Stonehenge: la Siepe di Pietra

di Simone Barcelli

Stonehenge, letteralmente “Siepe di pietra”[1], si trova nel meridione della Gran Bretagna, sulla pianura di Salisbury, ad ovest del villaggio di Amesbury.

Dista 130 chilometri da Londra.

Qui si trovano imponenti megaliti, pesanti parecchie tonnellate, che i nostri antenati posizionarono millenni fa.

E’ opportuno precisare che a parte Stonehenge, il più grande e complesso di tutta Europa, ci sono solo in Gran Bretagna almeno altri novecento antichi cerchi composti da pietre, legno o terra, di cui alcuni nel raggio di appena venti chilometri da Stonehenge.

Altri megaliti si ritrovano a Carnac, in Bretagna, e Avebury (Inghilterra).

Le prime tracce di Stonehenge nella letteratura sono per merito del chierico Enrico da Huntington  nel 1130 (nella sua storia dell’Inghilterra parla di questo monumento preistorico e si chiede come abbiano fatto i costruttori a trasportare le pietre e perché proprio in quel posto) e del cronista Geoffrey of Monmouth cinque anni dopo (racconta di come le pietre fossero state trasportate dall’Africa all’Irlanda da una tribù di giganti e in seguito fatte “volare” sul mare fino a Stonehenge dal mitico Mago Merlino).

Che la zona rivestisse una particolare importanza, si sapeva da sempre. Inizialmente si pensava che fosse un luogo di culto, soprattutto perché i Druidi[2], sacerdoti del luogo, si riunivano a Stonehenge per svolgerci le loro cerimonie.

Lo studioso William Stukeley, nel XVIII secolo, era dell’idea che fossero stati gli stessi Druidi a costruire l’imponente complesso per praticarvi il culto del serpente[3].

Non era fuori luogo pensare che potesse servire per determinare i tempi della semina e della raccolta del grano, tanto è vero che prese piede la teoria che fosse un immenso calendario che permetteva agli antichi di tenere traccia del tempo trascorso.

Infatti, verso la fine del 1800, alcuni archeologi si avvidero che quelle pietre erano state erette in una zona dove si praticava il culto del Sole.

Il computer del neolitico

Nel 1906 l’astronomo e scienziato Norman Lockyer[4] diede alle stampe un volume in cui sosteneva, coraggiosamente per l’epoca, che Stonehenge e altri megaliti presenti in Inghilterra ed altre parti del mondo, erano orientati in direzione del Sole e di alcune stelle.

Egli, negli studi iniziati cinque anni prima, aveva desunto che, considerando lo scarto di cinquantadue minuti che intercorreva tra la posizione della pietra chiamata ‘Heel stone’ e quella del sole, il sorgere di quest’ultimo il 21 giugno 1840 a.C. andava a coincidere perfettamente con la pietra stessa.

Le determinazioni di Lockyer trovarono pronta conferma dagli scavi archeologici e, in particolar modo, dalla datazione col Carbonio 14 di un pezzetto di carbone di legno: 1850-1700 a.C.

L’intuizione di Lockyer era esatta e venne in seguito confermata da altri studiosi; ad esempio Fred Hoyle che, spingendosi oltre, affermò trattarsi di un osservatorio astronomico, insomma un computer di pietra con cui si poteva osservare il moto degli astri e forse anche le eclissi.

Risultava, infatti, possibile calcolare il tempo osservando i mutamenti del cielo grazie ad un indicatore: la cima di una montagna, lo spiazzo di una valle o delle pietre, appaiate oppure da collocare in posizioni diverse secondo il susseguirsi degli eventi celesti. Alcuni di questi elementi sono peraltro presenti anche a Stonehenge.

Un noto astronomo americano, il dottor Gerald S. Hawkins dell’Università di Boston, nel 1965 eseguì un accurato lavoro di rilevamento degli allineamenti del sito rispetto alla mappa del cielo in epoche diverse.

Dopo aver inserito tutti i dati in un calcolatore, determinò che Stonehenge, nel 1500 a.C., era perfettamente allineata sia al Sole che alla Luna.

