Urfa: la patria di Abramo

Credit: https://www.jw.org/en/publications/books/bible-message/gods-covenant-with-abraham/

di Filippo Bardotti

Nel mio nuovo libro dal titolo Sulle Tracce dei Vigilanti. Un mistero biblico millenario finalmente svelato (Età dell’Acquario 2017) esamino dettagliatamentealcuni tra i più importanti siti archeologici localizzati nella vasta area geografica oggi conosciuta come Mezzaluna fertile settentrionale ed attestanti, a mio modo di vedere,non soltanto l’esistenza di un gruppo molto ristretto di iniziati, gliIrino Vigilanti, i custodi e guardiani di un’arcana e perduta Conoscenza, ma altresì uno stretto e millenario legame tra Storia, Mito e Sacre Scritture.

Per meglio comprendere questo interessante aspetto è necessario anzitutto spostare la nostra attenzione nella vasta regione di Urfa, un territorio è ancora oggi ricco di fascino e mistero poiché molti degli enigmi in esso celati attendono ancora di essere svelati. In questo senso è particolarmente significativo il ritrovamento del tutto casuale, avvenuto nel 1993, durante alcuni lavori edilizi nel centro storico della città che porta il nome della regione, ovvero Urfa, l’Edessa di età romana e distante soltanto 15 chilometri dal complesso di GöbekliTepe, di una grande statua attualmente in mostra nel museo archeologico della città.

Conosciuta come l’Uomo di Urfa la statua è scolpita nel calcare, presenta un’altezza di circa 2 metri e raffigura un soggetto di sesso maschile. Sebbene si presenti ben rifinita nei dettagli in quanto lo scultore scolpì naso, orecchie e due occhi di ossidiana neri, parimenti si nota l’assenza della bocca e della capigliatura in quanto la testa è completamente liscia. Il torso appare spoglio ad eccezione delle due strisce ad altorilievo che formano un angolo retto, forse la stilizzazione di un ornamento, una collana, oppure di un indumento, la parte anteriore di uno scialle o mantello. Le braccia sono distese lungo i fianchi e le mani sono posizionate sulla parte inferiore del buso, appena al di sotto della zona dell’ombelico, forse a coprire parzialmente i genitali. Tuttavia l’aspetto sicuramente più curioso è la completa assenza delle gambe in quanto la parte inferiore della statua non fu mai modellata, probabilmente perché la scultura era infissa verticalmente in una base di pietra oppure direttamente nel terreno.

Questa magnifica statua è la più antica scultura a grandezza naturale della storia dell’Umanità poiché appartiene all’epoca delle sculture di GöbekliTepe e Nevali Çori. In questo senso è interessante ricordare che, nonostante l’area non sia stata oggetto di approfondite indagini archeologiche, alcuni sondaggi effettuati dagli studiosi all’epoca del ritrovamento della statua hanno altresì consentito il recupero di numerosi frammenti di frecce, perforatori, lame, macine e pestelli, reperti osteologici animali e resti di semi carbonizzati. Altresì gli archeologi hanno portato alla luce le fondazioni di alcuni edifici “a terrazzo” il cui piano pavimentale era costituito da lastre di calcare. A questo punto per gli archeologi era di vitale importanza comprendere la funzione svolta dagli edifici e datare il contesto nel quale si inserivano. In questo senso i reperti organici, ossa animali e semi carbonizzati, furono sottoposti al metodo di datazione al radiocarbonio (C-14) grazie al quale è stato possibile inquadrare cronologicamente il sito nel periodo compreso tra il 10.000-8.500 a.C. Parimenti le indubbie similitudini architettoniche tra le aule cultuali individuate a Nevali Çori e gli edifici “a terrazza” di Urfa hanno spinto alcuni ricercatori ad ipotizzare anche per queste ultime una funzione di tipo cultuale. Qualora tale ipotesi risultasse vera è plausibile che la statua chiamata l’Uomo di Urfa fosse la rappresentazione di una persona di particolare importanza, forse uno dei costruttori del complesso megalitico di GöbekliTepe, la cui rilevanza sociale all’interno della comunità era così evidente che dopo la morte divenne oggetto di venerazione da parte degli antichi abitanti di questa regione. Chiunque sia l’Uomo di Urfa l’unica cosa certa è l’alone di mistero che ancora oggi, come 12.000 anni fa, circonda questa grande opera scultorea.

