Tracce di Atlantide a Venezia?

di Daniela Bortoluzzi www.misteria.org

C’è un Mistero molto  intrigante su Venezia al quale sto lavorando da anni: nell’isola di Torcello c’è una pietra rotonda incisa (assicurata con ganci metallici a un muro dove sono esposti altri reperti antichi – alcuni di epoca romana, altri molto precedenti – sulla piazzetta dove si affaccia il museo di quest’isoletta che, come è noto, fu il primo insediamento dei popoli che avevano trovato rifugio nella laguna durante la fuga dai barbari. In quest’isola, dove oggi risiedono 24 persone (!), un tempo venivano fabbricate le navi della Serenissima, quando ancora l’Arsenale di Venezia (il più antico del mondo) non esisteva.

Torcello esisteva prima di Venezia, e infatti la Cattedrale di Torcello è la più antica d’Europa.
Ma torniamo alla pietra esposta.

Si tratta di un *tondo* (una trentina di cm di diametro) inciso in tal guisa da farmi sobbalzare appena lo vidi la prima volta: non potevo credere ai miei occhi! La planimetria di Atlantide!!! Per lo meno quella descritta da Erodoto e da Platone.
Incredibili scoperte sono scaturite dalle mie ricerche successive, che mi hanno portato a una probabile origine di Venezia, completamente diversa da quella ufficialmente nota. Tra l’atro, durante una conferenza (6 dicembre 1981) tenuta dal parroco della Chiesa di San Nicolò dei Mendicoli, dopo il restauro grazie al Fondo Inglese e al Governo Italiano, ebbi modo di sentire con le mie orecchie che non ero l’unica a pensarla in modo non-ortodosso, per così dire… Il tema era: “Dalla Mendìgola all’approdo delle origini vere di Venezia”. Dagli appunti presi al tempo, dai colloqui col sacerdote (che dopo poco fu mandato altrove, c.v.d.), dai suoi studi e dai particolari citati nei suoi scritti e documentati da foto, emerge quanto segue:

    “È molto diffusa l’ansia di conoscere le origini di Venezia: ricerche di Istituti Universitari nelle isole e ‘barene’ di Torcello, affermazioni di supposti agganci romani, studi di toponomastica, biblioteche intere di
volumi su Venezia e la sua storia non avrebbero dato la notizia che tutti desideriamo, cioè che Venezia è una città che – per determinati, precisi elementi – risale a precisa epoca.
Siamo infatti persuasi che tessuto edilizio, sociale, religioso, folkloristico e soprattutto artistico potrebbero offrire segni di precise collocazioni non solo nello spazio, ma anche nel tempo.
Ma sembrerebbe proprio che la ‘Venezia Storica’ sia un’altra, e che quella che tutti conoscono sia invece la ‘Venezia Cristiana’, così ristrutturata e battezzata dall’opera di fervorosi cristiani del secolo V e VI d.C., con la chiusura di tutte le opere mitologica, specialmente nei templi e luoghi sacri; opera, che protraendosi sino a tarda epoca e cioè sino a tutto il 1700, ha reso del tutto irriconoscibile la Venezia arcaica.
Venezia arcaica? Sì, certo!
Facciamo pure un brevissimo excursus toponomastico: Burano è nome iranico e significa Eufrate; Sile è nome che ripete quello di un fiume egiziano; Mendìgola nel significato di barca, si rifà a Minasse, dal quale derivano i vari mìnoa o porticcioli. E vari altri nomi che noi siamo soliti usare familiarmente come Medoàco, Mandracchio, ecc.

