Yw Titi: la misteriosa isola scomparsa degli Antenati

di Anna Bacchi – autrice del libro “La maledizione del Sole oscurato” – Aracneeditrice 2015

Dopo aver parlato degli enigmatici atipici individui predinastici trovati in terra Egizia voglio portare all’attenzione degli amici di Acam la misteriosa isola da cui, secondo i testi scritti sulle pareti del tempio di Edfu, giunsero gli Antenati che generarono gli dei primigeni egizi.

Argomento che mi darà anche l’occasione per parlare di una scoperta fatta nell’agosto 2015 che ha avuto un rilevante clamore mediatico ma, come sempre accade ogni qualvolta verrebbero rimesse in discussione radicate “certezze” derivate da preconcetti più che consolidati, anche una confutazione. Questo ritrovamento, infatti, non solo sarebbe molto conciliabile con l’oscuro mondo primordiale che graviterebbe intorno all’isola citata dai testi ma anche con la collocazione degli Antenati da me supposta nella prima metà del IX millennio a.C.[ii] e con gli antichi Dei Costruttori.

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(Image credit: E. Lodolo/Z. Ben-Avraham)

Naturalmente per coloro che hanno opinioni ortodosse questa misteriosa isola è associabile a una delle tante isolette del Delta o del Nilo. Diverse, invece, le convinzioni dei ricercatori alternativi perché per alcuni è un palese riferimento alla mitica isola platonica di Atlantide; per altri alla leggendaria Thule (sede degli Iperborei conciliabili con i numerosi misteriosi individui predinastici alti, possenti e biondi rinvenuti in Egitto) e per altri ancora all’altrettanto leggendaria Esperia, l’isola delle Amazzoni nella palude libica Tritonide, di cui parla Diodoro Siculo[iii]. Come si avrà modo di vedere, però, questa “oscura” isola primordiale potrebbe far parte di un contesto molto più tangibile e, soprattutto, molto più vicino. Ma procediamo con ordine.

Tra gli studiosi è opinione assai diffusa che gli Egizi divennero improvvisamente una cultura megalitica all’inizio della III Dinastia (con la costruzione della piramide a gradoni di Djoser a Saqqara) che avrebbe poi raggiunto l’apice nella IV Dinastia con le monumentali costruzioni di Giza. Questa convinzione, però, verrebbe smentita non solo dal fatto che la piramide di Djoser sembrerebbe non essere stata la prima struttura piramidale ad essere realizzata in Egitto (tanto è vero che oltre alle numerose raffigurazioni egizie di strutture similari anteriori di secoli al regno di Djoser[iv] pure Manetone attribuisce già al quarto re della I Dinastia la costruzione di piramidi[v]) ma anche dalle molte strutture realizzate con grandi massi presenti in Egitto. È molto difficile, perciò, non percepire agli albori della storia egizia la presenza di una cultura megalitica i cui discendenti ne avrebbero perpetuato le tradizioni per millenni. Probabilità di cui, volenti o nolenti, si deve tener conto perché ampiamente suffragata dai grandi monoliti di Nabta Playa e dagli Dei Costruttori primigeni citati nei testi del tempio di Edfu dedicato a Horus-Behudety.

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Due delle numerose raffigurazioni egizie anteriori di secoli al regno di Djoser. A sinistra mio schizzo a matita del particolare della Paletta di Narmer (la realizzazione di questo tipo di oggetti votivi scomparve con l’avvento dell’età storica e, quindi, secoli prima di Djoser) in cui è possibile vedere già una struttura piramidale all’interno di in recinto. A destra mio schizzo a china del riquadro di Den (I Dinastia) sulla Pietra di Palermo in cui appare una struttura piramidale a gradoni degradanti.

Soprattutto questi ultimi sono molto interessanti perché, non appartenendo al consueto pantheon egizio in quanto citati tra gli Antenati (tpyw‘) che originarono gli dei primigeni successivi, suggerirebbero che potessero ricollegarsi ad ancestrali tradizioni precedenti l’epoca mitica (Primo Tempo) che avrebbero visti protagonisti gli stessi Antenati. Nelle scene che illustrano i rituali di adorazione dedicati a questi misteriosi personaggi, infatti, l’egittologa Eva Reymond (già Jelinkova), specializzata in Edfu[vi], fa notare i molti parallelismi tra djdw-dei (che nelle tradizioni più tarde fu associato alla piccola Enneade) e tpyw‘-Antenati e il fatto che molte volte questi termini si alternino. Ciò la porta a suggerire che djdw debba riferirsi a divinità di un altro mondo sacro precedente che poteva eventualmente svanire e, visto che questi djdw rappresentavano gli Antenati del mondo sacro che era a seguire, è probabile che indicassero la forma spirituale degli dei del passato[vii].

Superfluo dire che per questioni di spazio è impossibile riassumere tutti i testi incisi sulle pareti del tempio (basti pensare che l’egittologo francese Emile Chassinat impiegò 40 anni per copiare e pubblicare tutte le iscrizioni che pubblicò in una monumentale opera composta da 14 volumi di cui otto con più di 3.000 pagine di testi geroglifici) per cui porterò brevemente all’attenzione degli amici di Acam solo alcuni punti molto intriganti. Alcuni di quelli, cioè, che per la loro problematica lettura per espressioni inusuali, per adattamenti successivi o perché incompleti o deteriorati continuano ancora ad avere un significato oscuro dando luogo soltanto a interpretazioni molto speculative e che, in base alle convinzioni (ortodosse o no) di chi li commenta, inevitabilmente prospettano scenari diversi e, a volte, anche molto distorti.2_a

