Il risveglio di Venere

printfriendly-pdf-email-button-md Il risveglio di Venere

Dalla nascita sull’acqua alle nozze

di Mary Falco

C’era una volta una Terra Madre, paziente ed amorosa, un Cielo padre-padrone che distruggeva i suoi figli, finché il più coraggioso di loro, Crono, s’armò della falce d’acciaio cresciuta nelle viscere stesse che l’avevano generato e … “la notte venne il grande Cielo e desideroso d’amore s’attaccò a Terra, stendendosi dappertutto … il figlio allungò la mano sinistra, con la destra afferrò l’enorme lunga falce dai denti aguzzi e pronto segò via i genitali del padre suo e dietro li gettò, alla ventura … nel mare molto agitato e così andavano a lungo sul mare. Bianca schiuma uscì dalla carne immortale, e in essa crebbe una fanciulla; ella stette dapprima nella sacra Citera, e quindi andando via di là giunse a Cipro circondata da flutti; così venne fuori una Dea piena di grazia e di fascino ed attorno a lei cresceva l’erba sotto ai piedi ben fatti”

Così Esiodo descrive la nascita d’Afrodite Urania nella Teogonia.

Ed è impensabile per noi sentire questa storia, senza pensare immediatamente alla “Nascita di Venere” dipinta a tempera su tela di lino (172,5 cm × 278,5 cm) da Sandro Botticelli.

L’insieme  fu quasi sicuramente ispirato da una delle Stanze del Poliziano, a sua volta tratta da Ovidio, o dalla Genealogia di Esiodo che abbiamo riportato sopra, ma si può anche pensare al De rerum natura di Lucrezio e a un inno omerico … il pittore aveva mecenati molto colti!

Contrariamente al titolo con cui l’opera è nota, essa non raffigura la nascita della dea, ma il suo approdo sull’isola di Cipro. Venere avanza leggera, fluttuando su una conchiglia lungo la superficie del mare increspata dalle onde, in tutta la sua grazia e ineguagliabile bellezza, nuda e distante come una splendida statua antica. Il volto pare che si ispirasse alle fattezze di Simonetta Vespucci, la donna dalla breve esistenza (morì a soli 23 anni) e dalla bellezza “senza paragoni” cantata da artisti e da poeti fiorentini. La dea viene sospinta e riscaldata dal soffio di Zefiro, il vento fecondatore, abbracciato a un personaggio femminile con cui simboleggia la fisicità dell’atto d’amore, che muove Venere col vento della passione. Forse la figura femminile è la ninfa Clori ed il vento Aura o Bora.

Realizzata per la villa medicea di Castello, l’opera è attualmente conservata nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

La-nascita-di-Venere-Botticelli-1024x656 Il risveglio di Venere

Ma già chiamandola Venere abbiamo fatto un passo avanti e siamo arrivati a Roma.

I greci la chiamarono AFRODITE, in  etrusco Apro, a cui era dedicato il mese di aprile dal latino aperire (aprire) per indicare il mese in cui si “schiudono” i fiori. Viene chiamata Anadiomene, perché appunto sorge dall’acqua, Euploia, perché favorisce la navigazione tranquilla; nella grande lotta per il potere, tra gli antichi demoni terrestri, come Era ed i Titani, ed i nuovi dei celesti, Afrodite si colloca in una zona neutra, il mare appunto. Eredita i connotati sessuali della Grande Madre, ma è più dolce, le sue viscere non forgiano falci. Ha come un marito Efesto, il fabbro deforme, caratteristica molto significativa, dato che il commercio del rame era una delle principali risorse di Cipro … un matrimonio d’interesse, diremmo oggi ed è una grande soddisfazione che toccasse anche agli dei dell’Olimpo!

Suo figlio è EROS fanciullo divino, rappresentato eternamente giovane e bellissimo, un tempo era considerato una divinità originaria, nata direttamente dal Caos.

Generato da Afrodite, susciterà grosse discussioni a proposito della paternità: da Efesto, erediterebbe le sue infallibili frecce, ma qualcuno lo vuole figlio di Marte, Ares per i greci, che essendo il dio della guerra è altrettanto armato, o ancora da Ermes, il messaggero degli dèi, i romani assicureranno che è figlio di Marte e lo chiameranno Cupido … ma c’è tempo!

Ma torniamo a Cipro.

Come il fratello Zeus, anche la bella Afrodite è poco rispettosa degli impegni coniugali e questo è un bene per i mortali, che possono in questo modo assaporare l’estasi divina.

Omero più tardi la chiamerà figlia di Zeus e di Dione, ma in fondo non è altro che una seconda faccia dello stesso mito. Platone si spingerà oltre, distinguendo l’Afrodite Urania come patrona dell’amore spirituale, dalla Pandemia, dea di tutti e suscitatrice del desiderio sessuale … ma si tratta d’elucubrazioni tardive.

La caratteristica più importante è che, mentre sugli altari delle altre dee si celebravano sacrifici umani, sul suo non si poteva versare neppure il sangue dei capri, perché‚ la Dea dell’amore universale è contraria ad ogni forma di violenza: ella sa placare le bestie più feroci ed il mare più agitato, conferendo a tutti la pace, che prelude all’incontro fecondo con l’altro, anche se, come nel caso delle onde, si tratta solo di distendersi in attesa della pioggia, poiché la religione antropomorfa permea ogni elemento naturale di sentimenti ed aspettative umane. La sua nudità perfetta di Dea, l’unica che la più tarda religione tardo-romana permetta di rappresentare, è anche una forma estrema di povertà, praticata tuttora da qualche santone indiano, che vede negli abiti una soddisfazione della vanità individuale. Afrodite è comunque la prima divinità che il mondo greco rappresenti nuda ed in principio ci furono molte riserve, talvolta (Siria) si preferì venerare invece il suo simbolo originario: un cono dipinto di bianco, mentre Valerio Massimo Manfredi, nel suo “Scudo di Talos” descrive il santuario di Paphos nel V sec. a.C. quando la dea era ancora venerata nella forma di una doppia spirale di rame, che si assottiglia verso l’alto come una punta.

Impossibile pensare a questa Dea dell’amore e della pace, senza che la mente vada al concetto di guerra, a cui la pace appunto mette fine. Afrodite è infatti una divinità riconciliatrice, ma resterebbe del tutto inoperosa se non ci fosse una guerra da placare. Lei stessa nasce appunto dai resti d’Urano evirato … a differenza delle altre dee, ha un grande potere sugli altri dei dell’Olimpo, che riesce sempre a piegare ai suoi voleri; le sfuggono solo Atena – Artemide – Estia, (la dea del focolare) che per motivi diversi sfuggono l’amore. Il suo capolavoro sarà dunque placare Ares, il dio della guerra, per garantire al mondo la pace.