Ma prima di dare un’occhiata alla città, compreso San Marco con i suoi cavalli, è necessario analizzare prima questa chiesa. Per considerarla obiettivamente bisognerebbe però compiere il gesto che fanno coloro che si accingono a entrare in una moschea: quello cioè di toglierci certi schemi della storia dell’arte e accantonare per un momento anche gli stessi schemi di lettura religiosa; avverrà per i ricercatori quanto è capitato a qualcuno: la visione di un fatto nuovo di una autentica verità.
Questa chiesa, spogliata delle sue strutture lignee dorate come lo fu nel 1902 – data legata alla caduta del campanile di San Marco – come la presentano foto di archivio della Sovrintendenza, si rivela con i suoi
armoniosi eleganti archi ornati di fasce nei colori dell’ocra e del verde e di ampi motivi floreali.
Allora non pare plausibile che nel 1400 -1500 ci si fosse preso il lusso di coprire con archi di legno le splendide arcate originali.
Ed è qui che il discorso si ferma – per quanto riguarda la descrizione di una chiesa medioevale, di una iconografia che non corrisponde ai canoni di una lettura cristiana – per aprirsi invece a una lettura completamente diversa, che per essere confortata da troppi elementi emersi qui e altrove mi permetto per amore di chiarezza di presentare articolata nei seguenti tre grandi tempi:

1.      Tempo antico (2000 a.C.?);
2.      Tempo medio (dall’VIII sec. a.C.);
3.      Tempo recente (dal VII sec. d.C.).

Quanto segue è semplicemente presente non solo in questa chiesa, ma anche in tutti quegli edifici di Venezia e isole, che stilisticamente sono attribuiti al romanico, o al gotico, o al rinascimento, o al classico o anche allo stesso stile barocco.

Innanzi tutto un contesto:
Pare che un’emigrazione dalle isole dell’Egeo e in particolare dalle Cicladi, che facevano capo a Creta, sia giunta nelle lagune venete a partire dal 2000 circa a.C.
Sono tempi in cui i faraoni d’Egitto (Regno medio, XI e XII dinastia, Sesostri, ecc.) tengono rapporti commerciali e culturali con l’impero minoico e quindi con Creta, la cui capitale è Knossos/Cnosso.    Riferendoci a Creta, e quindi a un famoso popolo dei mari, appare facile capire come mai la Venezia sia costruita con quella tecnica consumata che ha permesso alla città di superare ogni fenomeno geodinamico e giungere intatta sino a noi.
Questa gente immigrata in massa, era organizzata nei clan o in piccole tribù. Così è facile vedere come ogni clan occupi la sua isola, costruendovi – secondo le esigenze comuni a questa gente – prima la residenza del Principe, poi quella del clan, quindi la torre di preghiera.
Caratteristiche costruttive comuni e quindi riscontrabili in ogni edificio da loro costruito sarebbero le seguenti:
Per la residenza del Principe – luogo anche d’incontro della Comunità, che poteva assistere anche ai sacrifici agli dèi – all’esterno la presenza di vestiboli, all’interno dispositivi per la separazione di sessi con
distinzione precisa per delle zone riservate alla Comunità; presenza di matronèi, abside e finestra di presentazione per il principe nel fondo abside, ove veniva a trovarsi anche la zona sacra agli dèi.
L’edificio orientato con l’abside a est e facciata a ovest; misurazioni sui multipli del tre, del cinque e del sette; arcate a tutto sesto e arcate acute (sarà interessante scoprire la funzione dell’arcata acuta, che sarà
poi recepita e usata in modo completamente diverso).
All’esterno inoltre ci sarebbero ornamenti che si riferiscono al culto del toro, e che quindi danno subito l’idea di edificio sacro: alludo a volute vagamente a semicerchio, che altro non sarebbero che stilizzazioni delle
corna taurine.
Per la residenza del clan, la costruzione si svolge amplissima, a pianta centrale, abbondanza di cortili, logge e passaggi coperti (chiostri), ecc.
Adiacente alla residenza del clan, vi è per lo più la residenza stessa del Principe.
Per la torre, la costruzione si snoda a campate interne alte di solito tre metri, con travi poggianti su mensole (barbacani) marmoree. All’esterno, il coronamento a cuspide – affiancata da quattro cuspidine agli angoli, oppure a doppio spiovente oppure a dado – permetteva forse di essere ben individuata da lontano dai naviganti che potevano senza incertezze imboccare il canale giusto che permetteva l’accostamento alla residenza rispettiva. È forse una neo-ziqqurat?
I minoici erano gente molto ricca (erano possessori di miniere d’oro), per cui avrebbero portato nelle lagune tesori immensi mantenendo con la madre patria non solo rapporti affettivi, ma anche commerciali; hanno potuto costruire qui con abbondanza di materiali pregiati come lapislazzuli, metalli, ecc.
La tecnica usata nelle rappresentazioni sarebbe quella dell’incavo o del castone, dell’incisione, della glittica. La finezza delle opere apparirebbe tale da non escludere l’uso di strumenti per l’ingrandimento ottico dell’
immagine.
Ma in una non ben precisata epoca, un fenomeno marino di enorme portata avrebbe messo in crisi l’esistenza di questo popolo; si tratterebbe infatti di un’alluvione alta non meno di sei metri sul livello medio.
Il fango e la creta avrebbero coperto ogni cosa penetrando in profondità in tutte le incisioni murarie fuori e dentro gli edifici, coprendo così i cicli narrativi che erano evidentemente i libri di scuola di quei popoli.
Fango e creta profondamente penetrati nelle pareti vi sarebbero rimasti così per secoli, concorrendo – a causa dei sali presenti – ad un processo chimico di trasformazione che fece sì che il materiale alluvionale, non solo si pietrificasse, ma prendesse anche l’aspetto decolorito del muro su cui poggiava.

