Beethoven 250 anni

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di Mary Falco autrice del libro Legno di Faggio >>

Quest’anno Beethoven compirebbe 250 … e continua a mantenersi al centro della scena, così è inevitabile che attorno alla sua figura si siano formate tante idee sbagliate.

Beethoven Beethoven 250 anniOggi, come regalo di compleanno, cominciamo ad eliminare qualche errore … per esempio l’idea che fosse di origini nobili, un fraintendimento che in realtà, quando era vivo, non gli dispiaceva affatto, ma è pur sempre sbagliato. La particella «van» non ha origini nobiliari, ma è una semplice indicazione di provenienza: da «Beethoven», parola che nella Bassa Franconia antica suonava semplicemente *hof, che significa “cortile”, “cortile di una fattoria”, secondo G. Carli Ballola si tratta di una fattoria specializzata nella produzione di barbabietole, ma essendo professore di musica e non d’agraria, mi atterrei semplicemente al termine “fattoria” (olandese, inglese antico hof, tedesco Hof ). Bettencourt e Béthencourt corrispondono a Bettenhoffen, Bettenhof o Bettenhoven, nomi di villaggi ancor oggi esistenti in Alsazia, Germania o Fiandre.

Gli studiosi preferiscono il villaggio belga di Bettenhoven, presso Waremme, nella provincia di Liegi. Intorno al 1500, il nome “van Beethoven” era scritto come “van Bettehoven”. Dobbiamo attendere il 1595 per ritrovarlo come cognome, ma ahimè! Per designare Josijne Francisca Van Vlasselaer, moglie di Aerts (Arnoldus) van Beethoven … che fu bruciata come strega!

Verso la metà del XVII sec. un Beethoven lascia le Fiandre per Anversa, dove fonda una dinastia di sarti, falegnami e panettieri; il salto di qualità lo fa però Ludwig van Beethoven (Malines, 1712 – Bonn, 1773), che nel 1732, pare a causa di una discussione in famiglia, si trasferisce a Bonn, diventando Kapellmeister (maestro di cappella) del principe elettore di Colonia e sposando nel 1733 Maria Josepha Pall.

Il figlio di questi, Johann van Beethoven (1740 – 1792), era musicista e tenore alla corte del principe arcivescovo elettore di Colonia Clemente Augusto di Baviera, ma quel che più conta per noi, sarà il padre di Beethoven. La madre, Maria Magdalena van Beethoven, nata col cognome Keverich (19 dicembre 1746 – 1787), era nativa di Ehrenbreitstein, in Coblenza, ed era la figlia di un cuoco dell’elettore di Treviri. I suoi antenati provenivano dalla Mosella, molto probabilmente da Köwerich, da cui deriverebbe il cognome. All’età di diciassette anni, nel 1762 andò sposa a un servo e cameriere del principe elettore di Treviri, chiamato Laym, e da lui ebbe un figlio che morì abbastanza presto. A soli diciannove anni, nel 1764, rimasta vedova, sposò Johann van Beethoven; anche il loro primo figlio, Ludwig Maria van Beethoven, morì dopo appena sei giorni. Finalmente il 17 dicembre 1770 nella Remigiuskirche (Chiesa di San Remigio) di Bonn venne battezzato il suo terzo figlio, il secondo del loro matrimonio. Nel libro di battesimo fu registrato con il nome di Ludovicus van Beethoven. Non è possibile documentare con certezza la sua esatta data di nascita, che rimane convenzionalmente accettata al 16 dicembre 1770 (all’epoca i bambini venivano solitamente battezzati il giorno dopo la nascita effettiva, ma non esistono prove documentali che ciò sia avvenuto nel caso di Beethoven). La sua casa natale, divenuta oggi il museo Beethoven-Haus, è a Bonn, in Bonngasse 20. Si sa poco della sua infanzia; l’amicizia con il medico Franz Gerhard Wegeler (1765 – 1848) gli schiuse le porte della casa della famiglia von Breuning, alla quale rimase legato per tutta la vita. Hélène von Breuning era la vedova di un consigliere di corte e cercava un insegnante di pianoforte per i propri figli Leonore e Stephen; Ludwig venne trattato come un componente della famiglia, si trovò perfettamente a proprio agio e si mosse con disinvoltura in questo ambiente intellettuale, fine e cordiale, dove si discuteva di arte e letteratura.

Beethoven_wiki.Carl-Jaeger Beethoven 250 anniIn seguito Stephen von Breuning si stabilì a Vienna, proprio vicino all’ultima dimora del maestro la “Schwarzspanierhaus” un piccolo condominio sorto nel ex convento dei Cappuccini, soppresso da Giuseppe II e l’amicizia si estese a tutta la famiglia, tanto che il figlio Gerhard von Breuning, bambino all’epoca, nel 1874 pubblicò i suoi ricordi personali di Beethoven in “Aus dem Schwarzspanierhaus” tradotto in Italia come: Ludwig van Beethoven nei miei ricordi giovanili. Bisogna dire che Beethoven apprezzava particolarmente la sua compagnia e lo aveva soprannominato “Hosenknopf” [Bottone dei pantaloni]. Durante l’ultima malattia di Beethoven, il giovane Gerhard – appena entrato nella sua adolescenza – era un assiduo frequentatore della Schwarzspanierhaus. I suoi primi istinti verso la medicina lo portarono a nutrire un particolare interesse per la malattia di Beethoven, in seguito Gerhard si è qualificato come medico, diventando un membro della professione molto rispettato.

Ma torniamo alla giovinezza di Beethoven, che nel frattempo si era dimostrato molto bravo come organista e violinista, tanto che il padre lo strappò precocemente dalla scuola, per esibirlo come fanciullo prodigio, sperando di emulare il successo ed i guadagni di Mozart; Beethoven ne ricavò un forte complesso d’inferiorità nei confronti di chi aveva potuto seguire studi regolari e si racconta che la sua calligrafia fosse così malferma, da rendere difficile il riconoscimento della sua firma e la lettura dei documenti personali.

Nel 1784 venne nominato nuovo Principe elettore l’arciduca Maximilian Franz d’Asburgo, fratello dell’Imperatore Giuseppe II e Gran Maestro dell’Ordine Teutonico che, dopo aver abolito la tortura e promesso una riforma giudiziaria, si occupò della nomina del nuovo Konzertmeister. Aumentò lo stipendio a Johann van Beethoven, nonostante questi avesse ormai perso quasi completamente la voce, e nominò Ludwig secondo organista di corte con uno stipendio annuo di 150 fiorini, non male per un ragazzo di 14 anni col complesso di non saper scrivere! Ma il successo sociale fu compensato da dispiaceri e lutti: sua madre morì di tubercolosi il 17 luglio 1787, seguita in settembre dalla figliolina di appena un anno e suo padre, devastato dall’alcolismo, fu relegato in pensione nel 1789; Beethoven di fatto si trovò ad essere capo famiglia e tutore dei fratelli Kaspar e Nikolaus. Dalla metà del 1789, per mantenerli, lavorò come violista nelle orchestre del teatro e della cappella di Bonn. Suonava una viola austriaca, costruita da Sebastian Dallinger a Vienna intorno al 1780. Quando il giovane musicista abbandonò il posto in orchestra, lo strumento rimase al maestro, Franz Anton Ries, ed è ora conservato presso la Beethoven-Haus a Bonn.