In questi testi, che citano di essere tratti da un antichissimo libro sacro che riportava le parole dei saggi, vi sono riferimenti ad antichi esseri divini suddivisi in Anziani, Discendenti di Tjenen, Figli del Creatore, Gloriosi Spiriti dell’Età Primigenia, Figli dei Saggi, Dei Costruttori e Augusti Shebtiu; a una misteriosa isola in parte coperta di canne chiamata “Isola dei Calpestatori” (yw titi) che si trovava nell’oscurità al centro delle acque primordiali e anche a una distinzione tra i membri di questa società divina. In questo gruppo, infatti, vi erano due leaders, Wa (il Lontano) e ‘Aă (il Grande), ma soltanto loro erano i Signori dell’Isola dei Calpestatori e, a quanto pare, solo successivamente si sarebbero uniti agli Shebtiu (dopo che questi ultimi erano andati a far loro visita) perché nel pilone del tempio sono raffigurati senza Wa e ‘Aă.

E se i nomi degli Shebtiu sono molto coinvolgenti (il Lontano, il Grande, il Marinaio, il Sacro di Testa, il Creatore del Serpente della Terra, il Signore dei Due Cuori, il Signore della Vita e del Dominio e il Signore dal Torace Possente che fece il massacro-Anima che vive sul Sangue), maggiormente lo sono il “Luogo in cui i nemici furono annientati”, il “Territorio dell’Antenato”,  il “Luogo del Ricongiungimento” della congrega di questi dei, l’Isola della Fiamma, l’Isola dell’Uovo in cui risiedevano le prime due generazioni dei Creatori (la prima era di Mesenty mentre la seconda è chiamata quelli di Kas, riferimenti tuttora indecifrabili), l’Isola delle due Fiamme e il laghetto dalle sponde primordiali vicino al quale vivevano gli artefici della creazione.

Ovviamente, poi, c’è il Falcone Horus, il posatoio su cui si posò e un enigmatico invito degli Shebtiu fatto al Falcone di andare a visitare il posto. Inoltre, tra le tante cose simboliche create a protezione del luogo, si viene anche sapere che furono create due divinità (Segemeh e Sekem-Her) simbolizzate da due bastoni o aste[viii] che avevano il compito di respingere il pericolo dall’isola (il nemico Serpente) e che fu portato anche il pilastro Djed (che i testi suggerirebbero anche restaurato dagli Shebtiu, il che attesterebbe che già gli Antenati avessero competenze nell’arte di lavorare la pietra, tra l’altro avvalorato proprio dalla presenza di Dei Costruttori).

Ciò che intriga maggiormente, però, è che la creazione interessò più possedimenti (pāy-lands chiamati anche Isole Benedette) e altri posti sacri perché il tutto parrebbe indicare che questo mondo primordiale alla fine includesse 10 territori di cui vengono citati anche i nomi: Tumulo del Raggiante, Isola di Ra, Pilastro-Died della Terra, Alta Collina, Albero dell’Olio, Colui che in Kas è ricco, Mesen, Colui che rese prosperi i posti, Behedet (che parrebbe avere anche il nome Primo dei Tumuli) e Luogo degli Spiriti.

Ovviamente i testi raccontando i vari stadi della creazione parlano di divinità, preghiere,  incantesimi ed eventi loro correlati ma è chiaro che descrivano avvenimenti (trasformatisi poi con il passare del tempo in miti che in seguito avrebbero amalgamato più tradizioni) che videro protagonisti vere e proprie entità fisiche. E’ molto difficile, perciò, non ravvisare in questi misteriosi esseri divini possibili capi di fieri gruppi dall’indole bellicosa entrati in competizione (molto probabilmente per l’accaparramento di una risorsa importante) che alla fine avrebbero poi stretto un’alleanza. A supportare tutto ciò, infatti, parrebbe essere il termine titi perché letteralmente significa “calpestare i nemici”, il “Luogo del Ricongiungimento” e gli altri nomi con cui è citato il  sacro mondo primordiale, tra cui Isola della Lotta e Isola della Pace. Inoltre, visto, che la creazione non fu un atto unico ma avrebbe progressivamente riguardato più luoghi si potrebbe anche arrivare a pensare che l’alleanza o la riunione di questi gruppi avesse rafforzato il loro potere portandoli a poco a poco a conquistare nuovi territori.

Potrebbe non essere azzardato, perciò, ravvisare in questi remoti personaggi, prima avversari e poi alleati, gli avi di quei gruppi ancora oscuri[ix] che a cavallo del VII/VI millennio a.C. per le loro maggiori conoscenze e la loro organizzazione sarebbero riusciti ad imporsi anche su aree sempre più estese del Delta Occidentale perché non bisogna dimenticare che per le tradizioni egizie i regni dei primi re divini furono caratterizzati da continue ribellioni degli uomini.

Ovviamente chi ha opinioni ortodosse identifica il luogo della creazione e i nomi citati con la città di Edfu e i territori limitrofi ma, poiché i sacerdoti dei più importanti centri di culto egizi lo associavano alla propria città, è presumibile che il tutto avesse un’unica remota origine che con il tempo sarebbe stato poi arricchito da altre antiche tradizioni correlate ai vari centri cultuali[x].

Si potrà notare poi che il posatoio su cui si posò Horus ricorda molto il germoglio primordiale uscito dalle acque nel primo mattino del mondo su cui si posò la mitica Fenice e Rundle Clark nel suo libro “Myth and Symbol in the Ancient Egypt” identifica la lontana terra ammantata di mistero e magia al di là del mondo da cui proveniva questo leggendario uccello con “l’Isola del Fuoco, il luogo della luce eterna oltre i confini del mondo dove erano nati o resuscitati gli dei e da dove venivano inviati nel mondo…”[xi]. Questa Isola del Fuoco ha forse un collegamento con l’Isola della Fiamma citata nei testi di Edfu? E lo ha anche con l’Isola della Fiamma citata innumerevoli volte nel Libro dei Morti?