Seconda immigrazione

L’impero minoico – invaso dai Barbari ‘ante litteram’ (gli Elleni) – nel 1400 venne messo in ginocchio. Cnosso conquistata, reggia e palazzi incendiati: una vera distruzione.
Sorge nel continente Micene, espressione insieme e della forza ellenica, e della bellezza minoica.
Nel 1100 circa gli Elleni, ossia i Greci, vanno alla conquista di Troia e nell’VIII secolo iniziano quella colonizzazione al di là del Mare Egeo e Adriatico che li conduce a fondare la ‘Magna Grecia’, e a spingersi anche oltre le foci del Po.
Una di queste punte sarebbe giunta nelle lagune lasciando inconfondibili le impronte della loro presenza nelle colonne con capitelli ionici e corinzi e negli edifici che altrimenti non si potrebbero spiegare.
Sia i Minoici che i Micenèi sono popoli religiosamente legati ai culti che sono comuni a tutto il Medio Oriente: il culto dei morti, della barca, del serpente, della dèa madre, del toro e forse della Vergine nel cielo.
Particolarmente ricco il culto dei morti con relativi riti di esequie: i Minoici seppellivano i morti dopo aver usato anche l’imbalsamazione; i Micenèi, invece, li bruciavano, collocando le loro ceneri in vasi di vetro
che riponevano nei tabernacoli.
I Micenèi giunti nelle lagune non pensano affatto di disidratare i muri dal fango, ma stendono sulle stesse pareti – con la tecnica dell’affresco – gli stessi cicli rappresentativi delle loro credenze, che seguono l’impianto di quelli coperti.
Particolare interesse può suscitare il fatto che sarebbero proprio i minoici il popolo che accoglierà nelle proprie isole i terrafermieri fuggiaschi a partire almeno dal V secolo d.C. con un tocco ancora più generoso e più ampio nel secolo VII, quando giungono i cristiani con i loro Vescovi e con le Sante Reliquie.
Evidentemente, l’impatto tra cristiani e pagani è del tutto pacifico, sebbene il paganesimo fosse ormai in piena decadenza avendo cominciato forse a subire i primi colpi dai cristiani della prima ora, che erano molto
probabilmente i fervorosi nepoti dei cristiani istruiti e battezzati dagli stessi Apostoli SS. Pietro e Paolo.
Il cristianesimo nei confronti del paganesimo, ora visto come dottrina superiore e liberatoria dalle paure degli dèi adirati e dalle impressionanti favole, al punto che essi – pagani – si vergognavano di essere ancora
adoratori di animali e furono affascinati dal prestigio che alla religione cristiana avevano dato i martiri, e continuavano a dare i Vescovi con la loro sapiente dottrina.
Non dimentichiamo che nel IV secolo le regioni che vanno dal Piemonte alla Lombardia al Veneto, sono ormai cristiane; S. Andrea di Vercelli, S. Massimo di Torino, S. Ambrogio, S. Girolamo, saranno per sempre stelle fulgide per la Chiesa d’Occidente.
Allora sarà possibile che, proprio con entusiasmo di popolo, a partire almeno dal VII secolo, ci si dà a coprire ogni rappresentazione mitologica con l’uso di qualsiasi materiale cementizio: gesso, calce, marmorino, intarsio marmoreo, ecc.
Nella chiusura saranno interessate innanzitutto le immagini offensive della fede o giudicate non lecite, mentre si opterà per un riutilizzo – con significato diverso – di tutto ciò che sarà possibile conservare.
L’operazione, iniziata agli albori del Cristianesimo in Venezia, continuerà quasi a tappe sino a tutto il 1700; il che significa che non sempre si avevano a disposizione i materiali e artisti, e che la massa d’opere era
immensa al punto che moltissimo di queste che noi siamo soliti attribuire all’epoca classica del ‘500, altro non sarebbero che opere originali fortunosamente sfuggite all’azione dei mimetizzatori.

