Simbolismo Esoterico

di Roberto La Paglia

INTRODUZIONE

Affrontando il tema “Esoterismo” non possiamo esimerci dal dibattere sulla questione e sulla valenza dei simboli, che sono parte integrante e viva di questa materia. È bene premettere che il termine in questione non sempre è stato usato, soprattutto in quest’ultimo periodo, rispettando il suo intrinseco significato; in questo modo tante discipline, che hanno una storia propria, e tante materie di studio attinenti ad altre branche del sapere e della conoscenza sono confluite sotto il termine Esoterismo; in questo modo la maggior parte degli studi sull’Occulto, sui fenomeni inspiegabili e su alcune branche della nuova filosofia sono etichettati e portati avanti come Esoterismo.

Lo studio delle dottrine velate, della sapienza “nascosta”, oppure espressa in simboli, è proprio dell’Esoterismo, tutto il resto ha una storia a se, storia di tutto rispetto, ma che rischia di essere inquinata per un inappropriato uso dei termini.

In questo modo abbiamo appena enunciato uno dei movimenti principali della dottrina esoterica, la conoscenza ed il risveglio dell’uomo attraverso lo studio e l’interpretazione del simbolo. Prima di esporre una breve relazione sulla nascita dei simboli e dei miti, è bene specificare cosa intendiamo per simbolo e quali sono le sue possibili chiavi di lettura.

Se enunciamo che il simbolo è assimilabile ad un concetto espresso in chiavi e forme differenti per preservarne l’integrità e la trasmissione nel tempo, è facile desumere che avremo due tipologie di simboli in base alle persone che si accosteranno ad essi.

Distingueremo quindi i simboli come trascendenti e non, oltre che come soggettivi ed oggettivi; è chiaro che il simbolo può essere letto semplicemente come “messaggio”, cercando di svelarne l’arcano attraverso una propria visione derivante dal livello culturale e spirituale, in questo caso il simbolo sarà soggettivo e non gli verrà riconosciuto alcun valore trascendente. Altro discorso vale per coloro che seguono un proprio cammino spirituale e che in questo cammino si imbattono in simboli strettamente legati alla propria spiritualità, in questo caso il soggetto attribuirà una trascendenza particolare la simbolo stesso, una origine divina che lo renderà leggibile in un solo senso; in questa realtà il simbolo e la sua interpretazione saranno oggettive.

Altro discorso riguarda i simboli universali e la loro interpretazione rispetto alle altre spiritualità che posseggono lo stesso tipo di simbologia; questa particolare chiave di lettura, che tende ad attribuire ad un’unica fonte tutte le tradizioni passate e presenti, trova il suo maggior esponente nell’esoterista Renée Guenon.

IL SIMBOLISMO ESOTERICO

Nell’antica Grecia il Simbolo (Symbolon), rappresentava il segno di riconoscimento e di controllo ottenuto spezzando in due un oggetto, in tal modo il possessore di una delle due parti era in grado di farsi riconoscere dall’altro dimostrando come esse combaciassero. Questa antica tradizione andò nel tempo allargandosi fino ad inglobare anche l’idea del Simbolo come rappresentazione di una realtà non sensibile, una realtà magica che alludeva a qualcosa di misterioso, ma reale allo stesso tempo.

Il valore magico del Simbolo rimase vivo per tutto il Medioevo, il Rinascimento ed oltre; la realtà oggettiva del Simbolo rimane il suo enorme potere espressivo, la capacità di rivelare strutture e caratteri altrimenti inaccessibili che fanno parte di mondi a noi sconosciuti ma reali, anche se non evidenti nell’esperienza immediata. I Simboli sono stati espressioni delle civiltà, materializzazioni del divino e del trascendente, forza motrice della Tradizione, segni visibili della cosmogonia divina.