Le cinquantasei buche di Aubrey, secondo lui, potevano contenere dei pali successivamente spostati sempre più verso il centro, il che permetteva di prevedere le eclissi di Luna per un periodo approssimativo di trecento anni. D’altronde cinquantasei corrisponde anche al numero di anni di ciascun ciclo lunare, determinato dalle posizioni estreme del nostro satellite.

La data indicata dallo studioso non convinse appieno, anche perché i pali risultano essere stati messi molto prima, così come le pietre, entrambe rimosse più volte: da Stonehenge, stando così le cose, si poteva prevedere solamente un’eclissi l’anno.

Insomma, quello di Hawkins era un osservatorio astronomico (che lui definì “computer del neolitico”) che funzionava a singhiozzo e niente più, tralasciando fra l’altro il movimento dei pianeti e delle altre stelle.

Al di là delle critiche, in buona sostanza legittime, ricorderemo nell’archeologo Richard Atkinson[5] la personalità di spicco a guida dei detrattori di Hawkins.

La contrarietà era dovuta, in special modo, all’approccio nuovo e diverso al tempo stesso riguardo questo genere di ricerche, che col tempo si trasformarono nella scienza comunemente denominata archeoastronomia. Si poteva essere d’accordo sull’antichità del sito archeologico ma non si poteva veramente accettare che gli antichi abitanti della Gran Bretagna, agricoltori o pastori che fossero, avessero ideato una strumentazione così ricercata per quell’epoca[6], senza averne avuto peraltro una reale necessità, un ritorno immediato.

Questi nostri antenati, in fondo, non potevano avere nemmeno le conoscenze per progettare e costruire qualcosa del genere.

Oggi sappiamo che il numero delle pietre e delle buche è riferito al ciclo astronomico della Luna, con le sue fasi.

La direzione degli allineamenti tra le pietre è quasi identica ad altrettanti punti della volta celeste che corrispondono, ad esempio, al sorgere e al tramontare del Sole.

Il giorno del solstizio d’estate è possibile vedere l’astro sorgere quasi sopra la pietra denominata “Heel Stone”, un megalite di trentacinque tonnellate che spunta dal suolo per un’altezza di quattro metri e mezzo.

E’ certo che in questa località, come abbiamo accennato, si svolgevano importanti cerimonie di carattere religioso, considerando la caratteristica del cosiddetto “viale cerimoniale” che scende dalla collina per tre chilometri di dislivello, descrive un arco tutt’attorno e raggiunge il cuore del sito archeologico.

Qui, all’interno dell’area delimitata dal fossato e dall’argine, dovevano aver accesso solamente i sacerdoti che, per quanto possibile, erano celati alla vista dei fedeli dai terrapieni e dai megaliti che sorgevano alle loro spalle.

Nel giorno del solstizio d’estate era possibile ammirare il sorgere del Sole sul viale cerimoniale.

Andiamo ora ad analizzare il sito nel suo insieme, descrivendo quegli elementi che sono da considerare essenziali.

Partendo dal cosiddetto viale cerimoniale, c’inoltreremo sempre più verso il centro del complesso, ove incontreremo, oltre i fossati e i terrapieni, le cinquantasei buche di Aubrey, le pietre megalitiche poste a formare due circoli e due ferri di cavallo, infine un altare cerimoniale.

Pietre su pietre

Oggi il complesso megalitico appare in completa rovina ma un tempo, come ci mostrano le ricostruzioni effettuate al computer, si ergeva in tutto il suo splendore. L’Avenue, il Viale cerimoniale, scende per 530 metri, partendo da una zona collinare, e raggiunge la parte pianeggiante di Stonehenge, quindi arriva al complesso monumentale stesso.

In sostanza ci sono due terrapieni paralleli (con a fianco dei fossati) che danno al viale una larghezza di circa dodici metri.

La costruzione che incontriamo ha una forma circolare per una circonferenza di 115 metri di diametro.

Qui troviamo, collocata nel mezzo del viale d’ingresso, la pietra in sarsen[7] denominata “Heel Stone”[8], presente quindi lungo l’asse della costruzione.