Ora è più facile capire la cronaca là ove è scritto che attorno al 1.000 Venezia era tutta un cantiere: così il Galliciolli! Infatti i cristiani solo a tempi lunghi poterono avere a disposizione un alloggio decente.
Essi, venuti dalla terraferma, fuggiaschi, privi di tutto, avevano dovuto sistemarsi in case di tavola e paglia (i famosi casoni); poi, attorno al 1000 – appunto – riusciranno a costruire le loro casette familiari o a schiera, o in calle oppure a campiello. Nei grandi palazzi dei clan si erano forse sistemate le grandi famiglie patrizie come i Ca’ Giustinian, i Ca’ Roman, i Ca’ Vendramin, ecc.
Gli incendi, di cui tutte le cronache di Venezia riferiscono anche le date (1105, 1114), altro non sarebbero che roghi festosi con i quali si celebrava l’entrata ormai nei palazzi e ancor di più nelle chiese: sarebbero i fuochi celebrativi della Venezia rinata alla fede cristiana.
Si può quindi accettare il 25 Marzo del V secolo, come primo esercizio liturgico nella prima chiesa di San Giacometo, da pagana diventata cristiana.
La vita civile va assumendo una fisionomia sempre più consona alla Fede, cui concorre l’opera degli stessi dogi. Si continua l’attività commerciale con l’Oriente e Venezia si muoverà tra le isole dell’Egeo come sorella tra sorelle di palazzo.
In questo contesto mi pare che difficilmente si potrà dare ragionevole credito ad una storia dell’arte che per Venezia è fatta con una scadenza di stili poco più che centenaria.
Lo stile è frutto di esigenze di vita: ora ogni cambiamento di stile suppone una trasformazione o un trauma o una metamorfosi collettiva di un popolo, che solo a distanza di millenni si può riscontrare.
Detto tutto questo come impostazione generale, veniamo ora a vedere se questa chiesa e altri monumenti cittadini offrono prove dell’argomento.