Oltre all’Isola del Fuoco, della Fiamma o della Due Fiamme, anche altri indizi parrebbero suggerire la possibile localizzazione del misterioso mondo sacro primordiale correlato agli Antenati e sono l’attività vulcanica, alcuni nomi dei pāy-lands, il laghetto dalle sponde primordiali, il nemico Serpente, l’ossidiana, il falco, le due divinità Segemeh e Sekem-Her, le numerose raffigurazioni rupestri sahariane che immortalano remoti individui con testa di uccello[xii], le divinità egizie con testa di uccello (prima fra tutti il falcone Horus) e infine il pilastro Djed.

Isola del Fuoco, della Fiamma o delle Due Fiamme

Naturalmente un’Isola della Fiamma, del Fuoco o delle Due Fiamme riporta subito alla mente un’isola vulcanica e, tra i contesti conciliabili con un collocamento di questa misteriosa isola, la Sicilia ha un ruolo predominante non solo per la presenza dell’Etna, il vulcano più grande d’Europa, ma anche perché prima della risalita olocenica del livello dei mari il suo territorio sarebbe stato molto più esteso, come del resto quello del litorale tunisino, il che avrebbe potuto facilitare possibili migrazioni di remoti clan dalla nostra penisola verso il Nord-Africa e viceversa. Al tempo dell’ultimo maximum glaciale, inoltre, il Canale di Sicilia sarebbe apparso completamente diverso perché, oltre a Pantelleria, nel settore nord-occidentale vi sarebbero state molte altre isole e isolotti mentre l’arcipelago maltese sarebbe stato un tutt’uno con la Sicilia. Ciò quindi avrebbe permesso l’attraversamento di questo braccio di mare tra Tunisia e Sicilia non solo a vista ma anche in un tempo molto più breve di quello occorrente ai nostri giorni.

(Image credit: E. Lodolo/Z. Ben-Avraham)
(Image credit: E. Lodolo/Z. Ben-Avraham)

Dall’immagine, inoltre, si potrà notare che, prima della risalita olocenica del livello del Mar Mediterraneo, nel Canale di Sicilia vi erano proprio 10 aree emerse isolate molto conciliabili con le 10 pāy-lands dei testi. Soltanto una fortuita coincidenza?

Probabilmente sì ma, come si vedrà, non solo tutti gli indizi sembrerebbero convergere proprio su questo antico tratto di mare ma nel mondo sacro primordiale degli Antenati l’isola di Pantelleria potrebbe aver avuto un ruolo determinante.

Sicuramente gli amici di Acam obietteranno che il picco dell’ultima era glaciale risalirebbe all’incirca a 18.000 anni fa ma è proprio in questa epoca che potrebbero collocarsi i lontani progenitori di coloro che sarebbero stati poi ricordati dalle tradizioni egizie come Antenati degli dei primigeni. Inoltre, la colonizzazione della Sicilia è fatta risalire proprio a tale periodo[xiii]. Poiché il Canale di Sicilia avrebbe iniziato a cambiare progressivamente aspetto per l’innalzamento del mare intorno ai 12.000 anni fa[xiv], questo braccio di mare avrebbe permesso un’agevole navigabilità per circa 6 millenni favorendo così per migliaia di anni non solo possibili migrazioni di clan tra le due sponde ma potrebbe essere stato anche un’importante direttrice per scambi di un bene molto significativo per l’epoca cioè dell’ossidiana che in epoca preistorica rappresentò uno dei beni più ricercati, tanto è vero che è chiamata anche l’oro della preistoria.

L’attività vulcanica

Pantelleria, chiamata anche Perla Nera del Mediterraneo per il nero diamantino delle sue pietre vulcaniche, è ricchissima di suggestive quanto uniche bellezze naturali tra cui scogliere alte più di 300 metri, baie incantevoli, colate laviche che solidificandosi hanno creato sorprendenti paesaggi, grotte, sorgenti termali e le famose “Favare”, getti di vapore acqueo che fuoriescono a intermittenza da spaccature delle rocce. E, proprio perché terra vulcanica, è anche un’isola fertilissima e quindi conciliabile con i pāy-lands Albero dell’olio e Colui che rese prosperi i posti.

La sua evoluzione geologica iniziò oltre 300.000 anni fa e nel corso dei millenni vide parecchi cicli di attività eruttiva. Tra i 44.000 e i 35.000 anni fa, nella parte sud-orientale della caldera dei Cinque Denti, emissioni di colate laviche e piroclastiche riempirono circa due terzi della caldera formando il vulcano di Monte Gibele mentre intorno ai 18.000 anni fa il sollevamento della porzione centro-settentrionale della caldera portò alla formazione della Montagna Grande, la cima più alta dell’isola (836 m). Tra i 18.000 e i 3.000 anni fa, inoltre, vi furono anche importanti eruzioni dai centri eruttivi pericalderici in corrispondenza di fratture radiali[xv].

Si noterà, quindi, che quando il Canale di Sicilia era ancora costellato di terre emerse l’isola di Pantelleria non solo sarebbe stata molto conciliabile con l’Isola del Fuoco o della Fiamma ma anche con quella delle Due Fiamme per possibili eruzioni contemporanee da due centri eruttivi e con l’oscurità, dovuta proprio alle eruzioni, che avrebbe avvolto l’isola.