Ecco dunque che il più famoso dei suoi adulteri ha in realtà una funzione … politicamente corretta.

Il primo racconto della relazione erotica fra la dea della bellezza e dell’amore e il dio della guerra risale al canto di Demodoco, nel libro VIII dell’Odissea:

“Di vago serto il crin Vener Ciprigna,

Prese a cantar gli amori, ed il furtivo

Lor conversar nella superba casa

Del Re del fuoco, di cui Marte il casto

Letto macchiò nefandemente, molti

Doni offerti alla Dea, con cui la vinse.”

(vv. 355-359, trad. di Pindemonte).

Segue una storia di tradimenti in piena regola, in cui hanno parte (Efesto/Vulcano), marito zoppo beffato (Afrodite/Venere), la moglie seducente, (Ares/Marte) l’amante … e, naturalmente, il pettegolo di turno, che è nientemeno che il Sole, non a caso dotato dell’epiteto di ‘onniveggente’.

Guillemot_Alexandre_Charles_-_Mars_and_Venus_Surprised_by_Vulcan_-_Google_Art_Project Il risveglio di Venere
fig. 2 Guillemot, Alexandre Charles – Marte e Venere sorpresi da Vulcano, 1827

Per evitare di essere scoperto, Ares si recava dalla sua bella solo di notte e teneva fuori dalla porta un giovane efebo del nome di Alectryon, che doveva informarlo, affinché potesse lasciare la camera prima del sorgere del sole. Purtroppo, una mattina, quest’ultimo dimenticò la consegna ed i due amanti furono sorpresi dal Sole, che non tardò a comunicare l’inganno ad Efesto, il quale costruì una sottile rete dorata per intrappolare i due amanti nel loro amplesso, così da poterli esibire alla vista degli dèi.

Inutile dire che, naturalmente, accorsero tutti in pompa magna (invece le dee non vollero scontentarsi Afrodite, che era sempre una buona amica per tutte e dava loro consigli per sedurre amanti e mariti)

Poseidone intervenne personalmente, affinché Zeus liberasse i due innamorati, le leggende più tardive dicono che pagò il prezzo dell’adulterio, d’altronde ci fu un lungo periodo, in cui la bella Afrodite si nascose nel profondo del mare, presso l’affettuoso fratello … anche ora, imbarazzata, fuggì  nell’isola di Cipro, mentre Ares se ne andò in Tracia, non senza avere trasformato il povero Alectryon in gallo e condannandolo per l’eternità ad informare dell’arrivo del sole.

Il parigino Alexandre Charles Guillemot, nato nel 1786 e morto il 18 novembre 1831, allievo del grande Jacques-Louis David, fin dai 12 anni, rappresenta con ironia vignettistica l’avvenimento.

Più discreto è il nostro Paolo Caliari, detto il Veronese (Verona, 1528 – Venezia, 19 aprile 1588) che vuol dare più spazio ai sentimenti che ai dettagli piccanti.

Gli-amori-di-Venere-e-Marte-Veronese-Venere-e-Marte-legati-da-Amore Il risveglio di Venere
fig. 3 – Marte e Venere legati d’amore Veronese (1580, esposto al Metropolitan Museum of Art di New York)

Questo dipinto, in cui Cupido lega Marte, il dio della guerra, a Venere con un nodo d’amore, celebra gli effetti educativi e civilizzanti dell’amore, come indicato dal latte che sgorga dal seno di Venere e dall’incatenamento del cavallo di Marte. Viene infatti sottolineata la concordia fra i due amanti, favoriti dai putti simboleggianti l’amore, sorta di sdoppiamento di Eros/Cupido, come si vede anche dalla scelta di porre uno dei due a custodia del cavallo del dio guerriero. Marte ha indosso un’armatura molto elaborata, che contrasta con il corpo candido e levigato della dea, la quale indossa soltanto i gioielli che, pur con un deciso adattamento moderno, richiamano la notazione omerica sui diademi e le cinture delle dee classiche.

Ma la più nota tela del Veronese dedicata a questo mito è Marte e Venere con Cupido della Galleria Sabauda, realizzato qualche anno prima, nel 1575. Vi si vedono le due divinità in un momento concitato: nella luce dorata di una giornata di sole, in un’alcova protetta da tende di seta rossa, una sensuale Venere seminuda, adorna solo di una collana di perle e di preziosi bracciali d’oro, sta per cedere all’abbraccio di Marte, quando su un scala, che si apre verso l’esterno, si affaccia lo sconcertante muso di un cavallo grigio, condotto per le briglie da Cupido, che sta per entrare nella stanza esibendo la cavalcatura di Marte, come ad invitarlo ad un’uscita precipitosa per sfuggire a Vulcano.

Gli-amori-di-Venere-e-Marte-Veronese-Marte-e-Venere Il risveglio di Venere
fig. 4 – Veronese Marte e Venere con Cupido della Galleria Sabauda
Gli-amori-di-Venere-e-Marte-Tintoretto-Venere-Vulcano-e-Marte Il risveglio di Venere
Fig. 5 Marte e Venere sorpresi da Vulcano, il dipinto a olio su tela di Jacopo Tintoretto, eseguito intorno al 1551-1552 e conservato nell’Alte Pinakothek di Monaco di Baviera

Tintoretto ci trascina nel pieno stile di una novella milesia, cioè dei raccontini erotici che, a detta di Plutarco (Crasso, 32) gli ufficiali romani portavano nel loro bagaglio. L’artista non si rifà al racconto omerico della rete ingannevole, né sente la necessità di giustificare il sentimento dei due amanti, ma ci presenta un Vulcano sornione, che osserva con stupore il corpo della sposa abbandonato sul giaciglio, mentre Cupido dorme in una culla e Marte taglia la corda, strisciando sotto le coperte alle spalle del marito tradito, assalito dall’abbaiare del cane, simbolo, nelle tele, della fedeltà.

Lasciando i dettagli da telenovela e tornando alla sua funzione ufficiale di dea, c’è da chiedersi in cosa consistesse il culto di Afrodite, in un mondo che aveva già ben altre rappresentanti del mondo femminile, garanti della verginità e della maternità.

E piaccia o meno ai moralisti, Afrodite garantiva la soddisfazione dei sensi.