Nel 1789, Ludwig si iscrisse all’Università di Bonn, fondata tre anni prima, nella speranza di riprendere finalmente gli studi e si appassionò particolarmente alla filosofia kantiana. Così  aggiunse alla sua musica una formazione culturale di impronta illuministica. Dal filosofo, Beethoven trasse la concezione dell’esistenza, nella coscienza individuale, di una legge morale, espressa nella forma dell’imperativo categorico. Egli mise allora il risultato della propria essenziale attività, la musica, al centro della morale, inserendovi valori ideali, arricchendola di una forza emotiva che esprimesse il movimento dei sentimenti e i conflitti interiori. Dallo stesso autore dei Fondamenti metafisici della scienza della natura annotò questo passo: «Nell’anima, come nel mondo fisico, agiscono due forze, egualmente grandi, ugualmente semplici, desunte da uno stesso principio generale: la forza di attrazione e quella di repulsione» che lo portarono a individuare per analogia il Widerstrebende Prinzip e il Bittende Prinzip, ossia il “principio di opposizione” e il “principio implorante”, principi che nella sua opera divengono temi musicali in conflitto reciproco, il primo robustamente caratterizzato da energia ritmica e precisa determinazione tonale, l’altro piano, melodico e modulante. Sempre frequentando l’università, conobbe il conte Ferdinand von Waldstein, che lo portò una prima volta a Vienna nell’aprile 1787; qui, il giovane compositore avrebbe avuto un incontro fugace con Mozart.

Secondo qualche commentatore il giovane Beethoven poté addirittura prendere qualche lezione da lui. Non occorre comunque immaginare un incontro tra i due, per spiegare la forte influenza che Mozart esercitò su Beethoven, visto che era la stella incontrastata del mondo musicale dell’epoca. Si può notare un aspetto estetico e un aspetto formale: l’estetica mozartiana si manifesta principalmente nelle opere del “primo periodo”, ma superficialmente, poiché l’influenza del maestro si riduce il più delle volte a prestiti di formule stereotipate. Fin circa al 1800 la musica di Beethoven si iscrive più che altro ora nello stile post-classico ora nel preromantico, all’epoca rappresentato da compositori come Clementi e Hummel: uno stile che imita Mozart soltanto in superficie e che si potrebbe qualificare come “classicheggiante” piuttosto che veramente “classico” (secondo l’espressione di Rosen); l’aspetto formale dell’influenza di Mozart si manifesta quasi esclusivamente a partire dalle opere del “secondo periodo”. Nella scrittura di concerti, il modello di Mozart sembra più presente: nel primo movimento del concerto per pianoforte n. 4, l’abbandono della doppia esposizione della sonata (orchestra e solista in successione) a vantaggio di un’unica esposizione (orchestra e solista simultanei) riprende in qualche modo l’idea mozartiana di fondere la presentazione statica del tema (orchestra) nella sua presentazione dinamica (solista). Più in generale, si può notare che Beethoven, nella sua propensione ad amplificare le code fino a trasformarle in elementi tematici a tutti gli effetti, si pone più sulla scia di Mozart che in quella di Haydn, nel quale invece le code si distinguono assai meno dalla ripresa.

Nel luglio 1792 il conte Waldstein presentò Beethoven a Joseph Haydn, il quale, appena reduce da una tournée in Inghilterra, si era stabilito a Bonn. Dopo un concerto tenuto in suo onore, impressionato dalla lettura di una cantata composta da Beethoven (probabilmente quella sulla morte di Giuseppe II WoO 87 o quella sull’arrivo di Leopoldo II) Haydn lo invitò a proseguire gli studi a Vienna sotto la sua direzione. Cosciente di quanto rappresentasse l’insegnamento di un musicista della fama di Haydn, Beethoven accettò, nonostante le difficoltà materiali; infatti era ora costretto ad allontanarsi dalla famiglia, che risiedeva a Bonn in condizioni sempre più precarie.

Con il permesso dell’Elettore, che gli promise in ogni caso di conservargli il posto da organista e lo stipendio, e raccolti in un album gli auguri degli amici, la mattina del 3 novembre 1792 Beethoven lasciò definitivamente Bonn e le rive del Reno, forse ignorando che mai più vi avrebbe fatto ritorno, portando con sé una lettera di Waldstein ormai celebre, nella quale il conte gli profetizzava un ideale passaggio di consegne, tramite Haydn, dell’eredità spirituale di Mozart.

Beethoven18045JosephMahler Beethoven 250 anniAlla fine del XVIII secolo, Vienna era la capitale incontrastata della musica occidentale e rappresentava il luogo ideale per un musicista desideroso di fare carriera. Al suo arrivo, a soli ventidue anni, aveva già composto un buon numero di opere minori, ma era ancora lontano dalla sua maturità artistica; questo era il tratto che lo distingueva da Mozart, notoriamente divenuto il simbolo del genio precoce. Benché Beethoven fosse arrivato a Vienna meno di un anno dopo la scomparsa del suo famoso predecessore, il mito del «passaggio di consegne» non poteva attendere ancora a lungo, sebbene Beethoven volesse affermarsi più come pianista virtuoso che come compositore.

Quanto all’insegnamento di Haydn, per quanto prezioso e prestigioso, risultava procedere con qualche difficoltà: Beethoven arrivò a temere che il suo insegnante potesse essere geloso del suo talento e Haydn non tardò ad irritarsi dinanzi all’indisciplina e all’audacia musicale del suo allievo, che forse iniziava a sentire soffocare il suo estro compositivo nei rigidi metodi di insegnamento a cui era sottoposto. Nonostante una stima reciproca più volte ricordata dagli storici, Haydn non ebbe mai con Beethoven una relazione di profonda amicizia. Tuttavia esercitò un’influenza profonda e duratura sull’opera di Beethoven, che più tardi ebbe modo di riconoscere tutto ciò che doveva al suo insegnante.

L’influenza esercitata da Haydn, soprattutto in rapporto a quella di Clementi, impregna fortemente la concezione beethoveniana della musica. In effetti, il modello del maestro viennese non si manifesta tanto, come troppo spesso si crede, nelle opere “del primo periodo”, quanto in quelle degli anni seguenti: la stessa Eroica, in spirito e proporzioni, ha che fare con Haydn ben più delle due sinfonie precedenti; analogamente, Beethoven si avvicina al suo predecessore più nell’ultimo quartetto, terminato nel 1826, che nel primo, composto una trentina d’anni addietro.