La Chiesa di S. Nicolò, nella fase primitiva – ossia antica – appare tutta scolpita dentro e fuori. La costruzione ha riferimenti precisi alla ‘barca dei morti’, ossia alla ‘barca del Sole’, che va da Oriente a Occidente. Infatti, se vediamo la chiesa rovesciata, osserviamo che il tetto fa da chiglia, che le arcate con colonne sovrapposte sarebbero rappresentazioni del seno materno della Terra con tanto di monumento funebre sui morti rappresentati nella scultura delle pareti: si sa che attorno al 3000 a.C. veniva data ai morti sepoltura con collocazione fetale.
La chiesa presenta uno sghembo (inclinazione) ben visibile anche nella gondola; al tetto vi è una ruota piena in funzione di puleggia d’armamento; una delle arcate è sostituita da una soglia (architrave), probabile porta di entrata dei morti.
Dalle zone riservate alle donne e alle donne era possibile vedere – dipinta sopra una grande tavola – la barca del defunto, sostenuta da quattro colonne all’altezza o al posto dell’attuale iconostasi. Oltre queste colonne il mègaron o sala di accoglienza, chiusa da sedili di legno istoriati con la tecnica dell’incisione, a due metri dal mègaron vi è la zona sacra (attuale presbiterio) indicata da corna di consacrazione che affiancano l’altare.
Dietro l’altare, nel fondo dell’abside, la finestra di presentazione dalla quale il Principe assisteva ai sacrifici: la principessa vi assisteva dal matroneo nel fondo della chiesa (attuale cantoria).
Che gli uomini partecipassero da zona separata da quella delle donne, fa fede il fatto che la transenna di separazione era ancora in piedi nel 1580.
Tutta la chiesa aveva livelli diversi degli attuali: dai 50 cm nelle navi, si arrivava a 90 in crociera e a 1 metro e 20 all’abside sotto l’attuale pavimento.
La zona delle cappelle era segnata da stanze alternate a cortili-luce interni.
Vi era un altare per ogni settore di persone, ove si potevano porre resine ed incensi sino a coprire le immagini scolpite o incise sopra l’attuale mensa.

A Pellestrina, l’altare è anche affiancato da due rappresentazioni di faraone spiritualizzato. All’esterno vi erano due vestiboli: uno per gli uomini e uno per le donne. In facciata, le sale mensa e i servizi di cucina. L’alluvione preistorica è qui presente con il fango sino a quota superiore i cinque metri in presbiterio.

Nella seconda epoca, o epoca media, i Greco-Minoici vengono a Mendìgola. Notiamo che questa isola è la più a Ponente tra quelle del centro storico. A quanto pare si svuota la chiesa dal fango che si depositava appena fuori, in campo, così da formare quella montagnola che sarà lamentata dai Gastaldi del 1500 in Pregàdi. Le pareti vengono ornate di affreschi con la ripetizione delle rappresentazioni funebri o di vita in relazione all’uso di zona; per esempio, nel giro dell’abside è presente la scena dei sacrifici e della sepoltura.
Ci si accorge però ben presto della fragilità degli affreschi. Per rappresentare al vivo la barca, si ricorre allora all’uso del legno e si costruiranno le centine, che portano maschere di mummie o dignitari di corte
con tanto di vestiti a fiori in viaggio verso il Creatore, mentre le prefiche – con cenni – indicano l’Occidente come luogo di pace e di riposo, e lanciano per aria grida lugubri di lutto e di pianto.
Le centine – in legno e ornate di finissima trina d’oro – sono collocate in senso traverso a formare cinque campate, mentre il grande tavolone della barca viene tagliato ad arco per collocarvi al suo posto le statue del Principe defunto attorniato da persone in pianto. Vi è anche il barcaiolo, che con una lunga pertica scandaglia il fondo del canale.
Il rialzo dei pavimenti aveva necessariamente comportato la sopraelevazione della tribuna. La si rialza quindi di un metro e venti e la si affianca da quattro colonne corinzie sulle quali è steso un baldacchino sormontato da conchiglia fiorita su cui sovrasta la croce cretese dorata.
Anche nel mègaron, la sostituzione del tavolone aveva comportato la sostituzione delle due colonne centrali di supporto, che avrebbero costituito una disarmonia per il rialzo dei livelli.
La sostituzione si fa collocando a sostegno dell’iconostasi sei statue  longilinee in funzione di cariatidi.