Il culto dunque consisteva innanzi tutto nel bagno rituale e relativa vestizione, dopo un accurato massaggio con olio profumato: la Dea nasce nuda, ma viene presentata all’Olimpo abbigliata ed acconciata sontuosamente: già nella tela del Botticelli, vediamo che ad attenderla sulla riva c’è la Primavera, che porge alla dea un magnifico manto rosa, ricamato di fiori considerati suoi: mirti, primule e rose; è probabile che il miracolo della sua nascita fosse rinnovato ad ogni primavera. A questi famosi bagni d’Afrodite s’attribuiva addirittura il potere di restituire la verginità. Lo sviluppo stesso della devozione alla statua, è un po’ una forzatura per la spiritualità dorica ed in genere indoeuropea e rappresenta un’importante contributo da parte della popolazione autoctona. Esistono suggestive descrizioni letterarie delle splendide statue e delle meravigliose feste a loro tributate … purtroppo sono solo leggende, perché il mare da cui la bella Dea è nata è molto inquieto ed il tempio di Paphos fu distrutto più volte da terremoti, tanto che oggi non restano più reperti sufficienti ad una ricostruzione esatta dei cerimoniali.

Altro elemento importante doveva essere l’esercizio del ballo, forse proprio quello chiamato in seguito danza del ventre, e nell’apprendimento dei segreti del sesso, che era praticato ritualmente all’aperto; certamente era escluso ogni tipo di sacrificio cruento‚ la Dea aveva in orrore il sangue, il suo altare non era mai stato profanato dalla morte e si narra che nei suoi giardini non volasse mai alcun insetto molesto.

Com’erano vestite? Le statuette antiche e le rappresentazioni delle tombe egizie le presentano sempre completamente nude o al massimo vestite di preziosi gioielli: una cintura bassa sui fianchi, che copre il sesso di frange ondeggianti, detta appunto “cinto di Venere” forse a ricordo dell’episodio dell’Iliade XIV 214 in cui la Dea lo presta ad Era per ottenere il favore di Zeus.

Le sono sacri gli amori di tutti gli esseri viventi ed il chiacchiericcio delle fanciulle, il suo culto è riso, danza ed amoreggiamenti in giardini perennemente fioriti, ingiustamente definito prostituzione sacra dai suoi nemici, che crearono l’opposizione fra i suoi giardini e la buona terra… al contrario nessuna violenza è tollerata sui suoi altari perennemente fioriti e tanti anni prima di Cristo, ella è Pandemia perché è la Dea di tutti e la suscitatrice dell’amore universale.

Per avere una descrizione accurata dei giardini d’Afrodite dobbiamo aspettare il VI sec. a. C. con le intramontabili parole di Saffo, la poetessa greca che dirigeva un tiaso, connesso appunto al santuario della Dea da un sacro giardino:

…”da Creta a questo tempio divino: v’è un bosco gentile di meli, are vaporano d’incensi.L’acqua fredda risuona fra le rame del melo e la radura è un’ombra di rose. In un palpito di foglie cola sopore. Nei pascoli prativi, fioriture di primavera: spira un alito di finocchi, soave…”

Pochi sanno, infatti, che il melo, uno dei più noti esponenti della famiglia delle rosacee, era sacro alla Dea e che il suo frutto n’era addirittura considerato un’epifania. Nel giardino di Saffo c’era però anche un melograno, che si diceva piantato da Afrodite stessa, e poi cerfoglio, meliloto, finocchi, salvia e viole. La viola mammola viene infatti, associata alla rosa nella confezione di corone ed è citata già da Pindaro (ditirambo II v.24-25) di qui e non già da un’immagine reale, Leopardi trasse la famosa “donzelletta che vien dalla campagna col mazzolino di rose e di viole”, anche perché nei nostri climi le viole fioriscono da febbraio ai primi di marzo, mentre per le rose bisogna attendere maggio inoltrato.

da https://www.acam.it/la-rosa-dal-culto-di-afrodite-a-quello-di-maria-vergine-e-madre/

Se dai giardini greci passiamo a quelli etruschi, troviamo Turan=Afrodite, che poi diventerà la Venere dei romani. La caratteristica più importante di Turan è quella di essere dotata di ali e spesso addirittura armata, il che ne fa una divinità psicopompa, cioè in grado di spingere la psiche verso superiori livelli di conoscenza e di sottrarla alla corruzione del corpo dopo la morte.

Il passaggio dalle terre aride della Grecia agli ubertosi territori della penisola, addolcisce anche il carattere degli dei.

Le dee etrusche sono più dolci delle sorelle greche, introducendo anche a Roma la stessa visione bonaria: Ercole sarà praticamente adottato da Giunone, attraverso il famoso espediente del latte, da cui scaturiranno i gigli e le stelle della Via Lattea,

1024px-Jacopo_Tintoretto_-_The_Origin_of_the_Milky_Way_-_Google_Art_Project Il risveglio di Venere
credit: wikipedia.org fig. 6  L’origine della Via Lattea è un dipinto a olio su tela (148×165 cm) realizzato tra il 1575 ed il 1580 dal pittore italiano Tintoretto. È conservato nella National Gallery di Londra.

Anche il passaggio dal mare salato alla terra fiorita è molto significativo, lo rappresenta bene Pietro da Cortona in

A raccontarci la storia è Tintoretto, che s’appassiona all’azione e ai dettagli, sia quando narra un’impresa umana o una vicenda sacra: Giove approfitta del sonno di Giunone, per attaccarle al seno suo figlio Ercole, partorito dalla mortale Alcmena, perché solo succhiando dal petto divino, il bimbo può aspirare all’immortalità; ma il piccolo è straordinariamente vorace e la dea si sveglia di soprassalto, un po’ di latte viene spruzzato in cielo, dove da origine appunto alla Via Lattea e qualche goccia cade a terra, dove crescono immediatamente dei gigli.

Da: https://www.acam.it/giunone-giglio-dal-latte-immortale/

Anche Ippolito, che nella tragedia greca muore, trova seconda vita nelle selve del Lazio dove, col nome di Virbio, sposerà la ninfa Aricia.

Se per tutti il clima religioso etrusco è più aperto e tollerante di quello greco, la figura di Afrodite, che già portava la pace, matura ulteriormente fondendosi con Venus, nume asessuato, che custodisce gli orti ed è la vera anima della famiglia, perché gli dei del focolare vivono appunto nel giardino di casa e si manifestano nel silenzio, indipendentemente dal merito dei mortali. Il suo nome è radice di venerare, ma anche di veleno, mentre il mese d’aprile ricorda la sua natura d’Afrodite ed il dischiudersi della natura feconda.

Anche il passaggio dal mare salato alla terra fiorita è molto significativo, lo rappresenta bene Pietro da Cortona in “Venere appare ad Enea”.