Lo Specchio di Venere
Lo Specchio di Venere

Non si deve dimenticare poi il suggestivo Specchio di Venere, un laghetto dalle acque turchesi e cristalline alimentato dalle piogge e da numerose polle di acqua sulfurea gorgoglianti a pelo d’acqua. Questo laghetto, infatti, si è formato in una conca di origine calderica ai piedi della contrada Bugeber nella parte settentrionale dell’isola e le polle e i fanghi gorgoglianti gli conferiscono un aspetto lunare che ben si concilierebbe con quello dello specchio d’acqua dalle sponde primordiali vicino al quale vivevano gli artefici della creazione. Ad accrescere maggiormente la conciliabilità di Pantelleria, inoltre, anche la Montagna Grande associabile al pāy-land Primo dei Tumuli (Behedet) mentre il pāy-land Alta Collina potrebbe associarsi ad uno dei rilievi dei crateri vulcanici minori già all’epoca inattivi (Cuddia Attalora, Cuddia Mida, etc.). Nel nemico Serpente, invece, si potrebbe facilmente ravvisare una fluida colata lavica per cui uno dei crateri dell’isola ben si accorderebbe con il Creatore del Serpente della Terra dei testi.

L’ossidiana

L’ossidiana è un vetro vulcanico che si forma per un raffreddamento assai rapido di lave viscose  molto ricche di silicio (SiO2 > 65%) e, per la sua caratteristica di poter essere scheggiata in parti particolarmente affilate, fin dai tempi più remoti fu utilizzata dall’uomo per la realizzazione di strumenti taglienti, tanto è vero che il suo primo uso documentato (sulle coste del Mar Rosso), risale a 125 mila anni fa[xvi].

cNonostante ciò, però, si ritiene che la diffusione del suo utilizzo iniziò nel Neolitico ma già i magdaleniani (15000/10000 a.C.) ne facevano uso, soprattutto di quella proveniente dai Carpazi. Poiché manufatti di ossidiana sono stati trovati anche a molte centinaia di chilometri dai giacimenti e questo vetro lavico ha delle caratteristiche esclusive tipiche della colata di origine che fanno risalire al luogo di provenienza, si sono potute ricostruire le vie degli antichi scambi.

Per quanto riguarda il Mediterraneo occidentale tutta l’ossidiana trovata in insediamenti neolitici della Francia meridionale e italiani è originaria della Sardegna e di Palmarola (la più occidentale delle isole Pontine) mentre quella rinvenuta in insediamenti siciliani, maltesi e tunisini proviene dalle isole di Pantelleria e Lipari.

Inevitabilmente sorge spontanea una domanda: se l’ossidiana era usata fin dai tempi più remoti e già per i magdaleniani era un bene molto ricercato, perché nel Mediterraneo la sua diffusione sarebbe iniziata soltanto parecchi millenni dopo?

Inutile dire che la risposta univoca della maggioranza degli studiosi non è affatto convincente perché viziata da radicati preconcetti. Infatti, benché ci siano prove della colonizzazione via mare dell’Australia fin dal 50000 a.C. e tracce della presenza di solutreani (20000/16000 a.C.) nel Nuovo Mondo, non solo si ritiene che la navigazione nel Mediterraneo risalga soltanto al Neolitico ma anche che i navigatori neolitici non avessero ancora quell’esperienza e capacità necessarie per effettuare traversate in mare aperto. Come spiegare allora le tracce di pesca del tonno rinvenute a Mentone (Francia) risalenti al 15000 a.C.?

Fortunatamente, però, già da molto tempo ci sono anche voci fuori dal coro come ad esempio Louis-René Nougier (titolare della prima cattedra di Archeologia Preistorica istituita in Francia e scopritore dei graffiti e pitture della Grotta di Ruffignac) che scrive: “… ricordiamo che uomini e piroghe hanno raggiunto Maiorca nell’8736 a.C. come minimo, e che la Corsica è popolata almeno dal 6610 a.C. I collegamenti marittimi sono dunque attestati nel Mediterraneo occidentale già dal IX millennio a.C. con uomini, donne e bestiame…”[xvii]

Non si può escludere, perciò, che le vie marittime dell’ossidiana delle quattro isole del Mar Mediterraneo occidentale fossero più vecchie di millenni di quanto diffusamente ritenuto e che l’innalzamento del mare possa aver cancellato remoti insediamenti litoranei in cui si sarebbero già usati manufatti di questo vetro lavico proveniente dalla Sardegna, da Palmarola, da Pantelleria e da Lipari. Inoltre, poiché in Europa l’ossidiana era un bene tra i più ricercati fin dal magdaleniano, non si può neanche escludere che gli strumenti degli avi venissero conservati gelosamente di generazione in generazione per secoli e secoli il che spiegherebbe i ritrovamenti (almeno al momento) solo in successivi contesti neolitici. Forse le cruente lotte sottintese nei testi di Edfu erano dovute al controllo della via marittima dell’ossidiana del Canale di Sicilia?

E’ interessante notare, infatti, che a Pantelleria nonostante siano state individuate ben cinque colate di ossidiana sono stati trovati anche manufatti locali che non sarebbero attribuibili a nessuna delle colate  note. Vista la lunghissima attività eruttiva nell’isola, perciò, potrebbe non essere troppo azzardato pensare che una o più colate di ossidiana potrebbero trovarsi ora molto sotto il livello del mare mentre all’epoca in cui il Canale di Sicilia era punteggiato di terre emerse sarebbero state in superficie permettendo un agevole sfruttamento. Se fosse davvero così, quindi, ben si inquadrerebbero lotte sanguinose tra remoti clan entrati in competizione per il controllo di quel tratto di mare che avrebbe permesso l’esportazione dell’ossidiana e una loro successiva alleanza.