Tempo recente

Tutto il territorio veneto a partire dal V secolo d.C. è sotto pressione dei Barbari. Neppure Aquileia resiste e con essa sono travolte Oderzo, Jesolo, Equilio, Altino e tutte le cittadine e paesi di un territorio pieni di vita.
Nel secolo VII l’invasione fu tale che a decine di migliaia i terrafermieri scapparono rifugiandosi nelle isole assieme ai loro Vescovi e Santi.
Inizia nelle isole quella trasformazione cristiana che a Mendìgola è presente in modo più eloquente.
La prima trasformazione del monumento della ‘barca’ si fa trasformando le centine lignee adattandole alle arcate laterali. I dignitari di corte diventano gli Apostoli, le rispettive prefiche gli angeli, e perfino l’ iconostasi cambia la sua fisionomia quando al posto del grande capitano della barca dei morti si colloca un Crocifisso dipinto su tavola.
Evidentemente, l’operazione iconostasi si fa alquanto più tardi o forse verso il 1200, quando la statua del principe è adattata a fungere da statua di S. Nicolò. Le statue cariatidi vengono ricoperte dalle eleganti
colonnelle, mentre tutte le colonne delle navate vengono ricoperte di gesso e calce.
Si mimetizzano anche gli affreschi ricavando da figurine originarie le immagini di Santi come avviene all’abside, ove al centro si riesce a ricavare l’immagine del primo Patrono S. Lorenzo martire rinchiudendo due volti entro un’aureola.
Come già detto, anche per la povertà della gente che vive di pesca, di caccia e di ortaglie, l’operazione si svolge sui tempi lunghi. Coperte le pareti, intarsiati gli altari, messo nelle tolelle sopra le mense, si giunge al 1550 per rivestire la chiesa di quadri con le storie dell’Antico e Nuovo Testamento, ossia con la Bibbia dei poveri, al 1500 per la chiusura della ‘Porta di Presentazione’ per ricavarne una nicchia per la statua del
Patrono.
La loggia-matroneo diventa sede dell’organo e nel 1700 la cappella con l’ altare funebre della zona degli uomini diventerà altare del Sacramento.
All’esterno il vestibolo di facciata diventa fin dal mille la nuova sede o schola dei pescatori; il vestibolo laterale sarà demolito nel 1700 con un seguito di critiche che hanno dato al Tassini il motivo di ricamare la
leggenda delle tre statue di pietra tenera collocate in nicchie pagane da prè Zaniol.
La sala mensa era diventata – assieme alle altre stanze tra facciata e campanile – un desiderato rifugio di suor Sofia o suor Agnese un gara che intendevano vivere qui come in un romitaggio.
Contemporaneamente a quanto accadeva in S. Nicolò, si operava alla trasformazione della residenza del clan, il grande edificio cui andarono in possesso i padri riformati di S. Bonaventura. Questa imponente costruzione minoica sarà destinata a diventare in seguito il monastero di Carmelitane di Santa Teresa.
Anche la torre di preghiera cessa di rimanere tale. Servirà ben presto come torre campanaria, ove nel 1700 (per la collocazione delle campane e dell’orologio) si arriva ad abbattere ben cinque solai dei sette esistenti in pianta.
Altri monumenti insigni della città furono manipolati in modo simile.
In S. Marco il primo atto fu quello di smuovere la quadriga dalla sua secolare sede per condurre i cavalli in scuderia; la statua del Principe, dal sommo dell’arcata a ogiva, diventerà S. Marco in gloria; all’interno si
comincia la modifica dei mosaici e loro sostituzione con temi biblici. La stessa iconostasi cessa di essere struttura egea per diventare struttura liturgica con statue di Apostoli e Crocifisso dipinto su tavola.
In seguito, i Dalle Masegne copriranno con marmi a intarsio tutta l’iconostasi e sostituiranno con un Crocifisso grande quello dipinto, che viene collocato sopra l’altarino di navata laterale sinistra.
I dogi profondono tesori, per fare della reggia del principe defunto la Cappella di Palazzo Ducale. E toccherà al Dandolo, dopo la vittoria su Costantinopoli, riprendere i cavalli e ricollocarli sulla loggia, ma più in basso, e sopra umili rocchi.
Con la basilica, anche il palazzo del governo della polis greca subiva trasformazione di connotati per diventare palazzo del doge.
Le grandi basiliche con annessi conventi come i Frari, i Santi Giovanni e Paolo, le chiese con vaste case canoniche, altro non sono che adattamenti intelligenti di strutture già preesistenti.