Pietro_da_Cortona_-_Venus_as_Huntress_Appears_to_Aeneas_-_WGA17705 Il risveglio di Venere
fig. 7 – Venere appare ad Enea, 1630 – 1635, attualmente conservato al Musée du Louvre, Paris

Qui Venere è vestita e calzata da matrona romana. Infatti VENERE a Roma è madre d’un mortale e fondatrice della città, il cui nome stesso è anagramma d’Amor; Virgilio non inventa la storia della fondazione di Roma da parte di Enea, ma si riferisce ad un mito antico, in parte suffragato dalla storia: dopo caduta di Troia, che la tradizione fa risalire al 1184 a. C. numerosissimi fuggiaschi, indenni e carichi di provviste e gioielli, riuscirono a mettersi in mare e fondarono un numero considerevole di città, soprattutto considerando l’epoca!

Al centro del giardino, che per i romani era interno alla casa, si piantava in suo onore un grande alloro, un roseto e poi menta, mirto e rosmarino; si riteneva che in mezzo ad essi vivessero durante il giorno i “lares familiae” cioè le divinità tutelari della casa, che uscivano in giardino alle prime luci dell’alba e rientravano nelle loro statue al tramonto.

Sempre da https://www.acam.it/la-rosa-dal-culto-di-afrodite-a-quello-di-maria-vergine-e-madre/

Botticelli_Sandro_Primavera_dt1-224x300-1 Il risveglio di Venere

Impossibile non associare questi giardini in fiore, ad un altro dipinto di Botticelli: la Primavera (fig.8) in cui Venere appare vestita e forse incinta. La pittura mostra nove figure della mitologia classica che incedono su un prato fiorito, davanti a un bosco di aranci e alloro, i sempreverdi infatti erano considerati simboli dell’eternità. In primo piano a destra, Zefiro abbraccia e feconda la ninfa Clori, raffigurata poco oltre nelle sembianze di Flora, dea della fioritura. Dominano il centro della composizione, leggermente arretrati, la dea dell’amore e della bellezza Venere, castamente vestita, e Cupido, raffigurato bendato mentre scocca il dardo d’amore.  A sinistra danzano in cerchio le tre Grazie, divinità minori benefiche prossime a Venere, e chiude la composizione Mercurio, il messaggero degli dei, con indosso elmo e calzari alati, che sfiora col caduceo una nuvola. Pur rimanendo misterioso il complesso significato della composizione, l’opera celebra l’amore, la pace, la prosperità. La vegetazione, il cui colore scuro è in parte dovuto all’alterazione del pigmento originale, è rischiarata dall’abbondanza di fiori e frutti. Sono state riconosciute ben 138 specie di piante diverse, accuratamente descritte da Botticelli, servendosi forse di erbari. La cura per i dettagli conferma l’impegno profuso dal maestro in quest’opera, confermato anche dalla perizia tecnica con cui è stata realizzata la stesura pittorica. Realizzata su un supporto di legno di pioppo, l’opera si trovava alla fine del XV secolo nella casa in via Larga (oggi via Cavour) degli eredi di Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, cugino di Lorenzo il Magnifico; stava appeso sopra un lettuccio, una sorta di cassapanca con schienale caratteristica dell’arredamento delle residenze signorili rinascimentali. Passò poi nella villa di Castello, dove Giorgio Vasari nel 1550 la descriveva insieme alla Nascita di Venere.

Da https://www.uffizi.it/opere/botticelli-primavera

Nel cinquecento le rappresentazioni della dea si moltiplicano, aggiungendo dettagli umani agli antichi miti. Adesso che ci troviamo davanti ad una dea madre, arriviamo ad una nuova rappresentazione, non più la sua nascita, ma il suo sonno, sempre custodito dal verde della campagna:

Giorgione_-_Sleeping_Venus_-_Google_Art_Project_2-scaled Il risveglio di Venere

Venere dormiente di Giorgione, detta anche “Venere di Dresda” perché attualmente custodita nella Gemäldegalerie di Dresda. Una novità assoluta, almeno nell’arte pittorica. Venere dormiente era rappresentata talvolta sui cammei o pietre incise. Era una tematica nuziale della tarda latinità: Cupido correva a destare la madre addormentata, perché benedisse le nozze degli sposi. La prima menzione di questa figura è del 1525, quando Marcantonio Michiel vide in casa di Gerolamo Marcello un dono di nozze particolarmente prezioso: “La tela della Venere nuda che dorme in un paese cum Cupidine, fo de mano de Zorzo da Castelfranco, ma lo paese et Cupidine forono finiti da Tiziano”. Attualmente i critici riconoscono quasi all’unanimità questo quadro nella Venere acquistata nel 1697, da re Augusto di Sassonia. Ha subito molte vicissitudini e tra l’altro è scomparso il bambino, che è stato ricoperto in epoca imprecisata per far posto ad un più vasto spazio di prato. Un restauro radicale effettuato nel 1843, con trasferimento di tutto il dipinto su nuova tela, lo ha riportato alla luce: si tratta di un piccolo seduto ai piedi della madre ed intento a giocare con un uccellino o con una freccia; purtroppo le sue condizioni erano tanto precarie, che è stato necessario ricoprirlo nuovamente. Quando è stato dipinto? Accettando l’opinione più accreditata dai critici, che attribuiscono la figura di donna e la parte sinistra del paesaggio a Giorgione, mentre i drappi distesi sull’erba, i casolari sulla destra ed il Cupido sarebbero opera di Tiziano, dovremmo pensare che quest’ultimo fosse intervenuto dopo la morte improvvisa del Giorgione, avvenuta nell’autunno del 1510.

Da: https://www.acam.it/giorgione/

La Venere distesa e non necessariamente dormiente, godrà d’un’insperata fortuna nell’arte rinascimentale.

VenereUrbino Il risveglio di Venere
(fig. 10)

Tiziano stesso riprenderà questo motivo nella “Venere d’Urbino”, completata nel 1538 per il Duca di Urbino Guidobaldo II Della Rovere, tela molto interessante e intrigante per i suoi significati nascosti.

Lo scenario è di nuovo mutato e siamo all’interno di una stanza. Diversamente dalla rappresentazione di Giorgione, dipinta diciott’anni prima, qui la dea ritrova il suo fiore, nel delicato mazzolino di rose rosse, che quasi le sfuggono dalla mano ingioiellata.

Il quadro rappresenta un’allegoria del matrimonio e doveva servire come modello “didattico” per Giulia Varano, la giovane moglie del duca: l’erotismo evidente del dipinto, infatti, doveva ricordare alla donna i doveri matrimoniali nei confronti dello sposo. L’allegoria erotica è ancora più chiara nella rappresentazione di Venere, dea dell’amore, come una donna terrena e carnale che fissa in modo allusivo lo spettatore, noncurante della sua avvenenza.