Nello stile haydniano si distinguono pure gli aspetti che diverranno essenziali nello spirito di Beethoven: soprattutto, è il senso haydniano del motivo che influenza profondamente e durevolmente l’opera di Beethoven, come nel primo movimento della quinta. Alla riduzione quantitativa del materiale di partenza corrisponde un’estensione dello sviluppo: attraverso l’uso del motivo, ereditato da Haydn, Beethoven genera uno sviluppo tematico di un’ampiezza fino ad allora inedita.

Talora l’influenza di Haydn si estende anche all’organizzazione interna di un intero movimento di sonata. Per il maestro classico viennese, è il materiale tematico che determina la struttura dell’opera. È quanto avviene, ad esempio, come spiega Charles Rosen, nel primo movimento della sonata Hammerklavier op. 106: è la terza discendente del tema principale a determinare l’intera struttura (si può notare ad esempio che lungo l’intero brano le tonalità si susseguono in un ordine di terze discendenti: si bemolle maggiore, sol maggiore, mi bemolle maggiore e si maggiore). Altri caratteri meno fondamentali dell’opera di Haydn hanno talvolta influenzato Beethoven.

Haydn è il primo compositore ad avere fatto uso più o meno sistematicamente della tecnica di iniziare il brano in una falsa tonalità, mimetizzando la tonica. Questo principio illustra bene la propensione tipicamente haydniana a suscitare sorpresa nell’ascoltatore, tendenza che si ritrova ampiamente in Beethoven: l’ultimo movimento del quarto concerto per pianoforte, ad esempio, sembra, per qualche battuta, iniziare in do maggiore, prima di stabilire chiaramente la tonica (sol). Haydn è anche il primo a essersi dedicato alla questione dell’integrazione della fuga nella forma sonata; questione alla quale ha risposto specificamente impiegando la fuga come sviluppo. In quest’ambito, prima di mettere a punto nuove metodiche (che non appariranno prima della sonata op. 111 e del quartetto op. 131), Beethoven sfrutterà più volte le intuizioni del suo maestro: l’ultimo movimento della sonata op. 101 e il primo della op. 106 ne sono probabilmente chiari esempi.

Dopo una nuova partenza di Haydn per Londra (gennaio 1794), Beethoven proseguì studi sporadici fino all’inizio del 1795, con diversi altri professori, fra cui il compositore Johann Schenk e ad altri due prestigiosi protagonisti dell’epoca mozartiana: Johann Georg Albrechtsberger e Antonio Salieri; il primo, in particolare, organista di corte e Kapellmeister nella cattedrale di Santo Stefano, gli fornirà preziosi insegnamenti sulla costruzione del contrappunto polifonico. Nel suo studio conobbe inoltre un altro allievo, Antonio Casimir Cartellieri, con il quale strinse rapporti di amicizia che dureranno fino alla morte di quest’ultimo nel 1807. Terminato il suo apprendistato, Beethoven si stabilì definitivamente a Vienna e poco dopo il suo arrivo fu raggiunto dalla notizia della morte del padre, avvenuta per cirrosi epatica il 18 dicembre 1792; la fuga improvvisa del principe elettore da Bonn, conquistata dall’esercito francese, gli fece perdere sia la pensione del padre, che lo stipendio di organista. Forse fu a questo punto che condusse a Vienna i suoi fratelli, ma la storia dei loro rapporti è frammentaria e tormentata. In ogni caso in questo periodo Beethoven non aveva preoccupazioni economiche, nonostante la perdita della pensione. Le lettere di presentazione di Waldstein e il suo talento di pianista lo avevano fatto conoscere e apprezzare alle personalità dell’aristocrazia viennese, appassionata di opera lirica, i cui nomi restano ancora oggi citati nelle dediche di molte sue opere: il funzionario di corte, barone Nikolaus Zmeskall, il principe Carl Lichnowsky, la contessa Maria Wilhelmina Thun, il conte Andrei Razumovsky, il principe Joseph Franz von Lobkovitz e più tardi l’arciduca Rodolfo Giovanni d’Asburgo-Lorena, soltanto per citarne alcuni. Dopo aver pubblicato i suoi primi tre Trii per piano, violino e violoncello sotto il numero di opus 1, e quindi le sue prime sonate per pianoforte, Beethoven diede il suo primo concerto pubblico il 29 marzo 1795 per la creazione del suo concerto per pianoforte e orchestra n. 2, che sebbene numerato come concerto n. 2 fu in realtà composto negli anni di Bonn, precedentemente al concerto per pianoforte e orchestra n. 1.

Nel 1796 Beethoven intraprese un giro di concerti che lo condusse da Vienna a Berlino, passando in particolare per Dresda, Lipsia, Norimberga e Praga. Se il pubblico lodò incondizionatamente il suo virtuosismo e la sua ispirazione al pianoforte, l’entusiasmo popolare gli valse lo scetticismo dei critici più conservatori, perlopiù rimasti seguaci di Mozart, tra i quali si segnalano quelli intransigenti come l’abate Maximilian Stadler, che definisce le sue opere «assolute assurdità» e quelli più ponderati come Giuseppe Carpani, che dimostrano quanto Beethoven già in queste prime prove si fosse allontanato dal modello tradizionale della forma sonata.

In questi anni Beethoven si immerse nella lettura dei classici greci, di Shakespeare e dei fondatori dello Sturm und Drang: Goethe e Schiller. Questi studi influenzarono notevolmente il suo temperamento romantico, già acquisito agli ideali democratici degli illuministi e della rivoluzione francese che si diffondevano allora in Europa: nel 1798 Beethoven frequentò assiduamente l’ambasciata francese a Vienna, dove incontrò Bernadotte e il violinista Rodolphe Kreutzer, al quale dedicherà nel 1803 la sonata per violino n. 9 che porta il suo nome.

Mentre la sua attività creatrice si intensificava (composizione delle sonate per piano n. 5 e n. 7, e delle prime sonate per violino e pianoforte), il compositore partecipòBeethoven-di-Joseph-Karl-Stieler Beethoven 250 anni almeno sino al 1800 a tenzoni musicali molto frequentate dalla buona società viennese, che lo consacrarono come il primo virtuoso di Vienna. Pianisti apprezzati come Muzio Clementi, Johann Baptist Cramer, Josef Gelinek, Johann Hummel e Daniel Steibelt ne fecero le spese.