Il falco

I falconidi sono uccelli le cui doti, fin dai tempi più remoti, non sarebbero certamente sfuggite agli antichi cacciatori perché modelli di perfezione venatoria per cui questi animali sarebbero stati da emulare e magnificare nelle loro tradizioni magico-religiose. Tradizioni che alcuni clan continuarono a perpetuare per millenni di generazione in generazione e che influenzarono anche quelle di  gruppi incontrati nel corso delle loro millenarie migrazioni.

Chissà, infatti, quante volte questi attenti e scrupolosi osservatori dell’ambiente che dava loro sussistenza ammiravano la fierezza di questi rapaci, la loro vista acuta, i lunghi voli planati, le brusche virate e le picchiate per catturare le prede. E chissà quante volte, affascinati e incuriositi, si  soffermavano ad osservare le loro migrazioni autunnali verso sud in attesa di vederli tornare quando il clima sarebbe tornato più mite.

Beh, non ci si crederà ma il punto più importante di partenza per la migrazione primaverile di parecchie migliaia di questi rapaci verso nord è Capo Bon (Tunisia) dal quale, proprio attraverso il Canale di Sicilia, raggiungono le coste occidentali siciliane da cui poi molte migliaia proseguiranno verso la dorsale appenninica per arrivare nei territori settentrionali.

Poiché Pantelleria è nota agli amanti del bird watching per l’enorme quantità di uccelli osservabili, tra cui proprio anche molte specie di rapaci che a primavera arrivano in grossi stormi da Capo Bon veleggiando sul mare sospinti dalle correnti ascensionali, sarebbe troppo cervellotico ravvisare nell’enigmatico invito al Falcone di andare a visitare il posto un possibile riferimento all’arrivo molto suggestivo e spettacolare di questi uccelli sull’isola?

Segemeh e Sekem-Her

Un ulteriore indizio che ricollegherebbe Pantelleria al mondo primordiale degli Antenati degli dei primigeni egizi sono le due divinità create Segemeh e Sekem-Her che nei testi erano simboleggiate da due bastoni o aste che dovevano respingere il pericolo dall’isola, il nemico Serpente. E se invece, vista la presenza nei testi di Dei Costruttori, fossero stati due simboli di pietra?

In località Serraglia, infatti, vi sono dei monoliti, di cui due affiancati, che parrebbero demarcare un’area sacra. Ciò che li rende molto interessanti è il fatto che il complesso è stato eretto proprio vicino alle Favare la località, cioè, caratterizzata dalle fumarole che fuoriescono ad intermittenza da fenditure delle rocce che remoti individui avrebbero potuto associare al respiro della Madre Terra, e quindi proprio di Tanen che nei testi creò Segemeh e Sekem-Her.

Sicuramente gli amici di Acam obietteranno che il megalitismo è un fenomeno sviluppatosi in Europa solo dal Neolitico in poi non sapendo, invece, che è molto più antico. Nel sito francese di Regourdou (vicino Lascaux), infatti, fu trovata una sepoltura neanderthaliana e una fossa rettangolare con pietre allineate, anteriore alla sepoltura, con i resti di oltre venti orsi sotto

un lastrone del peso di circa una tonnellata[xviii]. A Saint Germain la-Riviere (sempre vicino Lascaux), invece, in una sepoltura magdaleniana fu trovato lo scheletro di una donna che per la complessità della tumulazione e la ricchezza del corredo funebre (composto anche da beni provenienti da territori molto lontani) fu chiamata la Dama di Saint Germain la-Riviere perché indicante manifestamente già una stratificazione sociale. La struttura funeraria era composta da 4 blocchi che sostenevano due lastre che sembravano proteggere la defunta e l’architrave più grande, sostenuta da 2 ulteriori  piedritti infissi nel terreno, aveva un anello in corrispondenza della testa mentre quella più piccola proteggeva gli arti inferiori ripiegati. Datazione al C14 15780 +/-  200 BP[xix].

Anche in questo caso inevitabilmente sorge spontanea una domanda: se in Europa l’uso di grandi monoliti è già riscontrabile in contesti neanderthaliani e magdaleniani, perché il megalitismo sarebbe fiorito alla grande soltanto a partire dal Neolitico?

Si sa che la pietra non può essere datata per cui tutti i test al C14 vengono effettuati su resti organici trovati in contesti vicini. A differenza di quello di Saint Germain la-Riviere e di innumerevoli altri, però, i contesti da cui vengono presi materiali organici per le datazioni a volte potrebbero dare esiti  ingannevoli a causa di stratigrafie inverse in caso di  riseppellimenti di siti o per nuove frequentazioni di siti abbandonati millenni prima, possibilità quest’ultima molto frequente. Figuriamoci, poi, quanto possano essere aleatorie le datazioni di monoliti dalle cui vicinanze non è stato possibile estrapolare alcun contesto chiarificatore per cui le conclusioni sono state basate solo su consolidati preconcetti.

I menhir in località Serraglia, perciò, potrebbero anche essere molto più antichi perché non solo Pantelleria ha visto cicli di frequentazioni umane distanziate di secoli e secoli che avrebbero già potuto trovare in loco questi monoliti ma anche perché è proprio la mancanza di reperti a lasciare ampi spazi aperti a tutte le possibilità. Reperti molto più antichi in remoti siti una volta litoranei, infatti, potrebbero essere stati cancellati irrimediabilmente dall’innalzamento del mare o da frane sottomarine mentre in siti più alti, vista l’intensa attività eruttiva dai 18.000 ai 3.000 anni fa (culminata intorno al 7000 a.C.), da materiale eruttato.