In tutta questa opera di mascheramento, e quindi di adattamento per un cristiano riutilizzo, si vede l’intelligenza e lungimiranza degli Uomini di Chiesa.
Alla Mendìgola, giungevano infatti offerte pro reparatione et aptatione; si mettevano depositi nei banchi di Castello e in Montevecchio.
Leggiamo pure che nel 1592 il Patriarca Priuli, in visita pastorale, loda Gastaldi e clero, per aver ‘reduta la giesia’ secondo i piani prestabiliti.
Oggi persone responsabili sono tra loro divise per la questione se rimettere o no gli altari detti barocchi nella Chiesa di S. Donato. Pare che la questione posta al di fuori di questo contesto presenti difficoltà notevoli
per una soluzione storicamente valida.
Si sta ponendo mani al restauro della Basilica di Torcello. È tramandato che il grande mosaico dell’Apocalisse sarebbe stato rimaneggiato verso il 1.100. Si tratta di un rimaneggiamento cristiano di un’opera pagana di cui sarebbe rimasta intatta la rappresentazione demoniaca? E il cosiddetto battistero di facciata era forse un vestibolo, come lo poteva essere la chiesa laterale di Santa Fosca? Sono ancora al loro posto le serrande marmoree alle finestre della navata nord!
Evidentemente, non si usava ancora il vetro per le vetrate di una costruzione che ha tutti i segni indicativi di un potente clan qui residente!
Dalle basiliche delle isole e del litorale nord e sud, la considerazione che moltissime isole, già abbandonate dai religiosi a partire dall’800, diventate preda di ladri, distrutte le chiese e i monasteri, si fa non solo
amara, ma assume il carattere dello sdegno. Com’è mai possibile che proprio in quest’epoca sia stato permesso un simile degrado di un patrimonio archeologico di valore inestimabile?
Si veda S. Giorgio in Alga, si veda Santo Spirito (in quest’isola, non più di 20 anni fa, si potevano ancora ammirare le travature dorate della chiesa (già reggia del principe) e il pozzo stupendo!
Tutto scomparso, rubato. Non parliamo delle isole dell’estuario nord! Dai nomi ancora pieni di fascino! Ridotte a cumuli di macerie! Nutro speranza che una visione diversa della città – veramente unica, perché risparmiata da distruzioni telluriche, da flagelli bellici, ancora funzionante e funzionale – spinga i responsabili a rivedere tanti loro progetti, compresi quelli ritenuti di massima urgenza!
Un momento di sosta al letto di questa ammalata, che poi ammalata ancora proprio non sarebbe, ma solo desiderosa che le sue pietre siano disidratate dal fango plurimillenario in mezzo al quale e sopra il quale i veneziani mangiano, dormono e vivono, e che vengano ripasciute quelle isole e quelle lagune che da sempre l’hanno protetta, anche dalle più grandi alluvioni se si trova ancora in piedi dopo circa quattromila anni.
Dopo quanto detto, trovo scritto che l’architetto Mozzi, che ha toccato con mano la carne di Venezia in profondità, affermava che i materiali di silicati in occasione di scavi a Palazzo Papadopoli, a S. Michele di
Zampanigo (Burano) erano da attribuirsi a popoli dell’Asia, e secondo il Ghelthof l’ascia di cloromelanite – ritrovata a profondità sostenuta – è da attribuirsi a ‘popoli che abitarono la laguna circa 4000 anni fa’.
Un supporto anche letterario viene da quanto è stato affermato nella famosa lettera di Cassiodoro ai Tribuni dei Marittimi: ‘Voi – scrive – che abitate le isole che il mare ora copre ora discopre come fa nelle Cicladi’.
Il ministro del Re Longobardo di Ravenna – chiedendo le barche ai lagunari per fronteggiare i barbari – credeva, politicamente, di fare cosa gradita nominando loro le isole della Madrepatria.
Rimane male il Klotz quando afferma che i vasi minoici trovati a Torcello potrebbero essere soltanto oggetti smarriti da qualche mercante.
Forse è tutta da rivedere in chiave nuova, non solo la storia delle origini cristiane, ma anche la liturgia cosiddetta patriarchina presente fino al Concilio Vaticano II, con i suoi riti, canti, e suppellettile liturgica non
solo nel centro storico, ma anche nelle isole; la vicenda dei Santi e perché si andasse tanto in cerca di Reliquie. Credo che qualche cosa di concreto in quell’opuscolo già pronto che avrà per titolo: ‘Dalla Mendigola all’anno zero di Venezia’.