Il colore chiaro e caldo del corpo della Venere, in contrasto con lo sfondo e con i cuscini scuri, risalta ulteriormente il proprio erotismo. Il cagnolino ai piedi della donna è simbolo di fedeltà coniugale mentre alle spalle, la domestica che guarda la bambina, mentre rovista in un cassettone, è un augurio di maternità.

https://www.visituffizi.org/it/opere/venere-di-urbino-di-tiziano/

Con la Venere mollemente adagiata sul letto, la figura della dea si conferma come simbolo della sensualità, sia pure subordinata all’amor coniugale, vediamo per esempio:

Venere.giocaL.Sustris Il risveglio di Venere
fig. 11 “Venere”, 1560 di Lambert Sustris (Amsterdam, 1515-1520 circa – Padova?, 1584 circa) attualmente custodita al Louvre

“A sinistra, su un letto è distesa Venere, raffigurata in tutta la sua grazia e bellezza. È poggiata su un letto, nuda, con i capelli raccolti sulla nuca, fermati da un diadema, come la rappresenta Omero. Ella è intenta ad accarezzare, e forse a sollevare per le ali, una delle due colombe bianche, animali a lei sacri, simboli dell’amore, che tubano vicino a lei. A rafforzare il concetto di questo sentimento, un piccolo Amore, con le ali aperte, seduto a terra su un comodo cuscino, punta contro di loro una freccia, che ha preso da una faretra posta sulle sue spalle. Mentre è intento in questo gesto, alza la testa verso la madre, quasi a chiedere conferma e approvazione per quanto sta facendo. I due sono così intenti e sereni nell’osservazione dei due animali, e pacati nei loro atteggiamenti, da non sembrare essersi accorti di Marte, che sta arrivando sulla destra. Il dio avanza, ancora tutto armato, e si guarda intorno per rassicurarsi di non essere visto e spiato. Indossa l’elmo, la corazza lo scudo e gli schinieri. È coperto da un mantello giallo-oro, che gli svolazza sulle spalle, ad indicare la sua andatura veloce e affrettata, ma non ha l’aspetto marziale di un guerriero, bensì quello incerto e furtivo di un amante, che tenta di raggiungere in fretta la donna amata. L’ambiente interno in cui è posta la scena in primo piano, delimitato da un basamento con colonne di marmo colorato, adeguate al palazzo lussuoso che Vulcano aveva preparato per le nozze con Venere, si va poi aprendo a destra, lì dove sopraggiunge Marte, per allargarsi poi verso un paesaggio, inquadrato da alberi, sotto i quali, lontano, è posto un grande tavolo. Intorno a questo si intravedono sedute alcune coppie, una in cui due innamorati si tengono abbracciati sulle spalle, un’altra in cui sembrano leggere qualcosa da uno stesso foglio, altre non ben individuabili più indietro. Questo sfondo, che sta ad indicare la forza dell’amore che coinvolge gli dei e gli uomini, colpiti indifferentemente dalle piccole frecce del dio Amore, ribadisce con forza eloquente il concetto espresso dalle colombe in primo piano”.

Giulia Masone in:

http://www.iconos.it/le-metamorfosi-di-ovidio/libro-iv/marte-venere-e-vulcano/immagini/52-marte-venere-e-vulcano/

Venere è la protagonista di giocose rappresentazioni d’amore, che occupano la fantasia di tutta l’epoca barocca e poi rococò per affacciarsi intatti nel mondo moderno.

E con gusto novellistico si ripercorrono i pochi episodi noti della sua vita, tanto che anche un genio pittorico come Pieter Paul Rubens (Siegen, 28 giugno 1577 – Anversa, 30 maggio 1640) non disdegna di dipingere il famoso Giudizio diParide, anzi, dipinge lo stesso tema due volte: una dal 1632 al 1635 attualmente custodita a Londra, l’altra, dipinta attorno al 1638-39 a Madrid.

Rubens_-_Judgement_of_Paris.-London-scaled Il risveglio di Venere

La vicenda peraltro è molto nota. Zeus allestisce  un banchetto per la celebrazione del matrimonio di Peleo e Teti, futuri genitori di Achille, omettendo d’invitare, per ovvi motivi, Eris, la dea della discordia, ma costei, irritata per questo oltraggio, raggiunge il luogo del banchetto e getta sulla tavola una mela d’oro, con l’iscrizione “alla più bella”. Inutile dire che subito Era, Atena ed Afrodite, assalgono letteralmente il povero Zeus, per convincerlo a scegliere la più bella tra loro, ma il padre degli dèi, per liberarsi dell’impiccio, stabilisce che a decidere quale fosse la più bella, non potesse essere che il più bello dei mortali, cioè Paride, inconsapevole principe di Troia, il quale era prediletto dal dio Ares (perciò già di suo portato alla guerra) un’indovino aveva predetto ai genitori che il figlio avrebbe causato la rovina della casa e costoro non trovarono di meglio da fare che nasconderlo tra i pastori, secondo un classico espediente acceleratore del fato, ricorrente in tutto il mondo antico.

Ermes fu incaricato di portare le tre dee dal giovane troiano, che conduceva al pascolo le pecore, nonché di spiegargli le sue origini regali; le dee dal canto loro fecero di tutto per accattivarsene la simpatia ed ognuna gli promise una ricompensa in cambio della mela: Atena lo avrebbe reso sapiente e imbattibile in guerra, consentendogli di superare ogni guerriero; Era promise ricchezza e poteri immensi, tanto che a un suo gesto interi popoli si sarebbero sottomessi, e tanta gloria, che il suo nome sarebbe riecheggiato fino alle stelle; Afrodite gli avrebbe concesso l’amore della donna più bella del mondo, che poi non era altri che la regina di Sparta: Elena, inutile dirlo, già sposata, per quanto non felicemente. La dea, si sa, era molto sensibile a questo problema!

I dettagli della vicenda variano in base alle fonti. L’Iliade (24. 27-30) allude al Giudizio come ad un evento secondario, mentre una più dettagliata versione venne raccolta nei Cypria, opera perduta del Ciclo Troiano, di cui sopravvivono solo alcuni frammenti (e un realistico riassunto). Gli scrittori latini: Ovidio (Heroides 16.71ss., 149–152 e 5.36s.), Luciano (Dialoghi degli Dei 20) e Igino (Fabulae 92) ripresero la vicenda, aggiungendovi particolari tratti dal racconto popolare. Rubens aveva soggiornato a lungo in Italia e certamente conosceva sia il racconto, che le varie rappresentazioni artistiche, forse aveva addirittura potuto ammirare quella castissima del Botticelli (1483 circa) in cui le dee sono abbigliate da matrone, in ogni caso decise di darne una versione decisamente più sensuale, in cui le tre dee si esibiscono senza veli, ben riconoscibili per attributi ed atteggiamenti.