Anche le osservazioni archeoastronomiche in situ fatte nel 2009 non hanno fornito informazioni per una loro possibile datazione perché, non essendo stato possibile estrapolare dal contesto alcun dato per il periodo reale della messa in loco dei monoliti, si sono limitate soltanto a posizioni solari e lunari in quanto non si è voluto azzardare nessun allineamento stellare per gli orientamenti non collimanti con i moti solari o lunari (al link della nota è possibile vedere foto di questi monoliti e scaricare il file PDF con gli esiti delle osservazioni)[xx].

Gli individui con testa di uccello

Parlando dei falconidi si è già accennato al fascino che avrebbero esercitato sugli antichi cacciatori per la loro perfezione venatoria e testimonianze di immedesimazioni con questi straordinari uccelli ci giungono da raffigurazioni parietali in grotte francesi, come ad esempio l’Uomo di Cougnac e quello di Pech-Merle riprodotti con testa di uccello, mentre ad Altamira (Spagna) incisioni profonde immortalano un uomo con volto di uccello e zampe di orso. L’esempio più noto, però, è senza dubbio quello della grotta di Lascaux (Francia) in cui nel Condotto dell’Uomo Morto sono stati raffigurati un antico cacciatore presumibilmente morto con testa d’uccello, un bisonte ferito che perde le interiora e un bastone sciamanico con all’estremità un volatile (incredibilmente simile al simbolo egizio dell’occidente), chiara rappresentazione di una caccia dall’esito drammatico.

Questa rappresentazione, inoltre, per Michael Rappengluëck (ricercatore dell’Università di Monaco) oltre ad avere un significato astronomico avrebbe anche un corrispondente nel mito egizio di Dewen-anwi (divinità egizia con testa di falco) che combatte il bovino Meskhetiu e chi ha letto il mio libro “La maledizione del Sole oscurato” ha visto quanto remote potrebbero essere le sue origini. Questo mito, di cui vi sono riferimenti sul soffitto della seconda tomba a Deir el-Bahri di Senenmut, della tomba di Seti I, della seconda sala ipostila del Ramesseum e su altri soffitti stellari, infatti, parrebbe ricollegarsi proprio agli Antenati degli dei primigeni egizi e ai numerosi individui sahariani immortalati con testa di uccello.

Probabilmente, però, molti amici di Acam non sapranno che nel contesto conciliabile con la localizzazione del sacro mondo primordiale degli Antenati vi è una mirabile incisione,  continuazione dell’arte animalistica nel periodo degli ultimi cacciatori, di personaggi proprio con testa di uccello che potrebbe rappresentare il collegamento tra gli antichi individui sahariani effigiati con tali caratteristiche e la Sicilia attraverso l’antico Canale di Sicilia.

eSto parlando delle Grotte dell’Addaura sul monte Pellegrino (Palermo) le cui raffigurazioni rupestri  costituiscono una delle più realistiche espressioni dell’arte rupestre del paleolitico superiore connesse con l’arte della provincia franco-cantabrica e che la Bovio-Marconi nel Bullettino di paletnologia italiana (1953) paragonò ad analoghi spunti africani.

Si potrà notare che in queste incisioni dal tratto sicuro i personaggi hanno corpi imponenti e maestosi evidenzianti un’estetica elitaria che riportano subito alla mente gli enigmatici atipici individui dolicocefali predinastici egizi alti e possenti ma anche che uno dal capo allungato (dolicocefalo?) è contraddistinto da una peculiarità che avrebbe caratterizzato fin dai tempi più remoti proprio alcune tribù libiche e in seguito esponenti di culture predinastiche egizie: la distintiva coda (o treccia) di capelli raccolta in alto sulla testa. Soltanto una casualità?

 

 

Questi misteriosi individui, inoltre, potrebbero già aver avuto una grande familiarità con il mare. Al centro di questa complessa scena, infatti, c’è un personaggio in atto di tuffarsi con capo e arti superiori associabili a testa e pinne di una foca sotto a un uomo con la schiena molto inarcata perché ha il collo legato da una fune alle sue caviglie per cui è davverof difficile non scorgervi un possibile rituale magico-propiziatorio sacrificale per la caccia a questo animale che, oltre alla costa, si sarebbe potuta estendere in mare aperto e a volte con esiti anche molto drammatici. Esiti a volte drammatici, infatti, verrebbero confermati dall’uomo morto effigiato con testa e baffi di foca e un arpione in mano nella grotta Cosquer, santuario paleolitico sommerso a – 37 metri (scoperto da un sub nel 1985 nei pressi di Marsiglia) ricco di riproduzioni di animali terrestri e marini arrivate fino a noi per la caratteristica ascendente della galleria di accesso che ha permesso l’intrappolamento dell’aria in una grande sala a circa 120 metri dall’ingresso.

Le investigazioni in questa grotta hanno evidenziato, a partire dai carboni residui dei focolari usati per le raffigurazioni nere a carboncino, due frequentazioni umane distanziate di circa 8.000 anni: la prima intorno al 25000 a.C. e la seconda dal 17200 al 16500 a.C. circa.

Il pilastro Djed

L’ultimo indizio, non certo però per importanza, a ricollegare il Canale di Sicilia al mondo sacro primordiale dei testi è il pilastro Djed, la colonna associata a Osiride, la cui origine è molto antica perché già nella necropoli predinastica di Helwan (circa 20 km a sud dell’odierno Cairo) sono stati trovati amuleti djed e tat (nodo o cintura di Iside) dimostrando quanto fosse antica l’usanza di seppellire questi amuleti con i defunti per allontanare le entità avverse.