Lo studio del Simbolo è l’intuizione del dualismo, la realtà pratica di come tutti gli antagonismi e le contraddizioni del trascendente finiscano sempre per condensarsi in una sola unità. L’uso del Simbolo nella trasmissione degli insegnamenti dottrinali relativi alla Tradizione, è di fondamentale importanza, e non a caso! Il Simbolismo, infatti, è il modo più adatto e fruibile per l’uomo di tramandare insegnamenti e pensieri, il modo più naturale. Tutto ciò è facilmente comprensibile se si pensa che il linguaggio stesso, in fondo, è Simbolismo, qualunque espressione umana è in realtà un simbolo del pensiero che si traduce esteriormente; unica differenza rimane nel fatto che il linguaggio è analitico e discorsivo, mentre il Simbolismo è essenzialmente intuitivo.

Da questi ultimi discorsi potremmo quindi porci un ulteriore interrogativo: il Simbolismo è di natura umana o di natura Divina? Riflettendo sul fatto che le leggi naturali alle quali tutti siamo sottoposti, dalle quali proveniamo e nelle quali viviamo, sono in fondo una espressione ed una esteriorizzazione della Volontà Divina, e se riflettiamo ancora sul fatto che il Simbolismo trova il suo fondamento nella natura stessa degli esseri umani, dobbiamo necessariamente concludere che il Simbolo ed il Simbolismo stesso sono sicuramente di natura Divina.

A questo punto possiamo provare a dare una scala “gerarchica” al Simbolo ed al Simbolismo, possiamo sicuramente riflettere sul fatto che nella Natura il Sensibile è Simbolo del Soprasensibile, l’intero ordine naturale è a sua volta Simbolo dell’ordine Divino, e possiamo concludere affermando che l’uomo stesso è a sua volta Simbolo in quanto creato ad immagine della Natura Divina.

Nell’ambito delle discipline psicologiche e della psicoanalisi, il Simbolismo si intende in due modi differenti: come rappresentazione indiretta e figurata dell’idea e come rappresentazioni accettabili in luogo di rappresentazioni ricusate o rimosse.

Proprio riferendosi a questa seconda interpretazione è facile intravedere la sostanza stessa del Simbolismo, la sua vera natura; la disciplina dei simboli è in realtà la forma primitiva e spontanea di pensiero, una specie di vocabolario attraverso il quale si esprimono tutte le sensazioni e le emozioni della vita, anche il sentimento nelle sue forme superiori.

In molte correnti iniziatiche i Simboli sono dei veri e propri condensatori di verità nascoste, stimolo alla riflessione ed alla ricerca interiore attraverso il simbolo stesso; tra i vari personaggi che si occuparono del Simbolismo (anche se non nei termini occulti che ci interessano), ricordiamo Freud e Jung; il primo considerò varie volte il problema dando però un senso di ristrettezza alla sua vasta interpretazione; ammise una costanza nelle rappresentazioni simboliche attribuendo però al simbolo una funzione nettamente difensiva.

L’ubiquità dei simboli ed il loro apparire nelle diverse culture indussero invece Carl Gustav Jung a postulare la sua teoria dell’Inconscio Collettivo, un enorme contenitore e matrice allo stesso tempo degli archetipi, i quali possono essere considerati come simboli universali.

SIMBOLI E MITI

Il simbolo contiene prevalentemente un carattere esoterico, lo stesso possiamo affermare per i miti e proprio su questo connubio riteniamo importante fare un’osservazione su quella che potrebbe essere stata la nascita dei miti e dei simboli ricorrenti in molte religioni e tradizioni; un esempio attinente a tale esposizione è la religione Egizia. Gli studi effettuati fino ad oggi sulla preistoria suggeriscono che i primi uomini non si dedicassero all’osservazione del cielo in modo regolare, non erano neanche soliti registrare e trasmettere il frutto delle loro osservazioni; nonostante ciò una particolarità venne comunque notata e registrata, il movimento precessionale ed il modo in cui esso si sviluppa: è molto probabile che la religione dei primi egiziani si fondasse su questa specifica conoscenza e che tale conoscenza ebbe un enorme peso sul suo sviluppo.