A conclusione di questo periodo inizia la produzione dei primi capolavori quali: il concerto per pianoforte e orchestra n. 1 (1798), i primi sei quartetti d’archi (1798-1800), il Settimino per archi e fiati (1799-1800), la sonata per pianoforte n. 8, detta Patetica (1798-1799) e la prima sinfonia (1800). Benché l’influenza delle ultime sinfonie di Haydn fosse evidente, quest’ultima in particolare era già impregnata dal carattere beethoveniano (in particolare nel terzo movimento, detto scherzo) e conteneva le premesse per le grandi opere della piena maturità. Il primo concerto e la prima sinfonia vennero presentati con grande successo il 2 aprile 1800, data della prima accademia di Beethoven, concerto organizzato dallo stesso musicista e dedicato esclusivamente alle sue opere. Confortato dalle entrate finanziarie costantemente versate dai suoi mecenati, per Beethoven si aprivano le porte di un percorso artistico glorioso e felice che cominciava a superare le frontiere dell’Austria. Dal punto di vista personale, però, già l’anno 1796 segnò una svolta nella vita del compositore: Ludwig iniziò a prendere coscienza della sordità e malgrado tentasse, in gran segreto, di arginarne il peggioramento con delle cure, la stessa gradualmente divenne totale prima del 1820. La causa della sordità di Beethoven è rimasta sconosciuta; le ipotesi di una labirintite cronica, di una otospongiosi e della malattia ossea di Paget sono state ampiamente discusse ma nessuna è stata mai confermata. In anni recenti è stata avanzata l’ipotesi che Beethoven soffrisse di avvelenamento da piombo cronico. Chiusosi in isolamento per non rivelare in pubblico questa realtà vissuta in maniera drammatica, Beethoven si fece una triste reputazione di misantropo, della quale soffrì, chiudendosi in rassegnato silenzio fino al termine della sua vita. Consapevole che quest’infermità avrebbe definitivamente distrutto la sua carriera pubblica dipianista virtuoso quale fino ad allora si era dimostrato, dopo aver meditato per sua stessa ammissione anche il suicidio, si dedicò con nuovo slancio alla composizione tentando di sfuggire ai mali che tormentavano la sua anima. In una lettera indirizzata ai suoi fratelli Kaspar Karl e Nikolaus Johann espresse tutta la sua tristezza e la fede nella sua arte; si tratta del famoso testamento di Heiligenstadt redatta il 6 ottobre 1802 in un sobborgo di Vienna (ai giorni nostri quartiere della capitale austriaca) dove il compositore aveva allora una residenza. Si tratta di un documento storico, testimonianza della vita di Beethoven, nel quale il musicista esprimeva la sua disperazione davanti alla crescente sordità e la necessità che ne derivava di isolarsi a poco a poco dagli uomini. «O voi uomini che mi credete ostile, scontroso, misantropo o che mi fate passare per tale, come siete ingiusti con me! Non sapete la causa segreta di ciò che è soltanto un’apparenza […] pensate solo che da sei anni sono colpito da un male inguaribile, che medici incompetenti hanno peggiorato. Di anno in anno, deluso dalla speranza di un miglioramento […] ho dovuto isolarmi presto e vivere solitario, lontano dal mondo […] se leggete questo un giorno, allora pensate che non siete stati giusti con me, e che l’infelice si consola trovando qualcuno che gli somiglia e che, nonostante tutti gli ostacoli della natura, ha fatto di tutto per essere ammesso nel novero degli artisti e degli uomini di valore.»

(Beethoven, 6 ottobre 1802)

 
 

beethoven1-smaller Beethoven 250 anniScritta durante un periodo di sua profonda crisi morale, mentre il compositore completava la sua Seconda Sinfonia, questa lettera non fu mai spedita e venne ritrovata da Anton Schindler e Stephan von Breuning in un cassetto segreto della credenza di Beethoven qualche giorno dopo la sua morte nel marzo 1827, insieme a un’altra celebre missiva, la Lettera all’amata immortale e a un piccolo dipinto di volto femminile, mai identificato con certezza.

Una curiosità del documento è che, mentre il nome di Carl – Kaspar Karl – compare al posto giusto, ci sono spazi bianchi là dove doveva comparire il nome di Johann. Sono stati avanzati diversi tentativi di spiegazione di questa anomalia, quali l’incertezza di Beethoven sull’opportunità o meno di usare il nome completo di Johann (Nikolaus Johann) in questo che era un documento quasi legale, i suoi sentimenti contraddittori nei confronti dei fratelli, e un transfer del vecchio rancore che aveva provato nei confronti del padre alcolizzato, che spesso li aveva trattati con durezza (nel 1802 erano giusto passati dieci anni dalla sua morte), anche lui di nome Johann.

Beethoven in ogni caso riuscì a superare la crisi, risoluto ad affrontare il suo destino piuttosto che abbattersi: è l’inizio del suo periodo definito « Eroico » che doveva durare fino al 1808 e alla Quinta Sinfonia. Nel 1808 Beethoven aveva ricevuto da Girolamo Bonaparte, posto dal fratello Napoleone sul trono della Vestfalia, la proposta per un impiego di Kapellmeister (maestro di cappella) alla corte di Kassel. Sembra che il compositore abbia per un momento pensato di accettare questo incarico prestigioso che, se da un lato rimetteva in discussione la sua indipendenza fino a quel momento difesa così strenuamente, dall’altro gli garantiva una situazione economica e sociale più serena. Fu il motivo di un ritorno patriottico e l’occasione di staccarsi dall’aristocrazia viennese … ma durò poco, nel 1809 l’arciduca Rodolfo, il principe Kinsky e il principe Lobkowitz garantirono a Beethoven, qualora fosse restato a Vienna, un vitalizio di quattromila fiorini annui, una somma notevole per l’epoca. Beethoven accettò, sperando di mettersi definitivamente al riparo dalle necessità, ma la ripresa della guerra tra la Francia e l’Austria nella primavera di quello stesso 1809, rimise tutto in discussione. La famiglia imperiale fu costretta a lasciare Vienna occupata, la grave crisi economica che subì l’Austria dopo Wagram e il trattato di Schönbrunn imposto da Napoleone rovinò economicamente l’aristocrazia viennese e rese impossibile soddisfare il contratto concluso da Beethoven. Questi episodi segnarono duramente la sua vita, sempre combattuta tra il desiderio di indipendenza creativa e il bisogno di condurre una vita economicamente dignitosa.

L’altro documento ritrovato nella famosa scrivania è la lettera all’amata immortale (in tedesco Briefe an die unsterbliche Geliebte) Si tratta in realtà di un gruppo di tre lettere redatte il 6 e il 7 luglio 1812 mentre Beethoven seguiva una cura alle Terme di Teplitz in Boemia. Il loro destinatario era una donna di cui il compositore era profondamente innamorato. La sua identità è rimasta ancora oggi sconosciuta: si tratta dell’enigma principale dei biografi di Beethoven. Sembra certo che queste lettere non furono mai inviate: furono trovate in una credenza nei giorni che seguirono la sua morte. Dagli studi dei coniugi Massin e di Maynard Solomon emergono due figure di donna, a cui ricondurre l’identità dell'”amata”: Joséphine von Brunsvik e Antonia Brentano. Ma il piccolo dipinto di donna ritrovato accanto al manoscritto non corrisponde nelle fattezze a nessuna di queste.

6 luglio, di mattina.