Nei testi è citato che a protezione del luogo fu portato anche questo pilastro (che parrebbe fosse stato anche restaurato) e nell’agosto del 2015 è stato trovato un monolite lungo circa 12 metri adagiato sul fondale a 40 metri di profondità proprio in un’area che prima della risalita olocenica del Mediterraneo sarebbe stata un isolotto (Pantelleria Vecchia) del Canale di Sicilia.

A fare il ritrovamento, diffuso con un articolo a firma di Emanuele Lodolo e Zvi Ben-Avraham dal titolo “A submerged monolith in the Sicilian Channel (central Mediterranean Sea): Evidence for Mesolithic activity” pubblicato sul Journal of Archaeological Science 3 (2015), è stato un team internazionale capitanato da Emanuele Lodolo (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste) e Zvi Ben-Avraham (Università di Tel Aviv) in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri e un gruppo di sub professionisti della Global Underwater Explorers.

Il grosso blocco di pietra è caratterizzato da fori (uno che lo attraversa ad una estremità e due lateralmente) e per gli scopritori indicherebbe non solo che l’uomo avesse già occupato alcune isole che fino a circa 9500 anni fa costellavano il settore nord-occidentale del Canale di Sicilia ma anche che fosse già in possesso di evolute capacità tecniche perché la forma del monolite e i fori non possono essere addebitati a nessun processo naturale e perché, prima di essere innalzato, sarebbe stato trasportato per circa 300 metri dalla zona di estrazione[xxi].

foro monolite (Image credit E. Lodolo)
Uno dei fori del monolite. (Image credit: E. Lodolo/ Z. Ben-Avraham)

A pochi giorni dalla pubblicazione dell’articolo sul Journal of Archaeological Science, però, è arrivata una confutazione. In un comunicato stampa a firma di tre eminenti esperti di antichità sommerse nei mari siciliani e mediterranei (Sebastiano Tusa, Soprintendente del Mare della Regione Siciliana nonché preistorico, paletnologo e archeologo subacqueo, Fabrizio Antonioli, geomorfologo dell’ENEA, e Marco Anzidei, geofisico dell’INGV), infatti, è stato controbattuto ogni punto delle teorie postulate da Lodolo e Ben-Avraham (tra cui anche la datazione al C14) per arrivare alla seguente conclusione: il monolite non è altro che una formazione naturale, cioè un beachrock, tipica degli ambienti litorali e che spesso, a causa dell’erosione costiera, si stacca dal bacino roccioso di origine depositandosi nel Mar Mediterraneo tra +1 e -5 metri rispetto alla linea di costa. In Sardegna, Turchia, Sicilia, Grecia, Croazia e Liguria queste formazioni naturali sono note e datate fino alla profondità di 60 metri e spesso si formano su coste sabbiose le quali, cedendo, ne favoriscono la frammentazione, anche nella forma di apparenti monoliti.

I tre studiosi siciliani, inoltre, pur ammettendo che quel fondale potesse non essere sommerso nel periodo ipotizzato dagli scopritori, ritengono che il “monolite” non sia attribuibile ad opera umana per le sue caratteristiche (forma arcuata, morfologia degli spigoli e contesto) e per il foro descritto nell’articolo come opera dell’uomo perché simili fori, effetto di erosione naturale, sono comuni in molteplici formazioni rocciose.

C’è da rilevare però che, tra le motivazioni addotte a dimostrazione di un’origine non umana del monolite, nel comunicato è presente anche il trito e ritrito preconcetto della grande arretratezza degli uomini del Mediterraneo occidentale in fatto di navigazione. Per corroborare maggiormente la non attribuzione ad opera umana del monolite, infatti, i tre studiosi scrivono: “Infine, osservando la posizione geografica del “monolite” nello Stretto di Sicilia, come descritto dagli Autori nel lavoro, si nota come il sito indagato fosse una sorta di isolotto (in un’area che oggi raggiunge i -130 metri). Nel periodo Mesolitico era quindi separata dalla terraferma e, nel caso fosse stato antropizzato, doveva essere raggiungibile con imbarcazioni. Si ricorda che i primi eventi di navigazione nel mediterraneo vengono fatti risalire solo al successivo periodo neolitico”[xxii].

Ad ogni modo il fatto che il monolite possa essere un beachrock e non un manufatto non invaliderebbe affatto una sua possibile associazione allo Djed citato nei testi perché, vista una sua possibile restaurazione da parte degli Shebtiu, nulla esclude che questi avessero potuto approfittare della presenza già in loco di questa formazione litica naturale che, dopo un intervento manipolatorio di adattamento, si sarebbe poi innalzata a protezione dell’isolotto. Quante testimonianze di megaliti naturali riadattati poi in loco dall’uomo nel corso dei svariati millenni sono giunte fino a noi?

Alcuni dei ciclopici massi erratici di Colle Lungo (VT) scalpellati nell’antichità dall’uomo (Image credit: ACE & GUALCO – Per gentile concessione del GRUPPO TREKKING TIBURZI di Civitavecchia, RM).
Alcuni dei ciclopici massi erratici di Colle Lungo (VT) scalpellati nell’antichità dall’uomo
(Image credit: ACE & GUALCO – Per gentile concessione del GRUPPO TREKKING TIBURZI di Civitavecchia, RM).