Partendo dal presupposto che le antiche culture basassero le certezze dei loro miti sui risultati osservabili della precessione, le continue differenze nel cielo dovevano riflettere le composizioni religiose scritte durante tre millenni di storia Faraonica in Egitto.

Quali miti scaturirono da queste osservazioni? E furono proprio questi miti che vennero preservati nella tradizione orale?

Lo studio del movimento dei cieli era una parte necessaria dell’educazione dei sacerdoti dai primi tempi della storia, in quanto le stelle annunciavano l’arrivo dell’alba, ovvero l’apparire del Dio Sole. Ogni importante momento del corso del Sole era accompagnato da un rituale, e certe date erano ricordate e festeggiate con riti speciali. Una delle cariche più importanti che potesse ricoprire un sacerdote egiziano era quella di “osservatore delle ore” (imy-wnwt), egli stabiliva il periodo esatto del tempo prima dell’alba e trascorreva la notte a preparare i cibi e le cerimonie; l’alba avrebbe purificato il sacerdote, il sostituto del re, questo era un momento di grande solennità e doveva svolgersi nel preciso istante in cui il Sole compariva all’orizzonte.

Appurato quindi che il fenomeno precessionale era un fenomeno normale, gli antichi pensatori dovettero cercare in qualche modo di misurarlo e comprenderne il preciso funzionamento; i miti non erano altro, quindi, che delle informazioni sui movimenti celesti e sugli eventi ciclici, un rimando orale di secoli di osservazioni prima che il tutto venisse conservato per iscritto. Questa potrebbe essere una delle spiegazioni dell’intrigato mondo mitologico egizio e delle inquietanti raffigurazioni animali presenti nell’iconografia sacra. D’altra parte sarebbe impensabile supporre che l’osservazione dei cieli si praticasse solo dopo la costruzione dei templi solo per il fatto che questi ultimi erano preposti a tale scopo; indubbiamente questa tecnica venne affinata sin dagli inizi dell’umanità, tramandando sotto forma di simboli (Dei) il frutto di quanto visto ed appurato; soltanto in seguito la pratica si trasferì nei templi e soltanto dopo la scoperta della scrittura essa venne posta come testo sacro dalle varie popolazioni, egiziana compresa.

Quando gli Egizi ricordavano il loro passato, erano soliti sottolineare che più era antica la scrittura, più questa assumeva carattere di sacralità; i primi veri approcci con la scrittura egizia avvennero dopo il 1799, anno della scoperta della Stele di Rosetta, ma dobbiamo aspettare il 1822 perché, grazie al lavoro di Thomas Young e Jean Francois Champollion, sia possibile decifrare i misteriosi geroglifici.

Arriviamo quindi al Diciannovesimo Secolo, e la situazione che debbono affrontare gli studiosi e gli storici vede ovunque testi religiosi ancora non tradotti, la maggior parte dei quali incisi sulle fiancate dei monumenti sparsi per tutto il paese; altri erano stati trascritti su rotoli di papiro, sotterrati, e solo successivamente riportati alla luce dal lavoro degli archeologi. Nel 1880 i lavoratori della Piana di Saqqara, 32 miglia a Sud Ovest del Cairo, penetrarono nella piramide di Pepi I, un Faraone della sesta dinastia, e nel 1881 si scoprì la piramide di Unas, della quinta dinastia. Entrambe queste scoperte aggiunsero una grande quantità di testi.

Nel 1952 viene pubblicata una versione inglese dei Testi delle Piramidi di Samuel A. Mercer. Nel 1954, il primo di sei volumi di una traduzione di vari testi religiosi tratti da tombe e papiri viene redatta da Alexandre Piankoff. Nel 1969 i testi di tutte le cinque piramidi furono tradotti in inglese da R. O. Faulkner. La pubblicazione avvenne nel 1972.