D’altra parte l’esistenza nei tempi remoti di un luogo sacro nell’area attualmente occupata dalla città di Urfa non deve stupire poiché alcuni studi individuano proprio in questo luogo la patria ancestrale del Patriarca Abramo. Per meglio comprendere questo aspetto è anzitutto necessario rileggere i passi della Genesi nei quali si narra delle origini di Abramo, il primo uomo ad essere chiamato “ebreo”, in ebraico ivri, e della sua famiglia:

«Questa è la discendenza di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran; Aran generò Lot.Aran poi morì alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei.Abram e Nacor presero moglie…Il Signore disse ad Abram: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò”»…Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran.Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan. Arrivarono nella terra di Canaan…In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: “Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate”…”Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo, perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò”[1].

Il libro della Genesi descrive Abramo, in origine Abram, come l’archetipo dell’uomo di fede e del patriarca originario di “Ur dei Caldei”, localizzata nella Mesopotamia meridionale, ed insediatosi con la famiglia nella città di Carran, situata lungo uno degli affluenti dell’alto Eufrate. Proprio in quel luogo Dio ordinò ad Abramo di abbandonare tutto ciò che aveva di più caro poiché nei piani del Signore i suoi discendenti sarebbero diventati “una grande nazione”. Dio promise ad Abramo e ai suoi discendenti tutte le terre dal fiume d’Egitto (il Nilo), fino al grande fiume Eufrate. Inoltre il Signore cambiò il nome di Abram in Abramo in quanto grande patriarca di molti popoli e padre di numerose genti[2]. Alla luce di queste considerazioni appare del tutto evidente che dalla famiglia di Abramo ebbero origine tutte le nazioni ebree ed arabe stanziate in quella regione.

Dalla lettura del passo biblico emerge altresì che gli antenati degli antichi arabi ed ebrei  erano originari di Ur, la patria ancestrale del loro capostipite Abramo. Secondo la tradizione Ur altro non era che l’antica città sumera scoperta dagli archeologi capitanati da uno dei pionieri dell’archeologia moderna, Sir Leonard Wooley, e localizzata nella Mesopotamia meridionale in prossimità del Golfo Persico, quindi molto distante dalla Mesopotamia settentrionale, la regione dell’odierna Turchia, dove il Tigri e l’Eufrate hanno origine. Questa ipotesi trova ulteriore sostengo nell’interpretazione secondo la quale “dei Caldei” indicherebbe un popolo semita stanziato nella parte meridionale della Mesopotamia e la cui esistenza è attestata sin dai testi assiri dell’XI secolo a.C. Tuttavia ben presto i Caldei persero le loro caratteristiche etniche in quanto si mescolarono con le differenti popolazioni stanziate nell’area babilonese, un territorio corrispondente alla parte inferiore dell’Eufrate, da Nippur a Ur e Uruk. Intorno al 721 a.C. i Caldei usurparono il trono di Babilonia strappandolo al re assiro Šulmanu-ašaree V e governarono questa meravigliosa terra sino alla conquista persiana del 539 a.C[3].

Sebbene questa teoria appaia priva di punti deboli, alcuni studiosi sostengono che la città scoperta da Wooley non corrisponda affatto all’”Ur dei Caldei” di biblica memoria. In particolare a partire dalla fine dell’Ottocento alcuni studiosi tedeschi hanno ipotizzato l’esistenza di un’altra Ur situata nella Turchia settentrionale ed oggi conosciuta come Urfa. Localizzata a circa 40 chilometri a nord-ovest dell’Harran (Haran) biblica, quest’ultima a sua volta distante circa 20 chilometri dall’attuale confine tra Turchia e Siria, il libro della Genesi narra che:

«Abramo era ormai vecchio, avanti negli anni, e il Signore lo aveva benedetto in tutto.Allora Abramo disse al suo servo, il più anziano della sua casa, che aveva potere su tutti i suoi beni: “…ti farò giurare per il Signore, Dio del cielo e Dio della terra, che non prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo ai quali abito, ma che andrai nella mia terra, tra la mia parentela, a scegliere una moglie per mio figlio Isacco”… Il servo prese dieci cammelli del suo padrone e, portando ogni sorta di cose preziose del suo padrone, si mise in viaggio e andò in AramNaharàim, alla città di Nacor… Non aveva ancora finito di parlare, quand’ecco Rebecca, che era figlia di Betuèl, figlio di Milca, moglie di Nacor, fratello di Abramo, usciva con l’anfora sulla spalla»[4].