Non rimane, perciò, che attendere ulteriori investigazioni del monolite e del contesto in cui è stato trovato ma già fin da ora questa scoperta, naturale o manufatta che sia, potrebbe rappresentare proprio la ciliegina sulla torta per la possibile localizzazione del misterioso mondo sacro primordiale degli Antenati degli dei primigeni egizi e cioè nell’ambito siciliano, crocevia di popoli e culture fin dai tempi più remoti.

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NOTE:

  • [iii]              Per approfondimenti sull’isola delle Amazzoni vedi: Diodoro Siculo, Biblioteca Historica, Libro III, 49-61 http://penelope.uchicago.edu/Thayer/E/Roman/Texts/Diodorus_Siculus/3D*.html
  • [iv]              Questo argomento è ampiamente trattato nel mio libro in preparazione dal titolo provvisorio “Egitto, altre verità?”. Un’anticipazione, però, già  appare ne “La maledizione del Sole oscurato”.
  • [v]              In accordo con Africano, infatti, Giorgio Sincello (il monaco compilatore del VIII/IX sec. d.C. che contribuì in larga misura alla divulgazione dei passi dell’Aegyptiaca di Manetone riportati da Giuseppe Flavio, Africano e Eusebio) per la I Dinastia scrive:
  • In successione agli Spiriti del Morto, i Semidei, la prima casa reale enumera otto re, il primo dei quali Mênês di This che regnò per 62 anni. Fu portato via da un ippopotamo e morì.
  • Athôthis, suo figlio, per 57 anni. Costruì il palazzo a Menfi; e i suoi lavori anatomici sono ancora esistenti perché era un medico.
  • Kenkenês, suo figlio, per 31 anni.
  • Uenephês, suo figlio, per 23 anni. Nel suo regno una grande carestia colpì l’Egitto. Lui eresse le piramidi vicino Kôchômê… (W.G.Waddell, Manetho, Harvard University Press, Londra ris. 1980).
  •                 Gli studiosi identificano la città di Kôchômê (o Cho) con Saqqara per la mastaba S3038, appartenuta all’ufficiale Nebitka e risalente al regno di Adjib (sesto re della I Dinastia), che presenta tre fasi costruttive. Nella prima fu realizzata la parte ipogea e la sovrastruttura, costituita da una parete ad est verticale e tre composte da otto gradini a scalare per un’altezza complessiva di 2,4 m (che gli studiosi hanno considerato un’anticipazione delle successive piramidi a gradoni) con a nord e a sud due magazzini collocati più in alto della fossa centrale.
  •                 Per me, però, questa identificazione suscita molte perplessità perché Saqqara non è mai stata una vera e propria città bensì un luogo di sepoltura e di culto non solo per tutto il periodo dinastico ma addirittura fino ai tempi dell’occupazione romana. Inizialmente, infatti, fu la necropoli reale collegata all’antica capitale Menfi poi, quando le sepolture reali furono spostate in altre località, perse interesse come luogo funerario reale ma non per quello di nobili, dignitari e alti ufficiali.
  • [vi]              Per approfondimenti su questi testi vedi:
  •       E.A.E. Jelinkova, The Shebtiu in the temple at Edfu, ZAS 87, 1962.
  •       E.A.E. Reymond, Worship of the Ancestor Gods at Edfu, Chronique d’Egypt, Vol. 38 n. 75, 1963.
  •       E.A.E. Reymond, The Mythical Origin of the Egyptian Temple, New York 1969.
  • [vii]            La Reymond, inoltre, evidenzia anche che nei testi sono incorporati due miti: quello del “Libro sacro degli dei dell’età primordiale iniziale” e quello de “L’arrivo di Ra al suo palazzo di Ms-nht” sconosciuti alle fonti principali.
  • [viii]           Per la Reymond questi due bastoni o aste avrebbero indicato l’origine della lancia dei tempi storici.
  • [ix]              Per approfondimenti su questi antichi gruppi vedi:
  1. Bacchi: opera citata.
  • [x]              Per approfondimenti vedi:
  1. Bacchi: opera citata.
  • [xi]             Per approfondimenti su questa isola vedi:
  1. Bacchi: opera citata.
  • [xii]             Per le immagini dei numerosi individui sahariani con testa di uccello vedi:
  1. Lhote, Alla scoperta del Tassili, Il Saggiatore, Milano 1959.
  • [xiii]            Per approfondimenti vedi:
  1. Leighton, Sicily before History, Cornell University Press, Ithaca, New York, 1999.
  • [xiv]            Per approfondimenti vedi:
  1. Lambeck, F. Antonioli, A. Purcell, S. Silenzi, Sea-level change along the Italian coast for the past 10,000 yr, Quaternary Science Review 23, 1567-1598 (2004).
  • [xv]             Per approfondimenti vedi INGV – Catania.
  • [xvi]           Per approfondimenti vedi:
  1. C. Walter, R. T. Buffler, J. H. Bruggemann, M. M. Guillaume, S. M. Berhe, B. Negassi, Y. Libsekal, H. Cheng, R. L. Edwards, R. von Coselk, D. Neraudeau, M. Gagnon, Early human occupation of the Red Sea coast of Eritrea during the last interglacial, Nature 405, 65-69 (2000).
  • [xvii]                L. R. Nougier, La Preistoria, Storia Universale dell’Arte, UTET, Torino 1982, p. 170.
  • [xviii]           P. Jordan, Neandertal l’origine dell’uomo, Newton Compton Editori, Roma 2001
  • [xix]            Per approfondimenti e immagini vedi:
  1. Vanhaeren e F. d’Errico, Le mobilier funéraire de la Dame de Saint-Germain-la-Rivière (Gironde) et l’origine paléolithique des inégalité, Paleo 15, 2003, p 195-238. www.paleo.it