Mio angelo, mio tutto, mio io — Solo poche parole per oggi, e per giunta scritte a matita (la tua) — Il mio alloggio non sarà definito prima di domani — che inutile perdita di tempo — Perché questa pena profonda, quando parla la necessità — può forse durare il nostro amore se non a patto di sacrifici, a patto di non esigere nulla l’uno dall’altra; puoi forse cambiare il fatto che tu non sei interamente mia, io non sono interamente tuo: Oh Dio, volgi lo sguardo alle bellezze della natura e rasserena il tuo cuore con ciò che deve essere — l’Amore esige tutto, e a buon diritto — così è per me con te, e per te con me. Ma tu dimentichi tanto facilmente che io devo vivere per me e per te; se fossimo davvero uniti, ne sentiresti il dolore tanto poco quanto lo sento io — Il mio viaggio è stato terribile; sono arrivato qui soltanto ieri mattina alle quattro. Poiché scarseggiavano i cavalli, la diligenza ha scelto un’altra strada, ma quant’era orribile! Alla penultima stazione di posta mi sconsigliarono di viaggiare la notte; volevano mettermi paura parlandomi di una foresta, ma ciò mi incitò maggiormente — ed ho avuto torto. La carrozza non poteva che rompersi per quel sentiero orrendo, fangoso e senza fondo. Se non avessi avuto con me quei postiglioni sarei rimasto in mezzo alla strada. Esterhby, viaggiando per la solita via, con otto cavalli ha avuto la stessa sorte che è toccata a me con quattro — Eppure ho provato un certo piacere, come sempre quando riesco a superare felicemente qualche difficoltà — Ora passo in fretta dai fatti esterni a quelli più intimi. Ci vedremo sicuramente presto; neppur oggi riesco a far parte con te delle mie considerazioni di questi ultimi giorni sulla mia vita — Se i nostri cuori fossero sempre vicini l’uno all’altro, non avrei certo simili pensieri. Il mio cuore trabocca di tante cose che vorrei dirti — ah — vi sono momenti in cui sento che le parole non servono a nulla — Sii serena — rimani il mio fedele, il mio unico tesoro, il mio tutto, così come io lo sono per te. Gli dei ci mandino il resto, ciò che per noi dev’essere e sarà.

Il tuo fedele Ludwig.

Lunedì 6 luglio, di sera.

Tu stai soffrendo, creatura adorata — soltanto ora ho appreso che le lettere devono essere impostate di buon mattino il lunedì-giovedì — i soli giorni in cui parte da qui la diligenza per K. — stai soffrendo — Ah, dovunque tu sia, tu sei con me — Sistemerò le cose tra noi in modo che io possa vivere con te. Che vita!!! Così!!! Senza di te — perseguitato da ogni parte dalla bontà della gente — che io non desidero né tanto meno merito — umiltà dell’uomo verso l’uomo — mi fa soffrire — e quando considero me stesso in rapporto all’universo, ciò che io sono e che Egli è — colui che chiamiamo il più grande degli uomini — eppure — qui si rivela la natura divina dell’uomo —piango se penso che probabilmente non potrai ricevere notizie da me prima di sabato — Per quanto tu mi possa amare — io ti amo di più. — Ma non avere mai segreti per me — buona notte — Dato che sto facendo la cura dei bagni devo andare a letto — Oh Dio — così vicini! così lontani! Non è forse il nostro amore una creatura celeste, e, per giunta, più incrollabile della volta del cielo?

Buon giorno, il 7 luglio.

Pur ancora a letto, i miei pensieri volano a te, mia Immortale Amata, ora lieti, ora tristi, aspettando di sapere se il destino esaudirà i nostri voti — posso vivere soltanto e unicamente con te, oppure non vivere più — Sì, sono deciso ad andare errando lontano da te finché non potrò far volare la mia anima avvinta alla tua nel regno dello spirito — Sì, purtroppo dev’essere così — Sarai più tranquilla, poiché sai bene quanto ti sia fedele. Nessun’altra potrà mai possedere il mio cuore — mai — mai — oh Dio, perché si dev’essere lontani da chi si ama tanto. E la mia vita a Vienna è ora così infelice — Il tuo amore mi rende il più felice e insieme il più infelice degli uomini — alla mia età ho bisogno di una vita tranquilla e regolare — ma può forse esser così nelle nostre condizioni? Angelo mio, mi hanno appena detto che la posta parte tutti i giorni — debbo quindi terminare in fretta cosicché tu possa ricevere subito la lettera. — Sii calma, solo considerando con calma la nostra esistenza riusciremo a raggiungere la nostra meta, vivere insieme — Sii calma — amami — oggi — ieri — che desiderio struggente di te — te — te — vita mia — mio tutto — addio. — Oh continua ad amarmi — non giudicare mai male il cuore fedelissimo del tuo amato.
Sempre tuo

Sempre mia

Sempre nostri — L.

Sul piano della vita sentimentale, Beethoven ha suscitato una notevole quantità di commenti da parte dei suoi biografi. Il compositore ebbe tenui relazioni con numerose donne, generalmente sposate, ma non conobbe mai quella felicità coniugale alla quale aspirava e della quale tesserà un’apologia nel Fidelio. Nel maggio 1799 Beethoven divenne insegnante di pianoforte di due figlie della contessa Anna von Seeberg, vedova Brunswick, la ventiquattrenne Therese o Thesi e la ventenne Josephine o Pepi, oltre che di una cugina di queste, la sedicenne Giulietta Guicciardi (1784-1856), dedicataria della sonata per pianoforte n. 14 detta Al chiar di luna. Quest’ultima si fidanzò poi con il conte Wenzel Robert von Gallenberg e sposerà quest’ultimo il 30 ottobre 1803.

Un po’ più fugaci furono gli incontri con la contessa Anna Maria von Erdödy (1779 – 1837) rimasta paralizzata a causa della perdita del figlio, che rimase comunque sua intima confidente, Beethoven visse in casa sua per qualche tempo nel 1808, mentre la contessa partecipava alla ricerca di ricchi mecenati per suo conto (le dedicherà le due sonate per violoncello n. 4 e 5), la cantante lirica berlinese Amalie Sebald (1787 – 1846), incontrata a Teplitz tra il 1811 e il 1812, e la contessa Almerie Ersterhazy (1789 – 1848). Nel 1810, con Thérese Malfatti (1792 – 1851), ispiratrice della celeberrima bagatella per pianoforte Per Elisa WoO 59, Beethoven progettò un matrimonio che non andrà in porto, cosa che gli provocherà una delusione profonda.

È stato fatto anche il nome di Antonia Brentano Birkenstock (1780 – 1869), sposata al senatore di Francoforte Franz von Brentano, che incontrò Beethoven a Vienna e a Karlsbad tra il 1809 e il 1812.

La vita sentimentale del maestro è il tema del film: “Amata immortale (Immortal Beloved) del 1994 diretto da Bernard Rose, che ha dichiarato di aver identificato con successo l'”amata immortale” in Johanna Reiss, moglie del fratello di Beethoven, Karl, avanzando quindi una teoria inedita nell’ambito degli studi su Beethoven. Di conseguenza, il film sottintende che Karl, il nipote di Beethoven, fosse in realtà il figlio illegittimo. Il film è stato prodotto dall’Icon Entertainment International e dalla Majestic Films International ed è stato girato a Vienna e nella Repubblica Ceca, a Praga e a Kromeríz.