Le teorie formulate sulla base delle prove esistenti in merito alla religione Egizia sono molteplici; alcuni autori sostengono che i primi osservatori del Cielo fossero innanzitutto osservatori dell’orizzonte, altri autori credono invece che i primi egiziani osservassero i transiti. Nonostante i progressi fatti fino ad oggi, le origini dei miti egizi rimangono sconosciute e queste origini giacciono probabilmente sepolte o nascoste nell’età comunemente definita preistorica, cioè proprio in quel periodo nel quale la memoria era un elemento importante che avrebbe potuto perpetuare le tradizioni mediante il racconto e la ripetizione orale.

Nell’enigmatica e confusa religione degli abitanti delle rive del Nilo, ci sono due eventi di primaria importanza: la morte e la rinascita di Osiride e il sacrificio fatto da suo figlio dell’importantissimo occhio di Horus. Nonostante il sacrificio dell’occhio possa sembrare una tradizione esclusivamente egiziana, la storia ha vaghe eco in tutti i miti del mondo. Alla luce di quanto scritto inizialmente, la tradizione collegata a Osiride e Horus, si è originata, nei millenni, prima della scrittura e tale origine è da ricercarsi nell’osservazione del movimento nei cieli; è ovvio che la registrazione di un determinato gruppo di stelle ed il trauma di non averne più la visione nel corso dei millenni a causa della precessione, potrebbe essere un fattore scatenante l’origine dei miti, trauma iniziale e duraturo nel tempo potrebbe essere la scomparsa di Orione. Se il mito riflette le conseguenze della precessione, il collegamento tra le antiche convinzioni circa la risurrezione e i cambiamenti occorsi nel cielo si vanno rafforzando. I Testi delle Piramidi dell’Antico Regno e altre scritture funerarie, come il Libro dei Morti, il Libro delle Caverne e la Litania del Re, dovrebbero essere esaminati prestando attenzione al fatto che gli antichi guardavano al cielo per cercare i loro Dei, e che questo fosse un evento infinitamente più importante per la formazione della loro religione che qualunque cosa potesse accadere sulla terra. La religione egiziana dei tempi storici può essere considerata incentrata sul mito del Sole; ma nell’Era Predinastica il più importante oggetto di venerazione a Eliopoli, più tardi luogo centrale per il culto del Dio-Sole Ra, era quello delle stelle.

Rileggendo con maggior attenzione il mito di Osiride, ci accorgeremmo che questa storia sembra riportata come una verità tramandata, assodata, accettata per questione di fede, senza andare alla ricerca delle sue misteriose origini; il mito esisteva ed era normale che fosse così, in tal senso esso è riflesso di una verità molto più antica, influenzata nel tempo dai cambiamenti culturali e strutturali, ma pur sempre riporto di una verità.

Alcuni ritrovamenti fatti a Helwan e riguardanti l’antico simbolo di Djed, e del volto di Iside (la controparte femminile di Osiride), sono la prova evidente di come, anche durante il periodo arcaico (dalla I alla II dinastia), il culto di Osiride fosse già esistente. Passiamo quindi ad esaminare più da vicino il mito di Osiride: Osiride è il legislatore d’Egitto, Iside è sua moglie/sorella e Seth il fratello cattivo. Seth uccide Osiride e butta il suo corpo chiuso in un sarcofago dentro il Nilo. Iside riesce a recuperare il sarcofago e nasconderlo; ma Seth lo trova e taglia il suo corpo in 14 pezzi e li disperde per il territorio d’Egitto. Iside piangente vaga per tutto il territorio alla ricerca dei pezzi del corpo di suo marito e quindi, con l’aiuto di Nefiti, sua sorella, di Anubi, il Dio dalla testa di sciacallo, e di Thoth, Dio della conoscenza e della parola, mette insieme i pezzi del corpo smembrato avvolgendolo in bendaggi di limo e pronunciando sacre parole e riti magici. Quindi Iside avvolge il corpo di Osiride con le sue ali e riesce a farlo rivivere il tempo sufficiente a concepire Horus.