Dal passo biblico si evince che Abramo ordinò al suo servo di andare nella terra della sua nascita, che abbiamo visto era essere “Ur dei Cadei” per cercare moglie al figlio Isacco. Il servo obbedì e partì quindi alla volta della città di Nacor nella regione di Aram-naharamain, localizzata dagli studiosi nella Mesopotamia settentrionale in prossimità delle sorgenti del fiume Eufrate. Qui il servo individuò Rebecca, membro della famiglia di Nacor, facente anch’essa parte della famiglia del patriarca. Secondo questa evidenza Harran si localizzerebbe nella regione che Abramo indicava come la sua terra natia e, per estensione logica, possiamo supporre che se Abramo fosse nato in una città chiamata “Ur” una qualche variante di questo nome potrebbe ben essere Urfa, geograficamente molto vicino alla città di Harran. Se questa teoria fosse corretta è del tutto plausibile che l’Abramo di biblica memoria fosse un personaggio storico realmente esistito.

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In questo senso un ulteriore indizio proviene dalle tante tradizioni che ancora oggi vedono nella città di Urfa la patria di Abramo. Una leggenda locale di natura islamica narra che in un’epoca remota Urfa era governata dal re babilonese Nimrod, un adoratore di idoli pagani, residente in un meraviglioso castello situato sulla cima di una scogliera che si affacciava sulla città. Una notte Nimrod ebbe un sogno: presto sarebbe nato ad Urfa un ragazzo che avrebbe sfidato la sua autorità e liberato la città dalla tirannia. A questo punto Nimrod fu così spaventato da ordinare ai suoi uomini di uccidere tutti i bambini maschi nati nel corso dell’anno successivo. Tuttavia una donna già incinta riuscì a nascondere la sua condizione: sfuggì agli ordini di Nimrod e poco tempo dopo partorì in una grotta, localizzata alla base della scogliera sulla quale era costruita la dimora di re Nimrod, un bimbo di nome Ibrahim/Abramo. Il bimbo visse nella grotta, lontano da occhi indiscreti, per ben sette anni dopodiché abbandonò il suo rifugio e fece ritorno in città, ove si avvicinò all’unico vero Dio e creatore dell’Universo. Un giorno, approfittando di una delle molte feste che re Nimrod indiceva fuori dalle mura cittadine, Ibrahim distrusse tutti gli idoli, ad eccezione del più grande, in quanto il solo e unico Dio non poteva essere raffigurato in alcun modo. Quando il sovrano fece ritorno in città trovò i suoi preziosi idoli distrutti ed andò su tutte le furie e si rivolse ad Ibrahim domandandogli le motivazioni alla base di questo atto nefasto. Ibrahim suggerì che forse l’idolo più grande, per gelosia, aveva distrutto gli altri. Nimrod si infuriò ancora di più e rispose che una semplice statua non poteva distruggere alcunché. A questo punto Abramo rispose: “Se è soltanto una statua, perché l’adorate tanto? Come è possibile che una semplice statua eserciti un così forte controllo sulle vostre menti?”. La risposta del Profeta fece infuriare ancora di più il re che perse definitivamente la pazienza e decise di punire Abramo per i suoi misfatti. Ordinò ai suoi uomini di portare il Profeta sulla cima della scogliera e di catapultarlo nell’enorme fuoco che nel frattempo era stato acceso all’interno della città. Ma Dio intervenne e salvò il giusto Ibrahim poiché nel punto in cui il Profeta atterrò il Signore fece sgorgare una sorgente le cui sacre acque spensero l’enorme focolare che ardeva in città.

Con il trascorrere dei secoli l’area nella quale si si svolsero gli avvenimenti narrati in questa leggenda, che per intenderci si estende dalla grotta dove nacque Abramo sino al punto in cui sgorgò la sacra sorgente, divenne meta di molti pellegrinaggi e parimenti si arricchì di numerosi edifici sacri, talvolta costruiti proprio nel punto in cui, secondo la tradizione, si verificarono uno o più episodi miracolosi. È questo il caso dell’edificio noto come la Piscina di Abramo, in lingua locale Balikligöl, eretta laddove secondo la leggenda fu catapultato il Patriarca: l’acqua che ancora oggi riempie la vasca proviene della sacra sorgente mentre il legno ed il carbone che alimentavano il grande focolare si tramutarono nei sacri pesci, le carpe, che ancora vivono in queste splendide acque celesti.

L’autore

Dottore di Ricerca in Archeologia. Autore di numerose autore di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative, da anni si occupa di studi inerenti l’archeologia di frontiera, con particolare attenzione ai misteri biblici e delle antiche civiltà. Collaboratore delle più importanti riviste di settore, quali «Archeomisteri» e «Fenix», ha pubblicato il saggio L’Alba della Civiltà: dall’Indonesia alla Turchia le prove definitive per risolvere il mistero sull’origine della Civiltà (Anguana Edizioni).

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[1]Genesi 11:28; 12:2; 15:18; 17:15.

[2]Finkelstein – Silberman 2015, pp. 41-44.

[3]Liverani 2011, pp. 620-630.

[4] Genesi 24:1-16.