Secondo lo studioso Maynard Solomon, invece, l’amata immortale sarebbe Antonie Brentano, la cui figura è totalmente assente nella pellicola. Infine Eduard Herriot esclude decisamente la Brentano, per tornare all’ipotesi di Giulietta Guicciardi, sia pure con molti dubbi. Gerard von Breuning racconta di aver sentito spesso i genitori parlare della solitudine del maestro, dovuta secondo loro al carattere impulsivo ed intransigente, ma bambino com’era all’epoca, non fece alcun nome

Professionalmente parlando, invece, è un’epoca d’oro; l’accoglienza molto favorevole riservata dal pubblico alla settima sinfonia e alla vivace composizione La vittoria di Wellington (dicembre 1813) e alla riproposta, ugualmente trionfale, del Fidelio nella sua versione definitiva (maggio 1814), coincisero con il congresso di Vienna del 1814, dove Beethoven venne esaltato come musicista nazionale e fu in questo periodo che raggiunse l’apice della sua popolarità. Nonostante la sua fama fosse sempre maggiore, Beethoven prendeva coscienza che qualcosa nei gusti musicali della Vienna di quegli anni stava mutando e come il pubblico viennese fosse sempre più sedotto dalla gaiezza della musica di Gioachino Rossini. Inoltre, lo spirito della restaurazione che ispirava Metternich lo mise in una situazione difficile, essendo la polizia viennese da tempo al corrente delle convinzioni democratiche e liberali del compositore.

Ma una tragedia inaspettata doveva far precipitare rapidamente la situazione: la morte del fratello Kaspar Karl nel 1815, a quel tempo cassiere alla Banca nazionale di Vienna.

Beethoven aveva promesso di seguire l’istruzione di suo figlio Karl e dovette far fronte a una serie interminabile di processi contro sua moglie – Johanna Reis, figlia di un tappezziere, considerata di dubbia moralità – per ottenerne la tutela esclusiva, infine guadagnata grazie a una sentenza del tribunale emessa l’8 aprile 1820. Malgrado l’attaccamento e la buona volontà del compositore, questo nipote diventerà per lui, fino alla vigilia della sua morte, una sorta di tormento. Di nessun conforto o solidarietà gli venne dall’altro fratello, Nikolaus Johann, farmacista a Linz, che sposerà dopo una lunga convivenza Therese Obermayer, la figlia di un fornaio.

In questi anni difficili, nel corso dei quali la sordità divenne totale, Beethoven produsse alcuni capolavori: le due sonate per violoncello n. 4 e 5 dedicate alla confidente Maria von Erdödy (1815) la sonata per pianoforte n. 28 (1816) e il ciclo pregnante di Lieder An die ferne Geliebte, (1815-1816), tratto dai poemi di Alois Jeitteles. Mentre la sua situazione finanziaria diventava sempre più preoccupante, Beethoven cadde gravemente malato tra il 1816 e il 1817 e la sordità peggiorava e sembrò vicino al suicidio. Tuttavia ancora una volta riuscì a sottomettere i suoi sentimenti facendone musica, come traspare dalle sue lettere: sempre più chiuso nell’introspezione e nella spiritualità, cominciò il suo ultimo periodo creativo. Secondo alcuni, proprio in questo periodo cruciale, Beethoven si interessò all’Induismo. Come si legge nel sito A Tribute to Hinduism, «Il primo a fargli conoscere la letteratura indiana fu l’orientalista austriaco Joseph von Hammer-Purgstall (1774 – 1856), che fondò una rivista per la divulgazione della sapienza orientale in Europa nel gennaio 1809». I frammenti di testi religiosi indiani che sono stati scoperti nel diario di Beethoven Tagebuch sono in parte traduzioni e in parte adattamenti delle Upaniṣad e del Bhagavadgītā.

Beethoven tornò pienamente in forze nel 1817, anno in cui iniziò la scrittura di una nuova opera che sarà la più vasta e complessa composta fino ad allora, la sonata per piano n. 29 op. 106 detta Hammerklavier. La durata superiore ai quaranta minuti e l’esplorazione oltre ogni limite di tutte le possibilità dello strumento, lasciò perplessi i pianisti contemporanei di Beethoven che la giudicarono ineseguibile, ritenendo che la sordità del musicista gli rendesse impossibile una corretta valutazione delle possibilità sonore. Con l’eccezione della nona sinfonia, lo stesso giudizio verrà dato per tutte le restanti opere composte da Beethoven, la cui complessità e modernità di architettura sonora erano ben note allo stesso Beethoven. Dolendosi un po’ delle frequenti lamentele dei vari interpreti, nel 1819 dichiarò al suo editore: «Ecco una sonata che darà filo da torcere ai pianisti, quando la eseguiranno tra cinquanta anni».

A partire da allora, chiuso totalmente nella sua infermità, iniziò ad essere circondato da una corte di allievi, ammiratori e servitori che lo adulavano e spesso lo irritavano. Per comunicare con loro usò i quaderni di conversazione scritti direttamente dal musicista o trascritti dai suoi collaboratori, i quali costituiscono un’eccezionale testimonianza dell’ultimo periodo di vita del compositore. Pur non essendo un assiduo praticante, Beethoven era sempre stato credente. Il suo avvicinarsi alla fede e al cristianesimo crebbe negli anni più duri della sua vita, come testimoniano le numerose citazioni di carattere religioso che trascrisse nei suoi quaderni a partire dal 1817.

Paradossalmente in proporzione al suo allontanamento dal mondo, cresceva l’interesse per lui: la gente discuteva la sua musica, osservava i suoi ritratti, emetteva giudizi: «Nella sua apparenza esteriore tutto è possente, rude, in molti aspetti, come la struttura ossea del viso, della fronte alta e spaziosa, del naso corto e diritto, con i suoi capelli arruffati e raggruppati in grosse ciocche. Ma la bocca è graziosa e i suoi begli occhi parlanti riflettono in ogni istante i suoi pensieri e le sue impressioni che mutano rapidamente, ora graziose, amoroso–selvagge, ora minacciose, furenti, terribili.» (Descrizione del viso di Beethoven del dottor Wilhelm Mueller, 1820)

«Il vostro genio ha superato i secoli e non vi sono forse uditori abbastanza illuminati per gustare tutta la bellezza di questa musica; ma saranno i posteri che renderanno omaggio e benediranno la vostra memoria molto più di quanto possano fare i contemporanei.»
(Lettera del principe russo Boris Galitzin a Beethoven dopo la prima rappresentazione della Missa Solemnis, 1824)   Fu in quegli anni che cominciò a circolare la voce, da lui mai smentita, che fosse un figlio naturale del re di Prussia.

Assimilate le influenze «eroiche», intrapreso davvero un «nuovo cammino» nel quale sperava di impegnarsi, affermata definitivamente la propria personalità attraverso le realizzazioni di un periodo creativo che va dall’Eroica alla settima, Beethoven smise di interessarsi alle opere dei contemporanei, e di conseguenza cessarono le loro influenze.