E se il giudizio di Paride ha un risvolto moraleggiante tanto caro al Medioevo, la vita privata di Venere è il tema preferito del Rococò. Emblematica in questo senso la figura di François Boucher (Parigi, 2Francois_boucher-Venere-consola-amore-239x300 Il risveglio di Venere9 settembre 1703 – Parigi, 30 maggio 1770) che aveva certamente appreso da Nicolas, suo padre, modesto pittore, incisore e disegnatore di ricami, le prime tecniche pittoriche e di stampa, privilegiando l’aspetto decorativo rispetto al significato del soggetto. Nel 1721 entra nello studio di François Lemoyne (1688-1737), che aveva ottenuto la prestigiosa carica di “primo pittore del re”, godendo delle migliori commissioni di Luigi XIV e della corte francese; qui resta pochi mesi, avendone assorbito in fretta lo stile esemplato dalla scuola veneziana dei Ricci, dei Pellegrini e della Carriera. Entra quindi nel laboratorio dell’affermato incisore Jean-François Cars (1661-1730) dove esegue semplici decorazioni per carte intestate, eseguite tuttavia con una tale abilità da essere notato e coinvolto da un altro noto incisore, Jean de Julienne, che gli propone di collaborare all’iniziativa da questi intrapresa, l’edizione a stampa dei dipinti e dei disegni dell’appena scomparso Antoine Watteau, il cui primo volume, Figures des différents caractères de paysage et d’etudes dessinées d’après nature par Antoine Watteau, esce nel 1726. Nel 1723 vince il Prix de Rome, ma soggiorna nella capitale italiana solo quattro anni dopo, dove rimane impressionato in particolar modo dal Correggio, dal Veronese, dal Guercino e dal Tiepolo.

Per lui rappresentare Venere è un pretesto per tenere raffigurazioni di nudo come nel caso di (fig. 13)  “Venere consola Amore”, 1751 ed ancor di più con (fig. 14)  “Nascita di Venere” in cui la dea raggiunge il punto più alto della sensualità, tornando al mare che l’ha generata, non più per ergersi sulle onde, placarle e fecondare la terra, ma semplicemente per adagiarsi leggera sull’acqua e farsi trasportare … il tema, caro a tutto il settecento, maturerà con (fig. 15) Alexandre Cabanel (1823-1889) ne:

 

La NasciAlexandre-Cabanel-Nascita-di-Venere-1863-Musee-dOrsay-Parigi-300x176 Il risveglio di Venereta di Venere, 1863

Olio su tela

Cm 130 x 225

© RMN-Grand Palais (Musée d’Orsay) / Hervé Lewandowski

La Nascita di Venere è uno dei grandi successi del Salon del 1863, dove era stata acquistata da Napoleone III per la sua collezione personale. Cabanel, pittore pluripremiato, esercita un ruolo molto importante nell’insegnamento delle Belle Arti e nella direzione del Salon. Il suo stile virtuoso fa di questa pittura un perfetto esempio dell’arte che, in quegli anni, conquistava il consenso del pubblico e degli organismi ufficiali.

Nello spirito efrancois_boucher_011_nascita_di_venere-300x225 Il risveglio di Venereclettico del Secondo Impero, l’artista mischia le fonti di riferimento ad Ingrès e alla pittura del XVIII secolo.

Cabanel riprende un episodio famoso della mitologia antica: Venere, al momento della sua nascita, viene posata su una spiaggia dalla schiuma di mare. Questo tema, che conosce un enorme successo nel XIX secolo, dà ad alcuni artisti l’occasione di affrontare l’erotismo senza scandalizzare il pubblico grazie all’alibi di un soggetto classico. Per Cabanel, infatti, la mitologia funge da pretesto per affrontare il nudo la cui idealizzazione non esclude la lascivia.

Emile Zola denuncia l’ambiguità di questa rappresentazione: “La dea annegata in un fiume di latte ha l’aria di una deliziosa cortigiana, nemmeno in carne e ossa – sarebbe indecente – ma in una sorta di pasta di mandorle bianca e rosa”. Lo scrittore denuncia così l’utilizzo di una gamma di colori chiari, lisci e madreperlacei.

Nel 1960, per contraddire il pubblico scandalizzato di Parigi, ecco comparire in un affresco di Pompei:

Aphrodite_Anadyomene_from_Pompeii_cropped Il risveglio di Venere
fig. 16 https://it.wikipedia.org/wiki/File:Aphrodite_Anadyomene_from_Pompeii.jpg

qui Venere anticipa per molti aspetti la Venere d’Urbino, adagiata com’è sul lettino, ma perfettamente sveglia e cosciente della propria bellezza, secondo alcuni studiosi rappresenta la Venere Anadiomene di Apelle, che invece è perduta, nota solo per la descrizione che ne fa Plinio.

La tradizione vuole che un certo numero di suoi dipinti fossero portati a Roma, tra questi appunto la nostra  Afrodite Anadiomene e due composizioni che includevano un ritratto di Alessandro, Castore e Polluce con la Vittoria e Alessandro il Grande e la Figura della Guerra con le mani legate che segue la Biga Trionfale di Alessandro, che si trovavano nell’aula del Colosso nel Foro di Augusto. Queste opere tuttavia andarono distrutte e le conosciamo solo per descrizioni o riproduzioni di pittori locali.

Tracce delle figure che dovevano far parte dell’Allegoria della Calunnia, descritta da Luciano di Samosata, sono state rinvenute nella ceramografia apula contemporanea ad Apelle. Copia dell’Hercules aversus ricordato da Plinio a Roma nel tempio di Diana sull’Aventino sembra essere l’affresco con Eracle e Telefo della cosiddetta Basilica di Ercolano.

Oltre alle capacità nel disegno e all’impiego della linea funzionale, sono note tramite le fonti le sue capacità di colorista, soprattutto per quanto riguarda l’incarnato delle figure, e l’importanza che nelle sue opere doveva avere lo scorcio (l’Antigono Monoftalmo e l’Eracle di spalle). Quest’ultimo si sommava ad una ricerca luministica che avrebbe avuto molta importanza nella successiva pittura ellenistica; il ritratto di Alessandro con il fulmine, che si trovava esposto nell’Artemision di Efeso, era noto per i riflessi del fulmine che accentuavano la plasticità della figura.

