Telepatia e Psicanalisi

(c) Clamary “Mizar”

Psicanalisi e connessioni per vie non sensoriali

Nel presentare un articolo di Istvan Hollòs (1872-1957, medico ungherese psichiatra e psicoanalista) lo psichiatra e psicoanalista Marco Alessandrini, docente presso la facoltà di medicina e di psicologia dell’Università di Chieti, introduce al rapporto fra psicoanalisi e telepatia citando una frase di Devereux “ gli studi psicoanalitici dei cosiddetti fenomeni psi devono essere considerati come contributi alla teoria e alla pratica della psicoanalisi clinica”.

Non devono tuttavia neppure essere trascurati i risvolti che queste teorie hanno in termini di responsabilità individuale.

Esse infatti rendono possibile ipotizzare un contatto fra menti all’interno del quale l’individuo, che in questa prospettiva sarebbe influenzato da atmosfere psichiche interpersonali, di gruppo e collettive, a sua volta ed inconsapevolmente le influenzerebbe.

Non si tratta perciò di svelare soltanto eventuali influssi telepatici tra paziente ed analista, quanto anche una possibile e più vasta rete di contatto interpsichico tra tutti gli individui della collettività umana i quali in questo senso sarebbero corresponsabili, sebbene inconsapevolmente, di tensioni o conflitti che pervadono momenti storici e persone.

In rapporto all’ipotesi della telepatia è necessario domandarsi se alla percezione razionale e cosciente di una netta separazione tra la mente di due o più individui non sfugga una sottostante condizione di contatto, o addirittura di non separazione. Qual è la delimitazione della mente, in particolare la conformazione ed i confini dell’inconscio?

In pratica vengono chiamate in causa non solo le relazioni dell’inconscio con le persone esterne, vale a dire con l’inconscio di altri individui, ma le relazioni che l’inconscio potrebbe intrattenere con l’intera realtà esterna, inclusi gli oggetti materiali e gli accadimenti concreti.

Hollòs accenna ad una ipotetica conduzione di impulsi tra il sistema nervoso del paziente e quello dell’analista.

Per giustificare fenomeni telepatici tra analista e paziente vi sono due posizioni:

a) la comunicazione non verbale affiancata ad una funzione cognitiva di tipo intuitivo ed emotivo (gesti, sguardi etc)

b) una natura diversa della mente concepita in termini diversi da quelli correnti.

La mente stessa, infatti, può essere immaginata come non racchiusa entro i soli confini fisici del corpo ma come connessa con i processi organici e corporei in grado tale da porsi in continuità con la fisicità materiale del mondo esterno.

La comunicazione fra menti avverrebbe per via non sensoriale, tramite una effettiva sottostante non separazione tra interno ed esterno e tra psiche e materia, inclusa la materia del mondo esterno.

La mente non può più essere identificata con il solo corpo né con la materialità ed i confini di quest’ultimo.

Secondo questo modello è possibile che le menti si tocchino fra loro direttamente e concretamente,  nel momento stesso in cui invece i corpi, con la propria ingannevole delimitazione, offrono un’ovvia e visibile impressione di separazione e distanza.

Si spiega dunque in questo modo perché, nel caso specifico della relazione analitica, ispirandosi alla fisica quantistica, teorie recenti abbiano creato il concetto di “campo bipersonale” : un inconscio comune alle due persone, nel senso di un unico campo di forze che conterrebbe l’attività mentale inconscia di entrambi i componenti della coppia.

Come conseguenza immediata e cruciale, questi orientamenti concettuali implicano che la tecnica psicoterapeutica si allarghi ad una lettura attenta dell’intera realtà dell’incontro analitico: la realtà materiale della stanza, gli accadimenti concreti che si verificano nell’ambiente durante la seduta etc.

E tutto ciò è ancora più evidente qualora si consideri un’ulteriore teoria appartenente al medesimo filone di pensiero: la teoria della sincronicità proposta da Jung.

Quest’ultimo infatti sostiene che l’archetipo, quale forza generativa che orienterebbe la psiche dalle profondità dell’inconscio, ha una natura “psicoide” ossia psicofisica, e che perciò sarebbe in grado di imprimere significato psicologico a elementi e accadimenti materiali, anche qui travalicando le comuni delimitazioni tra mente e corpo e tra interno ed esterno.

L’innovazione introdotta da questa teoria è appunto l’attenzione al “significato” : un avvenimento interno (per esempio un pensiero dell’analista) può rivelarsi connesso ad un avvenimento esterno (un gesto, una frase del paziente) da uno stesso significato affettivo.

Il significato affettivo sarebbe di origine archetipica e perciò deriverebbe dall’inconscio psicoide, capace in quanto tale di creare un reale psicofisico contatto fra analista e paziente, scavalcando così la delimitazione e la separatezza tra i loro corpi fisici.

In questo senso, e più in generale, quando tra due eventi non sembra poter esistere un rapporto di causa ed effetto, eppure essi appaiono collegati in maniera “significativa” e non casuale, il legame sarebbe stato indotto e creato dal significato stesso.

In pratica il significato, tramite il livelli psicofisico da cui deriverebbe, sarebbe in grado di influenzare la materia esterna.

Si può infine notare che proprio entro l’ottica della teoria junghiana della sincronicità, potrebbe rientrare l’ipotesi formulata da Hollòs riguardo ad una conduzione di impulsi tra due individui, da un sistema nervoso all’altro.

Lo scopo di questi modelli teorici è di rendere ragione di fenomeni clinici ed umani che si propongono comunemente all’attenzione sebbene soltanto come coincidenze insolite ed inspiegabilmente non casuali.

L’autore dell’interessante articolo conclude dicendo : “ io credo che l’interesse per questi temi sia mosso dalla constatazione dell’effettiva complessità dell’identità umana e delle relazioni interpersonali che concorrono a formarla e che questo interesse derivi anche dalla reale sensazione che pur restando inevitabilmente confinati nell’isolamento della propria mente, questa sia però in costante e vertiginoso interscambio con le menti altrui, effettivamente inserita in atmosfere emotive appartenenti a contesti più ampi, la propria famiglia, la propria città, il proprio gruppo sociale fino all’intero momento storico e culturale.

Se poi ciò servisse anche soltanto a sentirsi responsabili, nel nostro profondo essere e nell’agire quotidiano, di un’atmosfera emotiva che potrebbe ripercuotersi, a propria insaputa, su altri a noi vicini o a noi lontani, questo sarebbe già un risultato enorme perché il tema della telepatia, se sfrondato dall’alone di magia che lo riveste, diventa una radicale interrogazione sul principio della responsabilità individuale, o meglio sul principio dell’apporto che l’individuo può dare a tutto ciò che di transpersonale e di ignoto lo attraversa e lo trascina, attraversando e trascinando insieme a lui anche gli altri.