A questo punto è bene ricordare che l’episodio dello smembramento non figura nella tradizione più primitiva; i 14 pezzi in cui il corpo di Osiride viene diviso potrebbero rappresentare i 14 giorni di crescita della luna, oppure i 14 giorni della sua riduzione progressiva. I testi matematici successivi mostrano questa frazione, che è basata essenzialmente sulla aritmetica Egiziana, e si pensa che ogni parte rappresentasse una frazione del tutto.

Osiride è ora diventato legislatore dei morti, non potendo mai più occupare il suo trono precedente. Comunque, nelle scritture e nei disegni sui muri dei templi Tolemaici, il ritrovamento del corpo è salutato al pianto di “Evviva, è risorto”. Infatti, i testi più antichi che abbiamo, i Testi delle Piramidi, parlano del legislatore morto dicendo “sorgente come Osiride”. Lui è risorto, ma la sua natura è mutata ed il suo posto sulla terra è ora occupato da suo figlio.

Iside si isola per tutta la durata della gravidanza ed il bambino Horus viene partorito in un luogo segreto. Questi cresce fino all’età adulta ed in un evento descritto come “il giorno della battaglia” Horus combatte contro l’assassino di suo padre.

Questa battaglia è dettagliatamente raccontata dagli scribi come un evento avvolto nel mistero. Nel Libro dei Morti, specialmente nella linea 17, importante perché ci dà un racconto dettagliato della battaglia, le glosse aggiunte dagli scribi successivi chiedono “Cosa è successo quindi?” e “Chi è lui?”. Le glosse e le interpretazioni delle innumerevoli generazioni di sacerdoti sono state accettate come un modo per ricercare la verità.

Horus perde il suo occhio nella battaglia e Seth perde i testicoli, Horus e Seth ingaggiano una susseguente contesa per il periodo di otto anni, durante i quali gli altri Dei sono stati profondamente incerti nel tentativo di decidere chi dei due avesse ragione di occupare il posto vacante di Osiride. La battaglia tra Horus e Seth è detto sia stata determinata dalla disputa su chi dovesse succedere sul trono di Osiride e suggerisce l’esistenza di una storia su Osiride antica almeno quanto il culto di Horus. L’antico testo riporta che Horus prese l’occhio che aveva sacrificato per Osiride e glielo portò nell’aldilà. Dando a suo padre il suo occhio, gli diede eterna vita e Osiride poté dirsi “ben equipaggiato”.

Nel papiro Chester Beatty, dal regno di Ramesses V, datato 1160-1154 a.C. (circa mille anni dopo i Testi delle Piramidi), troviamo un racconto del conflitto tra Horus e Seth. Qui si dice che la contesa tra i due continuò per otto anni. Anche in questo caso, dunque, si potrebbe supporre che la battaglia abbia avuto qualcosa a che fare con accadimenti osservati nel cielo, con il lento ma verificabile moto della precessione; quindi, se la storia degli Dei è collegata agli eventi celesti, qualcosa deve essersi verificato nei cieli sopra l’Egitto e protratto per un periodo di circa 8 anni. Ma può essere prospettata un’altra soluzione. I miti egizi indicano anche che ad un certo punto l’occhio di Horus fu perso, certi testi riferiscono di una ricerca simile a quella per il corpo di Osiride; ma l’occhio venne ritrovato, ed è allora che Horus lo portò a suo padre, Osiride. Nella risurrezione di Osiride gli egiziani volevano leggere la speranza di una vita eterna per sé stessi dopo la morte. Il defunto assume il titolo di Osiride, se la famiglia o gli amici faranno per lui ciò che è stato fatto per Osiride, ad esempio mediante la dazione di offerte (in luogo del sacrificio dell’occhio) affinché il defunto viva per sempre.