Gli si attribuisce l’invenzione di una vernice nera, chiamata da Plinio atramentum, che serviva sia per conservare meglio le pitture che per smorzare il loro colore come una patina, ma la ricetta è andata persa con la sua morte.

«Ad opera finita era solito dare ai suoi dipinti una velatura scura così sottile che, riflettendo, intensificava la lucentezza del colore mentre, allo stesso tempo, proteggeva il dipinto dalla polvere e dalla sporcizia e non era percettibile se non da vicino. Ma il suo scopo principale era di evitare che la brillantezza dei colori offendesse lo sguardo, dando la sensazione all’osservatore di guardare attraverso un velo di talco, cosicché aggiungeva un impercettibile tocco di severità ai colori particolarmente brillanti»
(Plinio, Naturalis historia, XXXV)

Come se tutto ciò non bastasse Plinio racconta un sacco di aneddoti, tra il serio ed il faceto, atti a rappresentarne non solo l’abilità leggendaria, ma anche il carattere arguto e vivace. Nessuna meraviglia quindi se il pittore era considerato un importante maestro dell’arte e spesso i pittori del Rinascimento si impegnarono nella sfida di rievocarlo.

Per quanto riguarda Venere Anadiomene però, Tiziano doveva conoscere la descrizione del modello antico, ma rappresentò invece la scena come un ritratto di un nudo femminile stretto tra i bordi della tela, in posizione eretta, mentre esce dall’acqua con le gambe ancora immerse fino a sopra la metà della coscia, avanza districandosi i capelli. La conchiglia di capasanta che galleggia sulla superficie marina, rimanda alla leggenda della sua nascita, spinta a riva sulle valve dell’animale marino proprio come una perla, ma quell’atto di sistemarsi i capelli ne fa più una bagnante, che una dea.

TITIAN_-_Venus_Anadyomene_National_Galleries_of_Scotland_c._1520._Oil_on_canvas_75.8_x_57.6_cm-scaled Il risveglio di Venere
Fig. 17 Titian, Venus Anadyomene, 1520 attualmente alla Scottish National Gallery

Ma tutto ciò non riduce comunque Venere ad una donna comune e men che meno ad una cortigiana, continua ad essere rappresentata anche nella sua veste ufficiale, come quando Jean Antoine Watteau (Valenciennes, 10 ottobre 1684 – Nogent-sur-Marne, 18 luglio 1721) nel 1717, con Fig. 18  sceglierealizza  Il Pellegrinaggio per Citera (Parigi, Louvre) come opera di ammissione all’Accademia.

Il tema è il viaggio verso Citera, l’isola natale della divinità della bellezza e della sensualità, ma siamo ben lontani dal possederne una sicura chiave interpretativa. I personaggi sono in viaggio verso un mondo d’amore sconosciuto a chi non prova tale sentimento, o forse seguono un percorso che si muove anche nel tempo; si passa infatti dall’incontro all’innamoramento, dal contatto al rapporto amoroso, fino a quel simbolico “imbarcarsi”. La nave, completamente governata da amorini svolazzanti, suggerisce al tempo stesso l’idea di un viaggio reale o solo immaginario, simbolico, nell’isola dell’amore. Sotto ad un grosso albero, che emerge dalla fitta vegetazione nella parte all’estrema destra del dipinto, si trova una statua di Venere in marmo, contesa da due amorini: uno di marmo come lei ed uno vivo, sul piedestallo crescono delle rose. Poiché i “pellegrini” sono palesemente i cortigiani più in vista, il quadro fu considerato oltraggioso per la sua esposizione dei privilegi aristocratici, tanto che i responsabili del Louvre ritennero opportuno metterlao al riparo dagli ardori rivoluzionari, tenendola nei magazzini sino al 1816.

Nel cinquecento veneziano invece, sempre nella sua funzione allegorica ufficiale, troviamo la  dea impegnata a benedire le nozze, come avviene nel (fig. 18) Bacco, Venere e Arianna dipinto eseguito a nel 1576-77 da Jacopo Tintoretto, che è esposto nella Sala dell’Anticollegio al Palazzo Ducale del Pallazzo ed è molto significativo che in queste allegorie, quattro come le stagioni, Venere non compaia in quella della primavera, riservata alle Grazie, ma in quella dell’autunno, la stagione del raccolto, collegata dunque a Bacco, dio dell’ebrezza e della vite.

Il mito di Venere fondatrice di città, cui Virgilio indubbiamente da corpo e voce poetica, ha mutato profondamente l’immagine di Dea capricciosa che aveva potuto suggerire Omero: ora che la patria di suo figlio è distrutta, Venere è soprattutto la genitrice che lo aiuta a ricostruirsi un avvenire, sollecita e tremante come una madre terrena e talvolta, per quanto il poeta affermi il contrario, par quasi d’avvertire in lei il peso del tempo che passa senza che la realizzazione sperata si compia. Tra l’altro torna ad essere, di fatto, la compagna di Marte, Ares per i greci …

Quando dalla Grecia giungiamo a Roma, Ares risponde al nome di Marte e fa un salto di qualità. Società guerriera, quella latina restituisce al dio il posto che gli spetta e lo pone subito dopo Giove nella triade che governa la città. Quanto al terzo dio… è nientemeno che Quirino, in cui la tradizione riconosce Romolo, fondatore di Roma stessa e figlio di Marte, appunto.

Antoine_Watteau_-_Limbarco_per_Citera-scaled Il risveglio di Venere
fig. 18

Una delle innocenti avventure del dio, infatti, l’avevano portato ad ingravidare niente meno che Rea Silvia, una vestale, che aveva pagato con la vita il mancato rispetto del voto di castità.

La tragedia è rappresentata tra l’altro in (Fig. 19) Marte e Rea Silvia dipinto del 1617 di Peter Paul Rubens, ora al Museo del Liechtenstein a Vienna.

Rubens_-_Mars_et_Rhea_Silvia Il risveglio di Venere

Indifferente, come tutti gli antichi dei, alla sorte della poverina, Marte s’era tuttavia attivato fin dapprincipio perché i due gemelli nati dall’unione avessero di che vivere, facendo arenare la cesta in cui erano stati gettati, ai piedi d’un fico ed inviando subito una brava lupa ad allattarli. I gemelli erano Romolo e Remo: quando litigarono il padre si mise, senza conflitti interiori, dalla parte del vincitore e lo guidò alle prime guerre che fecero del piccolo villaggio una grande città.