   Molto rimane da dire circa i campanili, partendo proprio dalla torre di S. Nicolò. Le ricerche evidentemente si faranno sempre più ampie e interessanti, se anche i mezzi e gli strumenti scientifici saranno messi a
disposizione. Comunque sia, facendo onore al suo nome, Mendigola, la barchetta dei morti, sarebbe approdata per prima alle sponde delle origini di questa meravigliosa città”.

   Ma come? Non si era sempre detto che 15 secoli fa, Venezia ancora non esisteva, e c’erano solo paludi e isolette sparse nella laguna, nelle quali trovarono rifugio i popoli in fuga… ecc. ecc.? Io che ho studiato la storia di Venezia per anni, mi sono sempre meravigliata di questa origine nebulosa, come del fatto che non si conoscesse con certezza l’autore della Chiesa di San Marco. Possibile che l’architetto (un improbabile frate) non abbia lasciato un’impronta? E pensando agli altri monumenti antichissimi di cui si ignora l’autore e che si sono voluti per forza attribuire a qualcuno per creare un alibi storico… non trovo nulla di strano nel pensare a tracce di Atlantide in laguna! Ma di certo è più comoda l’idea che Attila abbia soggiornato a Torcello e si sia fatto costruire un trono di marmo per sedersi. Anche se, in verità, c’è un impatto molto suggestivo per il turista, tanto che si siede sul ‘Trono di Attila’ per farsi fare la foto…

   Una domanda potrebbe essere: ‘Da chi avevano imparato, i primi popoli della laguna, la tecnica dell’imbonimento delle barene e della costruzione fissa su palafitte (milioni di tronchi di larice conficcati uno vicino all’altro, tanto da formare una serie di piattaforme – da collegare con ponti – su cui edificare palazzi che sarebbero sopravvissuti per millenni)? Sarebbe ragionevole pensare all’esperienza di un popolo di mare! E poi, chi avrebbe mai pensato di costruire un arsenale? Non credo all’ipotesi dei popoli di terra scampati alle invasioni, ma piuttosto a gente che necessita di navi, perché conosce il mare e quindi ne ha bisogno per andare verso i luoghi che conosce…

   Gli Egei e tutti i popoli del Mare Magnum, non abitavano forse quelle isole legate oggi a ritrovamenti archeologici imbarazzanti, tanto da far ipotizzare origini atlantidee, e formulare varie ipotesi al riguardo? Con questi presupposti, nell’ipotesi Atlantide = Razza Evoluta sopravvissuta in alcune zone del globo, Venezia potrebbe essere la fase finale di una di queste filiere, forse l’unica sopravvissuta!

   Pochissimi conoscono il significato del nome Venezia. Dal latino veni etiam (torna di nuovo) sarebbe la prova che una città insolita come questa lascia al viaggiatore il desiderio di ritornare ad ammirarla. Tuttavia, se Giulio Lorenzetti interpreta l’etimologia in questo modo, io credo che ci potrebbe essere un’altra interpretazione: ‘tornai’ (sottintendendo un precedente esodo). Nella mia ipotesi, dopo una prima immigrazione di popoli egei scampati a un evento catastrofico (per esempio il terremoto e inabissamento di Tera) e rifugiatisi nella parte più interna e sicura della laguna (isola di Torcello), avrebbero iniziato – appena le condizioni lo avessero permesso – a progettare un viaggio per mare con l’obiettivo di controllare se fosse possibile un eventuale ritorno la patria di origine. Costruirono le navi, e mentre le paludi imbonite e le prime palafitte prendevano l’aspetto di isolette abitate, fecero rotta per la madre patria… che ritrovarono in condizioni di completo sfacelo e completamente saccheggiata. Fu probabilmente a quel punto che decisero di ritornare a nord, in quella laguna difesa naturalmente dalla sua posizione geografica: da quel ritorno definitivo, ebbe inizio una grande tradizione di navigatori, commercianti, ingegneri e architetti.