Da questa pietra ci spostiamo all’interno del sito con attorno un terrapieno circolare, in pratica un fossato e una sponda più interna. Appena entrati notiamo una pietra simile all’Heel Stone, abbandonata a terra, chiazzata di rosso poiché la pioggia ne ha sciolto il ferro: è stata chiamata “Slaughter Stone” (Pietra del Massacro o del Sacrificio).

Lungo la parte interna del terrapieno circolare troviamo le 56 buche equidistanti e a forma circolare di Aubrey[9], oggi coperte con dischi di cemento per renderle maggiormente visibili. Insieme formano un cerchio del diametro di 90 metri, al cui interno, al margine del terrapieno, trova posto un rettangolo delimitato ai quattro angoli da piccole pietre, levigate, in posizione eretta, le Station Stones, ovvero Pietre di Riferimento: oggi ne restano solamente due in piedi.

Una serie d’altre buche, dalla forma irregolare, è scavata nel terreno tra le buche di Aubrey e il primo circolo di megaliti; al giorno d’oggi, seppur appena percettibili, vengono pur sempre denominate con le lettere Y e Z: formano ulteriori due circoli rispettivamente di 30 e 29 buche.

La parte centrale del complesso presenta le pietre megalitiche, tutte rigorosamente lavorate a mano, che sono di due tipi: sarsen e bluestone (pietra blu).

Quelle in sarsen, accuratamente lavorate, di dimensioni maggiori rispetto alle altre, provengono dalla cava di Marlborough Downs, a trenta chilometri da Stonehenge, ove è possibile trovare pietre simili[10].

Si ritiene siano state trasportate con delle slitte trainate da buoi, anche superando un corso d’acqua distante da Stonehenge circa tre chilometri, l’Avon.

Le altre, invece, caratterizzate da un colore grigio/azzurro, sono composte da solfato di rame e provengono dalla località di Preseli Hills, per intenderci dalle montagne del Galles sud occidentale; come dire ad una distanza di ben 400 chilometri, di cui 208 in linea d’aria!

I megaliti, che nella parte esterna sono disposti su due circoli, nella parte centrale formano invece due ferri di cavallo.

Il primo circolo, 31 metri di diametro, è composto da diciassette[11] pietre alte e strette, alcune delle quali sono sormontate da altre pietre posizionate in orizzontale, a formare un architrave.

I blocchi sono accuratamente modellati e quelli orizzontali, oltre ad essere levigati, sono uniti tra loro con giunti di legno ad incastro e bloccati a coda di rondine.

Tutte le pietre hanno un peso stimato di venticinque tonnellate circa, tranne una, che è pesante addirittura quarantacinque.

Il circolo più interno, in origine, contava sessanta pietre in bluestone, molte delle quali ora sono cadute oppure distrutte.

Adesso ne rimangono ventinove

Infine, c’è quello che resta delle pietre che andavano formando i due ferri di cavallo: il primo era composto da cinque ‘dolmen’ o triliti (“tre pietre”, due in verticale che sorreggono la terza, messa in orizzontale).

Questa composizione di pietre procura incredibili effetti ottici.

Qui troviamo, tra le altre, la pietra più grande del sito, lunga più di nove metri, affiorante sul terreno per circa sette.

Ognuno di questi blocchi pesa circa cinquanta tonnellate!

La seconda formazione a ferro di cavallo, larga undici metri, occupava il centro ed era composta da diciannove pietre in bluestone.

Entrambe le formazioni a ferro di cavallo hanno l’asse aperto che guarda a nord-est, in direzione del viale cerimoniale e dell’alba del sole d’estate.

Un megalite è la cosiddetta ‘pietra altare’, alta quasi cinque metri, collocata perfettamente al centro del complesso: è l’ultimo elemento di Stonehenge.

Risulta essere stata sistemata nel 2000 a.C. Oggi la vediamo distesa sul terreno ma un tempo doveva essere eretta.