Ma se Venere s’inserisce in questa storia lo stupratore è completamente trasformato

“E fa’ che intanto le feroci opere della guerra

per tutti i mari e le terre riposino sopite

Infatti tu sola puoi gratificare i mortali con una tranquilla pace,

poiché le crudeli azioni guerresche governa Marte

possente in armi, che spesso rovescia il capo nel tuo grembo,

vinto dall’eterna ferita d’amore,

e così mirandoti con il tornito collo reclino,

in te, dea, sazia anelante d’amore gli avidi occhi,

e alla tua bocca è sospeso il respiro del dio supino.

Quando egli, o divina, riposa sul tuo corpo santo,

riversandoti su di lui effondi dalle labbra soavi parole,

e chiedi, o gloriosa, una placida pace per i Romani.”

Lucrezio, De rerum natura I, vv. 29-40 (trad. di L. Canali)

Suggerisce già un poeta romano. Tutta la morale dell’impero è permeata da questo concetto di pace, in realtà estranea alla politica espansionistica della Roma repubblicana e frutto di una più matura concezione del mondo.

A maggior ragione la pace entrerà come fondamento della civiltà cristiana … anche se resterà in tutta la storia più una nobile aspirazione che una realtà, garan tendo, come si è visto, un posto positivo a Venere nelle allegorie.

Più di tutto viene esaltata per questa sua capacità di rendere Marte inoffensivo.

Gli-amori-di-Venere-e-Marte-David-Marte-disarmato-da-Venere-1824 Il risveglio di Venere
Fig. 20 Jacques-Luis David, Marte disarmato da Venere (1824)

Marte disarmato da Venere è l’eloquente titolo del monumentale dipinto di Jacques-Louis David, che ci riporta alla compostezza di Lucrezio e Botticelli. Nella tela del 1824 Marte appare come il Leonida che troneggia nel dipinto di David dedicato alla battaglia delle Termopili: il corpo nudo, con il solo mantello purpureo addosso e un’arma nella mano sinistra, mentre lo scudo e l’elmo, portati via da una delle Grazie in quanto simboli di una guerra che non può esistere di fronte a Venere, vengono sostituiti, rispettivamente, dal corpo della dea e dalla corona di fiori che ella pone sul capo all’amante, mentre un Cupido intrappola il piede del guerriero per poi legarlo alla Cipride.

A Marte è dedicato il mese di marzo, tant’è vero che il 25 di questo mese, con l’arrivo della primavera, si celebravano le loro sacre nozze e poi cominciava il mese d’aprile, consacrato a Venere per il suo potere di far sbocciare i fiori.

Ecco l’interpretazione astrologica di Marsilio Ficino:

“Marte spicca fra i pianeti per la sua forza, poiché rende gli uomini più forti, ma Venere lo domina… Venere, quando è in congiunzione con Marte, in opposizione a lui e in recezione o veglia dall’aspetto sestile e trigono, come noi diciamo, spesso arresta la sua malignità… essa sembra dominare e placare Marte, ma Marte non domina mai Venere…”

Impossibile non pensare al quadro Marte e Venere, dipinto da Botticelli, per un matrimonio della famiglia Vespucci: la datazione oscilla tra il 1478 ed il 1490. E guardando il capolavoro rinascimentale torna alla mente il commento di Chaucer:

Ed essa lo ha soggiogato e come amante gli ha insegnato la sua lezione… gli ha infatti proibito del tutto la gelosia, e la crudeltà, e l’arroganza, e la tirannia; a suo piacere lo ha reso così umile e nobile, che quando si è degnata di posare lo sguardo su di lui, egli ha accettato con dolcezza di vivere o morire; e così ella lo guida a suo modo, semplicemente con un cenno del volto.”

nozze Il risveglio di Venere

(fig. 21) Venere e Marte è un dipinto a tecnica mista su tavola (69×173 cm) di Sandro Botticelli, databile al 1482-1483 circa e conservato nella National Gallery di Londra.

L’opera viene in genere datata a dopo il ritorno dal soggiorno romano (1482), per gli influssi classicheggianti che l’autore avrebbe potuto studiare sui sarcofaghi antichi della città eterna. Essa viene inoltre messa in relazione con gli altri grandi dipinti della serie mitologica, commissionati forse dai Medici: la Primavera, la Nascita di Venere e la Pallade e il centauro.

La presenza delle vespe nell’angolo in alto a destra ha anche fatto pensare che si trattasse di un’opera commissionata dai Vespucci, già protettori di Botticelli, magari in occasione di un matrimonio. Il formato orizzontale farebbe così immaginare la decorazione di un cassone o di una spalliera.

La scena raffigura Venere mentre osserva, consapevole e tranquilla, Marte dormiente, distesi su un prato e circondati da piccoli fauni che giocano allegri con le armi del dio. I satiri, che sono, per quanto piccoli, creature diaboliche, sembrano tormentare Marte disturbando il suo sonno, mentre ignorano del tutto Venere, vigile e cosciente: uno ne ha l’elmo, che gli copre completamente la testa mentre, con un altro, ruba furtivo la lancia del dio; un altro suona addirittura un corno di conchiglia nell’orecchio del dio per svegliarlo, senza successo; un quarto fa capolino dalla corazza sulla quale il dio è adagiato.

Nonostante il contorno scherzoso dei fauni, nel dipinto serpeggiano anche elementi di inquietudine, come il sonno spossato e abbandonato di Marte o lo sguardo lievemente malinconico di Venere.

l significato del dipinto è oscuro, ma quasi sicuramente va letto secondo le tematiche filosofiche dell’Accademia neoplatonica. Marte giace esausto nella “piccola morte”, che può seguire l’atto sessuale e che neanche uno squillo di tromba nelle orecchie riesce a destare; il fatto che i faunetti lo abbiano depredato della lancia simboleggia anche il suo disarmo davanti all’amore. La scena sarebbe quindi un’allegoria del matrimonio, analoga a quella della Pallade e il centauro, in cui l’Amore, impersonato da Venere, ammansisce la Violenza, di cui Marte è la personificazione: la donna appare come forza civilizzatrice che equilibra l’aggressività maschile. L’opera potrebbe dunque essere stata realizzata per il matrimonio di un membro della famiglia Vespucci (protettrice del pittore), come dimostrerebbe l’inconsueto motivo delle vespe in alto a destra, anche possibile però che gli insetti simboleggino semplicemente le “punture”, cioè le spine dell’amore. In qualche modo rappresentano un’eccezione, se non una forzatura, perché nei giardini della dea non volavano insetti molesti. L’iconografia quindi sarebbe stata scelta come augurio nei confronti della sposa.

Dagli amori delle due divinità nascerà Armonia, la Dea sposa del mortale  Cadmo,  promotrice del culto materno nella forma di Anadiomene ed Euploia, da cui i filosofi s’aspettavano un’era paradisiaca d’amore e di pace.

(c) Mary Falco per Acam.it