbolici della cattedrale, apparenti decorazioni estetiche da un lato, suoni vitali di un’armonia costante dall’altro. La sacralità della pietra si collega all’esperienza della sua indeformabilità, della sua austera resistenza al tempo.

Gli egiziani costruivano sulla sabbia, sfruttandone la massa e la consistenza come fondamenta su cui ammortizzare non solo i pesi sovrastanti, ma anche le piccole scosse telluriche dovute a movimenti sismici sotterranei di breve durata: ‘noi invece costruiamo sulla terra: essa si muove di più e, alla lunga, i minimi spostamenti del terreno finirebbero per rompere le pietre se noi le poggiassimo direttamente le une sulle altre. […] come i castelli di carte: è la carta appoggiata orizzontalmente al di sopra che permette alle altre due, verticali, di restare in piedi (Michaud)’.

Attraverso i secoli, dalla sabbia, l’uomo è passato alla venerazione degli alberi sacri, prendendo da essi spunto per la realizzazione di edifici, colonne e statue, suggerendone una forma ideale di derivazione mistico esoterica. Così un bastone, come il lituo romano o il caduceo di Ermete, riproduce l’energia dell’albero sacro da cui è stato strappato, traducendosi poi nel potere di divinazione o di guarigione a seconda delle funzioni specifiche degli dei a cui il legno stesso era attribuito.

‘A Dodona in Epiro, che fu poi sede di un celebre santuario greco, il dio Zeus si manifestava nella quercia e attraverso il mormorio delle sue fronde parlava per mezzo di oracoli. […] Nell’antico Egitto, il sicomoro, identificato con una dea, parlava al dio Osiride, come Zeus parlava dalle querce (Roversi Monaco)’. Nell’Antico Testamento, al centro del Paradiso Terrestre, si trova l’Albero della Vita, così come il simbolismo assiale che ne caratterizza la fisionomia affonda le sue radici nella Cabala ebraica, nella religione indiana, nei culti arborei di stampo druidico, fino ad arrivare ad un significato totalizzante di Natura, che ne inglobi ogni elemento, ad immagine verosimile del Divino.

La concezione dell’Albero come asse del cosmo diventa colonna portante all’interno della cattedrale, punto d’unione immaginario con lo sguardo attonito del visitatore che ne scorre l’intera lunghezza per raggiungerne il vertice, dove percepire la presenza del Divino, immerso in una volta celeste al di là degli intrecci giocati dagli archi a sesto acuto.

Se da un lato tale duplicità direzionale esprime sia l’ascesa dell’esistenza terrena (la dimensione orizzontale) alla dimora degli dei, sia la discesa del Cielo alla Terra, dall’altro la fluidità della linea verticale si espande dalla superficie della Terra verso il suo grembo: ‘la Terra non è un corpo morto, ma in essa dimora uno spirito che ne è la vita e l’anima. Tutte le cose create, inclusi i minerali, traggono la loro forza dallo spirito della Terra. Esso è la vita, è nutrito dalle stelle e dà nutrimento a tutto ciò che vive e dimora nel suo grembo. Per opera dello spirito ricevuto dall’alto, la Terra cova nel suo grembo i minerali, come una madre il figlio non ancora nato (Valentino)’.

Come l’albero, la cattedrale percepisce la potenza tellurica, la condensa nella cripta per diffonderla nelle colonne e farla giungere alle navate; il compimento della Grande Opera alchemica consiste nella materializzazione soggettiva ed oggettiva dello spirito e nella spiritualizzazione della materia. La cattedrale pervade il visitatore di una spiritualità attiva che lo rende partecipe di un intricato disegno, al centro del quale l’individuo può percepire l’influenza e lo stretto rapporto che lega l’edificio sacro alle forze dell’universo.

Situata nel cuore della città, la cattedrale indica che l’universo intero è vivente e percettibile da colui che ha occhi per ‘vedere’ ed orecchie per ‘sentire’: ‘partendo alla ricerca delle cattedrali, noi ci poniamo nella prospettiva delle stelle, senza più girare lo specchio dell’anima verso l’autocontemplazione umana, ma orientandolo verso la luce eterna e creatrice. I grandi vascelli di pietra sono le porte del cosmo (D’Orval)’.