L’inizio della composizione della nona sinfonia coincise con il completamento della Missa Solemnis. Quest’opera ebbe una genesi estremamente complessa che si può fare risalire alla gioventù di Beethoven e all’intenzione di mettere in musica l’ode Inno alla gioia (An die Freude) di Schiller. Attraverso l’indimenticabile finale che introduce il coro, l’innovazione nella scrittura sinfonica della Nona sinfonia appare in linea alla Quinta, come l’evocazione musicale del trionfo della gioia e della fraternità universale sulla disperazione e la guerra.

Essa costituisce un messaggio umanista e universale: la sinfonia venne eseguita per la prima volta davanti a un pubblico in delirio il 7 maggio 1824 e Beethoven ritrovò il grande successo, purtroppo alla popolarità non corrispondeva una posizione sociale ed economica: l’imperatore diffidava delle sue idee democratiche e preferiva le opere italiane.

L’idolo del momento è Gioacchino Rossini, pare che fin dal 1813, al sorgere del suo astro, Beethoven avesse commentato: “è un buon pittore di teatro”, nel 1819 troviamo traccia di lui in un quaderno di conversazione, ma confusa con una discussione più generale sull’opera italiana.

Si è molto parlato di un possibile incontro avvenuto nel 1822 a Vienna tra Rossini e Beethoven. Rossini avrebbe tanto insistito nel volerlo conoscere, che quando finalmente ottenne da un intermediario, il suo amico Giuseppe Carpani, l’appuntamento sperato, sarebbe rimasto profondamente impressionato dallo stato di indigenza e profondo abbandono in cui versava un artista così apprezzato ed eseguito nell’alta società viennese. In questa occasione avrebbe avuto modo di scambiare con lui qualche opinione, e Beethoven avrebbe rivolto a Rossini il consiglio di dedicarsi esclusivamente all’opera buffa: «Non cercate di far altro che opere buffe: voler riuscire in un altro genere sarebbe far forza alla vostra natura.» A questo punto Carpani, come italiano, si ritenne offeso e fece presente al maestro come Pergolesi, italiano, avesse composto anche opere serissime. La discussione degenerò e Rossini volle interromperla affermando la sua assoluta ammirazione per Beethoven, ma questi avrebbe risposto: “Io non sono altro che un infelice

 È in Prussia e in Inghilterra, dove la notorietà del musicista era da tempo commisurata alla grandezza del suo genio, che la IX sinfonia ebbe l’accoglienza più folgorante. Più volte invitato a Londra, come Haydn, Beethoven ebbe la tentazione verso la fine della sua vita di stabilirsi in Inghilterra, paese che ammirava per la sua vita culturale e per la sua democrazia, in contrapposizione alla frivolezza della vita viennese, ma questo progetto non si realizzò e Beethoven non conobbe mai il Paese del suo idolo Händel.

L’influenza di quest’ultimo fu particolarmente sensibile nel periodo tardo di Beethoven, che compose nel suo stile, tra il 1822 e il 1823, l’ouverture Die Weihe des Hauses. Fra i contemporanei solo Cherubini e Schubert lo incantavano ancora; ma in nessun modo pensava di imitarli. Sprezzando l’intera opera italiana e disapprovando fermamente il nascente Romanticismo, Beethoven sentì allora il bisogno di volgersi ai «pilastri» storici della musica: Bach, Händel e Palestrina. Fra queste influenze, il posto di Händel è privilegiato: questi non ebbe indubbiamente mai ammiratore più fervido di Beethoven, che (riferendosi alla sua intera opera, che aveva appena ricevuto) esclamò «Ecco la verità!», e che, al termine della vita, dichiarò di volersi «inginocchiare sulla sua tomba».

Dall’opera di Händel, la musica dell’ultimo Beethoven prende spesso un aspetto grandioso e generoso, tramite l’utilizzo di ritmi puntati – come nel caso dell’introduzione della sonata per pianoforte n. 32, nel primo movimento della nona sinfonia o ancora nella seconda variazione su un tema di Diabelli – o anche per un certo senso dell’armonia, così come mostrano le prime misure del secondo movimento della sonata per pianoforte n. 30, interamente armonizzata nello stile händeliano più puro.

Allo stesso modo è l’inesauribile vitalità che caratterizza la musica di Händel ad affascinare Beethoven, che può essere ritrovata anche nel fugato corale in «Freude, schöner Götterfunken», che segue il celebre «Seid umschlungen, Millionen», nel finale della nona sinfonia: il tema che appare qui, bilanciato da un forte ritmo ternario, è sostenuto da una semplicità e una vivacità tipicamente Händeliana, perfino nei suoi gravi contorni melodici. Un nuovo passo viene fatto con la Missa Solemnis, dove l’impronta delle grandi opere corali di Händel si fa sentire più che mai. Beethoven è così assorbito dall’universo del Messiah da ritrascrivere, nota per nota, uno dei più celebri motivi dell’Halleluja nel Gloria. In altre opere si ritrova il nervosismo che riveste i ritmi puntati di Händel perfettamente integrato allo stile di Beethoven, come nell’effervescente Große Fuge o ancora nel secondo movimento della sonata per pianoforte n. 32, dove questa influenza si vede poco a poco trasfigurata.

Alla fine dell’estate 1826, mentre completava il suo ultimo quartetto n. 16, Beethoven progettava ancora numerose opere: una Decima sinfonia della quale sono giunti sino a noi alcuni schizzi, un’ouverture su temi di Bach, il Faust ispirato a Goethe, un oratorio sul tema biblico di Saul e Davide, un altro sul tema degli elementi e un requiem. Il 30 luglio 1826 suo nipote Karl tentò il suicidio sparandosi un colpo di pistola e rimanendo leggermente ferito, giustificando il gesto col fatto di non sopportare più i continui rimproveri dello zio il quale, sconfortato, dopo aver rinunciato alla sua tutela in favore dell’amico Stephan von Breuning, lo fece arruolare in un reggimento di fanteria, comandato dal suo amico barone Joseph von Stutterheim. Ancora una volta la testimonianza del giovane Gerard è preziosa per ricostruire l’accaduto: egli incontrò personalmente il chirurgo Ignaz Seng, allora assistente all’Ospedale Generale di Vienna, che ricordava ancora l’impressione profonda fattagli da Beethoven, vestito modestamente di grigio, che confessava quanto gli costasse visitare quel nipote scapestrato e come gli avesse dato solo dispiaceri. La storia fece scandalo e in attesa che Karl partisse per la sua destinazione a Iglau, in Moravia, zio e nipote andarono a trascorrere una vacanza, ospiti, dietro pagamento, del fratello Nikolaus Johann Beethoven, a Gneixendorf. Qui Beethoven compose la sua ultima opera, un allegro per sostituire la Große Fuge come finale del quartetto n. 13.