Non si può escludere che abbia rappresentato, in tutto e per tutto, il principale oggetto del culto, data la particolare posizione.

Cambiare idea in corsa

Oggi gli archeologi ritengono che la prima traccia dell’opera dell’uomo a Stonehenge possa risalire all’VIII millennio a.C. quando furono costruiti quattro pozzi mesolitici con dentro dei pali di legno, a circa duecento metri dal sito vero e proprio.

In seguito si edificò il terrapieno e le buche di Aubrey (a partire dal 3100 a.C.), un complesso di pali all’interno del terrapieno e all’ingresso (dal 2550 a.C. in avanti); infine si cominciò a collocare i megaliti dal 2100 a.C. in poi.

Si ritiene, in ogni modo, che le prime pietre, di dimensioni ridotte, siano state collocate attorno al 2800 a.C.

C’è da tenere in considerazione che, comunque, in questo sito tutto fu riedificato più volte e quello che possiamo osservare oggi è la configurazione che i suoi costruttori decisero nel 1560 a.C. poco prima di abbandonare definitivamente il luogo.

Gli antichi, da quel che sembra, avevano intenzione di utilizzare solamente le pietre bluestone per realizzare quello che potrebbe definirsi un tempio.

Poi, per ragioni che restano ignote, decisero di abbattere quanto costruito e collocarono le pietre sarsen.

Stranamente, in seguito, tornarono all’originale progetto, realizzando il secondo circolo con le pietre azzurre, come pure il secondo ferro di cavallo, quello che racchiude l’altare.

Tutto questo nel 1800 a.C.

Ecco quindi che, nel giro di un millennio, il sito fu costruito, distrutto, ancora ricostruito, ogni volta utilizzando materiale diverso. Appare nella sua evidenza che il luogo, prima di essere completamente abbandonato, interessava a più persone e che di conseguenza ognuno realizzò qualcosa di diverso, senza comunque discostarsi oltremodo dal progetto originale, che a questo punto sembra perdersi nella notte dei tempi.

NOTE


[1] Il nome deriva dall’inglese antico: “stan” (pietra) e “hencg” (cardine).

[2] Secondo la tradizione i Druidi erano una classe di sacerdoti e il druidismo era la religione dei Celti della Gallia e della Britannia. Oggi si ritiene fossero una casta di medici sciamani depositaria di antichi riti.

[3] La simbologia del serpente, in stretto rapporto con il fenomeno delle eclissi, si ritrova anche in altre culture antiche, quella cinese per esempio. Si pensava che un enorme serpente inghiottisse il Sole o la Luna. L’intervallo di tempo affinché la Luna torni al nodo originario è definito “mese draconitico” (da “draco”, che in latino significa serpente); Quei punti invisibili della sfera celeste, ovvero i nodi dell’orbita lunare, venivano identificati come il serpente, a simboleggiare le forze ignote e misteriose dell’universo.

[4] Editore per qualche tempo della prestigiosa rivista scientifica “Nature”, sulla quale furono pubblicati i suoi studi. A Lockey va anche attribuita l’importante scoperta che il Sole conteneva elio.

[5] Atkinson ed altri archeologi hanno il merito, incontestabile, di aver evidenziato a Stonehenge, durante gli scavi dal 1950 al 1958, cinque differenti fasi costruttive.

[6] Le osservazioni astronomiche, per ottenere risultati soddisfacenti, avrebbero infatti impegnato molte persone a tempo pieno, per diverse generazioni. Senza l’uso della scrittura ciò appariva veramente un problema insormontabile.

[7] Tipo di pietra grigia appartenente alla famiglia dell’arenaria. Deriva il suo nome da “Sarazen” che significa straniero.

[8] La parola ha origine incerta e perciò risulta tuttora intraducibile. Alcuni ci hanno provato adducendo che possa derivare dalla parola greca “helio” (Sole).

[9] Così chiamate dal nome dello studioso del XVII secolo, John Aubrey, che per primo le individuò.

[10] Da questa cava provengono anche le pietre di Avebury, un altro importante sito archeologico della zona.

[11] Originariamente erano trenta in tutto.