Ritornato a Vienna il 2 dicembre 1826 su un carro scoperto e in una notte di pioggia, Beethoven contrasse una polmonite bilaterale da cui non poté più risollevarsi; gli ultimi quattro mesi della sua vita furono segnati da un terribile logoramento fisico. La causa diretta della morte del musicista, secondo le osservazioni del suo ultimo medico, il dottor Andras Wawruch, sembra essere la comparsa di una cirrosi epatica. Secondo Gerhard von Breuning, che all’epoca era un ragazzo, ma poi si laureò appunto in medicina, lo sbaglio iniziale era stato diagnosticare una polmonite, mentre la malattia presentava fin dai primi giorni i sintomi di una peritonite.

Fino alla fine il compositore restò circondato dai suoi amici tra i quali Anton Schindler e Stephan von Breuning, oltre alla moglie del fratello Johann (però dal libro di Gerhard von Breuning risulta che fosse invece la governante la donna che molti scambiarono per la cognata) e al musicista Anselm Huttenbrenner, che fu l’ultima persona a vederlo in vita. Alcune settimane prima della morte avrebbe ricevuto la visita di Franz Schubert, che non conosceva e si rammaricava di avere scoperto così tardi. La fede di Beethoven in Dio, sperimentato attraverso l’arte, è un tema ricorrente nei suoi quaderni di conversazione, e la sua convinzione che l’arte sia di per sé una forza, e che “Dio è più vicino a me che a molti altri che praticano la mia arte”, lo guidò nella sua ricerca di redenzione attraverso la musica e dentro di essa. Questa visione sembra compatibile con il Panteismo, ma il riferimento a un unico Dio, oltre alla convinzione di un destino buono per la sua vita, al di là delle prove materiali, come emerge dal testamento di Heilingstadt, la rende avvicinabile anche al cristianesimo.

Il 3 gennaio 1827 fa testamento, nominando il nipote Karl suo erede, i Breuning testimonieranno che da questo momento in poi il giovane seguì la retta via, fu un buon soldato ed un padre di famiglia: evidentemente era proprio la continua tensione generata dalle aspettative del suo grande zio a generare, nel suo carattere mediocre, uno squilibrio che la vita militare risanò.

Un suo vecchio amico, il dottor Malfatti, viene a trovarlo e gli permette di bere punch gelato. È probabile che, poiché non c’erano più speranze di salvarlo, i medici ritenessero inutile contrastarlo. Certo riprende fiducia, tanto che il 17 febbraio scrive all’amico Wegeler “ogni male conduce qualche volta ad un bene” ma sono lettere dettate, perché non è più in grado di scriverle. I visitatori annotano sul suo quaderno l’esecuzione dei suoi concerti e gli raccontano i successi a cui non può più assistere, mentre Schindler gli procura incessantemente i classici Latini e Greci, che il maestro ama. Qualcuno gli fa leggere anche Walter Scott ed egli si appassiona, ma quando gli dicono che scrive per denaro, lo abbandona indignato e torna ai suoi classici. In un nascondiglio conserva il ritratto di Giulietta Guicciardi, che nonostante tutto rimira di tanto in tanto.

Grazie al suo caro amico, il compositore Ignaz Moscheles, promotore della sua musica a Londra, arriva a metà marzo un assegno di cento sterline, pari a mille fiorini, è proprio a lui che Beethoven  invia la sua ultima lettera, nella quale promette nuovamente agli Inglesi di comporre, una volta guarito, una nuova sinfonia per ringraziarli del forte sostegno. Non sappiamo se davvero non si rendesse conto del proprio stato, o se preferisse mentire, per conservare un’immagine più decorosa di sé. Una fortissima volontà lo sosteneva, staccandolo per così dire dalle vicissitudini quotidiane.

Il 20 marzo però annuncia agli amici “Sto per fare il salto”.

Il 23 marzo riceve l’estrema unzione Si racconta che mentre il prete stava lasciando la stanza, Beethoven disse: «Plaudite, amici, comoedia finita est» (applaudite, amici, la commedia è finita) Gerard von Breuning dice però che la frase non si riferiva ai sacramenti, ma all’operato del medico, di cui non si fidava affatto e deplora molto l’uso che i posteri fecero di quelle parole.

L’indomani perse conoscenza, ma il suo fisico robusto lottò ancora due giorni con la morte. Si racconta che le sue ultime parole, «Non ancora! Ho bisogno di più tempo», furono dette indicando con la mano il cielo

Vienna_tomba_Beethoven Beethoven 250 anni
Vienna Tomba di Beethoven

tempestoso, infatti la sua dipartita fu accompagnata da una clamorosa bufera di neve.

Il 26 marzo 1827 Ludwig van Beethoven muore all’età di cinquantasei anni.

Nonostante Vienna non si occupasse più della sua sorte da mesi, i suoi funerali, svoltisi il 29 marzo, riunirono una processione impressionante di almeno ventimila persone. L’orazione funebre venne pronunciata da Franz Grillparzer. Venne inizialmente sepolto nel cimitero di Wahring, a ovest di Vienna. Nel 1863 il corpo di Beethoven venne riesumato, studiato e di nuovo sepolto.

Negli anni che seguirono la sua morte furono formulate diverse ipotesi riguardanti una malattia di cui Beethoven avrebbe sofferto durante tutto l’arco dell’esistenza – indipendentemente dalla sordità, il compositore lamentava continui dolori addominali e disordini alla vista – e attualmente tendono a stabilirsi al livello di un saturnismo cronico o intossicazione severa da piombo. Il 17 ottobre 2000, dopo quasi 200 anni dalla morte del compositore, fu il dottor William J. Walsh, direttore del progetto di ricerca su Beethoven (Beethoven Research Project), a rivelare questa ipotesi come causa probabile del decesso. Beethoven, grande degustatore del vino del Reno, aveva l’abitudine di bere da una coppa di cristallo di piombo, oltre ad aggiungere un sale piomboso per rendere il vino più dolce.

Dai risultati delle analisi sui suoi capelli furono riscontrati importanti quantità di piombo e questi risultati sono stati confermati dall’Argonne National Laboratory, nei pressi di Chicago, grazie a ulteriori analisi di frammenti del cranio, identificati grazie al DNA. La quantità di piombo rilevata era effettivamente il segnale di un’esposizione prolungata. Questa intossicazione di piombo fu la causa dei perpetui dolori al ventre che segnarono la vita di Beethoven, nonché dei suoi numerosi e repentini sbalzi d’umore e, forse, anche della sua sordità. Non ci sono comunque legami formali stabiliti e provati tra la sordità di Beethoven e la sua intossicazione da piombo; in seguito all’autopsia, eseguita il giorno dopo la sua morte, risultò che il nervo acustico del musicista era completamente atrofizzato, pertanto nessuna cura dell’epoca poteva essere efficace.

Il 30 agosto 2007 il patologo, ricercatore e medico legale viennese Christian Reiter rese pubblica la scoperta delle sue ricerche su due capelli del musicista. Secondo Reiter, Beethoven venne ucciso involontariamente dal suo medico Andreas Wawruch durante uno dei quattro drenaggi ai quali fu sottoposto; venne ferito con un bisturi e per curare al meglio la ferita il medico usò un unguento al piombo, che veniva usato nell’Ottocento come antibatterico.